LA STAMPA 17/10/2004
Prodi: «Vi spiego il mio programma per l'Italia»
«Nuove tecnoiogie, più ricerca, modello solidale per l'immigrazione»
«La patrimoniale? L'ha messa Berlusconi con l'aumento dell'Ici»
La manifestazione del 6? Uno statista sa ascoltare la propria gente»
I libri sono già tutti imballati, il traslocatore è stato trovato, «con la regolare asta» come è dovere dei commissari europei, i contratti dell'appartamento sono stati chiusi. Adesso Romano Prodi sta davvero tornando.
Da pochi giorni il Parlamento ha salutato con un applauso bipartisan il presidente della Commissione che abbandona Bruxelles dopo cinque anni. E' già buio, in un freddo nordeuropeo, quando Prodi sbarca da Bruxelles e mentre viaggiamo tra Milano e Bologna, al telefono i suoi collaboratori lo prendono un po' in giro raccontando le ultime notizie sul difficile inizio di rapporti tra Rocco Buttiglione e il Parlamento europeo: «Non disfare la valigia - gli dicono - se il Parlamento vota contro la nuova Commissione ti tocca rimanere in carica». E' uno strano lampo quello che passa negli occhi del professore di solito notoriamente pacifico. Poi rientra in se stesso: «Bruxelles è stata una conquista difficile e sento moltissimo questo distacco. E' un momento molto sentimentale».
Cinque anni a occuparsi di temi così nuovi e diversi da quelli della politica nazionale. Temi che, come ha detto, «spesso 15 anni fa nemmeno esistevano».
«Il contenuto del lavoro a Bruxelles è spettacolare, perché ci si proietta interamente sul futuro. Si ha meno potere, perché molto spesso le decisioni hanno un'applicazione lontana, ma il senso di costruire l'unica cosa davvero nuova che si sta facendo nella politica mondiale è straordinario».
Come è cambiato Prodi in questi cinque anni?
«Questa esperienza mi ha spinto a tener conto di due cose: lavorare sulle nuove realtà del mondo, cioè sulla globalizzazione, che pure è un brutto termine, e lavorare molto di più sul futuro. Bruxelles ti dà sensibilità su temi come quelli regolati dal protocollo di Kyoto, o come il multilateralismo, non solo quello della guerra o dei missili, ma applicato alle sfide che riguardano la solidarietà internazionale, la navigazione, i commerci. Tutto ciò deve sempre essere inquadrato in un nuovo contesto globale. Ed è un modo tutto nuovo di prendere decisioni: è come se uno dovesse sempre pensare di non essere solo, di vivere insieme ad altri anziché da solo».
Questo ritorno indietro è quindi duplice perché in Italia il futuro non fa parte del dibattito politico, anzi quasi tutto è retrospettivo.
«Infatti il senso del nostro progetto vorrebbe proprio essere quello di ridare all'Italia il senso del futuro: gioia di vivere e senso del futuro».
Gioia di vivere?
«Si, intendo la soddisfazione di qualche vittoria, di ottenere obiettivi. Quanto al senso delfuturo voglio dire che 'bisogna capire che l'effimero, la vittoria puramente dialettica, la polemica fine a se stessa, nel mondo di oggi non contano assolutamente nulla. La politica effimera, la furberia di corto periodo, ti premia forse a livello nazionale, ma ti punisce sempre a livello internazionale dove non viene perdonato nulla che non sia coerente».
Quali sono stati i momenti di orgoglio e di rammarico in questi anni?
«Il primo maggio, con l'unificazione dell'Europa, che ha chiuso la fase della Cortina di Ferro, aperta la possibilità di un nuovo vicinato per i paesi attorno all'Europa. Il ricordo più forte è il lavoro, giorno e notte, dei parlamenti dei dieci paesi entranti che, divisi su tutto il resto, erano impegnati col massimo di intensità a modificare i loro codici, le loro strutture amministrative e le loro leggi per adeguarsi all'Europa: la precisa sensazione, da parte nostra, che stavamo esportando pacificamente la democrazia».
ll rammarico?
«Non realizzare il progetto di Lisbona di ammodernamento dell'economia europea. Non lo abbiamo potuto fare per l'opposizione degli Stati membri. Bisognerà nuscire a convincere gli Stati a rilanciare la crescita e la ricerca in Europa. Se continuano a voler l'unanimità su queste decisioni non si avranno che progressi molto limitati».
Quale prospettiva ha l'Europa che lascia?
«Mi aspetto che si dia concreta realizzazione al progetto fatto. Finito l'allargamento dell' Europa, bisogna avere con tutti i paesi vicini un forte rapporto di cooperazione, una buona politica vicinato che sia la grande garanzia della pace per Europa. Legami non solo di amicizia ma di compartecipazione e condivisione delle principali decisioni economiche e politiche. Il desiderio di Europa è talmente forte che non cessa di stupirmi. Nel Caucaso per esempio, dove le condizioni di vita sono difficilissime, la loro unica speranza è l'Europa: li ho visti in Georgia esporre affiancate la bandiera della Georgia e quella dell'Europa. Nessuno arra il perché se non capendo quale speranza per loro sia l'Europa».
Come sta vivendo la vicenda della bocciatura di Rocco Buttiglione?
«Credo che abbia ragione il cardinale Sodano quando dice che su queste cose è necessario un pudico silenzio fino a che non si sarà depositata la tensione».
E' un po' poco come risposta, in fondo coinvolge non solo un italiano nella Commissione ma anche un cattolico di radicate convinzioni, come è anche lei, Anche lei si sarà posto il problema del rapporto tra morale personale ed etica e diritto?
«Credo che l'appello al silenzio sia comunque adatto, perché quello che è successo corrisponde anche a una speciale sensibilità del parlamento europeo nei confronti dell'Italia sul tema della Giustizia, uno dei temi che sarebbero di competenza di Buttiglione».
In questo quadro di alta politica europea e globale, non stride il fatto che il ritorno dello statista europeo nel confronto politico italiano avvenga il 6 novembre in occasione di una manifestazione di piazza, un corteo di strada contro la Finanziaria?
«Si tratta di una manifestazione che coinvolge molta gente, ed essere statista europeo non vuol dire non rispondere alla propria gente, non confortarla nel momento di difficoltà e non metterla assieme quando questo è il loro desiderio. La gente ha bisogno di essere rassicurata e quella manifestazione ha il senso di dire agli italiani siamo qui, stiamo cominciando un nuovo ciclo politico. Si prepara una lunga operazione di coesione e la stessa manifestazione è opera di unità».
Eppure nel centrosinistra sembra sempre latente il rischio di divisioni.
«Non possiamo dimenticare le polemiche che hanno accompagnato la creazione della federazione e della grande alleanza democratica. Ma rimarranno delusi quelli che puntano sulla nostra divisione. Nella manifestazione, voluta da tutti, saremo tutti assieme, dai repubblicani a Rifondazione. Sono state settimane in cui si è giocato a dividere e a costruire falsi assi privilegiati: prima con i Ds e contro la Margherita, adesso con Bertinotti ai danni dei Ds, come se io potessi dimenticare il contributo di Piero Passino. La manifestazione è proprio la visibile dimostrazione del contributo comune. Chiude il ciclo della ritirata, dopo i primi successi locali».
Nel dibattito italiano però questo rientro «battagliero» sembra dar forza a Bertinotti le cui richieste in materia di Finanziaria suscitano nei moderati timori istantanei di tasse patrin»oniali.
«Il fatto vero è che la patrimoniale c'è già: aver fatto mancare agli enti locali ogni sostegno finanziario significa aver trasformato l'Ici in una vera e pesante patrimoniale. Il problema quindi non è di mettere la patrimoniale, ma semmai è di abolirla. Così ringrazio il governo Berlusconi che ha messo una patrimoniale consistente».
Il fatto di non disporre di un suo partito non è preoccupante? Meno di un mese fa ha lanciato un allarme nei confronti della coalizione che è parso quasi un annuncio di ritiro.
«Mi sono preoccupato che ci fossero regole chiare per la Federazione dei partiti dell' Ulivo e che fosse visibile la costituzione della grande alleanza democratica. Questo è stato ottenuto. Siamo una coalizione di gente che ama esprimersi in pubblico: non abbiamo un padrone né una struttura finanziaria che impone le coalizioni. Noi ci dobbiamo legare per convinzione e per dibattito».
Quanto alle convinzioni un test la coinvolgerà presto nella sua natura di cattolico: il referendum sulla fecondazione assistita che buona parte della sua coalizione condivide ma che i cattolici vedono con molta cautela.
«Ho chiaramente contribuito a un dialogo per la riforma della legge che la migliori nei moltissimi punti di debolezza. Questo è l'obiettivo primo, pur difficile. Gli sforzi di Amato per riuscirci devono essere aiutati con la maggior apertura e buona volontà. E' d'altronde un referendum che divide sia a sinistra sia a destra e sono temi tanto cari alla coscienza che queste divisioni sono particolarmente dolorose».
Che effetto le fa tornare nel giorno in cui il Parlamento ha dato un nuovo assetto istituzionale all'ltalia?
«Questo è un giorno da dimenticare. Vorrei che la maggioranza che ha votato norme che minano alla base l'unità del paese, che ha dato all'Italia non una devolution ma una— 'dissolution', sappia che ci batteremo fino in fondo contro questa decisione nei passaggi parlamentari o in un referendum popolare che in questi casi è naturale, sapendo che il paese è con noi».
Anche l'Ulivo ha introdotto a maggioranza modifiche costituzionali...
«Non nego che si poteva evitare il modo in cui fu modificato il titolo quinto della Costituzione, ma si trattava di modifiche di minore entità che non sconvolgevano l'intera intelaiatura della Costituzione. Perché qui si tratta di 43 articoli e non è vero che riguardano solo la seconda parte della Costituzione perché hanno un impatto immediato anche sulla prima».
In questi cinque anni l'Italia ha conosciuto un crescente euro-scetticismo. Come lo affronterà?
«In Europa c'è molta attesa e speranza per un'Italia che possa tornare al centro del processo di integrazione. Germania e Francia, in particolare, vedono certamente un cambiamento in Italia come un'opportunità per l'intera Europa. Sarà possibile a quel punto restituire energia a un progetto che i nostri paesi hanno portato avanti con successo per 50 anni».
Come ritrova l'economia italiana?
«Ogni classifica economica, da quella più serie sul reddito nazionale a quelle più immaginifiche sull' imprenditorialità vedono un terribile regresso. C'è la rassegnazione che il paese perda terreno. Così ci stiamo isolando, in Europa e nel resto del mondo. Siamo l'unico grande paese a non avere investimenti stranieri. E' indispensabile una diagnosi seria e severa e non negare che i problemi ci siano. Siamo in fondo alla classifica della crescita del Pil di tutti i 25 paesi europei. Quando in termini di innovazione, brevetti, ricerca e imprenditorialità perdiamo continuamente posizioni, è necessario rinunciare alle illusioni». Ma non basta la diagnosi, serve un programma altrettanto preciso.
«Abbiamo avviato prima di tutto l'iniziativa politica e ora entriamo nella fase di elaborazione del programma che giungerà a compimento nell'autunno prossimo. Sono questi i tempi giusti per la competizione elettorale»
Che cosa porterà da Bruxelles in questo contesto progettuale?
«Ci sono esempi meravigliosi di svolte nelle economie dei paesi membri che saranno utilissimi all'Italia: dalla capacità dell'Irlanda di attrarre i capitali stranieri per poi utilizzarli in settori tecnologici; alla capacità dei paesi scandinavi di affrontare in modo solidale i problemi dell'immigrazione; ancora alla capacità francese di sviluppare settori industriali ad elevato contenuto di tecnologia. Quello a cui penso è proprio di riportare l'Italia a aprirsi: pensi che cosa significherebbe offrire alle economie asiatiche i nostri porti come punti di approdo sicuro per l'intero Mediterraneo, creando anche uno speciale ambasciatore economico per la Cina. Ci sono mille cose da fare, piccole o grandi, dalla riapertura delle strade dei pellegrini che attraversano l'Italia alla concentrazione di gran parte della ricerca in pochi e specifici settori tecnologici. L'Italia tra l'altro non ha più grandi imprese che vanno all' estero e questo non è possibile. Poi un giorno si dovrà porre il problema dell'energia. E' un problema di livello globale, ma anche in Italia si deve riproporre la questione delle nuove tecnologie».
In realtà in materia d'energia in Italia sono state bloccate regioni intere solo per problemi di inceneritori e depositi di scorie. Non si sta illudendo sulla società italiana che ritrova?
«Le domande che mi sento fare quando sono in Italia sono tutte richieste di rassicurazione, Sento continuamente i riflessi di paura, paura, patina. Paura del futuro, per i giovani, dell'occupazione, dei nuovi paesi. Chi vuole far politica in Italia deve affrontare questi problemi e dare gli strumenti per risolvere le paure. Altrimenti gli italiani non lavoreranno insieme mentre oggi serve un enorme sforzo collettivo. Ma un paese che ha paura non può vincere. Vede, io ho la credibilità per chiedere questo sforzo collettivo, perché quando abbiamo chiesto l'impegno di tutti i cittadini - pensi all'eurotassa - i risultati sono arrivati. E lo stesso è avvenuto in questi anni in Europa.





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...che Gaffe!
