Lucarelli e Di Canio
I gemelli-bandiera
Uno 'rosso', uno 'nero', entrambi leader. I protagonisti della prima giornata hanno scelto la strada del cuore pagando cara (in senso monetario) la scelta di giocare a Livorno e nella Lazio. E sono andati a segno tutti e due
di Simone Esposito
Così uguali, così diversi. Uno porta la maglietta del Che (e la mostra sotto quella della nazionale), l’altro sfoggia tatuaggi destrorsi. Uno è un fan di Bertinotti, l’altro ha la passione delle biografie di Mussolini. Ma vengono tutti e due da quartieri popolari, hanno fatto la vita degli ultras, botte comprese, non importa se nelle Brigate Autonome Livornesi o tra gli Irriducibili. Hanno girato l’Italia e l’Europa, dalla Spagna al Regno Unito, ma sono tornati entrambi a casa. E hanno pagato caro, molto caro, il biglietto di ritorno: più o meno un miliardo di vecchie lire. Ma quel biglietto salatissimo lo hanno voluto timbrare, e di corsa, tutti e due. E alla prima di campionato vanno subito a segno.
Cristiano “99” Lucarelli e Paolino Di Canio. Nei seggiolini della giostra miliardaria del pallone ci stanno seduti scomodi, e preferiscono le curve degli stadi. Piccolo viaggio nelle storie parallele ma non troppo di due delle ultime bandiere del calcio nostrano.
LE ORIGINI
Lucarelli Classe 1976, è livornese doc. Padre portuale, madre casalinga, cresce nel quartiere popolasre di Shanghai, in un piccolissimo appartamento el Comune. “Quando andavi in bagno, se ne accorgeva tutto il palazzo”.
Di Canio Nato nel 1968, viene da una famiglia semplice (“papà muratore, e ne sono orgoglioso”) del rione romano del Quarticciolo, “sei persone in due stanzette”.
LA CARRIERA
Lucarelli Attaccante, passa dal Cuoio Pelli, nei dilettanti, alla gavetta tra i cadetti con Perugia, Cosenza e Padova. Il salto in A con l’Atalanta nel ’97, poi l’avventura spagnola a Valencia. Il rientro in Italia a Lecce, poi al Torino. Fino alla scelta di lasciare i granata (e il sostanzioso contratto) per andare in B nel suo Livorno: le sue 26 reti lo trascineranno in A dopo 55 anni. La sua storia l'ha raccontata il suo procuratore, Carlo Pallavicino, in "Tenetevi il miliardo".
Di Canio Attaccante, parte con la Lazio e conquista una promozione dalla B alla A, poi il passaggio (per soldi e prestigio, ammetterà lui stesso) alla blasonata Juventus. Un anno a Napoli, poi veste la maglia del Milan, vincendo uno scudetto. Nel 1996 l’espatrio: va in Scozia, al Celtic, e viene incoronato miglior straniero del torneo. Poi in Inghilterra, la sua seconda patria: allo Sheffield Wed. (dove spintona un arbitro e si becca una lunga squalifica), al West Ham (fermerà il gioco per far soccorrere un avversario infortunato buttando via un gol praticamente fatto: vincerà il premio Fair Play), e Charlton. Ad agosto arriva la chiamata della Lazio, e non esita a rispondere. Costi (più di due terzi dello stipendio) quel che costi. La sua vita sta tutta dentro la sua autobiografia (best seller d'Oltremanica): "Paolo Di Canio".
LA FAMIGLIA
Lucarelli Sposato con Susy, due figli (Mattia e Alisia). “La famiglia è la cosa più importante”.
Di Canio Sposato con Betta, due figlie (Ludovica e Lucrezia). “Sono loro tutta la mia vita”.
I SOLDI
Lucarelli “Ci sono calciatori che si fanno la Ferrari, lo yacht. Io mi sono comprato la maglietta del Livorno per un miliardo”. La maglia amaranto gli è costata precisamente 500mila euro: il suo ingaggio si è ridotto dai 1.200.000 euro del Torino ai 700.000 del Livorno.
Di Canio “Ho pagato per indossare di nuovo la maglia biancoceleste e questa mi sembra sempre più una favola tutta da vivere”. Quanto ha pagato? 650mila euro: al Charlton ne prendeva 900.000, alla Lazio 250.000.
LA POLITICA
Lucarelli “Sono di sinistra. Alle ultime elezioni ho votato Rifondazione Comunista. Se dovessi scegliere di andare cena con un politico, inviterei Bertinotti”. Il 27 marzo 1997 Lucarelli gioca a Livorno con la maglia dell’Under 21. Segna un gol alla Moldavia e, festeggiando alla maniera di Ravanelli, alza la maglia azzurra e mostra a tutti in diretta tv una t-shirt con la faccia di Che Guevara, il simbolo delle “sue” Brigate Autonome Livornesi (che si distingue per i cori sovietici e gli striscioni in cirillico). Seguono polemiche roventi. «Se al posto di Che Guevara ci fosse stata Moana Pozzi sarebbe successa la stessa cosa», ci scherzò sopra Cristiano.
Di Canio “Sono di destra, ma questo non significa essere un nazi o un razzista... triste che questa parola, nazionalismo, sia diventato sinonimo di razzismo e xenofobia... mi piacerebbe se un immigrato potesse venire in Italia e, dopo pochi anni, dire: "Questo è il mio paese. Sono italiano". A condizione che non voglia trasformare il "nostro" in un paese musulmano. Sono affascinato da Benito Mussolini, ho dozzine di sue biografie. Se potessi scegliere con chi avere un incontro faccia a faccia, vorrei conoscere il Duce. Secondo me è uno degli individui più profondamente incompresi”.
IL TIFO
Lucarelli “Il Livorno lo seguivo ogni domenica, all’Ardenza (il nome “di quartiere” dello stadio, ndr) o sulla locale Radio Flash. L’emozione più grande era guardare Novantesimo Minuto quando la nostra partita finiva nella schedina del Totocalcio e paolo Valenti doveva leggere il nome del Livorno ad alta voce. La mia prima partita fu Livorno-Ternana 3-1, doppietta di Tano Salvi, avevo otto anni”. La militanza al Torino non lo ha mai fermato: è stato capace di farsi squalificare durante una partita contro il Lecce pur di andare allo stadio a vedere il fondamentale derby col Pisa la domenica dopo. E durante un Torino-Roma seguì la decisiva sfida per la promozione in B degli amaranto affidandosi ai segni della moglie che stava in tribuna. Oggi sulla maglia porta stampato il numero 99, l’anno di nascita delle BAL – Brigate Autonome Livornesi – il suo gruppo ultras di riferimento.
Di Canio “Il Quarticciolo è solidamente giallorosso, di laziali ce n’erano pochi. Ma mi innamorai follemente dell’aquila della Lazio”. “Io capisco i tifosi, capisco i loro sacrifici, capisco perché vogliono sempre tutto da chi scende in campo. Quando ero alla primavera della Lazio, partivo con gli Irriducibili e seguivo da ultrà la prima squadra. Per un ragazzo di vent’anni l’Olimpico, la Curva Nord, è un posto magico. E come ultrà le ho date e le ho prese: al Quarticciolo si dice che ‘Chi mena per primo mena due volte’”.
(13 set 2004)




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