Il “Muro”, quello difensivo, antipatico all’Ue e all’Onu.
Gerusalemme. La strada che collega Gerusalemme al mare scende rapidamente tra aspre, brulle e alte colline in mezzo a uno stretto wadi (valle) fino a una gola dove improvvisamente irrompe la pianura. E’ poco dopo questa gola, che si chiama proprio Porta della Valle – Sha’ar Hagai in ebraico, Bab el Wad in arabo – che lascio la strada per immettermi sull’autostrada 6, la nuova e imponente arteria di traffico che, una volta completata, attraverserà Israele da nord a sud. L’autostrada 6 corre lungo la pianura, a ovest il mare e a est le montagne di Giudea, oltre alle quali la terra sprofonda nella deserta desolazione della depressione del Mar Morto. La geografia qui è impietosa: fertile, calda e umida la pianura, dalla quale, pochi chilometri a est, la terra sale improvvisamente, con colline sempre più alte e pietrose, separate da profonde e strette gole.
Finisce improvvisamente la vegetazione e iniziano la pietra e la polvere, che brillano bianche nel cocente sole estivo. E’ lì, lungo il primo tratto d’autostrada costruito che appare la barriera. L’autostrada corre lungo il vecchio confine, sul lato israeliano, lambendolo a volte. Sono nel centro d’Israele, molto vicino al mare. Tra la linea verde e la costa ci sono non più di quindici chilometri.
Qui vicino c’è Netanya, a mezz’ora di cammino veloce, forse meno, dalla linea verde, dove un terrorista palestinese si fece esplodere alla vigilia della Pasqua ebraica a fine marzo 2002, massacrando decine di ebrei radunati nella sala da pranzo del Park Hotel per la tradizionale cena rituale.
E’ poco distante anche Tel Aviv, anch’essa colpita più volte da attentati. Poco più a nord Afula e Hadera, dove un terrorista fece irruzione a una festa di Bar-Mitzva, l’equivalente ebraico della Cresima, sparando sui festanti e uccidendone cinque. Da quando c’è la barriera questa zona è tranquilla, da mesi non ci sono più attentati.
Mi fermo a guardare. Sono passate da poco le otto del mattino. Il traffico scorre, alleggerendo gli ingorghi attorno alla tangenziale di Tel Aviv. Lungo l’autostrada la barriera difensiva è un muro di cemento, alto e grigio, fiancheggiato da una stretta strada per le pattuglie che corre lungo l’autostrada. Del muro, però, ormai si vede poco. Da dicembre scorso, è stato eretto un terrapieno dove campeggiano aiuole e fioriere, e della barriera si vede soltanto la punta, che emerge appena. Niente fiori dal lato palestinese, soltanto otto metri in verticale che i terroristi non riescono a saltare, e che separa chi con il terrore non ha nulla a che fare dai lavori giornalieri che in tempi di pace decine di migliaia di palestinesi avevano in Israele e che sostenevano un’economia nei Territori oggi invece esausta.
Qalqilya, città di confine come Tulkarem, è quasi interamente circondata dal muro. Prima che gli israeliani lo erigessero, i cecchini sparavano sulle macchine in transito. La barriera di rete, che incontro più avanti, non sarebbe bastata a fermarne i proiettili. Ora il solo pericolo è il traffico un po’ aggressivo e un po’ sbadato di questo paese.
Per un po’ l’autostrada scorre lungo la linea verde, il vecchio confine provvisorio che tra il 1949 e il 1967 divise il paese in due e creò una barriera impenetrabile in luoghi dove di confini politici non ve n’erano mai stati, ma soltanto ostacoli geografici. Ma il muro dura poco, una manciata di chilometri, fino a che l’autostrada vira verso nord-ovest allontanandosi dal tracciato della barriera. Dopo ricomincia la rete elettronica.
Lascio l’autostrada per la prima tappa della giornata, nel piccolo triangolo, una zona densamente popolata da arabi israeliani, quegli arabi che alla fine della guerra del 1948 si trovarono a far parte dello Stato d’Israele.
Attraverso rapidamente Baka el Gharbiya e passo Jatt, che si trova insieme a Baka lungo la linea verde e ora anche lungo la barriera.
Qui vicino c’è Beisan, oltre il confine ci sono Baka el Sharkiya, Ziitta e Dera. Qui, linea verde o no, sono tutti parenti, tutti membri di clan che il confine ha separato per i diciannove anni d’occupazione giordana. La guerra del 1948, con la sua linea del cessate il fuoco stabilita casualmente dagli eventi di quel conflitto, li ha divisi e ne ha determinato diversi destini.
Dal 1967, il confine aperto li ha riuniti.
Ora la barriera li divide di nuovo. Tutt’attorno ai villaggi della zona ci sono cooperative agricole e centri residenziali abitati da ebrei. Nemmeno qui, dove da quasi sessant’anni i rapporti sono buoni, le due popolazioni si mischiano. Eppure prima dell’Intifada gli arabi lavoravano nelle cooperative e gli ebrei venivano nei villaggi a comprare prodotti a buon mercato.
Gli arabi fanno i muratori, gli artigiani, gli agricoltori.
Gli ebrei fanno anche loro gli agricoltori o gestiscono piccole fabbriche o industrie. Chi ha la terra non lavora per gli ebrei, ma vende loro i prodotti agricoli. Chi non ha terra fa il bracciante. Ma ora di lavoro ce n’è meno, e la fiducia è diminuita. I rapporti personali sono ancora buoni, ma di affari se ne fanno meno. E ci perdono tutti. Le cooperative qui intorno sono laiche e di sinistra. Tra loro c’è il Kibbutz Metzer. Erano tutti contrarissimi alla barriera, nella quale vedevano la sconfitta del principio di convivenza su cui questa piccola regione vive e prospera da sempre.
Poi, una sera, nel 2002, un commando palestinese ha attraversato i campi e le serre, i villaggi e le strade polverose. Cinque, forse dieci minuti a piedi dai Territori fino a Metzer, cooperativa di sinistra che crede e pratica la convivenza.
Il commando penetra in una dimora scelta a caso, e in pochi minuti stermina l’intera famiglia, madre e due figli, tutti bambini neanche adolescenti. I bimbi li ammazza a letto, nei loro pigiami, abbracciati ai loro orsacchiotti.
Ora a Metzer non ci si arriva più, né in dieci né in cento né in mille minuti. Il facile percorso tra Territori e kibbutz è interrotto dalla barriera. Il confine, aperto dal 1967 e annullato da 37 anni d’occupazione e insediamenti, ora improvvisamente è risorto.
L’economia è peggiorata per tutti
Verde a perdita d’occhio, serre, campi coltivati e villaggi in lontananza. Mi fermo di nuovo a guardare la barriera che vi scorre in mezzo: riappare la rete, con l’imponente sistema di sicurezza che la attornia: il filo spinato, un perimetro largo tre metri coperto di sabbia per identificare rapidamente impronte di passaggio, una strada asfaltata per le jeep militari, ancora tre metri di sabbia e la barriera di rete elettronica.
Metzer era contrario. Ora sono in molti a sostenere la barriera.
Arrivo a Baka el Gharbiya, cioè la Baka israeliana. Qui negli anni buoni era un continuo viavai. Migliaia di lavoratori palestinesi transitavano per il villaggio la mattina e vi ripassavano la sera, dopo una giornata di lavoro in Israele. Nel villaggio compravano viveri e si fermavano ai caffè in attesa di essere raccolti dai loro datori di lavoro. Ora il flusso si è interrotto. Di qui passavano gli israeliani che andavano a mangiare e ad acquistare nei Territori. Non vengono più. L’economia di tutto il paese ha sofferto negli ultimi quattro anni, ma la barriera ha colpito gli arabi di Baka el Gharbiya più dei loro cugini ebrei.
Le bombe qui non esplodevano e quindi la rabbia per la barriera è grande. Mi siedo a un caffè e comincio a chiacchierare con i presenti. Sono le dieci passate, il sole è alto e fa caldo, ma al caffè un pubblico di soli uomini di tutte le età indugia pigramente su una tazza di tè alla menta. Mahmoud, sessant’anni e sei figli, gioca con il suo rosario e mi invita al suo tavolo. Mi racconta dei suoi viaggi a trovare i parenti a Baka el Sharkyia, due minuti di macchina prima dell’Intifada. Ora ci vuole un’ora e mezzo, più la fermata ai posti di blocco intorno a Tulkarem.
Tulkarem è a circa quindici chilometri da Baka. E’ il punto d’accesso più vicino. Ma partire non significa arrivare. A volte il posto di blocco è chiuso: ci sono passato anch’io e non c’era nessuno. Tutto deserto e abbandonato, cancelli chiusi, oggi non si passa. A volte si passa in fretta, e a volte si perdono ore. Attraversato il posto di blocco bisogna entrare e uscire da Tulkarem e la cosa non è semplice perché prima di arrivare a Baka el Sharkiya ce n’è un altro di posti di blocco, a Shueika. Ore per andare a trovare un cugino, senza mai sapere se oggi si passa o no. Mahmoud dice che è come prima del 1967. Allora Baka el Sharkiya era in Giordania. C’era un confine ed era chiuso. Dopo il 1967 il confine è scomparso sul terreno, rimanendo soltanto sulle mappe politicamente corrette, cioè non quelle prodotte nella regione da entrambi i contendenti. Nemmeno ora c’è il confine, ma adesso è di nuovo chiuso. E ascoltando Mahmoud, il potenziale della barriera appare chiaro e limpido. Israele oggi dà il 15 per cento dei permessi di lavoro nei Territori rispetto a prima dell’inizio dell’Intifada: troppi i terroristi che si sono infiltrati come braccianti. Ma la povera gente è alla fame. Mahmoud mi dice che porta cibo ai parenti che non hanno soldi per comprarselo. Pian piano la vita dalle due parti della barriera ricomincia a essere diversa. I contatti calano. E il confine, che 37 anni di occupazione e dozzine di insediamenti hanno fatto di tutto per cancellare, sta risorgendo per dividere due popoli e forse un giorno due Stati. E tutto questo lo sta facendo il premier Ariel Sharon, che più di ogni altro militare e politico in Israele aveva fatto per annullare quel confine. Nessuno al caffè spende una parola di approvazione per Sharon o per la barriera.
Non amano nemmeno il leader laburista
Shimon Peres di cui non si fidano, e disprezzano Ehud Barak, ex primo ministro, che per loro ha tradito tutte le promesse fatte. Hanno invece nostalgia di Amram Mitzna, ex candidato premier, che sosteneva il ritiro unilaterale e criticava Sharon perché esitava a costruire la barriera. Questo è un paese dove arabi ed ebrei hanno la memoria lunga. L’identità di entrambi affonda nella storia e nella preistoria. Le loro recriminazioni si basano sulla storia, che citano ad nauseam a sostegno delle rispettive cause. Ma in politica, qui a Baka el Gharbiya, mi sembra che la memoria sia corta se a un anno e mezzo dalla sconfitta di Mitzna, con Sharon che segue una linea politica simile a quella da lui sostenuta, il premier è odiato da tutti, mentre l’ex rivale causa persino qualche lacrima di nostalgia. Come biasimarli? Per loro, l’Intifada prima e adesso la barriera sono state la rovina economica. Tutti gli interpellati ripetono di volere una soluzione equa al conflitto.
Gli arabi che non vogliono Arafat
Nessuno fa il barricadiero o parla per slogan, non soltanto almeno. Al caffè sono tutti lavoratori, concreti, con i piedi per terra. Conoscono i temi del conflitto e hanno idee molto nette anche su cosa occorra fare per risolverlo. Per loro è impossibile pensare che i rifugiati palestinesi tornino in blocco in Israele. Per loro ci vogliono due Stati. E quando ci saranno, loro rimarranno con Israele, in Israele, con il passaporto israeliano. Non vogliono nemmeno la doppia nazionalità. Non si sognano neanche lontanamente di sostenere aggiustamenti di confine che li lascino, loro a Baka o altri insediamenti arabi-israeliani come Umm el Fahm o Taibeh o Jaljulya, sotto sovranità palestinese. Il rais sarà anche il leader indiscusso dei palestinesi, ma sotto di lui nessuno vuole starci. I miei interlocutori sono poco ottimisti. “Non c’è volontà politica”, mi dice Muhammad. Gli chiedo di chi è la colpa, di Arafat o di Sharon, e lui accusa entrambi, anche se per Ka’adan, che fa il fornaio a un catering dell’aeroporto di Tel Aviv, è il più forte dei due contendenti ad avere più responsabilità e a dover smettere per primo. Tocca a Israele ritirarsi.
“E il terrorismo?”. “Finirà subito”, mi dice Ka’adan. “E Hamas?”.
“Hamas vuole la pace”, mi dice serafico. Quelli di Hamas sono pragmatici per lui e disposti ad accettare i due Stati. Per i miei commensali tutto dipende da Israele.
Oltre alla rabbia trovo anche un po’ di realismo: “Arafat ha fatto un errore storico nel 2000 a Camp David”, dice Muhammad. Ka’adan crede che Barak bluffasse, Muhammad dice che non importa. Arafat poteva dire di sì, se fosse stato un bluff avrebbe smascherato l’ex premier israeliano. Ma se fosse stata un’offerta genuina, nulla di quanto è poi accaduto sarebbe successo.
Nonostante questo, per Muhammad,
Arafat è l’unico leader arabo eletto democraticamente, e se i palestinesi lo vogliono come guida bisogna negoziare con lui. Ka’adan non è certo sicuro che l’elezione sia stata regolare, ma è d’accordo. Il rais rimane il rais.
Domando loro se Israele debba chiedere scusa ai palestinesi per il problema dei rifugiati. Muhammad, nato a Haifa nel 1946, dice che è un problema politico, non spetta a lui rispondere. Ma non ha paura di dire chiaramente che per lui Israele può stare tranquillo. I rifugiati non devono tornare.
Meglio una soluzione pratica, con gli insediamenti evacuati e utilizzati per assorbire i rifugiati che volessero tornare. Tutti i presenti concordano: due Stati per due popoli. Altro che Stato binazionale. Non si fanno illusioni, non si fanno prendere da fantasie liberali. Per loro la soluzione è semplice. Finire l’occupazione. Iniziare i negoziati. Ritiro israeliano sul confine del 1967. Riconoscimento d’Israele da parte del mondo arabo.
“Israele non può ignorare di trovarsi nel cuore del mondo arabo, ci sono 250 milioni di arabi e un miliardo e passa di musulmani nel mondo – mi dice Muhammad – Il tempo non è a favore d’Israele”.
( 1 continua )
saluti




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