Giovedì 23 settembre s’inaugura a Milano la prima personale di Gian Paolo Tomasi, "Vernis a Venis".
Sono esposti quindicidi lavori dell’artista milanese, paesaggi e ritratti realizzati tra il 2002 e il 2004.
In questo ciclo pittorico, Gian Paolo Tomasi riprende e rielabora in chiave moderna gli inganni prospettici dei vedutisti veneziani.
Al primo impatto si riconoscono subito i palazzi, i campielli, le chiese e i canali di Venezia, poi solo in un secondo momento ci si accorge che sono in realtà panoramiche impossibili.
In “Guardando S.Giorgio Maggio lo yacht in mezzo al canale”, ad esempio, l’inquadratura permette di osservare l’intera facciata del Palazzo Ducale, la Piazzetta San Marco e contemporaneamente la Libreria Marciana; scorcio che il nostro occhio non è in grado di abbracciare con un solo sguardo.
Ispirandosi ai principali vedutisti del Settecento, dal Canaletto al Guardi, che si servivano della camera ottica per costruire le loro rappresentazioni, Tomasi assembla i propri scatti fotografici che rielabora poi in digitale e stampa su tela con pigmenti puri.
Sono mondi virtuali iperealistici, di altissima precisione e nitidezza.
Difficile dire dove finisce la realtà e inizia la finzione.
In tutte le tele di Tomasi, come nei “capricci” settecenteschi, si ritrovano rappresentati monumenti reali e immaginari, antiche rovine e dettagli contemporanei (una bottiglia di Coca Cola o una maglietta “I Love NY”), in un accostamento spazio temporale arbitrario, in cui è sottile il riferimento a fatti della cronaca e a tematiche socio-politiche.
Sono volutamente opere “aperte”, in cui l’interpretazione del fruitore può essere fatta a vari livelli di profondità, in base alle proprie conoscenze, esperienze e stati d’animo.
Nelle creazioni degli ultimi anni si può dedurre più chiaramente il messaggio dell’artista, come in “Attacco al colosseo”, in cui le rovine del monumento sono sorvolate da elicotteri militari e un cartello stradale di STOP invita alla pace.
Il colosseo qui raffigurato richiama in modo evidente la torre di Babele, che secondo la tradizione, era situata in Mesopotamia, l’attuale Iraq.
Da non perdere la tela “San Sebastian”, in cui è ripresa e trasfigurata l’iconografia di San Sebastiano: Monica Bellucci, nuda e legata ad una colonna, è trafitta da frecce nella sua ieratica bellezza.
Questa tela s’inserisce nella lunga tradizione iconografica di San Sebastiano, giovane di bellezza apollinea, la cui posa da martire nudo ha offerto in passato lo spunto per numerose rappresentazioni erotiche.
Le tele di Tomasi sono tutte opere spiazzanti, che fanno riflettere, denuncie socio-politiche ironiche e leggere, nel senso calviniano del termine.
tratto da tgcom


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