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Discussione: La Nato in...

  1. #11
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    Nato e Unione europea non hanno più la testa, sono decapitati. Le diplomazie, già pigre di loro, e gli apparati decisionali politico-militari sono bloccati dal permamente veto francese.
    Qualche istruttore di polizia che serve a salvare la faccia la Nato ce lo mette, anche per non far vedere troppo in chiaro la sua decapitazione, ma niente truppe a protezione delle elezioni, dei diritti dell’uomo in Iraq.
    Niente, almeno per ora, perché non importa che l’Onu abbia chiesto di dare una mano anche sul piano militare, non importa il fatto che tutti sanno quanto sarebbe importante un impegno
    unito dell’occidente, oltre le divisioni del passato, per una legittima
    missione di peace keeping, non importa che su questo siano uniti perfino i duellanti americani, Bush e Kerry.
    Gente seria ha firmato, il vicepremier italiano e il nostro ministro della Difesa hanno firmato per la Nato in Iraq, ma niente si può muovere se le burocrazie sono pietrificate dalla volontà politica proterva dei francesi, dal loro nihilismo diplomatico che già molte teste è costato all’occidente e al popolo di Baghdad.
    Prodi, che si dice kerrista, si defila da una faccenda che “non è di sua competenza”, né come presidente terminale della Commissio-ne di Bruxelles né come capo designato (e giustamente vacillante) dell’opposizione in Italia.
    I ds sono tentati, Rutelli è tentato, hanno dato segnali, si sono raccolte firme indicative nel giro di D’Alema, tra i politici cattolici. Ma niente da fare.
    Noi continueremo con cocciutaggine a fare il nostro sporco lavoro, a credere che l’Iraq non è il personale Armageddon di un cowboy, ma una questione essenziale, una battaglia decisiva nella lotta aperta contro di noi dall’islamismo radicale e dal suo terrorismo
    decapitatore.
    Tra una fiaccolata e l’altra, tra un umanitarismo peloso e l’altro, noi continueremo a camminare su una strada giusta, politicamente opportuna, realista, legittima e possibile.
    I pigri d’animo facciano la loro parte, noi cercheremo di fare la nostra. E facciamo appello alle persone che sanno, che capiscono, che leggono, che guardano senza orgogli e pregiudizi luciferini a quel che avviene in Iraq, affinché si facciano sentire, scuotano la morta gora dell’informazione, si muovano.
    In Iraq e nella lotta contro il partito armato islamico si parla di noi.
    Come ha scritto Guillaume Faye, “prima viene il sabato, poi la domenica”.
    Prima la festa degli ebrei, poi la nostra.
    E l’impressione è che sia già domenica.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #12
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    Prodi si defila e Kerry tentenna. La Francia fa i suoi giuochetti irresponsabili. Un bel quadretto.

    Shalom

  3. #13
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    Predefinito

    Al direttore - Ho letto con interesse l’appello di alcune personalità – pubblicato sul Foglio – per una presenza militare Nato in Iraq. Credo che sia un’utile sollecitazione e vorrei dire la mia in proposito.
    Naturalmente non cambia in me la valutazione che ho espresso su quella guerra - e ancora in questi giorni Kofi Annan ha definito “illegale” – e non cambia la mia critica ad un dopoguerra gestito dall’amministrazione Bush con imperizia e senza una visione.
    Quel che, tuttavia, oggi conta è individuare una strategia di uscita dalla guerra, che consenta una stabilizzazione democratica dell’Iraq e acceleri l’assunzione di responsabilità piena da parte degli iracheni del destino del proprio paese. Le elezioni di gennaio sono un passaggio decisivo.
    E per questo è indispensabile che si svolgano davvero e che siano libere e regolari. Ma per farlo occorre una condizione di sicurezza.
    Non passa giorno – anche ieri – che non si abbia notizie di scontri, atti di guerriglia, episodi di violenza e terrorismo, rapimenti e uccisioni. E c’è da credere che, avvicinandosi le elezioni, tale escalation possa crescere.
    Peraltro anche chi ha condiviso quella guerra deve ammettere che la coalizione anglo-americana non ce la fa a garantire la sicurezza dell’Iraq.
    E’ormai indilazionabile una “multilateralizzazione” (mi scuso per il brutto neologismo) della presenza militare in Irak.
    La Nato – di cui voi prospettate l’utilizzo – presenta certo due condizioni favorevoli: la Nato è l’unica struttura militare che può mettere in campo il potenziale logistico e di deterrenza necessario; il ricorso all’Alleanza Atlantica segnerebbe un comune impegno in Iraq di Stati Uniti ed Europa, superando così la frattura consumatasi in questi due anni.
    E’ doveroso tuttavia essere consapevoli che la Nato – proprio per essere istituzione occidentale – rischia di essere percepita nella popolazione irachena e, più in generale, nelle opinioni pubbliche, dalle società islamiche con non minore ostilità e diffidenza di quanto si sia espressa fin qui verso americani e inglesi.
    Il che mi porta a dire che l’eventualità di ricorrere all’Alleanza Atlantica, per essere considerata, richiederebbe alcune rilevanti condizioni “aggiuntive”:
    1) che un eventuale ricorso alla Nato avvenga su esplicito e chiaro mandato dell’Onu, come avvenne in Bosnia;
    2) che vi partecipino i principali paese della Nato, ivi compresi quelli che non hanno condiviso la guerra, condizione essenziale perché si colga la novità rispetto alle condizioni di oggi;
    3) che la Nato coinvolga alcuni grandi paesi esterni dell’alleanza, come fu in Bosnia che vide la presenza della Russia;
    4) che questo coinvolgimento si apra anche alla presenza di alcuni paesi arabi e islamici il che ne accrescerebbe la credibilità; 5) che gli Stati Uniti siano disponibili a riconoscere il comando a ufficiale di un altro paese, meglio se non coinvolto nella guerra. Mi rendo conto che sono proposte che rendono più complessa la eventualità di un impegno Nato.
    Ma mi pare che siano integrazioni decisive per far sì che una presenza militare multinazionale in Irak venga accettata e per questo possa essere fattore di stabilizzazione effettiva.

    Piero Fassino, segretario dei Ds

    Su il Foglio del 1 ottobre

    saluti

  4. #14
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    Roma. “L’Italia si presenti alla Conferenza internazionale sull’Iraq con una posizione condivisa dal governo e dall’opposizione”.
    Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, guarda all’immediato futuro,
    quando, tra poche settimane si recherà – probabilmente al Cairo – e davanti a una platea composta dai paesi del G8, dalla Cina, dai principali Stati arabi e dai paesi confinanti con l’Iraq, Turchia e Iran inclusi, e dovrà rappresentare la posizione dell’Italia.
    “Oggi, dopo il successo della liberazione di Simona Pari e di Simona Torretta, sento che questa posizione unitaria è un traguardo possibile. Leggo le dichiarazioni di Piero Fassino, di Francesco Rutelli, di Enrico Letta, di Clemente Mastella e di tanti altri esponenti dell’opposizione e tocco con mano la grande opportunità che abbiamo davanti. Carlo Azeglio Ciampi ci sprona instancabilmente in questa direzione, ma è anche e soprattutto la consapevolezza crescente del tipo di terrorismo che dobbiamo fronteggiare a imporre questo percorso, naturalmente nel pieno rispetto dei ruoli. Non chiedo a nessuno di abiurare alle proprie posizioni, ma colgo fertili novità nelle analisi di tanti esponenti del centrosinistra e quindi possibili convergenze per il futuro. La piattaforma che sottopongo al confronto con l’opposizione è semplice: come e in che modo impegnare l’Italia, in una cornice europea, nell’aiutare il processo politico iracheno, nel permettere che si tengano consultazioni popolari politiche e costituzionali al riparo dall’azione dei terroristi. Vorrei andare al Cairo e parlare a nome non soltanto del governo, ma del più largo consenso possibile di parlamentari”.
    Raccolta e rilanciata la disponibilità al confronto che emerge da settori dell’Ulivo, Frattini vuole poi sgomberare il campo da alcune polemiche che appaiono sulla stampa.
    “Sono particolarmente sensibile e vicino al dolore che, nella gioia di queste ore che pur condividono, tormenta i familiari di Fabrizio Quattrocchi e di Enzo Baldoni. Capisco, capisco tutto e provo soltanto un grande sentimento di solidarietà per il loro lutto. Ma a loro e al paese devo fornire elementi per capire: ci sono due differenze fondamentali nelle tre vicende degli ostaggi italiani: la diversità di soggetti, di caratteristiche politiche dei rapitori e la decisiva differenza di tempi. Questi elementi si intersecano perché queste bande, questi clan, siano essi wahabiti, sunniti, sciiti o ex baathisti, non sono strutturati politicamente, non hanno lunghe storie politiche o organizzative alle spalle. Prevale in loro la tendenza fanatica alla gestione rapida, estremistica del rapimento. Nel caso di Quattrocchi, come di Baldoni, sono passate un pugno di ore tra l’invio dei messaggi video e l’esecuzione
    barbara. In quelle poche ore noi, il governo, i servizi, gli alleati, tutte le organizzazioni che operano sul terreno, ci siamo mossi, esattamente come abbiamo fatto per le due volontarie. Era diverso il clima politico in Italia, ma non certo l’impegno in Iraq. Ma esattamente come è avvenuto per quest’ultimo rapimento, sono passati giorni e giorni prima che fosse possibile un contatto. In quella finestra buia si sono avute le due barbare uccisioni. La stessa, identica dinamica si è verificata per i due ostaggi americani, subito ferocemente decapitati e per l’ostaggio inglese, fortunatamente ancora in vita. Una volta stabilito il contatto, dopo giorni di affanno, in un quadro confuso come quello iracheno, è invece possibile – a noi è riuscito per due volte- fare giungere ai sequestratori tutto il peso del condizionamento politico dei nostri interlocutori arabi e islamici. Nel primo e nel terzo caso questo condizionamento ambientale ha avuto effetti sulla stessa strategia dei rapitori, ha mutato la loro impostazione. Anche perché a questo si è aggiunto – parlo del caso delle due volontarie – il peso, la pressione esercitata dai servizi segreti alleati”.
    Frattini, su questo punto, non dice più di tanto, rivendica soltanto la mossa pienamente vincente del viaggio in Kuwait e in Qatar, della richiesta d’appoggio – subito ottenuto –da parte dei servizi segreti di due paesi che da decenni sono infiltrati in Iraq. Non ci vuole molto comunque a comprendere dal quadro complessivo delle notizie apparse sui giornali che i pochi “misteri” su cui ricamano i commentatori hanno una risposta elementare: i sequestratori hanno compreso che erano nel mirino di servizi arabi che conoscono a menadito il loro territorio e più che probabilmente gli è stato anche fatto capire che se avessero ucciso gli ostaggi avrebbero “pagato il prezzo del sangue”, come si dice da quelle parti. Da qui, la molla decisiva per il rilascio.
    “Vi è poi – continua Frattini – anche una fondamentale differenza tra i primi due rapimenti di ostaggi italiani e quest’ultimo.
    La banda che ha rapito le due volontarie non appartiene all’arcipelago dell’estremismo terrorista islamico, ma è molto
    radicata nel territorio e – ripeto, non appena ottenuto il contatto, dopo molti giorni – abbiamo verificato che era molto permeabile non soltanto alle pressioni degli ulema e dell’opinione pubblica
    irachena, ma anche allo stato d’animo dei mass media arabi che hanno vissuto in maniera inquieta e preoccupata la vicenda di donne tenute in ostaggio da chi si richiama all’islam. Questa è la grande novità emersa da questa vicenda: nel mondo arabo-islamico non c’è più indifferenza, se mai c’è stata, e oggi la condanna per la presa d’ostaggi, di qualsiasi nazionalità, sta diventando forte e diffusa”.

    su il Foglio del 1 ottobre

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Fassino e Rutelli....

    ....in movimento

    Lo si era già visto dalle firme in calce all’appello del Foglio per la Nato in Iraq, e lo si sente nell’aria della politica del centro sinistra: il diritto degli iracheni a una prospettiva di pacificazione e democrazia, e di converso l’interesse e il dovere dell’occidente e dell’Europa a garantire questo diritto, è un banco di prova per la leadership, e la tentazione di accettare la sfida è assai forte. Piero Fassino, segretario dei Ds, non è uno che si sia mai tirato indietro, nonostante debolezze argomentative e oscillazioni che a nostro parere lo hanno reso instabile in passato, di fronte al problema di sanare l’inimicizia transatlantica e la corrente ideologica antiamericana, di cui il gruppo dirigente dei Ds non è parte militante.
    Il suo articolo nel Foglio e altri suoi pronunciamenti recenti vanno nella direzione giusta, sono un’adesione condizionata all’idea che si debba fare qualcosa, e le condizioni poste per la specifica ipotesi di una missione multilaterale Nato a protezione delle elezioni di gennaio sono in massima parte ragionevoli. Una rilevante novità politica, che dovrebbe far parlare e soprattutto fare agire chi ha in mano il pallino della decisione di governo. Fassino ha una collaudata e solida cultura politica in materia di terrorismo, e nel tempo ha acquisito ampie credenziali di lealtà a una visione non faziosa delle grandi questioni poste dalla politica mediorientale e dalla guerra scatenata con l’11 settembre dall’avanguardia armata dell’islamismo jihadista.
    Lo stesso discorso vale per Francesco Rutelli, che in sequenza ha preso nei giorni scorsi tre posizioni di grandissimo interesse politico, alle quali un governo compos sui dovrebbe guardare con specifica attenzione. Rutelli ha spiegato che gli operatori umanitari, le due Simone o Gino Strada, hanno diritto alla loro vocalità, ma non sono la politica e la politica non può immedesimarsi in loro.
    Ha anche detto che per quanto riguarda il suo partito la guerra al terrorismo è in cima all’agenda operativa.
    E ha aggiunto che il ritiro delle truppe italiane in Iraq non è il nostro problema oggi.
    Sono posizioni politiche difficili, critiche, roba che implica carattere
    e un senso acuto della sfida nell’esercizio della leadership, soprattutto in dirigenti che hanno vissuto nel mondo
    complicato e ambiguo dell’ideologia pacifista.
    Tanto più difficili, tanto più degne di risposta non strumentale, di
    riflessione e iniziativa comuni.

    siamo incuriositi e "speranzosi"...di poter avere, un giorno, una Opposizione.
    La O maiuscola è voluta.

    saluti

  6. #16
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    Predefinito

    “Abbiamo un piano in Iraq. Prevede le elezioni a gennaio, e ci saranno. Prevede l’addestramento dei soldati iracheni, e lo stiamo facendo. Non soltanto noi, ora anche la Nato ci sta aiutando”.
    George W. Bush ha dichiarato l’importanza della presenza della Nato in Iraq durante il dibattito presidenziale di ieri notte. L’appello del Foglio per il coinvolgimento della Nato in Iraq trova intanto altri sostenitori diretti o indiretti:
    David Frum, ex speechwriter di Bush, ideatore di quell’“asse dell’odio” che è poi diventato “asse del male”, ha aderito all’iniziativa.
    Steven A. Cook, membro del Council on Foreign Relations, pur non firmando l’appello, ha detto al Foglio:
    “Un contingente Nato in Iraq non sarebbe solo un aiuto incommensurabile per creare un contesto sicuro alle elezioni, ma darebbe anche la credibilità necessaria a tutto il processo elettorale. La Nato è stata di sicuro divisa sull’Iraq, ma ora è arrivato il momento di mettere da parte i risultati presunti delle politiche domestiche di breve periodo – conseguite opponendosi all’operazione Iraqi Freedom condotta dagli Usa – e di riconoscere invece che la situazione irachena rappresenta un problema globale. Se Francia, Germania e Belgio sono veramente preoccupati per l’instabilità del medio oriente, dovrebbero volere un contingente in Iraq”.

    saluti

  7. #17
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    Predefinito

    IRAQ/ ANGIUS: ASSURDA UNA NUOVA MOZIONE PER RITIRO (MESSAGGERO)
    04/10/2004 - 09:25
    "Poi comanderebbe Allawi o al Zarqawi?"

    Roma, 4 ott. (Apcom) - Presentare ora una nuova mozione per il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq è "francamente assurdo", secondo il capogruppo Ds al Senato Gavino Angius. In un'intervista al Messaggero, Angius chiede: "Facciamo l'ipotesi che nel giro di 24 ore tutti i contingenti abbandonino l'Iraq. Il dilemma sarebbe drammatico: comanderebbe Allawi o al Zarqawi? Avrebbe il potere il Governo legittimo o il capo del fondamentalismo sanguinario? Io sono perché comandi Allawi, che bisogna sostenere".

    Angius ricorda il centrosinistra ha già chiesto il ritiro o e critica quanti si accingono a ripresentare la mozione: "Qualcuno forse pensa di esistere perché ogni tanto arriva e chiede il ritiro. Ma è un'esistenza effimera".
    copyright @ 2004 APCOM

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  8. #18
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    Predefinito Dove va....

    ...la Nato

    Roma. Oggi in Afghanistan si vota.
    L’allerta è ai massimi livelli, perché si teme che il boicottaggio delle urne possa passare attraverso la violenza.
    A garantire la sicurezza in Afghanistan ci sono anche le truppe della Nato, per la prima volta in azione lontano dall’originale zona di competenza.
    “Se si pensa che nella Nato si è discusso per 20 anni sulla competenza geografica dell’organizzazione, che poteva agire soltanto all’interno dei paesi membri, e che ora siamo finiti a Kabul, a 6/7.000 chilometri da Bruxelles, c’è un’evoluzione – spiega al Foglio l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, vicesegretario generale dell’Alleanza atlantica -.
    In Afghanistan la scelta è stata quella di una presenza leggera e di qualità. Un’attività che non vuole essere invasiva dal punto di vista dell’occupazione. Deve garantire la sicurezza e supportare le autorità afghane a svilupparsi”.
    C’è chi è critico. Sulle pagine dei giornali internazionali gli esperti hanno più volte richiesto un maggior numero di soldati dell’Alleanza.
    “Ci sono 9.000 truppe – continua Minuto Rizzo – L’impegno che è stato assunto dalla Nato è questo. Noi riteniamo che sia un successo. Se le elezioni andranno bene, e io ci credo, e se la maggior parte del paese è pacificata, è un bel successo. E’ chiaro che sulle prime pagine dei giornali va l’attentato suicida. Però lentamente l’Afghanistan si sta rimettendo”.
    La natura stessa della Nato cambia con il suo coinvolgimento in Afghanistan. Tramontata la minaccia sovietica, per arginare la quale l’Alleanza è stata creata, il suo raggio d’azione geografico si è allargato.
    Dopo l’11 settembre anche l’Alleanza atlantica si è adattatta al mutamento di scenario. “La nuova missione della Nato è anche legata alla lotta al terrorismo, ma non soltanto – dice Minuto Rizzo – C’è un’evoluzione dell’Alleanza a quelli che sono i bisogni del momento, è questa la sua forza in un certo senso”.
    L’altro fronte della lotta al terrorismo è l’Iraq.
    Anche qui c’è una piccola presenza della Nato, impegnata nell’addestramento degli ufficiali dell’esercito iracheno.
    “C’è una ‘training mission’ non operativa che riguarda l’addestramento e che comprende anche probabilmente la costruzione di un’accademia, dove si potranno educare i gradi alti dell’esercito”, spiega il vicesegretario generale.
    Per arrivare a questa soluzione, per quanto limitata nei numeri, gli scontri tra i paesi membri sono stati molti e duri. Il dibattito sull’auspicabilità e sulla fattibilità di un maggior coinvolgimento della Nato in Iraq è aperto da mesi.
    “Ci deve essere un accordo politico tra i paesi. Il giorno in cui ci sarà questo accordo, si farà. E’ difficile prevedere il futuro, ma nessuno di noi può sapere quale sarà il percorso politico in Iraq. Nulla si può escludere. La Nato è un’organizzazione validissima, in grado di avere un ruolo anche maggiore da un punto di vista ipotetico, ma bisogna tornarci su tra qualche mese. E’ un dibattito politico che dura da tempo tra i paesi. Per essere onesto, in futuro la Nato può avere un ruolo maggiore, però solo se ci sono le condizioni politiche nel senso che i paesi lo vogliano”.
    Il Foglio a riguardo ha fatto un appello, sottoscritto da personalità italiane e internazionali, affinché un contingente della Nato s’impegni a trasferirsi in Iraq per garantire la sicurezza durante le elezioni.

    La cooperazione con gli Stati del Golfo
    Il dibattito verte anche sul coinvolgimento di truppe di paesi arabi. “Che vadano in Iraq mi sembra ancora un po’ prematuro”, ha detto Minuto Rizzo. Intanto però la Nato, nella sua nuova veste di organizzazione multilaterale che trascende i confini europei e nordamericani, sta lavorando sulla cooperazione con i paesi arabi e del Mediterraneo.
    Minuto Rizzo è appena tornato da un viaggio nei paesi del Golfo, nel quadro di una nuova iniziativa, Istanbul Cooperation Initiative, volta ad accrescere la sicurezza attraverso un coinvolgimento transatlantico nella regione e nuove cooperazioni bilaterali; a questa s’affianca il Dialogo mediterraneo, inziato dieci anni fa, con Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Giordania, Egitto, Israele.
    “Questo viaggio è la prima parte di un tour che farò in altri paesi del Golfo; è un’iniziativa che fa seguito al vertice d’Istanbul e alla trasformazione della Nato, di cui non molti si sono accorti. La Nato è vista ancora come un’organizzazione pesante, molto militare, ancora concentrata sull’Europa centrale e l’Unione sovietica, ma è una cosa che ormai è chiusa da tempo. Si è trasformata in un’organizzazione di partnership: avendo acquisito nel corso degli anni esperienza nella gestione di crisi, ha acquistato una grossa expertise. Nel Golfo mi hanno chiesto: ‘La Nato di oggi cos’è?’. E’ un’alleanza politica prima che militare, che cerca di mettere la sua expertise in aree di crisi. I membri vogliono costruire con questi paesi un rapporto di collaborazione nel settore della sicurezza e di cooperazione nel senso della consultazione politica. A questi Stati noi non imponiamo obblighi; se vogliono accettare quest’offerta l’accettano, e sono intenzionati tutti a farlo”.

    Rolla Scolari su Il Foglio del 9 ottobre

    saluti
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  9. #19
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    Predefinito

    Roma. Da qualche settimana il Foglio è impegnato nel far firmare un appello, lettera aperta a Berlusconi e Prodi, che propone un coinvolgimento temporaneo della Nato in Iraq per garantire al popolo iracheno il diritto a libere elezioni. Le adesioni sono arrivate dall’Italia e dall’estero: si è aggiunto alla lista – che comprende anche esponenti del governo come Gianfranco Fini, Antonio Martino, Rocco Buttiglione, Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Adolfo Urso, oltre ad analisti e commentatori – Blerim Gashi, direttore del Kosovar Group for Local and Regional Initiative a Pristina, che aderisce con piacere all’iniziativa del “coraggioso gruppo d’intellettuali italiani”.
    Promotori sono stati, assieme a Marta Dassù e al direttore del Foglio, Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, e Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, ai quali il Foglio ha chiesto di commentare quella che il Financial Times ieri ha definito
    “l’inversione a U” della Germania che, per bocca del ministro della Difesa, Peter Struck, diventa possibilista sul futuro impegno militare tedesco in Iraq. Anche se il cancelliere Schröder dice che la posizione della Germania non cambia, in realtà qualcosa si sta muovendo nella Berlino attenta alle chance presidenziali del democratico Kerry, che, nel suo programma di politica estera, ha fatto del multilateralismo la cifra distintiva rispetto alla strategia di Bush. Per Ostellino, le dichiarazioni di Struck non sono semplicemente una “mossa tattica”, ma l’espressione di una “maturazione” nei confronti della questione irachena e della guerra al terrore; anche i tedeschi – “meglio tardi che mai” – stanno capendo la necessità di “individuare modalità nuove” per rafforzare la determinazione necessaria nella lotta al terrore: questa consapevolezza implica un maggior coinvolgimento della comunità internazionale.
    Così facendo la Germania si distacca dalla Francia:
    “L’asse franco-tedesca scricchiola”, spiega Ostellino, e continuerà a farlo fino a quando “il presidente francese, Jacques Chirac, continuerà a credere che la salvaguardia dei suoi interessi sia slegata dagli interessi globali”.
    L’errore di Chirac non è di non vedere come stanno le cose, ma di “non volerle capire” in nome della “grandeur francese in chiave antiamericana”. Anche Parsi sente gli scricchiolii dell’asse, causati soprattutto dalla “crisi della politica estera francese”.
    L’asse franco-tedesco scricchiola e, secondo Vittorio Emanuele Parsi, “chi vuole ‘zapaterianamente’ attaccarcisi rischia grosso”: la Germania sta capendo che stare “nell’angolo francese della ‘non politica’ non premia e, anzi, alla lunga è addirittura dannoso”. I tedeschi, però, in questa lungimiranza – che implica una maggiore responsabilizzazione – fanno dipendere il proprio coinvolgimento sulla scena internazionale dal cambiamento dell’Amministrazione americana: “La Germania vuole far capire che a Kerry concederebbe molto di più di quello che ha finora concesso a Bush, che è l’incarnazione dell’unilateralismo. La disponibilità nei confronti della crisi irachena diventa possibile per i tedeschi nel momento in cui gli Stati Uniti decidono di impegnarsi in un dialogo multilaterale”, spiega al Foglio. La politica estera francese, invece, è diventata “irrilevante”, come dimostra anche la questione degli ostaggi: “La Francia ha votato ‘no’ a una guerra che poi è stata fatta lo stesso, non ha alcuna alternativa per la lotta al terrorismo, ha messo in piedi una rete di dialogo per la liberazione dei suoi ostaggi che non ha sortito alcun risultato: è chiusa in un angolo”.
    La Germania, quindi, con piccoli passi rivela una nuova consapevolezza verso l’Iraq - “già manifestata anche da Joschka Fischer (ministro degli Esteri tedesco, ndr) in passato”, ricorda Parsi – e allo stesso tempo non si chiude nella politica “nichilista” della Francia – “che neppure sulla questione irachena ha una strategia” – perché sa che, “avendo criticato Bush per le sue scelte unilaterali, per aver messo il mondo di fronte al fatto compiuto, non può tirarsi indietro nel momento in cui un nuovo presidente offrisse la mano del multilateralismo, come sta facendo Kerry”. Quindi, conclude Parsi, in Germania si fa strada l’idea – avvalorata anche dal ruolo di leader che il contingente tedesco svolge nella missione Nato in Afghanistan – che “se la guerra al terrore è una priorità, ora è necessario farsi avanti per combatterla”.

    saluti

  10. #20
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    Predefinito Restare in Iraq....

    ....sperando in Kerrry

    Roma. Le dichiarazioni del ministro della Difesa tedesca, Peter Struck, sul possibile coinvolgimento militare della Germania in Iraq – frenate ieri in serata dal cancelliere Gerhard Schröder, che ha ribadito che la posizione della Germania non cambia –hanno suscitato reazioni differenti all’interno della sinistra italiana, fresca di festeggiamenti per la nascita della “Grande alleanza democratica”.
    C’è chi senz’altro sarà rassicurato dalle dichiarazioni di Schröder, ma anche chi ammette che qualcosa comunque si sta muovendo a Berlino.
    Marco Minniti, diessino ed ex sottosegretario nel governo D’Alema, ha definito le frasi di Struck una “valutazione politica” che esprime la consapevolezza che “per affrontare la drammatica emergenza irachena” è necessaria una “discontinuità” rispetto al percorso seguito finora. Se gli americani dovessero scegliere il candidato democratico Kerry come nuovo presidente degli Stati Uniti questa “discontinuità” sarebbe garantita, in quanto “la principale differenza” tra le strategie di Bush e di Kerry sta nell’accento posto da quest’ultimo sul multilateralismo.
    Con un’Amministrazione democratica anche l’impegno italiano in Iraq avrebbe un senso diverso: “C’è bisogno di una gestione multilaterale dello sforzo militare – dice Minniti – in modo che non sia percepito come una forza di occupazione: è necessario il coinvolgimento dell’Europa, dei paesi arabi moderati e della Nato (Minniti è un firmatario dell’appello del Foglio, ndr)”.
    Se Bush dovesse essere confermato, invece, “sarebbe più complicato affermare una discontinuità – conclude – perché il presidente continua a difendere le scelte sbagliate che ha fatto fino adesso”.
    Anche Umberto Ranieri, diessino e vicepresidente della commissione Esteri della Camera, crede che con Kerry alla Casa Bianca “l’impegno della comunità internazionale” sarebbe più facilmente “concretizzabile”. Ranieri confida nella conferenza sull’Iraq che si terrà al Cairo il 23 novembre: “A prescindere dall’esito delle elezioni americane, sarà la definizione delle tempistiche e del grado di coinvolgimento internazionale a determinare il futuro della vicenda irachena”.
    E’ dunque importante sostenere le conclusioni che si otterranno al Cairo “in un quadro multilaterale”: per Ranieri anche nella linea politica di Bush “sta avvenendo un cambiamento”, dovuto alla “lezione drammatica” che il fronte iracheno sta impartendo a tutti. Secondo Enrico Morando, diessino, “il ritiro immediato dall’Iraq” non è auspicabile perché lascerebbe il paese “in balia del terrorismo”: è necessario però che l’Amministrazione americana “crei le condizioni per una maggiore responsabilizzazione europea”, punti cioè al multilateralismo, sul quale il democratico Kerry offre più garanzie, avendo “basato su questo la sua campagna elettorale”.
    La posizione di Lapo Pistelli (Margherita) si discosta, senza stravolgerla, da quella dei Ds: secondo lui, la promessa multilaterale di Kerry “deve essere messa alla prova”, ma il responsabile Esteri del partito di Rutelli condivide pienamente il motto di JFK: “Guerra sbagliata, nel posto sbagliato, al momento sbagliato”. E’ necessario, secondo Pistelli, “cambiare il quadro e il senso della presenza” – eliminando la “percezione di ostilità” che le truppe presenti hanno creato negli iracheni – e “pianificare l’uscita dall’Iraq”: se si dovesse passare attraverso un “processo di sostituzione” – come chiede Kerry – e se questa sostituzione fosse basata sul principio “chi è già lì è ostile”, allora le truppe italiane dovrebbero essere le prime ad andarsene.
    Fin qui nella Gad sembra essersi affermata, seppur con qualche “sfumatura”, una visione condivisa. Ma se si va un po’ più a sinistra si scopre che l’alleanza democratica deve ancora attecchire per diventare Grande. Ramon Mantovani di Rifondazione non si pone il problema del cambio della guardia alla Casa Bianca: “Bisogna definire una politica indipendente dalle elezioni. La strategia per me è chiara: ritirare le truppe subito. Con i ‘se’ e i ‘ma’ non si va da nessuna parte e far dipendere le nostre scelte dall’Amministrazione americana significa restarne per sempre succubi”. Secondo Mantovani in Iraq dovrebbero andare “i caschi blu e i paesi arabi”, gli unici che possono essere percepiti come “forza di pace”. Anche per Marco Rizzo (Comunisti italiani) “la questione della guerra e della pace” non è “emendabile” sulla base di un’elezione: le truppe in Iraq non devono essere italiane, ma arabe.

    saluti

 

 
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