"Che cosa rispondere a un uomo che è sicuro di meritare il cielo scannandovi?"
Voltaire (Dizionario filosofico)
saluti


"Che cosa rispondere a un uomo che è sicuro di meritare il cielo scannandovi?"
Voltaire (Dizionario filosofico)
saluti


Che noi siamo sicuri che non lo merita e non lo guadagnerà, il tutto detto mettendogli le manette e assicurandolo alla giustizia "di questo mondo", il nostro.
Shalom


cerco di scannarlo prima che mi scanna luiIn origine postato da mustang
"Che cosa rispondere a un uomo che è sicuro di meritare il cielo scannandovi?"
Voltaire (Dizionario filosofico)
saluti![]()


“Voi potrete ottenere qualcosa solo con le armi. Noi cercheremo di battervi. Non sono certo che vinceremo. Abbiamo cacciato i crociati, ma abbiamo perduto la Spagna e la Persia. È possibile che noi perdiamo la Palestina. È troppo tardi per parlare di soluzione pacifica”.
Il segretario della Lega Araba, Azam Pascià, ad Abba Eban
(New York, 16 settembre 1947)
saluti


Infatti, questo era l'atteggiamento degli arabi nei confronti della decisione delle Nazioni Unite che promuoveva, per la Terrasanta, la nascita di due Stati fra loro in armonia e pronti a collaborare e perchè no, un giorno, a federarsi.
Shalom


Roma. Che opinione hanno dell’“ebreo” una decina di sauditi scelti a caso per strada?
A questa domanda ha pensato bene di rispondere con una trasmissione ad hoc la televisione privata (saudita) Iqra tv.
“Lei come essere umano sarebbe disposto a stringere la mano a un ebreo?”, esordisce l’intervistatore.
“Certamente no – replica un ragazzo sui vent’anni – per motivi religiosi e per via di quello che accade in Palestina. Ci sono molte ragioni che non mi consentono di stringere la mano a un ebreo”.
Stessa domanda a un altro giovane e stessa sicurezza:
“No perché gli ebrei sono nostri nemici per l’eternità. Gli ebrei assassini violano tutti gli accordi”.
Convinzione granitica anche da parte del terzo interpellato, e dal quarto che rifiuterebbe la mano tesa di un ebreo perché stringendola sarebbe poi costretto ad amputare la propria.
Il giornalista di Iqra tv insiste: “Se fosse un bambino a chiederle chi è un ebreo lei cosa direbbe?”.
Il quinto uomo sorride : “Gli ebrei sono nemici di Allah e del suo profeta”.
Il sesto aggiunge: “L’ebreo occupa le nostre terre”.
La telecamera si sposta sul bel volto di una ragazza velata di bianco, dice: “Naturalmente gli ebrei sono gli assassini del profeta”. “La collera di Allah è su di loro – aggiunge l’ottavo intervistato, un giovane con barba e occhiali – tutti gli ebrei deviano dalla strada della giustizia, sono gli esseri più sporchi sulla faccia della terra, perché pensano soltanto a se stessi”.
Per lui la soluzione, “chiara a tutti” non può che essere una:
“Se soltanto i musulmani dichiarassero il jihad… Ci sono Stati musulmani con 60-70 milioni di abitanti. Se lasciamo che uno solo di questi Stati marci su Israele, anche senza armi, schiaccerà tutti gli ebrei facendo di loro carcasse marce sotto i nostri piedi”.
Per il ragazzo dall’aria studiosa non basta il sostegno finanziario per le missioni dei terroristi suicidi. “Non è sufficiente che uno Stato dica: siamo con voi (con i palestinesi)”. La sua invocazione è perentoria: “Combattiamo tutti il jihad!”.
Di jihad si parla spesso a Iqra tv, come documenta il monitoraggio di Memri (Middle East Media Research Institute). Dai teleschermi della tv, che fa delle tavole rotonde con i mufti un leitmotiv, hanno parlato Youssef al Qaradawi e gli altrettanto stimati Sheikh Abdallah Muslih ed il Dottor Nawar Nur.
Se a Iqra tv al Qaradawi ha preferito concentrarsi sulla
“disobbedienza femminile”, in tema di ebrei e di jihad Muslih e Nur non si sono risparmiati.
“Non c’è niente di sbagliato (negli attacchi suicidi) se causano un grave danno al nemico. Non solo – ha incalzato nel suo programma settimanale Muslih, presidente della Commissione scientifica sul Corano e la Sunnah della Lega mondiale musulmana – possiamo dire che, se l’operazione crea un grave danno, è una buona operazione”.
Se a saltare sono sauditi, algerini o siriani “tutto ciò è vietato fratelli!”, ha chiarito .
Per Nawar Nur e il figlio Hazem Saleh Abu Ismail i bersagli sono i soliti ebrei.
In un commento sull’anniversario dell’11/9 sottolineano che “gli attacchi non hanno danneggiato la reputazione dell’islam negli Stati Uniti”. I due, spiega il conduttore, devono saperne qualcosa: si dedicano al proselitismo proprio negli Stati Uniti.
“Non è neanche stato provato che siano stati musulmani – dice Nur – non c’è stata nemmeno un’indagine, sono confusi su quello che è accaduto ed è per questo che così tanta gente si converte all’islam”.
Rincara la dose il figlio: “Questi eventi sono stati fabbricati per distorcere l’immagine dell’islam”.
Ma chi sono i cospiratori? Che domanda: “Chiaramente gli ebrei”.
saluti


"Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui però mi son fatto testimone e difensore.
Adesso ho l'impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica!.
Claude Lèvi-Strauss "Tristi tropici" (1955)
saluti


lungimiranza....antropologica


==In origine postato da Pieffebi
Che noi siamo sicuri che non lo merita e non lo guadagnerà, il tutto detto mettendogli le manette e assicurandolo alla giustizia "di questo mondo", il nostro.
Shalom
IO COMINCEREI CON CHI HA TIRATO LA PRIMA BOMBA E COMMESSO IL PRIMO FURTO.![]()
su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)


Nella solenne preghiera del Venerdì Santo, dal VII secolo la Chiesa aveva inserito questa invocazione:
“Preghiamo per i perfidi giudei, affinché il Dio e Signore nostro tolga il velo dai loro cuori ed essi riconoscano Gesù Cristo nostro Signore”.
Oggi, a coronamento di un lungo cammino di revisione, iniziato con la decisione di Giovanni XXIII nel 1959 di sopprimere l’aggettivo “perfidi”, la formula liturgica è divenuta:
“Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi tra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza”.
La Chiesa cattolica ha dunque definitivamente abbandonato l’antigiudaismo, inteso come quel complesso di “pregiudizi e di giudizi pseudoteologici che sono a lungo circolati tra popolazioni contraddistinte dal cristianesimo e che sono serviti da pretesto a ingiustificabili vessazioni subite dal popolo ebraico nel corso della sua storia” (Georges Cottier).
Ma se oggi si riconosce che l’alleanza tra Dio e il popolo ebraico non è mai stata revocata e l’accusa di deicidio rivolta agli ebrei è infondata, per liberarsi definitivamente dell’antigiudaismo il cristianesimo deve avere il coraggio di esaminarne le radici teologiche. Così pensa e scrive Piero Stefani, storico, docente di Dialogo con l’ebraismo presso l’Istituto di studi ecumenici San Bernardino di Venezia in un saggio appena pubblicato presso Laterza, “L’antigiudaismo. Storia di un’idea”.
E questa disamina delle “radici teologiche” è proprio il senso del libro: Pietro Stefani si occupa di studiare la formazione e lo sviluppo dell’antigiudaismo nella Chiesa Cattolica, più che la storia di esso.
Ed è questo l’aspetto che rende interessante il suo percorso, tanto più nell’attuale situazione storica. Certamente Stefani è attento ai principali nodi del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo (anche se l’interpretazione della politica vaticana dell’Otto-Novecento appare sostanzialmente riduttiva) e ricorda molti episodi rilevanti (anche in positivo, come ad esempio la breve stagione culturale in cui, a partire da Pico della Mirandola, si è assistito al fiorire addirittura di una “cabbalà cristiana”). Ma non è questo il fulcro dell’analisi, e lo conferma il fatto che questioni come il processo a Gesù e i “silenzi” di Pio XII siano appena accennate.
Storie del II secolo
Per Stefani infatti lo scopo è di natura più strettamente teologica: “Indicare che la visone ‘sostitutiva’, stando alla quale la Chiesa prende il posto di Israele, non è indelebilmente inscritta nelle origini cristiane”.
Così i capitoli scandiscono dapprima i passaggi chiave che hanno portato alla formazione di un paradigma teologico antigiudaico, e poi le coordinate che hanno condotto allo sgretolamento e al dichiarato abbandono del tradizionale antigiudaismo.
Convinto che il messaggio evangelico vada letto in una prospettiva messianica, caratterizzata dall’annuncio del prossimo avvento del Regno più che in una prospettiva ecclesiocentrica, l’autore vede nel raffreddamento della convinzione di essere “in un tempo messianico”, e quindi a partire dal II secolo, la radice della progressiva “fioritura” (vengono analizzati i principali scritti sull’ebraismo dei teologi cristiani, compreso il violentissimo scritto antigiudaico di Lutero) di un sistema religioso cristiano al cui interno matura la “teologia della sostituzione”, per la quale la Chiesa si presenta come il “nuovo e vero Israele”.
Questo è il principio costitutivo dell’antigiudaismo, in quanto riduce il popolo ebraico al ruolo di popolo “carnale”, incapace di cogliere il senso spirituale delle Scritture, e ‘deicida’, per cui maledetto e condannato alla dispersione (la “diaspora”), titolare solo di una promessa escatologica di salvezza. Da qui si sviluppa l’analisi della plurisecolare ambivalenza dell’antigiudaismo cristiano: tollerante verso gli ebrei e le loro sinagoghe (sono riportati episodi che fanno giustizia del pregiudizio per cui i cristiani avrebbero sempre sviluppato un atteggiamento persecutorio verso gli ebrei), però in quanto testimoni “storici” della vittoria e verità del cristianesimo, e insieme carico di disprezzo verso la loro esperienza religiosa post-biblica, perché solo la durezza di cuore, o una forza demoniaca, poteva impedire di riconoscere in Cristo il Signore della storia. Stefani è sempre attento, anche nel momento in cui scandaglia le numerose
“ombre” della teoria e della prassi cristiana verso gli ebrei, a distinguere correttamente i principi e le conseguenze dell’antigiudaismo cristiano da quelli dell’antisemitismo laico moderno, che ha le sue radici “in visioni di stampo nazionalistico-razzistico” (così come lo distingue bene dall’antiebraismo dell’età ellenistico-romana, anche se a questi due fenomeni così importanti per definire il quadro complessivo dei diversi tipi di contrapposizione al mondo ebraico vengono dedicati solo pochi accenni).
Con le sue argomentazioni piane e distese, Stefani centra l’obiettivo di invitare a una nuova e più consapevole riflessione sul tema, libera da vecchi schemi culturali e magari da pregiudizi inconsapevoli. Certo, il suo lavoro offre più domande che risposte (sono ad esempio discutibili le sue tesi sull’evangelismo contrapposto all’ecclesiocentrismo, o l’individuazione della “teologia della sostituzione” come inglobante dell’antigiudaismo cristiano), ma risulta decisivo per diventare consapevoli dell’enorme peso del passato e per non cadere in facili irenismi.
Carichi di fascino in particolare appaiono i capitoli conclusivi, dedicati alla svolta conciliare e al nuovo contesto del rapporto tra cristianesimo e ebraismo all’inizio del Terzo millennio in cui il cristianesimo viene invitato a maturare un nuovo tipo di cultura, capace di rielaborare e valorizzare sia l’esperienza religiosa ebraica post-biblica, sia l’esperienza sionista e la presenza di uno Stato ebraico territoriale, così come a riconsiderare la questione dei “luoghi santi”.
Andrea Caspani su il Foglio del 30 settembre
saluti