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Discussione: Guerra al...

  1. #11
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    Predefinito Gli israeliani

    Gerusalemme. Dopo cinque mesi di fallimenti, il terrorismo palestinese ha colpito di nuovo.
    Ieri pomeriggio, a Beersheba, due attentatori si sono fatti esplodere su due autobus a poche decine di metri l’uno dall’altro, a distanza di pochi secondi, uccidendo almeno 16 persone e ferendone un centinaio.
    L’attacco è il primo successo dei gruppi terroristi palestinesi dal marzo scorso, quando due attentatori si fecero esplodere ad Ashdod, causando la morte di dieci persone, ed è il primo dopo l’uccisione mirata da parte di Israele dei due maggiori leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin e il pediatra Abdel Aziz el Rantisi. La rivendicazione di Hamas spiega l’azione come vendetta per la morte dei due leader, anche se manca di credibilità a cinque mesi dai fatti.
    Altre rivendicazioni sostengono che l’evento è legato allo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, ormai in corso con fasi alterne da più di due settimane. Ieri un attentatore è stato bloccato al checkpoint di Erez, il passaggio di frontiera tra Israele e Gaza; tra marzo e fine luglio la sicurezza israeliana ha sventato 65 attentati, indicazione di come Hamas e gli altri gruppi palestinesi ancora impegnati nella lotta armata hanno visto la loro capacità operativa seriamente danneggiata. Dall’attacco ad Ashdod soltanto tre tentativi hanno avuto successo fino a ieri, nessuno dei tre all’interno della linea verde. La tecnica usata nell’attentato di ieri quindi stupisce per una recuperata capacità non soltanto di colpire, ma anche di mettere insieme un’operazione logisticamente difficile e sofisticata, che ha comportato il coordinamento di due attentatori su due autobus diversi ma su percorsi simili per massimizzare il danno a cose e persone.
    Resta da vedere se a questo successo ne seguiranno a breve degli altri.
    La reazione israeliana sarà probabilmente moderata, vista la concomitanza con la Convention repubblicana a New York e la prevedibile scarsa inclinazione del governo Sharon a un incremento della violenza in questo frangente.
    Va subito esclusa la possibilità che Hamas abbia scelto questa concomitanza per il timing dell’azione, è un’organizzazione troppo provinciale, a differenza di Hezbollah e dei suoi protettori iraniani, per fare un calcolo di questo tipo.

    Sharon accelera sulla road map del ritiro
    Nel brevissimo termine una cosa è sicura. In Israele vi saranno reazioni verbali rabbiose a destra, come è già avvenuto ieri con due esponenti di spicco (Gila Finkelstein del Partito nazionale religioso e Zvi Handel dell’Unione nazionale) che hanno indirettamente collegato l’attentato al piano di disimpegno da Gaza di Ariel Sharon, piano cui il premier ha appena dato una notevole accelerata, annunciando le prossime tappe formali, fino alla sua esecuzione anticipata forse già a febbraio 2005.
    Ma nel lungo periodo il sostegno per il disimpegno non calerà. L’attentato di ieri, i cui esecutori arrivavano da Hebron, zona della Cisgiordania dove la barriera difensiva israeliana esiste soltanto sulla carta, rafforzerà la spinta a completarne il progetto.
    E dove sorge la barriera, quello sarà nei fatti il confine sul quale Israele si ritirerà in un futuro disimpegno anche in Cisgiordania. In quanto a contromisure interne, Israele sta già facendo il massimo, tra uccisioni mirate e raid giornalieri (l’ultimo ha portato all’arresto di 38 terroristi).
    La destra solleva lo spettro del ritiro come cedimento sotto la pressione terrorista.
    Non si rende conto invece che Israele, oggi di nuovo in posizione di forza di fronte allo scollamento dell’Anp, si vuole disimpegnare per sfiducia e disillusione nei confronti dei vicini palestinesi, la cui società ha generato l’orrore del terrorismo suicida.
    L’evento di ieri non fa altro che rafforzare i sentimenti che stanno dietro il sostegno per la barriera e il disimpegno.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito I russi

    Roma. Poche ore dopo il vertice di Soci –presenti Vladimir Putin, Gerhard Schroeder e Jacques Chirac – una vettura imbottita di esplosivo è saltata in aria davanti alla centrale stazione Rizhskaya della metro di Mosca, provocando la morte di almeno 10 persone.
    A indagini appena iniziate, l’ipotesi più probabile è quella di un attacco terroristico riconducibile al nazionalismo ceceno, un atto che peraltro giunge poche ore dopo l’ammissione da parte delle autorità russe che i due Tupolev caduti alla vigilia delle elezioni presidenziali a Grozny, provocando la morte di 90 persone, erano stati fatti saltare con un esplosivo usato in passato dalla guerriglia.
    L’ultimo grave attentato a Mosca si era verificato a febbraio, quando un martire assassino aveva ucciso 39 persone, ed era poi giunta una rivendicazione cecena.
    Il Cremlino, che in un primo momento aveva scelto come pista principale per le indagini sulla tragedia dei Tupolev quella dei
    guasti tecnici o degli errori umani (pista peraltro ardita, visto che i due velivoli erano scomparsi dai radar a distanza di tempo di un minuto l’uno dall’altro), sta ora indirizzando la sua attenzione ai possibili legami tra la guerriglia cecena e al Qaida.
    Lo ha detto il presidente Putin, aggiungendo che le indagini chiariranno la fondatezza di questa ipotesi.
    “Il marchio dei terroristi che ancora operano in Cecenia è confermato per l’ennesima volta, almeno una delle organizzazioni
    terroristiche internazionali legate ad al Qaida ha rivendicato la responsabilità degli attacchi terroristici – ha affermato Putin -
    Se un’organizzazione terroristica legata ad al Qaida ha rivendicato la responsabilità degli attacchi, ciò conferma il legame tra specifiche forze in Cecenia e il terrorismo internazionale”.
    Ma il presidente russo ha difeso la legittimità e la credibilità delle elezioni di domenica scorsa in Cecenia, che hanno portato alla più alta carica della piccola Repubblica caucasica, Alu Alkhanov, 47 anni di età, ex ufficiale di polizia che era stato nominato da Akhmad Khadirov (allora presidente poi ucciso in un terribile attentato) ministro dell’Interno l’anno scorso.
    Le dichiarazioni del presidente russo hanno due obiettivi.
    Il primo: confermare che la politica del Cremlino – linea dura contro la guerriglia e contro i leader indipendentisti, sostegno a candidati locali filorussi in elezioni (quantomeno discusse e non osservate da vicino dalla comunità internazionale) - sta, nonostante tutto, portando a una normalizzazione della situazione.
    Il secondo: aprire lo scenario a fattori esterni che in qualche modo possano giustificare l’incapacità russa di fermare l’ondata di attacchi e di provare che davvero la crisi di Grozny si avvia verso un futuro di normalità. Putin vuole far rientrare la recrudescenza della violenza cecena e le reazioni russe nell’ambito della più ampia guerra al terrorismo internazionale.
    Vuole farlo da mesi, ma ha di solito ricevuto segnali contrastanti da Washington, comunque preoccupata per l’instabilità dell’area caucasica.
    Il Cremlino può certo avanzare alcune prove, come i contatti in passato tra l’ala della guerriglia che fa capo a Basaiev e settori della rete di al Qaida e come l’ultima rivendicazione degli attentati, ma secondo molti osservatori c’è un aspetto di tattica diplomatica – ottenere un via libera della comunità internazionale alla sua politica in Cecenia e rinsaldare il legame con gli Stati Uniti – che spinge Putin a insistere su Grozny come particolare di un problema generale.

    Le preoccupazioni sull’Iran
    Questa volta però per Putin l’arma politico-diplomatica può essere a doppio taglio. Perché per gli Stati Uniti anche l’Iraq da stabilizzare è un problema particolare di una crisi più generale, quella della guerra al terrorismo internazionale.
    Ieri da Soci, dai tre leader – russo, francese e tedesco – sono giunte rassicurazioni sul fatto che Mosca, Parigi e Berlino sono interessate e disposte a collaborare – con ogni strumento? – all’opera di pacificazione in atto nel dopoguerra iracheno.
    Il presidente Putin si è spinto anche oltre nell’andare incontro alle preoccupazioni dell’Amministrazione Bush sulla proliferazione di armi di distruzione di massa, spiegando:
    “Ci opponiamo categoricamente all’allargamento del club delle potenze atomiche. Abbiamo cooperato con l’Iran in passato e continueremo a farlo, ma come l’Europa e gli Stati Uniti ci interroghiamo sulle finalità del programma nucleare di Teheran”. Nella fase della guerra in Iraq, la Russia ha, in via sotterranea e in qualche modo, non ostacolato (per non dire che abbia aiutato) Washington, ma poco poi ha fatto negli ultimi mesi, mentre tutta la vicenda Yukos provocava agli Stati Uniti e al mondo assetato di petrolio grane non da poco.
    Ora qualcuno in America potrebbe decidere di credere a Putin, quando dice che la crisi cecena è legata alla rete di al Qaida, ma a condizione che Mosca si impegni di più anche su altri fronti della guerra al terrorismo.

    saluti

  3. #13
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    Predefinito Gli Usa

    New York. I repubblicani “applaudono” il presidente George Bush. E’ l’espressione più ricorrente, almeno due volte per pagina, nel programma del partito, la cosiddetta “Platform 2004” che ripercorre gli obiettivi raggiunti dall’Amministrazione e individua le linee di condotta future.
    Il titolo del libriccino di 93 pagine è esplicativo di che cosa vorrebbe fare George W. Bush se il 2 novembre riuscisse a ottenere un altro mandato da quattro anni:
    “Un mondo più sicuro e un’America con più speranza”.
    Si dice che la Platform sia più conservatrice rispetto alle idee di Bush medesimo, prova ne sia il nome del coordinatore della stesura del programma: il senatore Bill Frist, il leader dei social conservatori intervenuto ieri alla seconda serata della convention di New York dedicata ai temi sociali, della famiglia e dell’educazione.
    Al settimanale Newsweek risulta che lo stratega elettorale di Bush, Karl Rove, abbia deciso di far passare in secondo piano questo testo, tentando quasi di nasconderlo (infatti è difficile trovarne una copia) proprio perché troppo di destra, quindi potenzialmente dannoso rispetto agli elettori ancora indecisi.
    I giornali liberal notano la contraddizione tra un programma dettato dall’ala più radicale e una convention che invece ha come star i leader moderati del partito, il primo giorno McCain e Giuliani, ieri notte Arnold Schwarzenegger, stasera il senatore democratico della Georgia Zell Miller.
    In realtà nessuno di loro è un “moderato” rispetto alla guerra al terrorismo né riguardo alle politiche fiscali ed economiche, mentre sui temi sociali non è una novità la contrarietà dei repubblicani all’aborto.
    L’unica grande differenza tra quanto dicono i big sul palco del Garden e quanto si legge sulla Platform riguarda il matrimonio gay. Bush vuole introdurre un emendamento alla Costituzione che definisca il matrimonio esclusivamente come un’unione tra un uomo e una donna, stessa cosa che fece peraltro Bill Clinton ma con legge ordinaria.
    L’obiettivo è quello di difendere l’istituto del matrimonio dall’attivismo di quei giudici che in qualche caso hanno legalizzato le nozze gay, ma il presidente resta favorevole alle unioni civili tra i gay.
    Nella Platform però non c’è traccia di questa distinzione.
    E’ fallito, invece, un tentativo di estendere il divieto di ricerca scientifica sugli embrioni anche ai finanziamenti privati.
    Se Bush sarà riconfermato la ricerca sulle cellule staminali rimarrà legale, il divieto attuale riguarda infatti soltanto l’uso dei fondi federali.
    Quanto alle contraddizioni tra il candidato moderato e la base più radicale notate dai giornali, successe di peggio alla convention democratica di Boston, dove a fronte di un evento ideato per mostrare le capacità guerriere di John Kerry, tra i militanti si captava un diffuso fastidio della retorica sulla sicurezza nazionale.

    Diffusione della libertà, società di proprietari
    Il programma di governo dei repubblicani, così come quello dei democratici, è diviso in tre parti: politica estera e di sicurezza, economia e, infine, società.
    I temi della guerra al terrorismo e della difesa dell’America, in entrambi i casi, occupano metà dello spazio e le soluzioni offerte dai due partiti non offrono grandi differenze.
    I repubblicani sembrano credere di più nel principio che la liberazione dei popoli oppressi del medio oriente e la diffusione prima della libertà e poi della democrazia renderanno l’America più sicura.
    Ovviamente giudicano mezzo pieno il bicchiere che contiene i risultati di questi primi tre anni di risposta americana alla guerra dichiarata l’11 settembre del 2001: la caduta del regime talebano, la fine della dittatura saddamita, la cooperazione pachistana, la resa di Gheddafi e, particolare non secondario, la battaglia contro al Qaida combattuta in medio oriente, in casa loro, piuttosto che in America.
    La Platform conferma le anticipazioni sul programma economico e fiscale di Bush per conquistare i ceti medi: riduzione permanente delle tasse e trasformazione dell’America in una società dei proprietari, una democrazia dove i cittadini siano padroni non solo della casa in cui vivono, ma anche di poter decidere come investire i soldi del proprio fondo pensione e dell’assicurazione sanitaria.
    Il programma presentato alla convention non mostra alcun cedimento sulla guerra al terrorismo né sulla promozione della democrazia in medio oriente. Nonostante alcuni commentatori da tempo annuncino la fine della dottrina Bush, l’agenda resta aggressiva nei confronti degli Stati che ospitano, finanziano e sostengono il terrorismo:
    “Gli Stati Uniti – si legge a pagina 20 della Platform 2004 – devono sfruttare questo momento di opportunità per estendere i benefici della libertà in giro per il mondo, lavorando attivamente per portare la speranza di democrazia, sviluppo, libero mercato e libero commercio in ogni angolo del mondo”. Come?
    “Assicurandosi che l’America sostenga i riformatori del medio oriente impegnati nel cambiamento democratico”, sostenendo la decisione di Bush di raddoppiare i fondi del National Endowement for Democracy per garantire elezioni, mercati e sindacati liberi, nonché trasmettendo notizie e messaggi di tolleranza a decine di milioni di arabi e iraniani attraverso l’uso di radio e televisioni libere”.
    La Platform ribadisce come anche gli sforzi diplomatici e i programmi di aiuti finalizzati alle riforme siano fondamentali, e avanza anche la proposta di una “area mediorientale di libero scambio” entro il 2013.
    I bushiani sono “guidati dalla convinzione che nessuna nazione da sola possa costruire un mondo migliore e più sicuro”.
    Le Nazioni Unite sono importanti, si legge sulla Platoform,
    “un valido forum dove le nazioni possono risolvere pacificamente le loro dif-ferenze e che aiuta a controllare il rispetto degli accordi internazionali e a organizzare gli interventi umanitari”.
    Poi giù botte: “L’Onu deve continuare a riformare la sua gestione e prendere provvedimenti per eliminare sprechi, frodi e abusi”. L’Onu “non è stato creato per guidare eserciti sul campo e, visto che riguarda la sovranità americana, le truppe degli Stati Uniti non serviranno mai sotto il comando delle Nazioni Unite”.
    I repubblicani si oppongono alla giurisdizione sui cittadini americani della Corte penale internazionale e condannano
    “l’inaccettabile discriminazione contro Israele, al quale non è permesso di partecipare alle commissioni”.
    La Platform sostiene che anche al Vaticano dovrebbe essere garantita una partecipazione effettiva ai lavori dei comitati Onu.
    “Gli attacchi contro gli israeliani sono parte dello stesso male dell’11 settembre”, Israele ha diritto di difendersi e gli Usa sosterranno tutti gli sforzi perché mantenga la superiorità militare e tecnologica sui paesi arabi, ma l’obiettivo finale è quello dei due Stati, a patto che i palestinesi scelgano una leadership non compromessa col terrore e non chiedano i confini del 1949.
    I repubblicani vogliono spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme.
    Due pagine sono dedicate all’Europa, la cui sicurezza “è inseparabile dalla sicurezza degli Stati Uniti”, mentre il paragrafo finale denuncia con parole forti il regime iraniano e avverte: “Gli Usa sostengono le aspirazioni di libertà del popolo iraniano”.

    Christian Rocca su il Foglio del 1 settembre

    saluti

  4. #14
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    Predefinito Italia

    Roma. Per Massimo Cacciari, il presidente del Senato Marcello Pera è non solo “peggio di Lapalisse”, ma sbaglia a “pensare che ci sia un piano elaborato per attaccare l’occidente”. Secondo il filosofo veneziano Pera è espressione del “fondamentalismo laicista, pensiero unico striminzito”.
    E’ l’Amministrazione repubblicana, mica il terrorismo, il “chirurgo pazzo che opera disseminando metastasi”.
    Per Vittorio Possenti, docente di Filosofia politica all’Università di
    Venezia, è più che valida l’idea lanciata da Pera nell’intervista a Repubblica di una “solidarietà occidentale”, una “strategia comune
    per prendere decisioni comuni”, anche se “per solidarietà dovremmo intendere un rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, è una strada più che praticabile. Credo poco alle tesi neocon sull’Onu. Ma mi pare che non ci siano dubbi nel discorso di Pera, che va nella giusta direzione”.
    Per Possenti l’intervento del presidente del Senato a Berlino sul tema del declino dell’Europa è stato molto importante:
    “E’ un problema che parte dall’interno, non solo perché siamo sotto attacco, ma perché perdiamo colpi a livello politico. Da qui l’accento posto sul ritorno all’idea originaria dei padri fondatori, l’unione di cultura e civiltà, fondata necessariamente sul patrimonio giudaico-cristiano”.
    Pera ha parlato ieri alla fondazione Adenauer, che ha organizzato una mostra su Alcide De Gasperi. Ha detto che “dobbiamo avere l’orgoglio e la fierezza della nostra civiltà e dei nostri valori, non dobbiamo mai abbassare queste nostre bandiere: De Gasperi e Adenauer non lo avrebbero fatto. Per trasformare la nostra Europa nella loro dobbiamo ancora trovare e riaffermare quella volontà politica superiore, quella mentalità europea, quella civiltà europea di cui parlavano”.
    Pera ha aggiunto che è necessario “aiutare l’Iraq e non tirarci indietro pensando che il terrorismo sia un problema di qualcun altro, purtroppo l’Europa deve avere chiaro che è un problema nostro”.
    Per Possenti il declino europeo ha radici culturali e religiose profonde, “di ordine spirituale, mostra elementi distruttivi, dalla scarsa voglia di vivere di cui è un segnale il tragico declino demografico, sconosciuto nell’islam, alla questione bioetica, con la violazione del principio-persona e la manipolazione dell’embrione.
    Sono indicativi della crisi spirituale del sistema Europa, un continente che non ama le proprie radici”.

    “L’offensiva fondamentalista è ovvio che c’è”
    Quando parla della coazione terroristica a colpire indiscriminatamente Europa e Stati Uniti, “crociati ed ebrei”, tuttavia “Pera mette insieme cose vere e altre un po’ più dubbie. Esiste una cattiva coscienza reciproca nei rapporti fra islam e cristianesimo. Certo, se non ci fosse stato Carlo Martello, nel 731, non saremmo qui a discutere”.
    Concorda, e gli sembra una drammatica ovvietà, che il terrorismo attenti indiscriminatamente alla libertà e alla democrazia.
    Sulla diserzione invocata ieri dal Manifesto, pensa che ci sia poco da discutere, “nessuno chiede all’Europa di ritirarsi. Parlerei di una battaglia, più che di una guerra. La forza è necessaria, spesso però non sufficiente”.
    Per Possenti non vale la pena soffermarsi nemmeno sulle parole di Maurizio Blondet, che su Avvenire ha parlato di Pera come portatore di una visione “criminoide, politicamente idiota”, che compatta “loro” contro “noi”.
    Cacciari, dal canto suo, sbaglia a girare intorno alla mancanza di un piano di offensiva da parte dei terroristi, “è una risposta affrettata, è ovvio che c’è.
    Bisognerebbe chiedere a Cacciari cosa intende invece per
    ‘fondamentalismo laicista’.
    Pera è stato molto sensibile sull’Europa, pochi lo sono altrettanto, forse senza tirarne adeguate conseguenze”.
    Possenti si dice contrario alla legge francese sul velo, “un’idea insostenibile di laicità, la completa separazione fra religione e vita pubblica viene dalle leggi Combes del 1905. La legge non è stata pensata come risposta al fondamentalismo, è un retaggio del repubblicanesimo francese, che ha radici massoniche”.
    Anche lui crede che Scola, Caffarra e Ratzinger, invocati da Pera
    nell’intervista a Repubblica, siano gli esponenti della Chiesa più affacciati sull’imminente attualità”.
    Lamenta infine la scarsa capacità degli editorialisti di Repubblica di capire il mondo cattolico. La Sir, agenzia ufficiosa della Cei, ha precisato la posizione del vertice dell’episcopato italiano:
    “Con pazienza, con determinazione, con costanza, tenendo insieme forte deterrenza militare, così da rispondere alla violenza con determinazione e pervicace impegno politico”.

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Italia 2

    L’uccisione di Enzo Baldoni e il rapimento dei due giornalisti francesi hanno fatto intendere a tutti che il terrorismo islamico non è una “reazione” a scelte politiche controverse, ma, come scrive il direttore di Le Monde Jean-Marie Colombani, una guerra che riguarda tutte le democrazie.
    L’assassinio annunciato ieri con la consueta macabra esibizione di cadaveri sgozzati e crivellati, di dodici lavoratori nepalesi conferma in modo terribilmente tragico questo assunto.
    Da qualche giorno nella stampa internazionale, anche in quella che si è distinta nella critica alle scelte dell’America e dei suoi alleati si sente l’eco di questa considerazione.
    Colombani si rende conto che “nessuno è al riparo e nessuna diplomazia può pensare di costruire una qualsiasi linea Maginot capace di proteggerci meglio dei nostri vicini italiani o spagnoli dalla volontà di morte che è all’opera dagli attacchi dell’11 settembre 2001”.
    Di tutta l’alterigia francese, della convinzione di essere indenni per effetto dell’atteggiamanto antiamericano, persino del consueto dileggio verso Silvio Berlusconi, si è persa ogni traccia. Ancora più esplicito è stato il ripensamanto di un’altra testata di sinistra, la Suddeutsche Zeitung di Monaco di Baviera, che con il premier italiano non è mai stata tenera, nei giorni scorsi ha lodato la “fermezza” di Berlusconi, definendola “una virtù romana”.
    Il quotidiano bavarese, che pure continua a considerare
    “insensata” la guerra in Iraq, riconosce che “altrettanto insensato sarebbe oggi un ritiro delle truppe straniere”, concludendo che “questa volta Berlusconi può essere considerato un esempio da seguire”.
    Di questa riflessione, invece, non c’è traccia nella stampa di sinistra italiana, che continua ripetere le sue giaculatorie sull’immediato ritiro delle truppe, proprio mentre è più evidente la loro funzione indispensabile.
    E’ comprensibile che non si voglia fornire un aiuto al governo cui ci si oppone, del tutto legittimamente, meno che per farlo si chiudano gli occhi di fronte a un pericolo che riguarda tutti.

    Ferrara su il Foglio del 1 settembre

    vi dice male, ex bamboccetti aspiranti talebani.

    i "bananas" crescono.

    saluti

  6. #16
    Makeru ga, katta
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    Predefinito

    In origine postato da mustang
    vi dice male, ex bamboccetti aspiranti talebani.

    i "bananas" crescono.

    Meno male che hanno ammazzato Baldoni, eh?
    _______________________
    Gli zeri, per valere qualcosa,
    devono stare a destra.

  7. #17
    Padania libera dai padioti
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    Predefinito Re: Italia 2

    In origine postato da mustang
    L’uccisione di Enzo Baldoni e il rapimento dei due giornalisti francesi hanno fatto intendere a tutti che il terrorismo islamico non è una “reazione” a scelte politiche controverse, ma, come scrive il direttore di Le Monde Jean-Marie Colombani, una guerra che riguarda tutte le democrazie.
    L’assassinio annunciato ieri con la consueta macabra esibizione di cadaveri sgozzati e crivellati, di dodici lavoratori nepalesi conferma in modo terribilmente tragico questo assunto.
    Da qualche giorno nella stampa internazionale, anche in quella che si è distinta nella critica alle scelte dell’America e dei suoi alleati si sente l’eco di questa considerazione.
    Colombani si rende conto che “nessuno è al riparo e nessuna diplomazia può pensare di costruire una qualsiasi linea Maginot capace di proteggerci meglio dei nostri vicini italiani o spagnoli dalla volontà di morte che è all’opera dagli attacchi dell’11 settembre 2001”.
    Di tutta l’alterigia francese, della convinzione di essere indenni per effetto dell’atteggiamanto antiamericano, persino del consueto dileggio verso Silvio Berlusconi, si è persa ogni traccia. Ancora più esplicito è stato il ripensamanto di un’altra testata di sinistra, la Suddeutsche Zeitung di Monaco di Baviera, che con il premier italiano non è mai stata tenera, nei giorni scorsi ha lodato la “fermezza” di Berlusconi, definendola “una virtù romana”.
    Il quotidiano bavarese, che pure continua a considerare
    “insensata” la guerra in Iraq, riconosce che “altrettanto insensato sarebbe oggi un ritiro delle truppe straniere”, concludendo che “questa volta Berlusconi può essere considerato un esempio da seguire”.
    Di questa riflessione, invece, non c’è traccia nella stampa di sinistra italiana, che continua ripetere le sue giaculatorie sull’immediato ritiro delle truppe, proprio mentre è più evidente la loro funzione indispensabile.
    E’ comprensibile che non si voglia fornire un aiuto al governo cui ci si oppone, del tutto legittimamente, meno che per farlo si chiudano gli occhi di fronte a un pericolo che riguarda tutti.

    Ferrara su il Foglio del 1 settembre

    vi dice male, ex bamboccetti aspiranti talebani.

    i "bananas" crescono.

    saluti
    Mustang è del tutto evidente che dopo aver creato le condizioni di instabilità politica nella quale versa l'Iraq oggi sarebbe demenziale il ritiro delle truppe.

    Nulla toglie alla stupidità dell'intervento "europeo" in quel paese che non fa gli interessi dell'Europa ma solo gli interessi del gruppo di potere che l'ha architettata e messa inatto.

    L'unica cosa che sostiene la Suddeutsche è che almeno Berlusconoi non è coglione due volte

  8. #18
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    Predefinito Con noi e contro...

    …di noi

    Ieri il New York Times recava in prima pagina una grande foto a colori: lo scheletro di un bus israeliano esploso, e penzolante dal finestrino il corpo senza vita di una giovane donna.
    La didascalia diceva: Hamas ha rivendicato la responsabilità di questo attentato, 16 morti.
    A pagina 18 l’editoriale sugli ostaggi francesi. Titolo: dimostrazione di unità in Francia. Tesi: elogi all’unità nazionale e in particolare all’unità tra governo e comunità musulmana nel respingere il ricatto sui due ostaggi, “sperando che questa unità spinga la società francese a capire quanto sia infondato il diffuso pregiudizio antiislamico”.
    La vulgata politicamente corretta è perfetta, ma è costretta a un’omissione: non si cita l’appoggio di Hamas al governo francese, arrivato via agenzia pochi minuti dopo la rivendicazione del massacro in terra ebraica.
    Ieri il Corriere della Sera se l’è cavata così: tre righe in un pezzo di cronaca in seconda raccontano che “perfino Hamas e il capo dei ribelli Moqtada al Sadr si sono pronunciati a favore della liberazione”. Perfino.
    Il particolare agghiacciante non è omesso, ma pudicamente, educatamente nascosto.
    Per il resto, a parte una giusta ma laterale tirata di Angelo Panebianco contro i “resistenti” all’italiana, spiccano i titoli sull’Islam moderato che partecipa all’Union sacrée, sul ministro
    dell’Interno Dominique de Villepin che prega in moschea invece di
    chiedere ai capi della comunità musulmana di venire a pregare a Notre Dame e magari di pregare per i morti ammazzati di Hamas.
    Non manca un’intervista con Tariq Ramadan, il controverso professore legato ai Fratelli musulmani che protesta in nome della società aperta contro il governo americano responsabile di avergli
    negato il visto d’entrata, e conclude con una formula dal suono involontariamente sinistro:
    “Siamo musulmani e crediamo nei nostri valori. Siamo cittadini. Condanna ciò che è sbagliato, promuovi ciò che è giusto”. Condanna il rapimento dei francesi, perché ti conviene, promuovi il massacro degli ebrei, perché è un tuo dovere religioso.

    Le miserabili testimonianze di doppiezza che affiorano nella melma occidentale non ci convinceranno che la guerra a un temibile nemico debba entrare in una spietata e insensata fase di bando civile nei confronti dei musulmani e delle loro organizzazioni.
    Individuare bene il nemico vuol dire anche saperlo dividere da un retroterra a cui è legato dai fili sottili di una comunità di credo e di cultura.
    Oltretutto il nemico non è mai un assoluto, lo si rispetta e lo si ama anche quando lo si combatte.
    Ma quando assistiamo a simili comportamenti, quando l’interlocutore “moderato” del ministro degli esteri Michel Barnier afferma serenamente che il dovere dei fedeli è risparmiare i giornalisti francesi e uccidere i civili e i soldati americani, la conclusione non può essere che questa:
    baciare il culo del nemico è la nuova tattica benpensante.
    Eufemizza su Repubblica Bernardo Valli, che conoscevamo come persona dignitosa: quelli di Hamas solidali con Parigi sono “dediti al terrorismo”, ma “l’eccezionale solidarietà ottenuta nel mondo arabo dalla Francia” può portare alla liberazione degli ostaggi, forse.
    Anzi, da Parigi verrebbe una lezione politica per tutta l’Europa. Quale lezione? La resa senza condizioni, con i complimenti a suon di bombe di Hamas, degli Hezbollah e del Jihad Islamico per quell’onorevole paese occidentale che ha disertato la guerra al terrorismo.
    Eufemizza anche il moralista della porta accanto, Michele Serra, che non si accorge nemmeno dell’enormità di quel che scrive quando si felicita per l’efficacia francese nel mettere all’incasso la sporca mercede del veto all’Onu e della campagna di boicottaggio della coalizione occidentale e del governo iracheno voluto dall’Onu.

    La realtà è che siamo divisi
    La sorte di Chesnot e Malbrunot sta a cuore a ciascuno di noi, noi che non distinguiamo le vittime del terrorismo in base ad alcuno degli standard politicamente e ideologicamente corretti, e ci sta a cuore nell’esatta misura in cui ci affligge la sorte della giovane donna penzolante dal bus di Bersheeva, quella dei dodici nepalesi trucidati, dei body guard e dei pacifisti e degli ebrei e
    cristiani decapitati in nome di un dio del terrore e dell’intolleranza.
    Siamo tutti americani, siamo tutti occidentali, siamo tutti francesi, siamo tutti ebrei, siamo tutti madrileni, scrivono i benpensanti.

    Ma non è vero, è una filastrocca per i gonzi, un alibi retorico di bassa lega e dal sapore immondo.
    La realtà è che siamo divisi, che alcuni si comportano come Zapatero e come il governo delle Filippine, e fuggendo mettono
    in pericolo chi resta e resiste, quella è la resistenza, nello sforzo di imprimere una svolta politica e civile, di libertà e di umanità, al medio oriente islamico.
    E altri pagano i gruppi “dediti al terrorismo”, anche con i nostri soldi sporchi di europei, e ne vengono ricambiati con il doppio comunicato dell’infamia, quello che rivendica la strage e quello che chiede la liberazione dei francesi; non contenti, i governi occidentali si uniscono alle tirannie di tutto il mondo nella condanna del muro, il nuovo muro del pianto che Israele cerca di erigere tra sé e la morte, e che gli alleati dei francesi in medio oriente scavalcano di tanto in tanto o eludono con le loro cinture esplosive.
    Il sangue e la guerra non aboliscono la civiltà che è nostra, il diritto al dissenso, l’indipendenza delle diplomazie, i valori del pacifismo anche più radicale, ma escludono dal novero delle possibilità morali quel sovrappiù di ipocrisia e di balordaggine che ci viene ammannito nella salsa del rifiuto dello scontro di civiltà, che non è un’opinione sociologica bensì un fatto politico e militare.
    Quando il presidente degli Stati Uniti dice “con noi o contro di noi”, questo dice.
    Sarà ideologico, sarà western, ma è meglio della filosofia di Chirac e di Villepin: con noi e contro di noi.

    Ferrara su il Foglio del 2 settembre

    saluti

 

 
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