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Discussione: 8 Settembre 1945

  1. #11
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    Predefinito Re: 8 Settembre 1945

    In Origine Postato da Farinacci
    Vorrei ricordare questa infausta data, che ha portato oltre ad una guerriglia fratricidia nel nostro paese, a far fare all'Italia la figura dei voltagabbana e dei traditori.

    Onore ai caduti a causa della vigliaccheria di Badoglio & Co.
    Kamarad Farinacci, voi dovreste leggere "Il tradimento tedesco"
    di Erich Kuby (bavarese). Dopo la lettura di sole 50 delle 450 pa-gine stramazzereste al suolo con tutta la vostra uniforme di gala.

    Sul re, Badoglio e tutta la risma di massoni inciuciosi, dopo 60 an-
    ni è meglio che voi stendiate un pietoso velo, tanto all'Oberkom-
    mando vi abbiamo perdonato anche questa ennesima voltagab-
    banata (quella di andare a smaronare in Irak, of course).

    Sieg Heil !
    ****
    E' lusingato che mi sia rivolto a Lei con il Voi di prammatica ?

  2. #12
    email non funzionante
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    SIEG HEIL STO' CAXXO, mister...
    Ci sono persone su questo forum...

  3. #13
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    la Terra, quarta via, presso l'Unione Nazionale per la Giustizia Sociale - Fronte Cristiano. NO AL NAZISMO DISUMANO; NO AL FASCISMO LIBERTICIDA; NO AL CAPITALISMO SFRUTTATORE; NO AL COMUNISMO ATEO.
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    Predefinito

    http://www.castrignanodeigreci.it/8_settembre.asp
    "8 Settembre 1943"
    Era un pomeriggio tranquillo, accarezzato dal tiepido sole di un'estate ormai al termine. Radio Tirana aprì il giornaliero bollettino con un insolito comunicato: era stato dichiarato l'armistizio.
    La notizia ci lasciò senza fiato. Dopo mesi e mesi di tensione, finalmente eravamo alla fine!
    Euforici e felici già pregustavamo il ritorno a casa. Nulla faceva intravedere l'immane tragedia che si sarebbe abbattuta su di noi.
    Nei giorni precedenti c'era stato molto movimento di Ufficiali Superiori che si dirigevano verso la costa e molti di loro si imbarcavano, più o meno ufficialmente, per l'Italia. Al momento, a noi non sembrò motivo di allarme.
    Poi al Distretto Militare cominciarono a riversarsi e accumularsi soldati di classi più anziane.
    Non indossavano più la camicia nera, ma erano come tutti noi in grigio-verde. Ben presto dovemmo accorgerci che non giungevano direttive e noi non eravamo altro che un grande gregge sbandato.
    Il maggiore Francescantoni era l'unico degli ufficiali rimasti nel reparto distrettuale di Tirana e comandava il plotone, della "scorta armata" di cui io facevo parte, che era costituita da carrette con viveri e munizioni.
    La scorta,secondo quanto era stato ordinato, doveva essere impegnata per la sicurezza nei movimenti militari lungo la strada che univa Tirana a El Basan.
    In questa strada era costante la presenza di partigiani albanesi che operavano isolatamente o a gruppi. Essi erano soliti assalire alle spalle, anche i militari isolati per rifornirsi di armi e munizioni.
    Dopo una settimana, un mattino, all'alba, ci fu ordinato di prepararci per partire. Alle sette eravamo tutti inquadrati in attesa di ordini.
    Giunse una vettura militare con tre ufficiali tedeschi seguita da una colonna di soldati provenienti dal presidio di Tirana. Pochi secondi dopo ci fu ordinato di accodarci e ci avviammo. Potei notare che uno degli ufficiali tedeschi, con la mano destra impugnava la pistola, mentre con l'altra reggeva il binocolo che di tanto in tanto usava per osservare la montagna specialmente la dove la vegetazione era più fitta.
    Durante il percorso avvertimmo colpi di arma da fuoco seguiti, a tratti, da scoppi di bombe a mano. Gli uni e gli altri però giungevano ovattati: provenivano, quindi, da discreta distanza e non costituivano, per noi, un pericolo.
    Giunti ad El Basan, l'ufficiale tedesco si complimentò con noi per il senso di disciplina dimostrato e aggiunse che non c'era più bisogno della nostra scorta.
    Infatti poco lontano attendeva quella tedesca. A questo punto tutto cambiò. Ci fu ordinato di toglierci le stellette e consegnare le armi, fummo incolonnati e, scortati da soldati tedeschi armati, fummo avviati a un centro di raccolta da dove, ammassati in carri bestiame, fummo avviati ai campi di concentramento. Eravamo già prigionieri di guerra!

    Tratto da "Stralci degli anni miei" di: Angiolino Cotardo
    Prosit


  4. #14
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_1454.html
    Domande di un pacifista a suo padre
    L'8 settembre 1943: inizia la disobbedienza civile
    L'8 settembre 1943 tanti italiani vissero in prima persona una storia drammatica: l'invasione dei tedeschi. Il re fuggì, lasciando l'Italia allo sbando.
    Quella data fu decisiva per mio padre. Si decise probabilmente la sua vita e il suo futuro. E se sono qui a scrivervi è anche perché dopo quell'8 settembre le cose andarono in un certo modo. Ho voluto intervistare mio padre, cosa insolita per un figlio di quarantacinque anni ad un papà di ottantadue. Ecco cosa mi ha raccontato.
    Alessandro Marescotti
    8 settembre 2003
    Dove sei l'8 settembre 1943?
    Facevo il militare a Cremona come aviere scelto.
    Quanti anni avevi?
    Ventidue.
    Cosa era successo nei mesi precedenti?
    Eravamo andati via da Vibo Valenzia, vicino Catanzaro. Infatti gli angloamericani erano sbarcati in Italia e avanzavano. Così noi ci spostavamo via via più a nord, con la nostra Scuola aeronautica armieri e telefonisti. Dopo esserci stabiliti per una decina di mesi nei pressi dell'aeroporto di Sant'Egidio in Umbria, vicino a Perugia, ci trasferimmo infine a Cremona dove non c'era l'aeroporto ma quattro grandi caserme dell'Areonautica. Ricordo che c'erano alcuni croati ustascia con noi che poi dopo l'8 settembre fuggono via con i tedechi.
    Qual era lo stato d'animo prima dell'8 settembre?
    Si cantava ancora "vincere vinceremo", ma c'era la sensazione della guerra la stavamo perdendo.
    Qual era la tua opinione?
    Già dal 1942 avevo la sensazione della sconfitta. Si parlava di accorciamento del fronte, di ripiegamenti tattici. Ma era difficile per me credere che si potesse vincere: vedevo che ci ritiravamo in continuazione.
    Con chi passasti la giornata dell'8 settembre?
    A Cremona il 7 settembre era arrivata mia mamma. Veniva dalla Romagna con il treno. Una pura casualità! Mi portò i vestiti borghesi, un bel vestito grigio con la camicia, perché ha il sentore che la guerra sta finendo. Stemmo la sera del 7 assieme. Dormì in albergo. L'8 settembre la accompagnai alla stazione. Mentre saliva in treno sentimmo suonare le sirene, c'era un gran movimento, era tutto un trambusto. I bersaglieri scorazzavano con le moto. La radio aveva diffuso la notizia dell'armistizio. Ci sentivamo padroni del campo. C'era un senso di contentezza, come se fosse scoppiata la pace.
    A quel punto che cosa pensaste?
    Mia mamma mi disse: "Viene a casa con me". "Ma perché mi devo mettere in difficoltà, tanto la guerra è ormai finita", le risposi. Ero ottimista e pensavo che saremmo ritornati a casa presto. Ci salutammo. Mia mamma partì, ritornando a casa da sola.
    Che clima si respirava in caserma quel giorno?
    C'era euforia nell'aria. La sera dell'8 settembre noi in caserma cantavamo, ballavamo, ci sentivamo liberi.
    E gli ufficiali che dicevano?
    Gli ufficiali erano sorpresi pure loro, ci lasciano fare. Rimangono sorpresi della nostra gioia. Loro erano più preoccupati.
    Avevate l'impressione di avere la pace fra le mani?
    Proprio così. Invece se quell'8 settembre in stazione avessi ascoltato mia madre e fossi andato via in treno con lei... avrei fatto la cosa giusta. Ma sarebbe stato come indovinare il futuro.
    Cosa succede subito dopo?
    Nella notte tra l'8 e il 9 settembre i tedeschi accerchiarono le caserme. Noi ci preparavamo alla pace mentre i tedeschi si preparavano alla guerra. Suonò la sveglia e mi accorsi che era ancora buio. Erano le 4 del mattino. Dopo l'adunata incominciano a partire delle cannonate contro di noi. Sicuramente l'8 settembre i tedeschi si erano appostati. Ma non si vedevano, non sapevamo niente.
    Loro avevano i cannoni, noi i moschetti.
    Cosa ricordi dell'alba del 9 novembre?
    Ricordo che ci dettero le munizioni e il moschetto. Alcuni nostri soldati si appostarono. Ma con le cannonate i tedeschi scoperchiarono due caserme. I primi che si fecero avanti per difendere la caserma vennero colpiti, alcuni morirono, altri furono feriti.
    E tu che facesti?
    Cercai di rendermi utile, di unirmi agli infermieri e di dare una mano. Ma dissero che erano al completo. C'era chi scappava, chi sparava. Fu un momento di sbandamento generale. Non c'erano più ordini. Ognuno pensava a sé. Cercai di mettermi al riparo. Ad un certo punto mi rintanai in un angolo dentro la caserma, vicino ad un tavolo e pensavo: "Se viene giù il tetto so almeno che posso ripararmi lì sotto". Ero da solo. Alcuni scappavano fuori della caserma.
    Si poteva scappare fuori dalla caserma?
    Sì, ma era pericoloso, i tedeschi sparavano. Il colonnello - da quello che venni a sapere - non si fece prendere, scappò.
    I tuoi superiori fuggirono via?
    L'8 settembre avevamo fatto l'adunata con il colonnello. Ma, poiché da Roma non venivano ordini, gli ufficiali non sapevano cosa fare. Appena i tedeschi cominciarono a bombardare, il colonnello riuscì a sottrarsi alla cattura. Era un uomo coraggioso. Non scappò per vigliaccheria. Forse non fu catturato. Il tenente colonnello non sapeva cosa fare. Lo vedi fuggire a testa bassa. Non so se fu preso prigioniero.
    Eri armato quando arrivarono i tedeschi?
    Avevo il moschetto ma lo avevo messo da parte. Il moschetto era abbastanza lontano da far vedere ad un tedesco che non gli potevo sparare, ma era abbastanza vicino da non essere accusato di aver abbandonato il fucile.
    Come ti catturarono?
    Vidi arrivare dei tedeschi accompagnati da un sottufficiale italiano che mi invitò a consegnare il moschetto, che i tedeschi presero e spaccarono assieme ad altre armi. Fummo caricati su un camion e portati in una grande piazza di Cremona.
    Un volta prigioniero che facesti?
    Detti 100 lire a due donne perché scrivessero a casa mia. Volevo far sapere che ero prigioniero. Detti l'indirizzo, ma a casa quella lettera non arrivò mai. Mi tolsi le fasce. Ero rassegnato a diventare prigioniero dei tedeschi. Anche i sottufficiali e gli ufficiali erano senza idee, li vidi rassegnati al destino. Ricordo che un mio amico aviere venne vicino a me e mi disse: "Ho un sacco di soldi, ne vuoi la metà? Sono i soldi dello spaccio della caserma". Lui era infatti il gestore. "E che ce ne facciamo?", gli risposi. Forse voleva togliersi un problema. A me sembrava un impiccio. Ci avrebbero perquisito i tedeschi. Ormai eravamo prigionieri.
    Avevi mai sentito parlare di campi di concentramento nazisti?
    Avevo saputo da altri che la prigionia con i tedeschi era dura. Ma non sapevo dei campi di concentramento. Degli ebrei non si sapeva quasi niente. A Cremona si era parlato di uno sciopero degli operai alla Fiat. Ma eravamo molto ignoranti perché il fascismo ci aveva educati all'obbedienza e non avevamo l'informazione. Non avevamo il senso delle cose, non ci rendevamo conto di quello che accadeva attorno a noi. Dopo avremmo capito, avremmo preso coscienza.
    Cosa pensavate di Hitler?
    Si diceva che era grande capo. Non sapevamo delle crudeltà. Dicevano che era contro i bolscevichi e questo lo sapevamo bene. Questa era la sua immagine. Quando venne la guerra i contrari erano pochissimi. Noi eravamo inquadrati mentalmente. Dentro di me mi sentivo socialista. Mussolini lo si vedeva anche un po' socialista. "E se il socialismo lo fa Mussolini?" A volte si sentivano frasi come questa. Erano discorsi senza senso. Confusi. Non ti rendevi conto dei retroscena. E poi non si poteva parlare. Ritorniamo a Cremona. Cosa successe mentre eri prigioniero in piazza?
    Alcuni tedeschi facevano la guardia. Erano bene armati. Camminavano sorvegliando da una parte all'altra la nostra piazza. Io ero lì in attesa che venisse deciso il mio destino. Ad un certo punto mi accorgo che delle donne fanno dei segni furtivi. Intuisco che si può scappare. Ricordo bene un portone con una donna che guardava nella nostra direzione. Faceva dei gesti verso di noi, può darsi avesse dei figli o può darsi che volesse aiutarci. Era come un invito a scappare.
    Hai l'impressione che la guardia tedesca faccia una sorveglianza poco attenta o che chiuda un occhio?
    No. Ma capisco che si può scappare. Calcolai quanto mi potevo allontanare dalla guardia. Mi allontanai piano piano facendo finta di guardarmi le scape. Quando vidi che ero ormai molto lontano dalla guardia tedesca... via! Al galoppo! Corro, corro per 100 metri, ma senza fare rumore e senza farmi notare. Mi infilo nel portone. No, non ebbi l'impressione che la guardia tedesca mi avesse lasciato fare o che altri stessero fuggendo nel frattempo assieme a me. Non se ne accorsero neppure i miei amici. In quegli attimi di fuga non guardai alle mie spalle. Secondo me la guardia non mi vide. Non notai altri prigionieri scappare. La mia fu una fuga senza voltarmi, tutta d'un fiato.
    Dove ti nascondesti?
    Nel portone di un palazzo.
    A questo punto ti sentisti fuori pericolo?
    No. Feci tutte le scale del palazzo di volata. Furono 5 o 6 piani di corsa forsennata. Arrivai nella terrazza senza neppure accorgermene. Poi scesi all'ultimo piano. Le porte delle case erano aperte.
    Trovasti solidarietà?
    Sì, c'era accoglienza, tutti erano disposti ad aiutare. Vedo le porte aperte, una famiglia mi fa entrare, aprono l'armadio, avevano dato via praticamente tutti i loro vestiti ad altri. Era rimasta una camicetta un po' troppo stretta per me e del calzoni, anche quelli di taglia piccola. Mi vergognavo a mettermi quelle cose, ma me le misi. I signori che mi avevano così bene accolto avevano due figli militari, ma non a Cremona. Mi colpì il fatto che avevano dato i loro abiti ad altri. "Speriamo che ai nostri figli facciano la stessa cosa", dissero. Erano generosi e avevano fatto agli altri ciò che speravano che altri facessero ai loro figli. Lasciai la mia foto con il mio indirizzo. Ci saremmo poi scritti. Capivo che avevano fatto a me quello che avrebbero voluto per i loro figli. E anche se mi potevano dare solo dei pantaloni un po' corti e una piccola camicetta... era già tantissimo. Li salutai e scesi.
    Eri preoccupato a girare per strada?
    Quando escii dal portone ebbi paura per le scarpe: erano ancora quelle da militare. I pantaloni e la camicia non sono della mia taglia e le scarpe militari mi potevano rendere riconoscibile. "Sono vestito male, mi riconoscono che sono un disertore, un fuggiasco", pensai. Camminavo stralunato. Ma in quel momento a Cremona c'era un grande caos. I tedeschi che incrociai per strada non ci badarono.
    Dove ti dirigesti?
    I miei vestiti li avevo in precedenza in via Valarana 1, alla periferia di Cremona, verso la campagna. Lì c'era il mio punto di ritrovo. C'era una ragazza di nome Maria che conoscevo, una brava ragazza. In quella casa avevo i vestiti civili. Quello era stato in passato un luogo di riferimento. Fisamonica, clarinetto, chitarra... nei mesi precedenti si erano allietate le serate con la musica, si faceva presto a fraternizzare fra giovani, c'è chi aveva la ragazza. E così arrivai in via Valarana 1, mi misi il mio vestito grigio, quello che mi aveva portato mia mamma. Quindi ritornai nella mia caserma per prendere la roba personale.
    Come facesti ad entrare tua caserma?
    La caserma non era presidiata da nessuno, era alla mercè della gente. Anzi ricordo un fatto molto particolare. Un uomo sulla quarantina entrò in caserma con me, si scelse un moschetto e se lo mise in un sacco. Lo portò via con cura, quasi accarezzandolo. Forse era un partigiano. A questo punto che fai?
    Tornai nuovamente alla famiglia in via Valarana 1. Quello era il luogo dove ero conosciuto. Mi fecero dormire lì. Rimasi 5 giorni fino a che la situazione non si sistemò. Poi mi accompagnarono poco fuori Cremona dove presi il treno per tornare a casa mia a Voltana, una frazione di Lugo di Romagna.
    Sentivo dentro di me la sicurezza che la guerra sarebbe finita e che sarei ritornato a Cremona. Comunque poi ci scriveremmo; con quelli che conobbi in quelle circostanze rimase un'amicizia.
    Tornando a casa in treno che cosa vedi?
    Ad ogni stazione c'era festa. Arrivo a Ferrara ad è festa perchè non è occupata. E' festa a Voltana, il mio paese. I tedeschi non riescono ad occupare subito tutta l'Italia. La nostra zona è ancora senza tedeschi. E la Repubblica Sociale di Mussolini deve ancora organizzarsi.
    Che clima si respira?
    Per un po' d tempo si vive un clima di euforia. A Voltana tutti i treni portavano indietro qualche amico. Molti tornavano a casa, la guerra sembrava finita e ogni volta che arrivava un treno era festa.
    La casa e la famiglia erano il punto di riferimento fondamentale, altrimenti rimanevi uno sbandato. Chi non aveva questo rifugio rischiava di morire. Quando arrivava il treno passeggeri sembrava che arrivassero dei vincitori... avevamo vinto la vita. Non credo di aver visto feste piu sentite di quelle.
    E gli antifascisti si stavano organizzando?
    Gli antifascisti per le strade camminavano a schiera insieme, tenendosi sotto braccio, dando una grande sensazione di unità e quasi di fratellanza. Era il chiaro segnale che c'era una resistenza e nessuna rassegnazione, nessuno sbandamento. Si vedeva l'organizzazione del Pci. Le insegne del fascismo erano state già tolte dal 25 luglio. Nel mio paese si era creato un patto di non aggressione fra antifascisti e i fascisti, che poi i fascisti romperanno. Ad ottobre infatti cominciarono i primi movimenti minacciosi. I vecchi fascisti ebbero l'ordine di riorganizzarsi. Ma a Voltana c'è chi, come Giulio Ghiselli, non volle più aderire al fascismo: verrà fucilato dai suoi ex camerati.
    L'intervista a mio padre prosegue. Arrivano i nazifascisti. Occupano il paese di Voltana e tutta la Romagna. Faccio tante domande e scopro qualcosa di molto interessante. Emerge la strategia della non collaborazione degli antifascisti e della popolazione di Voltana in generale. Questo li porta a non collaborare con il genio militare tedesco. Eppure i tedeschi erano disposti a pagare chi lavorava per loro. Se lavoravi inoltre ricevevi un documento con cui potevi muoverti più liberamente e in caso di rastrellamenti era una garanzia. Mussolini cominciava ad organizzare la guardia nazionale repubblicana. Ma i suoi repubblichini non riuscivano a costituire un esercito italiano: i giovani o non si presentavano alla leva o scappavano. La disobbedienza civile dilagava, pochi si volevano inquadravare nell'esercito di Mussolini. Mio padre mi fa chiaramente capire - con tanti esempi - che l'esercito italiano che voleva ricostituire Mussolini era come un l'acqua che esce da un secchio con tanti fori. Mussolini in fondo non riuscì a inquadrare milioni di persone che non ne volevano più sapere nulla di lui e dei nazisti. Se milioni di italiani gli fossero stati obbedienti tutto sarebbe cambiato. La Resistenza cominciava con quei gesti di non collaborazione e di diserzione. Spesso si è enfatizzato il ruolo armato della Resistenza, ma è questa diffusa strategia di "distacco" dal nazifascismo che ci si spiega appieno le ragioni della vittoria dell'Italia democratica ed antifascista.
    L'intervista è stata realizzata da Alessandro Marescotti a Luciano Marescotti (0997389393 - 0997314788). La diffusione del testo è libera, citando la fonte (PeaceLink).
    Alessandro Marescotti
    presidente di PeaceLink
    a.marescotti@peacelink.it
    Prosit


  5. #15
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    http://www.alpiniazzano.com/Storica/8Settembre.htm
    8 Settembre 1943
    All’indomani del 25 luglio 1943, data in cui una votazione del Gran Consiglio del Fascismo mise, per la prima volta in ventun’anni, in minoranza, di fatto esautorandolo, il capo del governo, Benito Mussolini, con l’approvazione di quello che passò alla storia col nome di “Ordine del Giorno Grandi”, si affacciò alla ribalta politica italiana un personaggio che, fino ad allora, aveva fatto disastri solo in ambito militare: Pietro Badoglio.
    Il Maresciallo Badoglio, era stato protagonista di alcune tra le pagine più nere della tragica disfatta di Caporetto, nel 1917; allora, egli comandava il poderoso XXVII Corpo, nella valle dell’Isonzo: furono i suoi cannoni che tacquero al momento meno opportuno, favorendo l’infiltrazione tedesca che avrebbe fatto crollare la chiave di volta dell’intero dispositivo difensivo italiano.
    Eppure, quel piemontese giovane (come comandante di Corpo d’Armata) ed ambiziosissimo aveva già fatto una carriera fulminante, e non sarebbe stato per nulla toccato dal redde rationem sulla rotta della 2ª Armata: le tredici pagine che lo riguardavano, muovendo pesanti accuse circa la sua condotta, furono stralciate dalla relazione ufficiale della commissione d’inchiesta; tant’è che, quando Cadorna, proprio in seguito a Caporetto, venne esonerato dal comando in capo e spedito a Parigi con la Commissione Interalleata, Badoglio non solo conservò il posto, ma fu promosso vicecapo di Stato Maggiore, secondo solo a Diaz nelle gerarchie militari.
    Badoglio era un massone, e dei più alti in grado: è bene che se ne tenga conto; anche il Re era massone, e probabilmente di grado inferiore al suo.
    Inoltre, Badoglio era piemontese: queste due caratteristiche erano una credenziale di tutto rispetto per fare carriera nell’esercito italiano del 1915.
    Il grande salto di qualità, però, egli lo fece quando, da semplice colonnello, scippò il merito della conquista del monte Sabotino al legittimo responsabile di quella notevolissima impresa, il generale Venturi: da allora l’ascesa di Badoglio fu rapidissima e costante.
    Finita la guerra, Badoglio fu uno dei Marescialli d’Italia nominati dal Regime; e come tutti, tranne, forse, Enrico Caviglia (che, non a caso, era cattolico ed odiava ferocemente Badoglio, da lui considerato un furfante arrivista), ebbe rapporti molto stretti con il fascismo, che s’ingraziava la classe militare con una pioggia di onoreficenze e di promozioni.
    Nel maggio del 1936, sarebbe stato proprio Pietro Badoglio ad entrare trionfalmente in Addis Abeba, al comando dell’esercito coloniale italiano: si sarebbe occupato lui della consegna a Mussolini de “l’Impero”.
    Se mai il detto “piemontesi, falsi e cortesi” ha avuto un qualche senso, esso calza a pennello al Maresciallo, nonché Duca di Addis Abeba: quando il suo vecchio datore di lavoro se ne andò scortato dai Carabinieri su di un’ambulanza, il Nostro si affrettò a correre dal Re e ad offrirsi come colui che avrebbe traghettato l’Italia dalla dittatura al ripristino dello Statuto.
    Che la guerra fosse perduta, nessuno dubitava; restava da stabilire come perderla.
    Anche perché, sparsi per mezzo mondo, c’erano i nostri soldati, mandati a farsi ammazzare a centinaia di migliaia in nome di una causa che non sentivano giusta e contro popolazioni che non percepivano come ostili e nemiche: una resa immediata avrebbe condannato questi soldati alla prigionia, al caos, alle rappresaglie germaniche.
    Tra tutte le possibili soluzioni, come era da aspettarsi, sia Vittorio Emanuele III che Badoglio, scelsero la più disonorevole per un militare: ingannare gli uni e gli altri, abbandonare i propri soldati (ma Badoglio aveva già una certa praticaccia a tal riguardo: a Caporetto aveva lasciato i suoi nelle peste e se l’era filata all’inglese) e tagliare la corda, dopo aver confuso le idee a tutti.
    Con la sua vocetta fessa, in quel luglio doloroso, Pietro Badoglio annunciava all’Italia e agli Italiani in armi, dalla Francia nordoccidentale alle isole greche, che il regime di Mussolini era finito, che il Re era tornato a godere di tutte le sue prerogative, che lui era il nuovo primo ministro e, soprattutto, che “… la guerra continuava accanto all’alleato germanico!”.
    Inutile dire che molti, facendo l’equazione: questa è una guerra fascista, perciò, fine del fascismo uguale fine della guerra!, buttarono le armi e si avviarono (a piedi, perché di automezzi non ce n’era) verso casa, dai Balcani e dal Midi; molti, tuttavia, attesero gli eventi.
    E gli eventi furono terribili!
    Mentre Mussolini veniva sballottato in un pellegrinaggio assurdo tra varie località di detenzione (Ponza, Gran Sasso ecc.), i Tedeschi, che si fidavano degli Italiani quanto si sarebbero fidati di un aspide velenoso, cominciarono a fare affluire truppe nella Penisola; essi sapevano benissimo che la mossa successiva alla sostituzione di Mussolini sarebbe stata l’armistizio con gli Alleati, come, in effetti avvenne.
    Badoglio, coadiuvato dai suoi generali da operetta, intavolò subito trattative segrete con gli angloamericani; questi, nel frattempo, erano sbarcati in Sicilia, nonostante gli epifonemi del Duce su improbabili respinte sul bagnasciuga (parola che indica, peraltro, un pezzo della nave: il luogo dove finisce l’acqua ed inizia la spiaggia si chiama “battigia”!), e si avviavano a risalire l’Italia.
    Il 3 settembre 1943, a Cassibile, in Sicilia, fu firmata dagli Italiani una resa incondizionata, che, di fatto, gettava nel più disastroso caos l’esercito, causava l’immediata occupazione militare del territorio nazionale da parte dei Tedeschi e scaraventava il Paese negli orrori della guerra civile e del terrore nazista.
    Oltretutto, Badoglio e compagnia bella non volevano che si desse notizia dell’avvenuto armistizio, almeno finché non fossero tutti in salvo dietro le linee alleate; ecco perché si ricorda l’8 settembre e non il 3 come data della resa: il 9, il Re, la corte e lo stato maggiore dell’esercito si rifugiarono in tutta fretta a Brindisi, presi alla sprovvista dall’annuncio dell’armistizio, dato il giorno prima, a sorpresa, dagli Americani.
    Badoglio lasciò a Roma soltanto un suo ricordo in vinile: un disco su cui era inciso un comunicato alle forze armate diffuso per tutto il giorno dalla radio, che rappresenta, a tutt’oggi, uno dei più alti capolavori di frittura d’aria e di nulla assoluto in termini di significato (a parte i detti memorabili di Veltroni) , in cui, dando notizia della fine delle ostilità con gli Alleati, si invitavano, tuttavia, i nostri uomini a rispondere agli attacchi da qualunque parte venissero!
    Era l’8 settembre 1943: oggi noi ricordiamo questa data come se rappresentasse chissà quale mirabile trionfo della pace sulla guerra, e la fine di un incubo.
    Allora, essa rappresentò, viceversa, l’inizio di una tragedia che costò al nostro esercito decine di migliaia di morti, massacrati dai Tedeschi per aver obbedito al proclama di Badoglio, come la divisione Acqui, a Corfù e Cefalonia; uccisi dai partigiani jugoslavi ed infoibati insieme a tanti nostri compatrioti civili, colpevoli solo di essere Italiani; caduti qui e là per l’Europa, sotto i colpi di amici e nemici, ormai indistinguibili.
    A questi morti, si devono aggiungere i quasi 600.000 soldati italiani catturati dai Tedeschi ed inviati nei campi di lavoro, in Germania: molti di loro non sono tornati, e i superstiti non scorderanno mai gli stenti, l’umiliazione e le sofferenze di quella prigionia.
    Fu un momento di immense vigliaccherie e di eroismi senza nome, ma una cosa mi preme dire: la peggiori vigliaccheria, lo scappa-scappa, il “tutti a casa”, videro come protagonisti soprattutto gli alti ufficiali; quegli stessi che avevano fatto propri i motti deliranti del Regime, e che ora scappavano a gambe levate, abbandonando i propri reparti al loro destino.
    Probabilmente, dopo tre anni di guerra insensata, con mezzi inferiori in maniera talmente eclatante da rendere criminale l’idea di far combattere dei soldati contro un nemico tanto superiore, perfino lo stato maggiore italiano aveva capito come stavano le cose; e, come spesso accade al nostro incostantissimo popolo, Badoglio era passato da una (vera o di comodo) cieca fiducia nelle “ferree legioni” ad un’ altrettanto cieca fiducia in un rapidissimo epilogo del conflitto nella Penisola, con un’avanzata fulminea della 5ª armata USA e dell’8ª britannica.
    Solo che gli Alleati non ragionavano come Badoglio; e, soprattutto, non erano disposti a sottomettere il loro piano strategico di attacco alla fortezza Europa alle esigenze degli Italiani: il fronte meridionale era uno scenario del tutto secondario, rispetto alla preparazione di ‘Overlord’, cioè lo sbarco in Normandia, che sarebbe avvenuto il 6 giugno del 1944.
    Tra la cacciata dell’ultimo tedesco e le fantasie brindisine del ‘picinella’ stavano la linea “Gustav” e, l’inverno successivo, quella “Gotica”: il mostro agonizzava, ma era ancora lontano dall’esalare l’ultimo respiro!
    Così, all’Italia toccarono quasi due anni di occupazione tedesca, di battaglie, di bombardamenti delle città, di terrorismo e di guerra civile: le toccarono la Repubblica di Salò e le SS, i massacri partigiani e quelli fascisti, le violenze e i crimini che sempre accompagnano le lotte fratricide, da Caino e Abele ad oggi.
    Ai giorni nostri, si ha la deprecabile tendenza a credere che, in fondo, noi la seconda guerra mondiale l’abbiamo vinta, in quanto, sebbene in extremis, siamo stati cooptati nella grande coalizione democratica contro il nazifascismo.
    Mi verrebbe da dire che, secondo la presente vulgata, in fondo, tutti gli Italiani di allora fossero, nel loro intimo, degli antifascisti: perfino Mussolini, anche quando prometteva di radere al suolo la perfida Albione e di bivaccare a Piccadilly, dentro di sé si sentiva già alleato con Churchill e De Gaulle.
    Invece, gli Alleati non la pensavano così: noi eravamo degli sconfitti, dei nemici piegati con la forza e, oltretutto, dotati di una certa inclinazione al tradimento.
    Infatti, dopo l’8 settembre, i tentativi di creare delle forze armate italiane che, combattendo accanto agli angloamericani legittimassero l’immagine di un’Italia democratica ed antifascista, furono guardati a lungo con sospetto, quando non apertamente boicottati, dai nostri sedicenti “alleati”, tanto puzzava di marcio lontano un miglio l’operato di Badoglio e del Re.
    Così, oggi, gli storici inglesi ed americani assistono con stupore alle manifestazioni di giubilo per la “vittoria” del 25 aprile, Festa della Liberazione; e si domandano (e ci domandano) cosa avremo mai da festeggiare!?
    A differenza degli storici (o sedicenti tali; chè uno, per fare lo storico, dovrebbe almeno essersi laureato in storia) di casa nostra, quelli d’oltralpe sanno perfettamente che il contributo militare dato dai partigiani alla liberazione del Paese è stato assolutamente insignificante, e che senza le truppe alleate, essi se ne sarebbero rimasti in montagna sine die: ammetto che sia più piacevole pensare al riscatto d’Italia ad opera di Italiani, solo che non è andata così!
    Diciamolo bello chiaro: noi la guerra l’abbiamo perduta, punto e a capo.
    Se non ci credete, andatevi a leggere le clausole del trattato di pace, e poi mi direte se quello è il trattamento che si riserva ad un alleato!
    Grazie a quel trattato di pace, figlio legittimo dell’8 settembre, abbiamo dovuto (e dobbiamo ancora) tenerci i missili americani a San Rossore, i sommergibili alla Maddalena, gli F14 ad Aviano; è a quel bell’esempio di rapporti paritetici tra alleati che dobbiamo la perdita dell’Istria italiana (e all’illuminata attività di statista di Aldo Moro) e la creazione del Territorio Libero di Trieste, durato fino al 1954!
    E’ solo grazie all’opera indefessa e disperata di De Gasperi (che sapeva benissimo che eravamo degli sconfitti e non dei vincitori) se non ci è andata peggio!
    L’ 8 settembre, perciò, è una bella occasione per riflettere serenamente sul nostro passato, senza acrimonia né preconcetti: bisogna ben avere chiaro cosa c’è stato prima e cosa c’è stato dopo; soprattutto quel che c’è stato dopo, giacchè su un’enorme finzione storica si è retto tutto un castello di luoghi comuni difficilissimi a morire, che ancora rendono fumosi e tesi i rapporti tra le diverse ideologie nel nostro panorama politico, che, non a caso, proprio il giorno in cui si festeggia la “Liberazione”, assumono toni a metà tra l’epico ed il comico.
    Settembre, diceva Guccini, è il mese del ripensamento: ripensiamoci un pochino, e facciamo tesoro di questa ricorrenza.
    Smettiamo di essere un Paese figlio di Badoglio, della Resistenza, della Repubblica Sociale e dell’America: proviamo, per la prima volta nella nostra storia repubblicana, ad essere un Paese padre di tutti gli Italiani.
    E, soprattutto, un Paese serio.
    Marco Cimmino
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  6. #16
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    «Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. la richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza.»

    Messaggio di Badoglio alla radio
    8 settembre 1943, ore 19,45
    Prosit


  7. #17
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    http://www.corriere.it/speciali/8set.../cronaca.shtml
    La cronaca delle drammatiche ore di quell'8 settembre 1943
    Re, ministri e generali, lo Stato in fuga
    I progetti di fuga, le riunioni al Quirinale, il tentativo di rinviare l'annuncio dell'Armistizio, il messaggio di Badoglio
    Alle cinque della sera, l’ora fatale in cui Ignacio Sanchez, il torero di García Lorca, affronta la morte nell’arena, Vittorio Emanuele III comincia a prepararsi a lasciare Roma. È l’8 settembre 1943, un sereno mercoledì che prelude a un dolcissimo autunno, e il re ha 74 anni. Il ministro della Real Casa, Acquarone, ha telefonato che il Quirinale è ritenuto più sicuro di Villa Ada, meglio trasferirvisi. Sarà il primo passo di un itinerario peraltro previsto e destinato, nell’ipotesi, a concludersi in Sardegna, per sfuggire a una eventuale cattura da parte dei tedeschi. Si è pensato a tutto nel caso d’un abbandono della capitale: due cacciatorpedinieri dovranno prendere a bordo i sovrani e portarli alla Maddalena, beni e oggetti preziosi sono già in Svizzera, sedici milioni, per affrontare le prime esigenze, diciassette valigie per il viaggio, carte e documenti in una borsa. Alle 18.15 precise la Fiat 2800 dell’autista Baraldi varca il portone della reggia. Vittorio Emanuele ed Elena si ritirano nei loro appartamenti. Il preludio della fuga di Pescara è questo.

    Ma gli avvenimenti precipitano ed è difficile dar conto in breve d’ognuno di essi. La cronaca segnala l'improvviso ritorno del sovrano a Villa Ada, come per un cessato allarme, e subito dopo l'altrettanto improvviso ritorno al Quirinale per un improvvisatissimo Consiglio della Corona. È ormai certo che Eisenhower annuncerà alla radio in serata la firma dell'armistizio da parte dell'Italia e coglierà di sorpresa governo e militari, impreparati all'evento e chissà perché convinti che l'annuncio sarebbe stato dato il giorno 12.

    Sicché non hanno fatto nulla di quanto era previsto dagli accordi sottoscritti per fornire i mezzi richiesti dagli Alleati in vista del lancio su Roma di una divisione paracadutisti: e quando, la sera del 7, due ufficiali americani si erano presentati segretamente nella capitale per concordare le comuni iniziative, tutti sono caduti dalle nuvole. Il generale Carboni, comandante della difesa di Roma e delegato a riceverli, era a una festa; il capo di stato maggiore generale Ambrosio proprio quel giorno era a Torino per un trasloco; Badoglio era a letto dalle nove, Roatta cenava in famiglia e per quei due ospiti annunciatissimi era a disposizione soltanto un colonnello che non parlava inglese e un principesco banchetto con cui si sperava di addolcire la loro irritazione.

    Alla fine arrivò Carboni, andarono tutti da Badoglio e lo svegliarono. Lui scese in vestaglia supplicando che si rimandasse ogni cosa, in quelle condizioni c'era il rischio d'un fallimento, i due americani spedissero per carità ad Eisenhower un telegramma di proroga, almeno per salvare i loro paracadutisti. Sia pur di malavoglia, il telegramma venne spedito e quella fu la prima delle sciagurate mosse del tragico balletto alla ricerca di una salvezza purchessia.

    Il Consiglio della Corona vede seduti intorno al re il primo ministro Badoglio, il generale Ambrosio, Carboni, De Stefanis (per Roatta) e Puntoni, con i tre ministri militari, De Courten della Marina, Sorice della Guerra e Sandalli dell'Aviazione, più Acquarone e un giovane addetto di Ambrosio, il maggiore Marchesi. Comincia il re, annunciando la firma dell'armistizio e i ministri militari, sbalorditi, esclamano: «Armistizio? Noi veramente non ne sapevamo nulla».

    Non ne sa niente nessuno, forse fingono, ma ormai è tardi per meraviglie e recriminazioni. Si spera solo che Eisenhower accetti la proroga, tutto dipende da lì: e quando il giovane maggiore Marchesi rientra annunciando che Eisenhower ha respinto ogni richiesta e proprio in quel momento da Radio Algeri sta dando l'annuncio dell'armistizio, perdono tutti la testa. Carboni propone di sconfessare la firma già messa, si dia la colpa a Badoglio dicendo che avrebbe agito all'insaputa del governo. Ambrosio è d'accordo, qualsiasi vergognosa trovata pur di non affrontare la reazione dei tedeschi, ai quali fino al mattino di quello stesso giorno il re aveva assicurato che la guerra continuava come aveva proclamato il 25 luglio (mentendo) il maresciallo Badoglio.

    Solo all'intraprendenza dello sconosciuto Marchesi che fece osservare quanto ignobile fosse quella disperata ciambella di salvataggio in extremis, ricordando tra l'altro che gli Alleati avevano filmato la resa di Cassibile e conservavano tutti i documenti sottoscritti dagli italiani per sbugiardarci, si dovette se quei folli propositi furono accantonati e il re dicesse: «L'armistizio fu firmato e si deve onorare l'impegno. Si terrà la parola». A quel punto, ciascuno per sé e Dio per tutti. I sovrani passeranno al ministero della Guerra ritenuto più sicuro, altri li raggiungeranno alla spicciolata, ma ci si dimenticherà di avvisare i ministri e perfino quello degli Esteri, Guariglia, venne abbandonato a Roma. Badoglio andò alla radio a leggere il suo messaggio, aspettando pazientemente che finisse il programma di canzoni.

    Nella notte accorre affannato Roatta a comunicare che i tedeschi stanno attaccando dovunque, hanno già preso Gaeta e Civitavecchia, bisogna lasciare subito la capitale e l'unica via libera è la Tiburtina che porta a Pescara. Bisogna partire subito e alle 4.50 del mattino del 9 settembre prende il via la carovana, con in testa l'auto del re, della regina e del generale Puntoni, poi le altre con Badoglio, gli aiutanti di campo e il principe Umberto che si vergogna della fuga e vorrebbe che almeno un Savoia restasse a Roma. Ma il padre gli ordina di seguirlo, S'at più at massu , se ti pigliano ti ammazzano, alludendo ai tedeschi.

    Seguono valletti, cameriere, bagagli, autisti. Seguono, più tardi, i generali. Sul molo di Ortona, nella speranza di imbarcarsi sulla «Baionetta» col re, saranno duecento. Lo stato maggiore è stato sciolto, il comando supremo non esiste più: e nessuno che abbia avuto un moto di dignità, che abbia pensato che si sarebbe dovuto combattere anche se la causa era persa, e non abbandonare l'esercito al suo destino per salvare la pelle.

    Il viaggio fu descritto come avventuroso, con soste all'aeroporto di Pescara, trasferimenti nell'ospitale villa della duchessa di Bovino a Crecchio in attesa dell'arrivo della corvetta «Baionetta» per portare la comitiva in salvo a Brindisi: con l'indegno assalto alla nave sul molo di Ortona da parte di fuggiaschi inferociti contro il re e Badoglio che li lasciavano a terra. Si imbarcarono solo in 59, gli altri abbandonarono automobili e bagagli e pensarono a mettersi in salvo in qualche modo.

    Resta il mistero su quella fuga così oscura, su quella Tiburtina che non doveva essere controllata dai tedeschi e invece li vedeva transitare ininterrottamente. Le macchine reali furono fermate per tre volte dai tedeschi e sempre lasciate proseguire. Ogni volta si affacciava uno dei fuggitivi e diceva «Ufficiali generali». Bastava per passare. Il viaggio sulla «Baionetta» fu seguito momento per momento da un ricognitore della Luftwaffe, dal quale furono scattate le fotografie che mostrano i reali seduti tristemente a poppa. Ce n'era abbastanza per sospettare che quel «trasferimento» fosse stato concordato con Kesselring, la salvezza dei sovrani e del governo in cambio dell'abbandono di Roma?

    Fu lo storico Ruggero Zangrandi il primo ad avanzare questa ipotesi, quando nel dopoguerra alla testa delle istituzioni erano tornati proprio coloro che erano fuggiti al momento del pericolo. Allora la sua tesi fu considerata eretica e ingiuriosa, Zangrandi fu trascinato in tribunale, condannato e diffamato al punto di concludere la vita col suicidio. Al quale concorsero certamente le amarezze patite e il discredito riversato su di lui. Oggi molti cominciano a credere che forse qualcosa di vero in quella sua tesi poteva esserci, anche se mancano le prove «accademiche» del suo asserto. Da tempo il viaggio reale verso Pescara ha cessato di essere definito «trasferimento» e si parla apertamente di fuga, pur se c'è chi si ostina a ritenerla necessaria per mantenere in territorio non occupato dai tedeschi (ma pure sempre dagli Alleati) quanto restava delle istituzioni.

    Però all'alba del 9 settembre, viaggiando in affanno sulla Tiburtina, alle istituzioni non pensava nessuno. E quando, finita la guerra, una speciale Commissione giudicò i responsabili della mancata difesa di Roma, non si trovò un solo colpevole e tutto finì in assoluzioni e reintegri nelle carriere. Per molti, anche negli stipendi. Arretrati compresi.

    Silvio Bertoldi
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  8. #18
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    http://www.corriere.it/speciali/8settembre/romano.shtml
    Ma parliamo anche della gente che non si schierò

    Il significato di una ricorrenza cambia con il passare del tempo. Per molti anni la commemorazione dell'8 settembre servì soprattutto a ricordare i sotterfugi della monarchia, il cinismo di Badoglio, l'opportunismo degli alti comandi, la tragedia delle truppe abbandonate a se stesse e il coraggio di coloro che scelsero di combattere nella Resistenza. Poi venne la fase in cui si capì che l'Italia era stata travolta, dopo l'8 settembre, da una sanguinosa guerra civile e che occorreva cercare di comprendere anche le ragioni degli «altri». E più recentemente, grazie soprattutto al presidente della Repubblica, la commemorazione è stata estesa con maggior calore a quelle formazioni militari che non esitarono a battersi contro i tedeschi, da Porta San Paolo a Cefalonia. Ciascuna di queste fasi corrisponde a un momento diverso della storia politica italiana degli ultimi sessant'anni e ne riflette indirettamente l'evoluzione. Accanto ai resistenti delle brigate partigiane vi sono ormai, sul palco delle celebrazioni, anche i «ragazzi di Salò» e persino quelli che furono sprezzantemente definiti, per molto tempo, «badogliani». Mai il detto famoso di Benedetto Croce («la storia è sempre contemporanea») si è rivelato altrettanto calzante. Mi chiedo se non sia ormai tempo di ricordare, in occasione di questo 8 settembre, un altro protagonista della società italiana a cui soltanto Renzo De Felice, nei suoi studi, dedicò attenzione: il popolo «attendista».

    Disprezzati dagli uni e dagli altri, gli attendisti furono la maggioranza del Paese ed ebbero, piaccia o no, una notevole importanza nella società italiana dei decenni successivi. Comprendere le loro ragioni può servire a capire meglio la storia d'Italia.

    Non tutti furono egoisti o codardi. Molti furono sconvolti da un avvenimento che rimetteva in discussione la loro vita e le loro scelte.

    Erano stati fascisti, con vari gradi di consenso, perché Mussolini, nella loro percezione, aveva sollevato l'Italia dal marasma del biennio rosso, risanato i conti dello Stato, navigato con una certa perizia attraverso la crisi del 1929 e soddisfatto le loro ambizioni nazionali. Sapevano che la guerra perduta era una imperdonabile responsabilità del fascismo e che le cause della sconfitta risalivano alla degenerazione del regime negli anni precedenti: la retorica, le menzogne, la diplomazia velleitaria e rodomontesca, il culto del Duce, l'arroganza dei gerarchi, il conformismo diffuso e opprimente, l'alleanza con la Germania di Hitler. Ma videro nel campo antifascista partiti e uomini a cui essi attribuivano la crisi della democrazia parlamentare dopo la fine della Grande guerra. Quasi nessuno fra questi uomini e partiti sembrava disposto a riconoscere le proprie responsabilità. Anzi, tutti sembravano decisi a pronunciare una generale condanna sull'intero periodo trascorso fra il 1922 e il 1943. Quel giudizio coinvolgeva molti, troppi italiani: era la loro condanna.

    Sono queste, in una parte importante del Paese, le ragioni dell'attendismo. Molti respinsero la prospettiva neofascista della Repubblica sociale, ma rifiutarono al tempo stesso di aderire a uno schieramento in cui videro immediatamente, con un ruolo determinante, un partito che era allora molto più antinazionale di quanto sia gradualmente divenuto con passare del tempo. Nel grande disorientamento di quel periodo le due scelte parvero egualmente inaccettabili. Commisero un errore? Forse.

    Ma chi non fa uno sforzo per comprenderne le origini, ignora le ragioni degli attendisti e commette, se davvero desidera ricomporre l'unità del Paese, un errore ancora più grave.

    Sergio Romano
    Prosit


  9. #19
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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  10. #20
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    Predefinito Errore di battitura

    Scusate, forumisti, ovviamente era il 1943. Tralascio i commenti di alcuni pistola che hanno postato.
    FARINACCI

 

 
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