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Discussione: Republican Convention

  1. #11
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    Predefinito tratto da LA GAZZETTA DEL SUD 5 settembre 2004

    Effetto convention, Bush in netto vantaggio

    Cristiano Del Riccio

    WASHINGTON – Newsweek conferma che, dopo la convention repubblicana di New York, il presidente George W. Bush ha preso il largo sul rivale, il candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry, nei pronostici in vista del voto del 2 novembre. Un sondaggio del settimanale attribuisce al presidente il 52% delle intenzioni di voto, contro il 41% allo sfidante e il 3% al candidato indipendente Ralph Nader. Rispetto al rilevamento di Newsweek precedente, Bush, che era dietro Kerry di due punti, fa un balzo in avanti di 13 punti, molto più netto di quanto previsto. Il sondaggio del settimanale indica che il tasso d'approvazione di Bush è salito al 52% (per la prima volta al di sopra del 50% da gennaio) e che il 53% degli americani lo vogliono rieletto (la più alta percentuale dal maggio 2003, il momento della vittoria nella guerra all'Irak). Questi dati appaiono contradditori con il fatto che il 49% degli intervistati sono insoddisfatti di come vanno le cose negli Usa e solo il 43% sono soddisfatti. Secondo Zogby International, che è sempre stato mediamente più favorevole di altri sondaggi a Kerry, Bush ha, dopo la convention, il 46% delle intenzioni di voto (il 43% immediatamente prima) e Kerry il 44% (contro il 48%), con il 9% di indecisi. Intanto, Bush e il suo sfidante, il candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry, impegnati nella campagna per le elezioni del 2 novembre, si sono incrociati ieri in Ohio, lo Stato più conteso. Bush e Kerry sono stati inoltre protagonisti di un duello radio: nel consueto messaggio del sabato mattina, Bush ha riciclato, come sta facendo di comizio in comizio, il discorso con cui giovedì ha chiuso la convention repubblicana di New York; e Kerry gli replica. Sul terreno, il presidente Bush fa un giro in pullman dell'Ohio, come aveva già fatto sabato scorso: parte da Cleveland e finisce ad Erie, al di là del confine con la Pennsylvania, dove compie la sua terza visita questa settimana e la 35.a da quando è presidente (è lo Stato cui ha dedicato maggiori attenzioni in quattro anni). Il vice di Bush, Dick Cheney, sta invece battendo l'Ovest dell'Unione. Kerry e il suo vice John Edwards si sono divisi gli Stati della cosiddetta Rust Belt, la cintura della ruggine, cioè la fascia industriale: il candidato alla presidenza fa comizi in Ohio, denunciando quello che definisce «il fallimento» di Bush nella creazione di posti di lavoro; Edwards ha, invece, appuntamenti nel Wisconsin.

  2. #12
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    Predefinito Re: Bush

    Originally posted by jmimmo82
    Molti politici, pacifisti e personaggi televisivi ci hanno inculcato nella mente l'immagine di un Bush con un basso quoziente intellettivo, di un somaro perchè da giovane non voleva studiare. Sarà che i discorsi glieli scrive qualche esperto politologo, sarà che il suo successo é dovuto agli strateghi repubblicani, sarà che la mente é Cheney, ma a Bush va il merito di essere un oratore molto convincente, virtù importantissima per un politico, specie in America.
    Bush ha perfezionato la retorica della persuasione facendo ricorso in aggiunta all'elemento della compassione della precedente convention,

    1. all'idea di un'America forte e ricca per difendere meglio i cittadini più poveri e meno protetti;

    2. alla necessità della sicurezza e della prevenzione delle distruzioni e del terrorismo...

    Se - nonostante i progetti a tappe forzate del PNAC - Mr Bush è questa volta sincero circa l'elemento sociale della "Compassione" applicato sia in America che all'estero e tradotto in sostanza nel calibrare "deregulation" e Diritto (significa che le multinazionali non possono fare tutto il loro comodo ed ingerire con governi in conflitto d'interesse), allora i due punti precedenti hanno un valore ed un'attendibilità assoluti. Altrimenti il suo nuovo codice non riuscirà a disinnescare la dinamica della distruzione, benchè l'elemento della prevenzione e della sicurezza si renderebbe comunque indispensabile per ragioni geopolitiche e non puramente di giustizia.

    Sapremo presto se il suo codice è sincero e se il suo "conservatorismo compassionevole" non serve altro che a perfezionare la macchina iperliberale per la conquista del pianeta servendosi proprio della religione contro la religione e del "neocon" promosso abilmente a capro espiatorio.

    Spero che Mr Bush sia sincero e che la sua sintesi e visione del mondo sia veramente capace di combinare Diritto, Giustizia, Libertà, Ordine e Verità - perché se così non è anzichè combinare altro non farà che portare l'America ed il mondo sull'orlo del precipizio.

    Lo sapremo presto!

  3. #13
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Una prova di civiltà

    Anche i democratici sono d'accordo con la guerra preventiva

    La lezione di stile che è provenuta dal primo confronto fra il presidente degli Stati Uniti in carica ed il suo sfidante, è qualcosa che la televisione e la politica italiana farebbero bene a tenere a mente. Non c'è mai ragione di fare venire meno la reciproca correttezza ed il necessario garbo quando si appartiene ad un medesimo Paese, con i medesimi problemi, per la semplice ragione che la si pensa diversamente e si offrono soluzioni diverse. La democrazia è educazione civile e Bush e Kerry ne hanno offerto un chiaro e confortante esempio.

    Per noi è stato anche molto importante che il candidato democratico abbia spiegato di essere favorevole alla guerra preventiva e abbia piuttosto concentrato il suo dissenso nel merito dell'azione in Iraq, per come l'amministrazione ha impostato il problema. Kerry, infatti, accusa Bush di mistificazione e di aver fatto perdere prestigio all'America, sostenendo, in sede Onu, con il sottosegretario di Stato Powell, l'argomento, dimostratosi infondato, della presenza delle armi di distruzioni di massa. Capiamo bene nel merito, ovviamente, l'obiezione di Kerry, ma abbiamo sempre ritenuto che il problema delle armi di distruzioni di massa fosse alimentato dall'atteggiamento del governo iracheno, dalle sue reticenze e dalla sua vanagloria, tesa, come spiegò poi Tereq Haziz una volta fatto prigioniero, al prestigio militare di Saddam nel Medio Oriente. Per cui l'argomento di Kerry poggia su una veridicità effettiva, ma non ci è parso così determinante, visto che comunque il rischio di una minaccia dopo l'11 settembre non poteva essere corso dall'America. Inoltre, se anche Saddam non aveva più armi di distruzione di massa, voleva tornare ad averle e, se non aveva rapporti con Bin Laden, era interessato o necessitato ad intraprenderli.

    Altra questione è invece la soluzione di un conflitto lungo, tormentoso, difficile da chiudere, per tutti i drammatici risvolti che si sono aperti. Ma, come Bush soffre in questa situazione, nessuno può scommettere che Kerry riesca a gestirla meglio del suo rivale.

    Abbiamo poi visto i sondaggi che dànno un maggior gradimento del pubblico statunitense al rivale del presidente in carica. E' possibile che Bush abbia perso dei consensi, prima ancora che Kerry li abbia guadagnati.

    Roma, 1 ottobre 2004

  4. #14
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    Predefinito Bush e Kerry

    Kerry non dice nulla di nuovo sulla guerra in Iraq: è palese che la guerra non poteva e non può giustificarsi sulla base dei motivi addotti da George Bush - ma ci sono altri motivi, tanto veri quanto non dichiarati!

    I motivi di George Bush vanno ben oltre l'ufficialità e l'apparenza.

    L'Irak era ormai zona di contesa da diversi anni, e con il radicarsi del fondamentalismo islamico le pressioni geopolitiche per un intervento erano cresciute: le parti in competizione non sono soltanto quelle in lotta alla vigilia della seconda guerra nel golfo, ma anche quelle potenze in apparenza meno attive...

    Gli USA potevano scegliere tra un ordine multilaterale in compagnia con l'ONU ed i suoi Co. e statuti, oppure opporsi ed adoperarsi per un controllo diretto e per una sicurezza senza il "forse e ma" di tutti quelle entità in odore di tradimento e strumentalizzazione della democrazia e del diritto internazionale.

    L'Europa (salvo eccezioni) sembra aver scelto l'ONU, la moderazione e l'arbitrato. Una parte dell'Islam si è lanciato in un programma irreversibile di resistenza all'Occidente d'ispirazione cristiana e liberale. La Cina stà a guardare ma non per tollerare qualunque risultato.

    Gli USA di stampo conservatore hanno così deciso di seguire i propri progetti senza tentennamenti, tanto che, se George Bush viene rieletto, assisteremo alla successiva fase di questa guerra - estensione del conflitto ed ulteriore giro di vite iperliberale nonostante le seconde promesse di compassione - quando, come e per chi?

    Una cosa è chiara: nessuna delle parti in gioco ha totalmente ragione o torto, finchè non si adotta il terrorismo quale arma di conquista e persuasione e di conseguenza chi ha pure qualche torto non si ritrova costretto a ragione a rispondervi.

    Ecco le attenuanti di Mr Bush ed i motivi di Mr Kerry.

    E con le attenuanti il cerchio si chiude ed il mondo si avvicina al precipizio!

  5. #15
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    Predefinito tratto da LA PROVINCIA DI COMO 31 ottobre 2004

    l'intervista
    Massimo Teodori, ordinario di scienze politiche all'università di Perugia «Nessuno dei due convince del tutto, ma l'Europa non si illuda su Kerry»

    Chi vincerà? Chi avrà la meglio in un'America che in questo momento a causa del terrorismo e della guerra in Iraq appare disorientata e incerta? Una risposta arriva da un americanista come Massimo Teodori. Ordinario di storia ed istituzioni degli Stati Uniti alla facoltà di scienze politiche dell'università di Perugia, Teodori ha dedicato all'America numerosi saggi, l'ultimo è la «Storia degli Stati Uniti e il sistema politico americano» (Newton Compton editori, pagine 220, € 6,00). Quale significato assumono le elezioni presidenziali americane per gli Stati Uniti, ma anche per il resto del mondo? Le elezioni americane si svolgono intorno a questi interrogativi: il presidente Bush ha ben guidato il paese dopo il dramma dell'11 settembre? Ha condotto al meglio la guerra al terrorismo che è la priorità per tutti gli americani? E, ancora, la campagna d'Iraq era necessaria per fare la guerra al terrorismo? Su tutti questi argomenti il paese è molto spaccato, particolarmente sulla questione dell'Iraq per la quale, soprattutto dopo la defenestrazione di Saddam, il presidente non è riuscito ad essere convincente. Ma la questione di tanta incertezza fino alla fine sta nel fatto che neppure il candidato democratico è riuscito a convincere il grande elettorato di essere adeguato a guidare gli Stati Uniti nella crisi attuale. Questo per quel che riguarda il rapporto tra elettorato e classe dirigente negli Usa. All'estero, in particolare in Europa, la maggior parte della pubblica opinione è contraria a Bush e favorevole a Kerry, perché ritiene - credo illusoriamente - che, se eletto, il democratico cambierà la politica estera. Ripeto, è un'illusione. Chi dei due le sembra più convincente e perché, e in che cosa entrambi si contraddicono? In politica estera, Bush ha dalla sua la prova che ha effettuato con le luci e le ombre, mentre Kerry è molto contraddittorio sia nelle posizioni che ha preso in passato sia in quello che ha detto in queste presidenziali. In politica interna lo scontro è molto più chiaro. Dalla parte repubblicana c'è un aperto sostenitore del free market, in italiano diremmo del liberismo economico ad oltranza, e da parte democratica c'è il ritorno ad una politica d'interventismo pubblico tipico dei sostenitori del welfare state. Sarà determinante nella scelta degli elettori la situazione irachena? Il fallimento sta nell'incapacità di prevedere quel che sarebbe successo dopo la defenestrazione di Saddam. Ma mi pare che negli ultimi sei mesi l'Amministrazione Bush abbia cercato di correggere gli errori rivedendo la linea molto semplicistica iniziale. Un giudizio definitivo sulla situazione si potrà dare quando e se si terranno le elezioni previste per il gennaio 2005. Quella in Iraq è una guerra che poteva essere evitata? Domanda troppo difficile. Probabilmente per detronizzare Saddam non esistevano altri metodi che l'uso della forza. Non è così, più in generale, per la lotta al terrorismo. Francesco Mannoni

  6. #16
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    Predefinito L'esito




    I Repubblicani hanno condotto un'abile campagna elettorale centrata sulla sicurezza e sui valori conservatori (matrimonio, aborto, genetica, etc), servendosi come di tradizione dei "neocon", i quali di fronte alla minaccia ai valori cristiani tutto il resto passa in second'ordine.

    Il sospetto che i democratici fossero in favore di un'america "umanistica" e "sodomitica" ha finito per peesantemente penalizzare Kerry.

    I "neocon" potenzialmente interessati alla premiazione di un candidato alla presidenza che sappia farsi genuinamente interprete del "Social Gospel" senza corrompere lo "Spiritual Gospel" sono tanti, ma i loro voti sono nuovamente finiti nel paniere dei Bush, i quali sanno benessimo che non si governa l'America contro i principi ed i valori del Padri Pellegrini, incarnati nel neoconservatorismo evangelico.

    Le grandi cause di giustizia sociale (più economica che altro) hanno finito per scomparire nel clima da guerra spirituale della campagna elettorale.

    Da "neocon" (old... really) mi sono seguito l'intera vicenda sui maggiori canali cristiani americani (TBN, 3ABN, Daystar, Church Ch, etc) e ne ho sentito di cotte e di crude: tra le molte ragioni dei neo con e dei relativi argomenti circa la giustizia e la volontà di Dio non ho sentito sermoni in difesa dei poveri, degli sfruttati, degli oppressi dei nuovi supersottopagati, nel nuovo contesto iperliberale del via libera ai governi economici in conflitto d'interesse.

    Avrei votato per ricatto e costrizione il candidato neocon ma con un grande dispiacere per un ottimo candidato democratico che non sembra abbia ancora messo a fuoco la corretta strategia per andare al potere in America con l'aiuto dei conservatori.

    I conti sul terreno del "Welfare-Social Gospel" vanno fatti genuinamente con i neocon prima sul terreno teologico e dopo su quello politico: e tali conti si faranno - anzi sono in atto da un pezzo: gli imboscati iperliberali che si servono dei neocon e del Vangelo sono in tanti e di calibro grosso...

    Nel frattempo l'esito è probabilmente Mr Bush con possibile ripetizione della vicenda Gore davanti ai Giudici.

  7. #17
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    Predefinito exit-poll da riderci sopra .. meglio della satira politica !!

    ... ieri sera tutti a declamare la maggior affluenza alle urne e code infinite di elettori, gia' dalla mattina, sino alle ore inoltrate serali, in special modo nei rioni piu' popolari delle citta'.
    C'era chi sosteneva che questa affluenza massiccia alle urne era il sintomo di un risveglio dei ceti meno abbienti verso la politica ... ed il segnale di una sicura vittoria di Kerry ... ma il risultato "netto" di Bush sia in termini di voti popolari che di rappresentanti in Congresso sembra segnalare che il "popolo americano" ... al di la' del censo e della appartenenza ... abbia scelto in modo pragmatico e non emozionale.
    In Italia si attendeva la vittoria di Kerry quasi come una sconfitta del Governo di Berlusconi ... mi vedevo gia' i titoli in rotativa ... ma, visti i risultati, con oggi si riprendera' a parlare di Juve, strozzapreti alla parmigiana e strafighe alla Velina ... in attesa di poter rimettere in prima pagina il Berlusca alla prima parola "ambigua" che pronuncera' ...
    Tutto sommato anche alla Grande Ammucchiata dei Disperati (GAD) va bene la riconferma di Bush ... con Kerry avrebbero avuto notevoli difficolta' a continuare a sostenere la loro teoria del disimpegno militare nell'area calda medio-orientale.

    http://www.nuvolarossa.org/modules/news/

  8. #18
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Disfatta democratica

    L'America profonda ha sostenuto il suo leader in guerra

    Con la prudenza obbligata da uno scrutinio che si è inceppato in Stati importanti come l'Ohio, e in altri dove non si è ancora in grado di proclamare un vincitore, come il New Mexico e lo Iowa, il dato indicativo del voto per le presidenziali statunitensi è che, al contrario di quello che molti hanno creduto, la partecipazione al voto ha sorretto il presidente uscente George W. Bush, attualmente in testa con 254 grandi elettori contro 252, ed il Partito repubblicano che si è già aggiudicato la maggioranza dei seggi alla Camera.

    L'America profonda, quella che si è sentita ferita e colpita dall'11 settembre e tradita dall'Europa, che non ha condiviso con lei le ragioni della sua strategia di difesa, si è schierata con il suo capo in guerra.

    Il nostro particolare legame con il Partito democratico statunitense fa sì che ci dispiaccia di non aver potuto dare, in un contesto così delicato, il sostegno ideale al candidato del partito di Roosevelt e Truman, ma dobbiamo dire che la campagna elettorale di Kerry non ci è piaciuta e non ci ha convinto, nemmeno noi, che pure siamo sensibili alle sue ragioni.

    Presentatosi come eroe del Vietnam, si è scoperto che le sue critiche alla guerra hanno creato problemi ai suoi commilitoni in prigionia. E questo passi. Ma che senso aveva poi fare questa campagna sulla mancanza delle armi di distruzioni di massa in Iraq, quando egli stesso, come tutta l'opinione pubblica Usa, era convinto della loro esistenza?

    Convincimento non sulla base delle false o sbagliate documentazioni della Cia, ma perché lo stesso comportamento di Saddam Hussein lo aveva sempre fatto presagire. Noi crediamo che l'americano medio abbia compreso di non poter correre un rischio di questa entità dopo l'11 settembre e che l'ostilità del regime di Saddam Hussein agli Usa abbia fatto più della minaccia che poi davvero poteva effettivamente rappresentare l'Iraq nei confronti dell'America. Sempre non volendo prendere in considerazione l'ipotesi che i nemici dell'America, fossero laici o integralisti, non si unissero fra di loro. Per questo ci è parsa debole tutta la requisitoria sostenuta da Kerry sulla guerra, che egli stesso ed il suo partito avevano votato, insieme con il presidente in carica. Ma si è rivelata debole anche la particolare disponibilità a riaprire quei canali con l'Europa che l'azione di Bush avrebbe interrotto. E di questo ci siamo accorti non solo quando Kerry ha usato parole gravi verso i soldati italiani - senza essersene mai scusato, fra l'altro - ma quando le sue teste d'uovo, il professor Walzer per esempio, erano costrette a riconoscere che il disimpegno franco - tedesco in Iraq ha in qualche modo costretto l'attuale presidenza a forzare la mano. Se nemmeno l'ambiente democratico ritiene corretta la posizione europea nei confronti del conflitto, imputandogli gravi responsabilità, perché mai l'elettore medio americano dovrebbe essere preoccupato di voler riannodare i rapporti con questi Paesi europei?

    Meglio avrebbe fatto Kerry (che tra l'altro condivide con l'attuale amministrazione la responsabilità dell'impegno militare in Iraq ed il sostegno al governo Allawi) a criticare la gestione del dopoguerra nell'area, perché è li che occorreva una svolta, dopo i fatti di Abu Ghraib, e la cattiva prova offerta dai comandi americani di fronte alla rivolta sunnita prima e sciita poi, anche se quest'ultima appare ora risolta.

    E' il dopoguerra in Iraq il principale tema che preoccupa l'opinione pubblica statunitense, come quella dell'intera comunità mondiale del resto, e sulla quale Kerry è mancato incredibilmente nel saper offrire un rimedio ai troppi errori commessi dal duo Rumsfeld e Bremer.

    Nell'attesa di capire esattamente se questi risultati che vedono Bush in testa saranno confermati, crediamo che un pensiero debba essere fatto anche nelle principali capitali europee, troppo sicure che Bush sarebbe finito a gambe all'aria.

    L'eventualità di una conferma, piuttosto, porta a pensare che un certo tipo di atteggiamento di freddezza e di disimpegno nei confronti del problema della sicurezza e della guerra al terrorismo, posto in primo piano dall'attuale amministrazione, sarebbe destinato inevitabilmente ad approfondire la spaccatura fra le due coste dell'Atlantico.

    L'America potrebbe a conti fatti anche permetterselo. Ma siamo sicuri che all'Europa convenga?

    Roma, 3 novembre 2004

  9. #19

  10. #20
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    Predefinito Ma te l'immagini Nuvola,

    Se Kerry avesse vinto,la valanga di menzogne e mistificazioni che gli esponenti della nostra disgraziata sinistra ci avrebbero propinato dalla mattina alla sera con l'ausilio compiacente dei mezzi di comunicazione?Già avevano cominciato in tv la notte delle elezioni non nascondendo i loro ghigni soddisfatti quando pareva profilarsi la sconfitta di Bush, poi dopo....
    Ma in fondo, nella loro pateticità politica sono perfino divertenti.Io mi sono messo a ridere di gusto e(lo giuro)in modo del tutto spontaneo,nell'ascoltare il giorno dopo una esilarante dichiarazione di tal Pecoraro Scanio uno che è proprio impossibile prendere sul serio e con il quale secondo qualche buontempone presente tra noi,i repubblicani dovrebbero sedersi intorno a un tavolo (da alleati si capisce),magari perchè no, per discutere di politica estera.......
    Per non parlare degli altri.....
    omar proietti

 

 
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