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Panorama
22/9/2004
Mostre e Cultura
Quelli che ci credevano davvero
di Giorgio Fabre
Entusiasta del Duce, fondò la Scuola di mistica fascista. Fino all'ultimo
sognò un regime puro, incorrotto. E razzista.
Per più di cinquant'anni è stata una vicenda celata, seppure male, e
dimenticata, anche se non da tutti. La storia di una generazione, anzi di un
pezzo di una generazione di intellettuali fascisti che nel 1940 avevano
circa trent'anni ed erano bambini all'epoca della marcia su Roma. Erano i
lupacchiotti allevati dentro il regime e nel culto totale del dittatore.
Quella vicenda l'ha tolta dal lungo oblio lo storico e giornalista Aldo
Grandi. Con passione e serietà di studioso l'ha svelata e raccontata nelle
sue sfumature, anche le più terribili.
Sui balilla ragazzini divenuti poi uomini di punta del fascismo Grandi aveva
già scritto nel 1990 un'interessante raccolta di interviste (Autoritratto di
una generazione, Abramo). E, dieci anni dopo, un altro libro, I giovani di
Mussolini (Baldini & Castoldi). Ma soprattutto aveva scritto su uno di loro,
Ruggero Zangrandi, amico del cuore di Vittorio Mussolini, figlio del Duce.
Zangrandi, camerata della prima ora, poi comunista di ferro, autore del noto
Lungo viaggio attraverso il fascismo: a lui, Grandi aveva dedicato altri due
libri, l'ultimo nel 1998.
Eppure, uno di quei fascisti in erba mancava ancora: Niccolò Giani, il
protagonista del nuovo libro di Grandi, Gli eroi di Mussolini, edito dalla
Bur e di prossima uscita. Mancava ancora l'estremista sfegatato, l'«eroe»
del titolo. Il razzista totale, di un antisemitismo da far invidia ad Adolf
Hitler e Julius Evola: questo era Giani. Ma insieme il volontario (medaglia
d'oro) andato a morire per puro senso del dovere, nel 1941, sul fronte
albanese, una fine che si sarebbe potuto evitare.
E ancora: fustigatore della corruzione che avanzava nel regime, ma
accumulatore di numerose cariche (professore universitario, ideatore e capo
della Scuola di mistica fascista, direttore di un quotidiano a Varese)
probabilmente nel tentativo di dare una raddrizzata ideale e onesta al
fascismo che, dopo vent'anni, sprofondava nella corruzione delle piccole
consorterie. E poi capace di dare un calcio a tutto, partendo appunto per la
guerra. Infine, triestino ma tutto l'opposto del mitteleuropeo classico,
tetragono a qualsiasi commistione, rigido nazionalista, per nulla sensibile
al richiamo delle sottigliezze psicologiche, del buon vivere, delle donne.
Di Giani, cumulo di contraddizioni, Aldo Grandi ha trovato l'archivio
personale custodito dai nipoti: libri, opuscoli, lettere, foto. Un insieme
di documenti che permette di ricostruire la vita di questo giovane uomo di
aspetto grave, anzi un po' cupo, magro, come lo si vede accanto a Benito
Mussolini, in una fotografia scattata a Palazzo Venezia a Roma insieme agli
allievi e ai docenti della Scuola di mistica fascista.
Figlio di un farmacista triestino, il giovane Giani, come molti della sua
città, va a studiare all'università a Firenze, culla d'italianità: chimica.
Un mezzo fallimento. Torna a Trieste, riprova a giurisprudenza. Non è
un'aquila, ma ha il pallino della politica. Scrive sui giornali, anzi tira
la carretta. Poi Milano, ancora galoppino nei giornali. Ma qui, nella culla
del fascismo, trova una nuova porta aperta, la vita di partito. Conosce e
diventa un pupillo di Arnaldo Mussolini, il fratello di Benito e direttore
del Popolo d'Italia. E incomincia a coltivare l'idea di mettere in piedi una
scuola di livello elevato dove il fascismo sia insegnato come dottrina. Si
chiamerà col nome del figlio morto di Arnaldo, Sandro Italico. È la scuola
di mistica, un termine che qualche anno più tardi l'Osservatore romano
attaccherà con forza, perché poteva lasciar intendere che il fascismo vi
fosse pericolosamente trattato come qualcosa di religioso.
In effetti il giornale vaticano non aveva torto. Quel ragazzo coltivava una
passionaccia ideologica e teorica per il fascismo, per la sua purezza delle
origini. Persino l'amata fidanzata e poi moglie, Mary Sampietro, passava in
seconda fila, dopo la sua idea fissa. Erano anche anni duri per lui. Morto
il protettore, Arnaldo, il partito milanese sembrò fare un solo boccone di
questo giovanotto senza grande arte né parte. Persa la Scuola, Giani
ricomincia da un'altra parte: scrive, pubblica, mette insieme i titoli per
partecipare a un concorso all'università. E poi c'è la guerra d'Etiopia:
parte corrispondente. C'è la guerra di Spagna e di nuovo via. In mezzo,
varie malattie contratte in quei posti difficili.
Arriva la svolta della campagna razziale. Giani ne diventa il più
entusiastico sostenitore. Fascista e razzista almeno quanto Mussolini. E
finalmente anche i riconoscimenti arrivano. Ritorna al vertice della scuola
di mistica dove si attornia di ragazzini simili a lui, carichi di sprezzo
per un partito ormai imborghesito e fanatici di un'idea che assomiglia
sempre di più al Duce stesso, compreso il razzismo e l'esaltazione di una
«razza italiana» che cerca di definire.
Nel 1937 arriva il posto di direttore alla Cronaca Prealpina, quotidiano di
Varese, poi quello di una rivista, Dottrina fascista, una cattedra di storia
e dottrina del fascismo a Pavia. E poi convegni per vivificare un'Italia che
non sempre è marziale, idealista e razzista come questi «ragazzi di
Mussolini» vorrebbero. Il Duce lo conosce, se non altro perché Giani gli
scrive spesso, e lo apprezza. «Il nostro Giani» dirà angosciato alla moglie,
quando questa si rivolgerà a lui per riaverne il corpo che nessuno trova
più.
Appena scoppia la guerra, Giani pianta tutto e parte. Al fronte francese,
volontario in Libia e poi in Albania. E come molti dei suoi, i migliori, i
più esaltati, integerrimi, brillanti, e razzisti (Guido Pallotta, Berto
Ricci), ci lascia la pelle. Come uno qualsiasi, in mezzo agli altri, tanto
che ci vorranno settimane per trovarne il corpo disperso in una carneficina.
Osserva Grandi: no, non sono stati dei furbi, costoro. Italianissimi anche
nella gestione della politica, eppure esaltati e illusi, ma non furbi. Una
«generazione sfortunata» l'aveva definita Alberto Bairati, uno dei
ragazzini. E proprio in un libro di Aldo Grandi.




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