...Italy
Peccato che il Foglio, dell’articolo pubblicato su Repubblica martedì da Giuliano Amato e Carlo De Benedetti, abbia badato
solo alle firme e alla testata che lo ha ospitato. Evidentemente le due cose hanno fatto l’effetto di un drappo rosso sventolato
sotto gli occhi del toro-elefante, se in due giorni abbiamo assistito a quattro cariche.
Mi permetto di far osservare che il tema – un nuovo modello di sviluppo per uscire dal declino – merita bene di accantonare
la polemica sulle persone, spesso fondata ma quasi sempre controvertibile, a favore della riflessione sulla sostanza.
Ci provo. Il punto da cui partire riguarda la necessità, che si nega, di un progetto paese.
Si dice: non abbiamo bisogno di un gosplan, lasciamo fare al mercato e la competizione s’incaricherà di premiare le iniziative al passo coi tempi.
Ma non esiste alcun paese liberale al mondo che non abbia un suo modello di sviluppo e una classe dirigente che si sente tale perché concorre a definirlo. Non si tratta di un’indebita ingerenza della politica rispetto al mercato, bensì di una sua assunzione di responsabilità in nome dell’interesse generale.
Rinunciarci non significa essere un paese più moderno, ma solo più debole. E che questa sia la storia italiana dell’ultimo decennio lo certificano i numeri: dal 1992 ad oggi siamo cresciuti mediamente dell’1% e con un trend decrescente, quasi la metà della pur non brillante Europa e meno di un terzo degli Usa.
In questo periodo il nostro capitalismo ha evidenziato in modo sempre più marcato i suoi quattro difetti strategici: dimensione troppo piccola, scarsa internazionalizzazione, poca capitalizzazione, produzioni a basso valore aggiunto.
Elementi che ne limitano progressivamente la capacità competitiva nella nuova dimensione globale, fino al punto da rendere probabile, in tempi non distanti e se non si interviene, l’irreversibilità del declino.
Tutto ciò è avvenuto perché, a fronte dell’indubbia degenerazione della politica economica e industriale della Prima Repubblica, la fragile (di qualità, idee e polso) classe politica della cosiddetta Seconda ha scambiato la discontinuità con l’inerzia, trovando più comodo pensare che il mercato (che certo andava creato e liberalizzato) avrebbe rabdomanticamente trovato la strada giusta.
A concorrere a questa scelta improvvida la somma tra il pensiero debole di un liberalismo tutto scolastico (Confindustria, centrodestra e intellighentia radical chic di sinistra) e governi di centrosinistra condizionati dall’ansia degli ex comunisti di emendarsi dal vecchio pregiudizio statalista e anti-capitalista. D’altro canto, imprenditori e lavoratori, di fronte a tanto spazio lasciato dalla politica, hanno mostrato limiti altrettanto evidenti: spaventati e allergici alla concorrenza i primi, strutturalmente conservatori i secondi, si sono condizionati a vicenda in una serie di scelte puramente difensive.
Valga da esempio l’acceso dibattito sulla delocalizzazione della produzione, impostato come se le aziende italiane potessero
“scegliere” di delocalizzare o meno.
Invece, avrebbe senso chiedersi come il fenomeno vada declinato in funzione della nostra struttura produttiva presente e futura e dell’evoluzione prevedibile dei concorrenti.
Ecco a cosa serve un modello di sviluppo: a governare e interagire con fenomeni globali che, specie nel caso italiano, se lasciati agire liberamente, si rivelano distruttivi.
Solo con una politica industriale le singole componenti del sistema, altrimenti troppo deboli, possono coordinarsi per assecondare gli effetti virtuosi e limitare quelli penalizzanti.
L’economia della conoscenza
E dopo averne argomentato della necessità, sarebbe anche ora di d’individuare i contenuti di questa politica, innanzitutto cercando di capire quale peso rivestirà l’industria manifatturiera. Anche qui la riduzione in corso da più di un decennio può essere piegata, reindirizzata, ma non fermata.
Le altre economie sviluppate puntano sempre più sull’economia della conoscenza, e noi non possiamo certo muoverci diversamente.
In questo senso, hanno ragione Amato e De Benedetti nel voler puntare su alcuni elementi caratteristici e non clonabili del made in Italy. Capisco l’amor di polemica, ma perché banalizzare un discorso serio come quello sul turismo –un’industria che funziona poco e male –nella caricatura dell’Italia-Disneyland della cultura o dell’arte? Certo, le ricette possono essere tante, ma sarebbe già un buon segno se il dibattito politico e tra le parti sociali avvenisse sui diversi modelli di sviluppo. Cosa impossibile se le antipatie personali e partigiane affogano ogni idea nel tritacarne del dileggio.
Enrico Cisnetto su il Foglio del 24 settembre
saluti




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