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Discussione: La Nato in...

  1. #1
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    Predefinito La Nato in...

    ...Iraq, l’uovo di Colombo

    Non è l’uovo di Colombo?
    L’appello per un’iniziativa che porti un contingente Nato in Iraq, lanciato da alcune personalità al presidente del Consiglio e al presidente della Commissione europea e leader designato dell’opposizione in Italia, non ha serie controindicazioni.
    Infatti l’obiettivo è a parole unanimemente condiviso, anche da chi non ha alcuna intenzione di rovesciare il suo giudizio negativo sulla guerra della coalizione che ha liberato quel paese dal regime di Saddam: qualcuno è contrario alla stabilizzazione e alla tenuta di libere elezioni nella sicurezza per gli iracheni?
    I governanti iracheni non solo sono d’accordo, ma chiedono disperatamente un aiuto alla comunità internazionale, e per quanto possano essere differenziati i giudizi sul governo di Iyyad Allawi, la sua autorità non nasce da una semplice decisione del comando militare americano, bensì da un lavoro di legittimazione di un esecutivo ad interim fatto dall’inviato del segretario generale delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi.
    L’Onu ha chiesto, con una sua risoluzione del Consiglio di sicurezza votata all’unanimità, un aiuto, anche militare, alla comunità internazionale.
    L’idea è di dare al contingente della Nato un compito delimitato nello spazio e nel tempo, dunque un chiaro esempio di peace keeping o di peace enforcing, non una adesione ex post a una guerra preventiva, e per di più in nome di un diritto fondamentale dell’uomo, quello al voto e all’autogoverno democratico: il che consentirebbe a francesi e tedeschi di superare i loro veti.
    La Lega araba, e comunque il suo maggior rappresentante che è il governo egiziano, ha ripetutamente detto che occorre scongiurare un ritiro di truppe occidentali dall’Iraq, e potrebbe accettare agevolmente la missione come un elemento di rafforzamento di un Iraq stabile, che cessi di essere un teatro di guerra e di caos minaccioso per tutti.
    La Federazione russa potrebbe far scattare per la prima volta la clausola di consultazione fissata a Pratica di Mare, e partecipare alla missione in un contesto Nato, di nuovo per la prima volta e dopo l’eccidio dei bambini di Beslan. L’Italia per molte ragioni (è non belligerante, ma non è estranea al processo di peace keeping) avrebbe tutta l’autorevolezza necessaria per impostare l’iniziativa e farla scattare, sul piano Nato ed europeo, con un serio attivismo diplomatico sostenuto da una seria intesa bipartisan.
    C’è una sola controindicazione, ma è di quelle su cui si misura la qualità di una classe dirigente: la paura, la sensazione di essere in ostaggio, da parte di un pezzo dell’occidente.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Bruxelles. L’“appello” pubblicato ieri dal Foglio per un intervento Nato in Iraq teso a garantire lo svolgimento delle elezioni all’inizio del 2005 impone un esame di fattibilità.
    Eccolo. Il testo parla di “un solido contingente della Nato” e accenna ad “alcune decine di migliaia di soldati per proteggere le urne dall’assalto terrorista”.
    Bisogna ben considerare quale cifra sia sufficiente ad assolvere il compito indicato. Le condizioni di sicurezza per un’elezione nazionale in un paese grande e popoloso come l’Iraq vanno al di là del presidio armato – di per sé già complesso – dei collegi: nelle zone urbane, soprattutto, i rischi da affrontare sono più estesi, anche senza considerare la protezione dei cittadini che, dalle loro abitazioni, volessero recarsi ai seggi. Se è pressoché certo che – nelle attuali condizioni – la forza multinazionale ora presente nel paese non basterebbe a garantire la sicurezza e la regolarità delle operazioni, è lecito chiedersi quante centinaia di migliaia di soldati potrebbero farlo.
    Alla vigilia della guerra, esponenti militari del Pentagono avevano parlato (restando inascoltati) della necessità per il dopoguerra di una forza di 300 mila uomini: al momento ce n’è circa la metà. Il rischio da evitare è quello di pianificare un intervento al di sotto della soglia minima indispensabile per assolvere la missione. Se si vuole fare la differenza, la cifra dovrebbe essere ben valutata, senza contare gli elementi di supporto (dall’intelligence alla logistica).
    Ma se la Nato fosse compatta potrebbe tentare d’intraprendere vie di collaborazione con altri paesi, come quelli della Lega araba, o il Pakistan, nazione dalla quale proviene peraltro il rappresentante dell’Onu a Baghdad Ashraf Yehangir, in grado di inviare truppe, temporaneamente, in Iraq.
    Secondo problema da affrontare. Da dove dovrebbero venire questi uomini? Dal serbatoio europeo. Ma le forze all’altezza del compito – che richiede corpi specializzati – sono contate e già impegnate altrove: i principali paesi europei sono già overstretched, fra Balcani, Afghanistan, Africa.
    Lo sono i migliori fra tutti, i britannici. Rischiano di esserlo presto – nonostante il disimpegno in Iraq – pure i francesi.
    Lo siamo senz’altro anche noi italiani, con oltre 9.000 uomini dispiegati in operazioni di pace.
    E’ una situazione senz’altro deprecabile e alla quale occorre porre rimedio, ma i tempi stringono: anche volendo, gli uomini (e i mezzi) per ora non ci sono.
    Bisogna trovarli. In fondo, il solo paese Nato che avrebbe gli uomini necessari per l’operazione è la Turchia, ma è anche l’unico il cui intervento sarebbe più che complicato.
    Salvo che Ankara, che nella partita irachena (ed europea) vuole giocare un ruolo, accetti d’impegnare le sue truppe in altri teatri per dare la possibilità a contingenti di paesi Nato di disimpegnarsi da quelle zone e di rischierare forze in Iraq.
    Infine, la fattibilità politica: chi è disposto a inviare in Iraq “alcune decine di migliaia” di soldati in più, oggi? Virtualmente, nessuno. La crisi irachena è ostaggio delle divisioni politiche dell’anno scorso sulla guerra e, ora, anche della campagna elettorale americana: è stato già molto arduo arrivare – come pare si sia riusciti proprio in queste ore – a un accordo nell’Alleanza per distaccare un massimo di 300 istruttori militari per l’addestramento delle forze di sicurezza irachene.
    Tuttavia questo stallo politico potrebbe sbloccarsi già la mattina del 3 novembre prossimo, quando (almeno si spera, questa volta) l’America si sveglierà con un nuovo presidente. Chiunque sia eletto – paradossalmente – potrebbe avere vita più facile con gli alleati: per convinzione o per realismo, infatti, gli europei potrebbero decidersi a investire di più nella stabilizzazione dell’Iraq, e la Nato potrebbe essere uno dei veicoli per farlo.
    Con un’avvertenza: dal punto di vista tecnico come da quello politico, la richiesta contenuta nell’appello potrebbe, durante le trattative, apparire eccessiva rispetto alla disponibilità delle parti in causa e ai tempi stretti.
    A quel punto un obiettivo raggiungibile, meno ambizioso ma comunque importante, sarebbe affidare a una forza della Nato almeno il compito di proteggere la missione dell’Onu in Iraq.

    su il Foglio del 22 settembre

    saluti

  3. #3
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    La siniSTRUZZA panciafichista resterebbe assai delusa se elezioni si dovessero regolarmente tenere alla scadenza prefissata dando l'avvio al processo di piena restaurazione della sovranità Irakena con un governo legittimato da un voto libero. E anche molti governi europei, chiaracchiano-zapateri ne sarebbero assai seccati. Immaginatevi un governo di unità nazionale democratica che ringrazia Bush, Blair, Berlusconi e si dichiara pronto a fare da solo, chiedendo un graduale disimpegno militare della coalizione e un sostegno internazionale all'Irak sulla base delle conquiste della "guerra d'aggressione" anglo-americana. No per certa gente sarebbe una tragedia. Meglio che il clima di disordine e terrorismo renda impossibile le elezioni.

    Tanto peggio....Tanto MEGLIO!

    Shalom

  4. #4
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    Roma. Il capo ufficio stampa di Romano Prodi fa sapere che “il presidente non può dir nulla circa l’appello del Foglio perché l’argomento va al di là delle competenze e dei poteri della Commissione europea”.
    Non così il deputato dei Ds Marco Minniti, che si dice favorevole all’invio di truppe Nato in Iraq “per tutelare il diritto degli iracheni a votare”, come recita la proposta del Foglio:
    “E’ l’unica via per garantire un ruolo più attivo delle Nazioni Unite e una più realistica presenza multilaterale in Iraq. La Nato è l’unica organizzazione multilaterale in grado di tenere unite Europa e Stati Uniti; ad avere le strutture di controllo e comando per gestire una situazione così complessa come quella irachena; l’unica che abbia la fiducia delle Nazioni Unite e che possa averla dal governo iracheno; che abbia già operato in questo campo, con gli interventi in Kosovo e in Afghanistan”.
    Per Minniti “serve un passo in avanti di quei paesi europei contrari
    fin dall’inizio alla guerra e uno indietro degli Stati Uniti, visto che la
    struttura della Nato comporta una rotazione del comando”.
    “Concorda pienamente” con l’appello Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia:
    “Un impegno diretto della Nato in funzione di peace enforcing, nella cornice e nello spirito dell’ultima risoluzione delle Nazioni Unite mi sembra non solo auspicabile, ma anche necessario e possibile. Penso che l’Italia, forte dell’unità riaffermata da tutte le forze politiche contro il terrorismo, debba giocare su questa opportunità tutto il prestigio internazionale conseguito in questi anni”.
    Per il ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno (An) “l’utilizzo della Nato darebbe un punto di riferimento a tutti gli europei per garantire i diritti civili del popolo iracheno indipendentemente da qualsiasi condizionamento politico di parte”.
    Umberto Ranieri, vicepresidente della commissione Esteri della Camera, si augura “che la proposta sia sostenuta con la necessaria iniziativa politica e diplomatica dal governo. Credo che il centrosinistra possa guardare a un’eventuale impegno della Nato in Iraq in funzione della sicurezza da garantire perché le elezioni possano svolgersi in termini positivi. Una maggiore assunzione di responsabilità da parte della comunità internazionale in Iraq è la condizione perché il processo di stabilizzazione possa andare avanti. La stessa operatività delle Nazioni Unite in Iraq potrebbe essere garantita da una presenza di contingenti militari della Nato”.

    Panebianco, Galli della Loggia e Sartori
    Una “ottima soluzione”, dice Barbara Contini, ex governatore di Nassiriyah, che ricorda il lavoro svolto dalle truppe italiane:
    “L’esercito italiano ha già fornito la sicurezza necessaria per le elezioni municipali tenutesi a Nassiriyah due giorni fa. Se la proposta trova eco nella coalizione e alle Nazioni Unite, con un agreement preventivo, sarà certamente una grande cosa”.
    Gian Enrico Rusconi, docente di Scienze politiche a Torino, firmerebbe la proposta con alcune precisazioni:
    “E’ un testo molto bello e appassionato, ma anche molto idealistico e con due vizi di fondo: i destinatari. Prodi e Berlusconi non hanno l’autorevolezza per coinvolgere Francia e Germania. Sarebbe poi un’azione di guerra, qualcosa di molto di più di un ‘peace enforcing”.
    Per Rusconi la proposta presuppone l’esistenza degli
    “iracheni”: “Lì c’è una guerra civile, non illudiamoci come ha fatto il governo italiano:‘La guerra è finita, mandiamoli a fare la pace’. La Nato non andrebbe a presidiare le sedi elettorali”.
    Ernesto Galli della Loggia, storico: “Ormai è chiaro che l’unica speranza per raggiungere una situazione di normalità in Iraq è aumentare le truppe. La proposta è da sottoscrivere anche per il suo aspetto politico, il ricompattarsi dell’alleanza fra Stati Uniti e Europa che, proprio sotto l’egida Nato, ha raggiunto il suo apice. Perché l’appello vada a buon fine occorre fantasia e audacia politica. Vedremo se l’Italia avrà statisti pronti a questo passo”.
    E’ una proposta che “cambia lo scacchiere sul campo. Sarebbe un’opportunità non solo per una svolta della Lega Araba, ma del mondo islamico in generale. Accrediterebbe anche ai loro occhi che l’impegno occidentale è volto alla creazione di una democrazia senza altri fini. L’intelligenza dell’iniziativa sta nel fatto che lascia all’America il suo ruolo, ma al contempo impegna la Nato sotto la testata ‘democrazia’”.
    Per il politologo Giovanni Sartori “è certamente degna di essere fatta. Spero che possa essere accolta anche se ho dei dubbi sulla sua praticabilità”. Il dubbio più grande è che “la Nato non esiste, fatico a immaginare a chi una proposta del genere possa essere sottoposta”.
    L’editorialista del Corriere Angelo Panebianco la giudica “un modo per tentare di uscire dall’immobilismo europeo”. Resta l’ostacolo di un’Europa “divisa a causa di francesi e tedeschi che non vogliono mettere piede in Iraq. C’è una componente non realistica nella proposta, nel senso che c’è da sanare innanzitutto questa divisione. Merita però di essere fatta circolare comunque, è un’alternativa migliore dell’immobilismo attuale”.

    saluti

  5. #5
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    Roma. Nel giorno in cui in sede Nato è stato raggiunto l’accordo per l’ampliamento della missione d’addestramento delle forze irachene, il vicepresidente del Consiglio e presidente di An, Gianfranco Fini, si dice “d’accordo” con l’appello “Nato in Iraq” lanciato dal Foglio.
    Anche per lui è infatti auspicabile “che le prossime elezioni in Iraq siano garantite da un’adeguata presenza di truppe Nato”.
    Come Fini, anche il ministro delle Telecomunicazioni, Maurizio Gasparri, per il quale l’intervento avrebbe un “notevole impatto politico. Gli Stati che aderiscono al Patto Atlantico darebbero una prova di coesione che rafforzerebbe ulteriormente l’efficacia dell’impegno delle democrazie occidentali. L’impiego di truppe Nato risponderebbe a una precisa richiesta avanzata dalle Nazioni Unite”.
    Per Gasparri “l’Italia e tutti gli altri Stati impegnati in Iraq non possono abbandonare quel popolo al proprio destino.
    Se questo dovesse accadere si andrebbe a decretare il fallimento dell’intera missione umanitaria e a vanificare il sacrificio dei nostri militari, caduti per portare la libertà e la democrazia in un luogo dove per anni sono stati negati i diritti civili”.
    Una missione Nato darebbe “una più forte legittimazione internazionale, fissando precisi tempi di permanenza delle truppe e modalità d’azione”.
    Per l’ex Capo di Stato maggiore Mario Arpino, anche lui favorevole all’appello, “le cose in Iraq possono farle gli americani o la Nato. L’Onu non ha nessuna capacità di dirigere le truppe, nessun capo dell’esercito metterebbe le proprie truppe nelle loro mani, non ha catena decisionale e di comando, nessuna struttura propria. Al massimo può dare il suo beneplacito”.
    Secondo Arpino il focolaio di Fallujah va sedato al più presto perché altrimenti “le elezioni non si farebbero mai, avremmo l’assassinio del presidente del seggio o del capo del partito”.

    L’ostacolo più grande restano Francia, Spagna e Germania, “non rientrerebbero mai sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica. Sarà comunque un momento di chiarezza: in sede Nato le decisioni vanno prese all’unanimità. Ci sono dei fori di tipo militare in cui la Francia non partecipa, da qui si potrebbe provare, ma serve comunque una decisione al livello del consiglio”.
    La Nato quindi come la forza più idonea, anche se rimane “un gatto che si mangia la coda, perché la via per ottenere l’assenso è difficilmente percorribile. Una Nato senza gli americani è l’Europa, ma è ovviamente non realistica”.
    Di “necessario e ferreo controllo del territorio per garantire le elezioni” parla Carlo Cabigiosu, generale ed ex gran consulente per la missione italiana in Iraq, che ricorda che “se nel sud dell’Iraq la sicurezza è già garantita dalle truppe della coalizione non americane, altrove può essere fatto solo con l’impegno degli americani”.
    E’ nel contesto di una minore visibilità degli Stati Uniti che potrebbe inserirsi la proposta del Foglio: “Sarebbe una cosa analoga a quella di Kabul, con l’Isaf che si prende cura della capitale”.
    Per Cabigiosu è una “soluzione logica, che sia realizzabile è molto dubbio. Serve l’intervento di Francia e Germania, le nazioni che possono dare dai 2 ai 3 mila uomini, a Baghdad ne servono almeno 15 mila, è necessaria la partecipazione di almeno otto nazioni consistenti, tra cui la Turchia, forse la Russia”.

    saluti

  6. #6
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    Aderiscono all’appello del Foglio sulla Nato in Iraq: il ministro della Difesa, Antonio Martino, per il quale “la proposta del Foglio d’inviare la forza Nato in Iraq per le elezioni è sensata e condivisibile, e credo che il governo l’appoggerà”; il responsabile
    Affari interni e giustizia della Commissione europea, Rocco Buttiglione, che attraverso il suo ufficio stampa dice di “approvare
    molto l’iniziativa del Foglio.
    Sarebbe una modalità efficace per superare le divisioni fra gli europei, l’occasione giusta per chi vuole diminuire il ruolo degli
    Stati Uniti”.
    Enzo Bianco (Ulivo), presidente del “Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato”, si dice “d’accordo con l’appello perché le truppe Nato potrebbero garantire un livello di sicurezza necessario allo svolgimento delle elezioni”.
    Aderiscono anche: Gustavo Selva, presidente della commissione
    Affari esteri della Camera; Adolfo Urso, viceministro alle Attività produttive, per il quale “le elezioni di gennaio segnano un primo e un dopo, tra ciò che è stata la ventennale tirannia di Saddam e la nascita di uno Stato finalmente democratico. E’ giusto che l’impegno sia a tutti i livelli e in particolare della Nato”;
    Guido Roberto Vitale, presidente di Rcs Media Group; l’europarlamentare radicale Emma Bonino: “L’ultima risoluzione dell’Onu stabiliva il contributo delle nazioni membri alla forza multinazionale. Non ho visto niente di tutto ciò, mi chiedo quanto siano vincolanti le risoluzioni per chi le vota”.
    Nino Strano, vicepresidente commissione Affari europei della Camera: “Vigilare sul regolare svolgimento delle elezioni irachene costituisce il compimento dell’intera missione”; Alessandro
    De Franciscis, Popolari – Udeur; il generale Carlo Jean (“un’idea realizzabile se prevalesse il senso di responsabilità nei paesi
    Nato”); Andrea Nativi, direttore della Rivista italiana di Difesa (“la Nato in Iraq è anche il sogno di Rumsfeld”); Stefano Silvestri,
    presidente dell’Istituto affari internazionali: “Il problema è il coordinamento tra l’organizzazione delle elezioni e le operazioni
    militari. Gli americani, che hanno insistito sull’unità di comando della coalizione, avrebbero difficoltà ad accettare limitazioni simili”.
    Marina Sereni, responsabile Esteri dei Ds, sull’Unità di ieri invoca la sostituzione anche graduale delle truppe della coalizione con quelle di altri paesi che non hanno condiviso la guerra e aggiunge
    che in questo contesto “ha senso valutare anche proposte – come quella avanzata nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara, Marta
    Dassù e altri – sull’impegno che potrebbe avere la Nato nel teatro iracheno”.

    La Nato cerca alleati.
    Il giorno dopo l’annuncio dell’accordo sull’addestramento delle
    forze irachene, fonti ufficiali Nato fanno sapere che il vicesegretario generale, Alessandro Minuto Rizzo, partirà domenica per un tour in Kuwait, Bahrein e altri paesi del Golfo. Le visite mirano a promuovere la cooperazione coi governi dell’area. Il viaggio si articolerà in due parti, una prima e una dopo il Ramadan.
    La Nato sta cercando di rafforzare i legami con i paesi del medio
    oriente nei settori dell’antiterrorismo e della sicurezza, all’interno del programma “Istanbul Cooperation Initiative”.
    Al summitdella Nato di giugno è stata lanciata la proposta di trasformare il Dialogo mediterraneo, che l’Alleanza intrattiene già dal dicembre 1994 con sei paesi arabi e con Israele, in una partnership.
    La missione di addestramento Nato inviata a Baghdad non è ancora operativa, ma diversi paesi della Coalizione hanno già in
    corso iniziative di formazione del personale iracheno. Da mesi le unità dell’esercito iracheno sono addestrate dal training team
    multinazionale guidato dal generale Petreus e composto da istruttori statunitensi e di altri paesi, Italia inclusa. Gruppi di ufficiali iracheni sono in arrivo a Roma dove frequenteranno
    corsi di specializzazione, mentre a Nassiriyah e nella provincia del Dhiqar il contingente Antica Babilonia cura l’istruzione del personale della Guardia nazionale, dell’Iraqi Police Service e dei tribunali: un compito al quale il comando italiano e quello britannico della Divisione sud-est di Bassora attribuiscono importanza strategica.
    Primi frutti: al voto per il rinnovo del Consiglio comunale di Nassiriyah si è presentato il 40 per cento degli aventi diritto.
    Non ci sono stati incidenti, lo scrutinio è in corso; merito anche dei soldati italiani.


    La proposta
    La proposta è questa, e il governo italiano potrebbe avanzarla in sede Nato e nella Unione europea.
    Un solido contingente della Nato dovrebbe impegnarsi subito a trasferirsi in Iraq per il periodo necessario a tutelare il diritto degli iracheni a votare, per la prima volta, e a scegliersi il loro Parlamento, la loro Costituzione, il loro governo.

    Marta Dassù, Giuliano Ferrara, Piero Ostellino, Vittorio Emanuele Parsi

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Siamo un Paese ostaggio?...

    …O no?

    Ieri il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, oggi il ministro della Difesa, Antonio Martino: d’accordo, dicono al Foglio, sollecitiamo la Nato a mobilitare una sua forza e a dispiegarla per un periodo di tempo limitato in Iraq, con l’obiettivo di garantire l’esercizio in sicurezza del diritto di voto degli iracheni.
    Ma con la proposta si schierano molti altri leader della politica (Buttiglione e Bondi, per esempio) e della società civile italiana (Sartori, per esempio), compresi autorevoli dirigenti dei diesse come l’ex sottosegretario di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, Marco Minniti, e (con dei distinguo) la responsabile della sezione esteri dei Ds Marina Sereni.
    Essendo la politica italiana un po’ bizzarra, mancano ancora all’appello il titolare di Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi, e il ministro degli Esteri. Il che è per lo meno curioso, visto che sono loro che più di chiunque altro avrebbero il dovere e ricaverebbero il massimo vantaggio politico generale nell’assumere questa posizione cristallina e nel gestirla con tenacia.
    A meno che il nostro paese non si consideri o non sia in ostaggio (il che è da escludere visto che anche i deragliamenti sul binario francese nel trattare la questione dei sequestrati italiani non sono mai andati oltre la comprensibile vocazione umanitaria), il governo nella sua interezza dovrebbe, sia detto in spirito di amicizia, muoversi nella direzione giusta, e in fretta.
    La Nato è già in viaggio per l’Iraq, ma trecento istruttori sono poca cosa, non corrispondono neanche solo sul piano simbolico all’interesse generale dell’alleanza e dell’Unione europea, che quasi coincidono, per una stabilizzazione ragionevole di quella cruciale regione del mondo.
    Perfino commentatori un po’ bizzarri, come Sandro Viola che preconizza un futuro disimpegno americano da Baghdad e annuncia contestualmente la fine del mondo occidentale e la vittoria della umma musulmana, o Quentin Peel, che sul Financial Times ribadisce che gli americani se ne devono andare al più presto, aggiungendo “peccato che non ci sia un’alternativa alla loro presenza”; persino chi scrive in questo clima di impazzimento generale e di autolesionismo occidentale, come abbiamo visto, si pone il problema del che cosa fare, dell’alternativa al caos.
    E c’è una soluzione politico-militare, l’uovo di Colombo, a portata di mano: far funzionare un’antica alleanza per i suoi scopi istituzionali, esattamente com’è successo in Afghanistan e in Bosnia o in Kosovo.
    Che cosa aspettano Farnesina e Palazzo Chigi?

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  8. #8
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    Roma. Aderiscono all’appello del Foglio:
    il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi,
    l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Reginald Bartholomew, che dichiara che
    "l’importanza dell’iniziativa è che si sottolinea un fatto capitale non sufficientemente riconosciuto in Europa, e cioè che sarebbe un disastro sia americano che della coalizione, avrebbe conseguenze terribili per tutti, per l’America e l’Europa, ma prima di tutto per l’occidente, se l’impresa irachena fallisse. Si tratta di portare la guerra a una fine ragionevole, più o meno sulle tracce già definite e in questo quadro accolgo l’iniziativa del Foglio. Metterebbe anche i paesi europei davanti alla loro responsabilità”.
    Aderiscono anche il presidente della Regione Piemonte Enzo Ghigo e il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, perché
    “la proposta del Foglio mette sul tavolo un’ipotesi realistica e valida, sia sotto il profilo tecnico-militare, che sotto quello politico-diplomatico. La Nato è l’unica struttura militare che ha dimostrato efficienza nei teatri di crisi del dopo 1989, ed è l’organizzazione che raccoglie il maggior numero d’adesioni: riunisce quasi tutti i membri dell’Unione europea, la Russia, numerosi paesi dell’Est europeo, gli Stati Uniti e la Turchia. L’intervento della Nato dimostrerebbe un ritrovato fronte comune non solo a livello di principio, come nel caso dell’ONU, ma anche a livello di volontà politica: ciò che è mancato fino a oggi”.
    Dai Ds, l’adesione di Franco Debenedetti:
    “Ottima iniziativa per superare le divisioni tra europei, ottenere il coinvolgimento di nazioni arabe, fare giustizia dell’equivoco che la guerra al terrorismo sia una guerra di religione”.
    Dalla Margherita il sì di Franco Marini, perché
    “non si può lasciare l’Iraq in balia di se stesso, per questo l’idea del Foglio mi sembra molto valida”,
    ed Enrico Letta, e per l’Udc Luigi Compagna, con questa motivazione:
    “Nel suo ultimo discorso al Parlamento europeo Altiero Spinelli si dissociò dal suo gruppo e appoggiò il bombardamento della Libia deciso dal presidente americano Reagan dopo un attentato terroristico in una discoteca di Berlino. Spinelli disse che l’europeismo ha senso solo dentro l’atlantismo”.
    Anche Chicco Testa, presidente di Roma Metropolitane, “perché ritengo che occorra tenere le elezioni quanto prima in Iraq e assicurare un governo legittimo e autonomo”;
    Pietro Armani (An), perché l’iniziativa “configurerebbe una reale condivisione delle responsabilità internazionali”,
    e Gianni De Michelis (Nuovo Psi):
    “Bisogna stanare le posizioni europee che non hanno più nessuna prospettiva. Non basta però dire alla Nato di farsi carico della sicurezza in Iraq, il passaggio indispensabile è il coinvolgimento dei paesi della regione, come la Lega Araba e l’Iran”.
    Al Point il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, dice che “la comunità internazionale non può permettersi che l’Iraq diventi uno Stato di non-diritto”.

    saluti

  9. #9
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    Questo è un documento riservato, che un diplomatico italiano
    ostile all’appello del Foglio per la Nato in Iraq ha diramato nel palazzo. Lo pubblichiamo con una replica.

    Mittente: Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio Atlantico, Bruxelles.
    Oggetto: Appello del Foglio al Governo per un intervento della Nato in Iraq a garanzia delle elezioni all’inizio del prossimo anno.

    Valutazioni
    1. Non è sfuggito a questa Rappresentanza permanente l’appello lanciato ieri sul Foglio da Giuliano Ferrara e altri intellettuali al Governo per chiedere alla Nato l’invio di sue truppe in Iraq per garantire la sicurezza in vista dello svolgimento delle elezioni del prossimo anno.
    La proposta non appare dal mio osservatorio dotata di realismo né sul piano politico né su quello militare e la ritengo più intesa a provocare un “dibattito accademico” che non a formulare un’ipotesi effettivamente percorribile.
    Tale è lo spirito peraltro con il quale la Dassù, nel corso di una conversazione che ho avuto con lei ieri sera, mi ha confermato di aver sottoscritto consapevole del suo irrealismo sul piano concreto. Non ho mancato di attirare l’attenzione del Segretario Generale e dell’Ambasciatore americano Burns sulla proposta, ieri sera in occasione di un evento sociale, per sondare le loro reazioni. Entrambi hanno espresso un prevedibile scetticismo sul suo contenuto alla luce dei recenti dibattiti in Consiglio in argomento.
    2. In proposito ricordo infatti che il Consiglio sta discutendo in questi giorni l’attuazione della decisione presa dai Capi di Stato e di Governo a Istanbul di fornire assistenza all’Iraq per la formazione delle sue forze di sicurezza. Decisione di ben più modesta portata rispetto a quella di invio di forze di combattimento prospettata da Ferrara ma che, ciononostante, sta essa stessa incontrando difficoltà e resistenze soprattutto da parte francese (ma sostenute anche da Germania, Belgio e Spagna) intese proprio a limitare l’entità della presenza di truppe alleate sul suolo iracheno (peraltro in ogni caso prevedibilmente non superiori a poche centinaia) e ad escludere categoricamente che esse possano svolgere qualsiasi attività operativa che esuli dalla formazione e che possano comportare l’impiego della forza.
    Quando anche, per ipotesi di scuola, questa insormontabile pregiudiziale – che costituisce un punto fermo del fronte dei paesi alleati sin dall’inizio contrari all’intervento in Iraq – potesse essere superata rimarrebbe il problema delle risorse che, sottolineo, sono esclusivamente nazionali in quanto la Nato, come noto, non dispone di forze operative proprie ma solo di capacità di pianificazione e di comando. Il montaggio di un’operazione delle dimensioni di quella prospettata dal Foglio sarebbe di enorme complessità e richiederebbe, solo per l’elaborazione del “Concetto Operativo” e del relativo “Piano”, tempi necessariamente lunghi. Rimarrebbe poi l’incognita della “generazione delle forze” che le nazioni sarebbero chiamate ad offrire, che l’esperienza attuale con ISAF in Afghanistan mostra quanto sia problematica anche per risorse incommensurabilmente più modeste di quelle che richiederebbe l’Iraq.
    3. Segnalo infine che, prendendo spunto anche dallo spirito dell’articolo in questione, nel mio intervento stamani in Consiglio sulla questione dell’addestramento delle forze di sicurezza irachene, non ho mancato di mettere in luce l’importanza che l’Alleanza, anche se indirettamente tramite la formazione, si impegni per fornire il massimo contributo per creare in Iraq condizioni di sicurezza che permettano lo svolgimento delle elezioni.

    L’Ambasciatore Maurizio Moreno Bruxelles, 22 settembre 2004


    Bene, l’ambasciatore non ci crede. Ha la sapienza del mestiere, del tecnico, dell’esperto. E dice al suo governo che non è “realistico” fare quel che si dovrebbe fare, secondo i firmatari dell’appello del Foglio, ai quali è arrivata l’adesione di molti politici di governo e di opposizione, e in particolare quella del vice premier e del ministro della Difesa.
    Non c’è problema, è quello il lavoro di un ambasciatore, riferire quel che sa, sconsigliare quel che giudica sconsigliabile.
    E’ strano però che l’ambasciatore Moreno, il quale non è tenuto a capire la politica (anzi, gli ambasciatori spesso è meglio che non sappiano e non capiscano la politica) trascuri elementi che sarebbero decisivi in una visione politica seria della faccenda.
    Il veto francese, sottolineato con appassionata partecipazione dall’ambasciatore (e non finiremo mai di apprezzare il bel francese corretto che parlano i nostri diplomatici francofili per lunga tradizione), si scontra con qualcosa di serio e, se sfidato, forse non è tenibile: si scontra con l’Onu e la sua risoluzione che chiede di dare una mano all’Iraq, anche in termini militari;
    si scontra con l’umanitarismo di Joschka Fischer, e la protezione delle elezioni è un diritto umano;
    si scontra con i precedenti dell’Afghanistan, del Kosovo, della Bosnia;
    si scontrerebbe, se apertamente ed elegantemente sfidato da potenze occidentali come gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Italia, la Polonia e altre, con la difficoltà di comunicare all’opinione europea il disarmo e la decapitazione della Nato in circostanze come queste, chiare e limpide.
    Le risorse? L’ambasciatore sa che “l’intendance suivra”.

    saluti

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    Predefinito Il voto a....

    ….Nassiriyah

    Nassiriyah. La situazione a Nassiriyah, dove agisce il contingente italiano in Iraq, è in questi giorni sotto controllo, anche se non sono sottovalutate le minacce che comunque permangono: Sadr e il terrorismo infiltrato da oltreconfine.
    Ieri un portavoce del mullah bandito ha ventilato la possibilità che l’Esercito del Mahdi torni in azione, mentre da Beirut giungeva la notizia di un possibile legame tra la cellula che nei giorni scorsi ha tentato di colpire a Beirut e alcune azioni condotte contro i nostri soldati a Nassiriyah.
    Intanto i dati ufficiali saranno noti soltanto nelle prossime ore, ma al di là del risultato politico le elezioni del “municipal council” di Nassiriyah costituiscono già un successo per il contingente militare italiano, che non ha dovuto affrontare problemi di sicurezza né durante la fase preparatoria né il 20 settembre, giornata nella quale sono rimaste aperte le urne.
    Merito soprattutto di due fattori che hanno recentemente contribuito a stabilizzare (almeno per il momento) la situazione nella provincia del Dhiqar.
    Il primo è costituito dalla decisione di Moqtada al Sadr di cessare le attività militari contro le forze alleate in seguito alla sconfitta nella battaglia di Najaf. L’impatto della disfatta militare dell’Esercito del Mahdi ha avuto ripercussioni anche a Nassiriyah dove l’imam Aws al Khafaji, che aveva guidato tre offensive della guerriglia contro il Contingente Antica Babilonia, ha seguito le indicazioni di al Sadr. L’intelligence italiano, che monitora regolarmente le preghiere del venerdì (spesso veri comizi), ha rilevato un atteggiamento morbido di Khafaji che proclama ora di non avere ostilità contro gli italiani, limitandosi a criticare duramente il governo centrale di Iyyad Allawi. Un cambiamento d’attitudine importante per un religioso che soltanto nel maggio scorso aveva proclamato il jihad contro le truppe italiane.
    Il secondo fattore di stabilizzazione è da attribuire alle attività del nostro contingente. Da un lato l’applicazione del “metodo Nassiriyah”, per usare le parole pronunciate dal capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, durante la visita in Iraq la scorsa settimana.
    Un metodo rappresentato dal dialogo e dal confronto con le autorità locali (che sono pienamente sovrane dalla fine ufficiale del periodo di occupazione, il 30 giugno scorso) abbinato a una ferma e decisa risposta militare nei confronti di chi minaccia la sicurezza. Dall’altro ha avuto un notevole impatto il ruolo svolto dal Dipartimento per la Riforma del Settore della Sicurezza (SSR- Security Sector Reform), guidato attualmente dal colonnello Maurizio Morena, che impiega una compagnia del 66° reggimento aeromobile della Brigata “Friuli” e una compagnia di carabinieri per addestrare un migliaio di uomini della Guardia nazionale e più di 5.000 poliziotti iracheni, oltre a fornire supporto alla riorganizzazione dei tribunali.
    Sono state infatti le forze locali a garantire la sicurezza in città durante la fase elettorale mentre le truppe italiane si sono limitate ad assicurare la capacità d’intervento rapido in caso di allarme. Un successo operativo che ha anche aspetti politici dal momento che la giornata elettorale non ha visto truppe
    “straniere” presidiare Nassiriyah, ma soltanto forze irachene. Neppure i britannici hanno ottenuto un simile risultato.
    A Bassora, dove due settimane fa è stato eletto, senza disordini, un governatore fedele agli sciiti moderati guidati da Ali Sistani, le truppe di Sua Maestà hanno controllato la città insieme con le milizie di Sistani e con la polizia locale per prevenire disordini sobillati soprattutto da agitatori infiltrati dall’Iran e in gran parte appartenenti ai pasdaran, i guardiani della rivoluzione khomeinista che negli ultimi mesi hanno armato e infoltito le fila dei miliziani dell’Esercito del Mahdi.

    Per abituarsi alla democrazia
    Le valutazioni sul voto a Nassiriyah sono positive, pur evidenziando le difficoltà di gran parte della popolazione (non aveva mai votato prima) ad “abituarsi alla democrazia”.
    La società irachena attribuisce un ruolo politico soprattutto agli sceicchi (i capi tribù che trattano con i governatori) e non ai neonati partiti politici, l’organizzazione tecnica delle elezioni poi non ha certo avuto standard occidentali e per individuare i 110 mila aventi diritto al voto si è utilizzata la tessera del razionamento distribuita alle famiglie durante gli ultimi anni di Saddam.
    Il governatore di Dhiqar, Sabri al Rumayadh, sta in queste ore rivedendo al ribasso le ottimistiche stime iniziali di affluenza al voto, diffuse appena chiuse le urne, che riportavano un’adesione del 40 per cento e, paradossalmente, potrebbero essere premiate le formazioni più estremiste, le uniche a condurre una parvenza di campagna elettorale.

    saluti

 

 
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