Di Carlo Panella-Quale dialogo può svilupparsi tra islam e occidente, se lo scambio di idee, storia, identità, fede, non avviene su basi di reciprocità? Di Carlo Panella-Quale dialogo può svilupparsi tra islam e occidente, se lo scambio di idee, storia, identità, fede, non avviene su basi di reciprocità? Il mondo musulmano, che in occidente e in Israele gode di tutte le libertà d’azione, propaganda,raccolta fondi, rifiuta di permettere tali libertà alle idee e alle religioni occidentali. Solo in una nazione a maggioranza musulmana questo è permesso: la Turchia; in tutte le altre è proibito od ostacolato di fatto. Ogni reciprocità è resa impossibile dalla definizione del reato di apostasia per il musulmano che abbandoni la fede.Reato che in paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran è punito con la morte. Ogni missionario o militante che tenti di portare alla sua fede o alla sua ideologia atea un musulmano incorre in un reato. Anche in Iran le minoranze cristiana,ebraica, zoroastriana hanno diritto di vita. Ma non di proselitismo. A Riad non hanno neanche diritto di vita: l’esibizione di un crocefisso porta all’arresto; le cerimonie religiose sono proibite, spesso anche nelle ambasciate.Due diritti fondamentali, il diritto di libera coscienza e la parità tra uomo e donna, sono conculcati in quasi tutti i paesi musulmani, in ossequio a due pilastri dell’islam contemporaneo che prevedono il divieto di abbandonare la fede e considerano la donna sottoposta alla “autorità tutoria” dell’uomo.
Il mondo musulmano, che in occidente e in Israele gode di tutte le libertà d’azione, propaganda,raccolta fondi, rifiuta di permettere tali libertà alle idee e alle religioni occidentali. Solo in una nazione a maggioranza musulmana questo è permesso: la Turchia; in tutte le altre è proibito od ostacolato di fatto. Ogni reciprocità è resa impossibile dalla definizione del reato di apostasia per il musulmano che abbandoni la fede.Reato che in paesi come l’Arabia Saudita e l’Iran è punito con la morte. Ogni missionario o militante che tenti di portare alla sua fede o alla sua ideologia atea un musulmano incorre in un reato. Anche in Iran le minoranze cristiana,ebraica, zoroastriana hanno diritto di vita. Ma non di proselitismo. A Riad non hanno neanche diritto di vita: l’esibizione di un crocefisso porta all’arresto; le cerimonie religiose sono proibite, spesso anche nelle ambasciate.Due diritti fondamentali, il diritto di libera coscienza e la parità tra uomo e donna, sono conculcati in quasi tutti i paesi musulmani, in ossequio a due pilastri dell’islam contemporaneo che prevedono il divieto di abbandonare la fede e considerano la donna sottoposta alla “autorità tutoria” dell’uomo.
L’abbandono della fede diventa reato e arriva a essere punito con la morte perché equivale all’abbandono della pòlis, al tradimento della koiné civile, esaltando così l’intrinseca dipendenza della politica dalla religione.
L’“autorità tutoria” arriva a determinare la differenza della donna rispetto all’uomo, la sua inferiorità nel decidere, nel dispositivo che le vieta di sposare il non musulmano (il maschio lo può liberamente fare), in un’ipocrita menomazione che accompagna le declamazioni sulla parità di diritti. Le tante anime pie che credono che la soluzione del problema posto dal terrorismo islamico sia nel dialogo interreligioso e le tante laiche vivaci intelligenze che continuano ad appellarsi all’islam moderato dovrebbero abbandonare le comode sponde dell’inutile e del banale e iniziare a leggere.
Capirebbero che questi orrori non derivano da singoli regimi, da singole tradizioni, da singole scuole, da regimi governativi fanatici o retrivi. Basta sfogliare due o tre testi di parte islamica “moderatissima” per rendersi conto che la guerra che l’islam fondamentalista ha dichiarato da una ottantina d’anni all’occidente e che i terroristi oggi conducono da Beslan a Giacarta ha la sua genesi nell’estremismo, nell’intolleranza, nel totalitarismo espresso dall’islam “moderato”.
Basta leggere il manifesto laico dell’islam moderato. E’ un testo elaborato nel corso di un quindicennio dal meglio della cultura politica arabo-islamica. Ha ricevuto l’approvazione delle università coraniche, da al Azhar a Qom, ed è stato approvato dai 54 governi dell’Organizzazione del consiglio islamico: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’islam. La si legga e si comprenderanno gli ostacoli che da parte islamica moderata sono frapposti a un dialogo. La si legga e si comprenderà da quale contesto è uscito il terrorismo islamico: non solo da rotture belliche, che pure vi sono state; non solo da rotture rivoluzionarie, che pure vi sono state.
Esiste un rapporto angosciante, complesso, ma comunque un rapporto di discendenza tra l’elaborazione del pensiero islamico moderato, quello fondamentalista e quello terrorista. Sono questi infatti tre piani separati, ma sono – ahinoi
– intercomunicanti, perché i presupposti dello jihadismo e della “guerra di civiltà” che il terrorismo islamico ha dichiarato all’occidente sono enucleati dal pensiero islamico “moderato”.
La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’islam è fondamentale perché la sua lunga elaborazione ha accompagnato la modifica in senso islamico della legislazione di una dozzina di Stati. Dalla Malaysia all’Algeria, passando per l’Indonesia, il Pakistan, l’Iran, lo Yemen, il Sudan, l’Egitto, gli Stati settentrionali della Nigeria e altre nazioni, dagli anni 70 a oggi, il dibattito che ha accompagnato la stesura di questa Dichiarazione ha ispirato l’abbandono delle legislazioni ispirate dai Codici napoleonici o dalla Common Law, felice lascito coloniale, e l’introduzione della Sharia. Né è secondaria la genesi della Dichiarazione: il rifiuto dell’Arabia Saudita di firmare la Dichiarazione del 1948 dell’Onu, ufficialmente motivato dal disaccordo sulla parità di diritti della donna e sul rifiuto della libertà di coscienza. Questo rifiuto della legalità internazionale incarnata dall’Onu ha visto l’islam salafita – o wahabita – dei sauditi, esercitare egemonia su tutto l’islam. Un’egemonia facilitata dai petrodollari, ma soprattutto dal fatto che la platea internazionale ha tollerato opportunisticamente la negazione della legalità dell’Onu implicito nel rifiuto a riconoscere Israele (18 Stati sui 23 della Lega Araba non accettano la risoluzione 181 del ’47). Ecco allora che il 19 settembre ’81 nella sede dell’Unicef di Parigi (con un’incredibile complicità di una struttura dell’Onu) inizia il cammino della Dichiarazione islamica, che si conclude il 5 agosto 1990: – Il preambolo afferma che il ruolo della comunità islamica è “guidare l’umanità confusa da orientamenti e ideologie contraddittorie”.
Un’esplicita dichiarazione di egemonia, di volontà di comando, di conquista della platea planetaria.
Una volontà di comando non ambigua: la prevaricazione dell’islam sulle altre ideologie è definita e voluta. E’ indefinita solo la scelta degli strumenti, ma questo dà forza e legittimità anche al credo jihadista, a chi sostiene che solo la guerra santa contro “i crociati e gli ebrei” possa portare a guidare l’umanità.
– La dove la Carta dell’Onu sostiene che “a ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà”, la Carta islamica – che considera “tutti gli uomini sottomessi a Dio” – prevede che “tutti gli uomini sono uguali in termine di fondamentale
dignità umana e fondamentali obblighi e responsabilità, senza alcuna discriminazione…”.
Ma quel “fondamentale” è introdotto per segnare le differenze di diritti, secondo la religione e il sesso, che prevede la shar’ia in campi “secondari”. Scompare la parola “libertà”.
– Il diritto alla vita non è garantito, perché la pena di morte è iscritta a chiare lettere nella solenne definizione della Carta, là dove l’articolo 2 prescrive che “è vietato sopprimere la vita umana, tranne che per una ragione prescritta dalla Sharia”. Una dizione che iscrive tra i cultori di questa Carta i terroristi islamici che agiscono sempre su base di fatwa, emesse da imam che si rifanno scrupolosamente alla Sharia.
– Anche il diritto all’integrità fisica non è garantito, perché mutilazioni e pene corporali sono vietate tranne che per “una ragione prescritta dalla Sharia”.
– La Carta islamica non cita mai “l’individuo”, riferimento permanente della Carta dell’Onu, per l’ovvia ragione che considera la posizione della donna diversa da quella dell’uomo, tant’è che le riserva un articolo, il 6, in cui stabilisce
che è uguale all’uomo in “dignità umana”, ma subito specifica che “ha diritti da godere e obblighi da adempiere”; nulla di simile è prescritto all’uomo. La Sahria s’incarica di definire gli obblighi all’interno di un’inferiorità che la obbliga a sottostare alla “autorità tutoria dell’uomo”.
– L’egemonismo, l’intolleranza, la fine di ogni possibile reciprocità, la barriera a ogni possibile dialogo non ipocrita con le altre religioni, ideologie e visioni del mondo, sono esplicitati nell’articolo 10: “L’islam è una religione intrinsecamente
connaturata all’essere umano. E’ proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull’uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un’altra religione o all’ateismo”.
Il testo evita di esplicitare la proibizione della conversione, ma la introduce per via traversa, sostenendo che comunque essa può essere frutto solo di “violenza” o di sfruttamento di “povertà o ignoranza”.
– Tutta la costruzione teorica mostra il suo volto totalitario e teocratico negli articoli 24 e 25 che assoggettano tutte le libertà e i diritti alla Sharia, cui è delegato, naturalmente, ogni diritto interpretativo della stessa Carta. Non i Parlamenti, non gli organi elettivi, ma le università coraniche o i dotti musulmani abilitati – a seconda delle varie correnti – a interpretare la Sharia, sono i depositari della legislazione.
E’ la negazione di ogni evoluzione democratica, di esercizio della legislazione sottratto all’indispensabile approvazione di legittimità della fede e di chi la rappresenta. E’ la prova, come dice Gilles Kepel, che la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nell’islam, manifesto del mondo musulmano moderato, “straccia semplicemente” la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu.
Carlo Panella
e c'è chi blatera di islam moderato ....




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