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Discussione: Francia e....

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    Predefinito Francia e....

    ....Spagna

    Il pantano francese
    Roma. Il modello francese, la lezione francese, il coraggio francese, l’unità francese: è tutto finito in un gigantesco fiasco francese, definito dagli stessi francesi del Monde “ridicolo, se non ci fosse in gioco la vita di due ostaggi”.
    Jacques Chirac si è appellato ieri all’unità nazionale per il rilascio di Christian Chesnot e Georges Malbrunot, sequestrati in Iraq il 20 agosto scorso; il primo ministro Jean Pierre Raffarin ha riunito l’Assemblea nazionale e mostrato una cassetta, del 22 settembre, con gli ostaggi “vivi e in buona salute” e ha condannato l’iniziativa “personale” del deputato Didier Julia, che con l’assistente Philip Brett avrebbe causato, addirittura,
    “l’arrestarsi del processo di liberazione”.
    “Un deputato settuagenario”, ha scritto il Monde, ha messo in crisi la grande Francia e la sbandierata capacità di liberare i giornalisti.
    Intanto un ex gorilla di Jean Marie Le Pen, in ottime relazioni col vecchio regime di Saddam Hussein, l’assistente Philip Brett, dice di aver visto per due volte gli ostaggi, e non si sa di cosa parli.
    Il governo ha negato, poi ammesso, infine condannato una missione improbabile di cui era perfettamente a conoscenza e che ha anche facilitato in silenzio, fino allo sbugiardamento sui giornali.
    “Dov’è finito lo Stato?” si chiedeva ieri il Monde, mentre Gérard Dupuy, su Libération, ha criticato duramente “la famosa, e così spesso fumosa, politica araba della Francia, fatta di grandi contratti, gravi compromissioni e gravi illusioni”.
    Una linea, come ha scritto Ivan Rioufol sul Figaro, “che crea sempre la patetica idea di essere più conciliante con i fondamentalisti che con i democratici che li stanno combattendo”. Linea morbidissima verso i gruppi combattenti e anche verso, scrive John Vinocur sull’Herald Tribune, “i decapitatori di ostaggi”. In effetti il ministro degli Esteri Barnier, soltanto una settimana fa, è stato sorprendente: ha detto che la conferenza internazionale sulle elezioni irachene, quella che l’amministrazione Bush vuole tenere al Cairo in novembre,
    “dovrebbe includere un certo numero di gruppi e di persone che al momento hanno scelto la resistenza armata”;
    e, naturalmente, l’agenda dovrà contenere una domanda essenziale: “Fino a quando gli americani resteranno in Iraq?”.
    Far smammare l’America dall’Iraq, e intanto strizzare l’occhio ai tagliatori di teste, ecco il modello francese.
    Per ora l’America non ha risposto, ma Bush, durante il dibattito di venerdì scorso, ha detto una cosa semplice semplice:
    “L’uso delle truppe per difendere l’America non deve mai essere soggetto al veto di paesi come la Francia”.

    Così in Francia: nel frattempo in Italia si scriveva....

    Roma. Una vignetta di Vauro, sull’Unità del primo settembre. Qualcuno dice a Silvio Berlusconi: “La Francia ha fatto di tutto per salvare i suoi due giornalisti”. Berlusconi risponde, sudato: “… così si deve fare: o tutto o niente”.
    Perché la Francia, scriveva Bernardo Valli sulla Repubblica quello stesso giorno, ha dato all’Italia una grande “lezione”:
    “Eccezionale solidarietà… al di là dei meriti della diplomazia parigina, e del prestigio della Francia nel mondo arabo, quest’ultimo sta dimostrando la sua disponibilità a stringere rapporti con l’Europa”.
    La Francia, un mese fa, stava per salvare il mondo, anche con grande “ritegno”.
    E se il 4 settembre i due ostaggi non erano tornati a casa, era soltanto perché, scriveva Valli, “i continui bombardamenti di Fallujah… impediscono l’apertura di un corridoio attraverso il quale far passare gli ostaggi”.
    Il 14 settembre Valli dava alla Francia il merito di poter “lasciare fuori dalla porta” il presidente ad interim iracheno, “simbolo di un potere che collabora con gli americani”.
    Viva la Francia, scriveva Antonio Padellaro sull’Unità il 3 settembre, “un governo sovrano e responsabile che cerca di fare il possibile per salvare la vita dei cittadini”.
    Viva la Francia, ammoniva Furio Colombo il 7 settembre, criticando le parole del presidente della Camera:
    “Con il terrorismo non si verrà mai a patti”.
    “Non sarebbe stato meglio – si preoccupava Colombo – rassicurare i cittadini e promettere che – quando si tratta di salvare vite – l’Italia non sarà seconda alla Francia?”.
    E’ andata diversamente, ma alla fine è andata così.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Madrid. “Donde dije digo digo Diego”. E’ un celebre proverbio spagnolo che frusta chi non mantiene la parola data contraddicendosi, un po’ come in nostro “Tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”.
    Un motto che pennella alla perfezione la smentita di ieri del protervo e carismatico ministro spagnolo zapaterista della Difesa, José Bono Martínez, classe 1950, catto-socialista dichiarato e uno dei più celebri “baroni” del partito del premier José Luis Rodríguez Zapatero.
    Il “ministro della fuga”, come l’hanno ribattezzato a Madrid dopo la ritirata dei soldati spagnoli dall’Iraq, ha lasciato tutta la Spagna a bocca aperta lo scorso lunedì mattina nel corso del seguitissimo programma “La mirada critica” di Tele 5.
    Uno degli intervistatori gli ha chiesto: “Se i militari spagnoli proteggono le elezioni afghane, perché non fanno lo stesso con gli iracheni che votano a gennaio?”.
    Bono, presidente della Castilla-La Mancia dall’83 fino all’ascesa a “Defensa” in aprile, ha risposto: “Siamo tornati dall’Iraq. Se l’Onu ci chiedesse di presentarci per proteggere le elezioni, come in Afghanistan, ci penseremmo, il governo studierebbe l’offerta, la porteremmo in Parlamento e sarebbe approvata”.
    Insomma, una svolta di 180 gradi nella politica di Zapatero e del suo ministro degli Esteri, Miguel Angel Moratinos (detto “Curro”, sgobbone ), che hanno ripetuto all’infinito fin dal rimpatrio delle truppe, ordinato il 17 aprile, che l’esercito della “Piel de Toro” mai e poi mai sarebbe tornato nel paese liberato dalla dittatura di
    Saddam Hussein.
    Lo diceva il premier della Rosa lo scorso 11 giugno, tre giorni dopo
    l’approvazione da parte delle Nazioni Unite della risoluzione 1.546 sull’Iraq, che dava il suo beneplacito al mantenimento di
    una forza multinazionale per garantire la sicurezza nel paese:
    “Lo chieda chi lo chieda, non ritornerà alcun militare del mio
    paese in Iraq”.
    Lo ribadiva “Curro” all’Onu il 22 luglio: “La Spagna non manderà né soldati né truppe in Iraq e non parteciperà alla cooperazione in materia di sicurezza”.
    Lo reiterava lo stesso Bono appena 18 giorni fa durante il vertice dei ministri della Difesa dell’Ue nell’olandese Noordwijk:
    “Ho dato ordini precisi e scritti. Nessun militare è autorizzato a recarsi in Iraq e qualsiasi nostro aiuto ai programmi della Nato deve essere fatto senza che supponga in modo assoluto un trasferimento di contingenti in Iraq”.
    Ieri mattina la notizia era in prima pagina dei giornali moderati madrileni.
    “Bono annuncia che le truppe potrebbero tornare in Iraq se lo chiede l’Onu”, titolava Abc.
    “Bono non scarta adesso l’invio di truppe in Iraq se lo chiede la Nato”, gli faceva eco La Razón.
    Soltanto un colonnino, a pag. 28 sul País, neanche una riga sull’anti-interventista El Mundo.
    Al ministro della fuga, però, toccava ieri un’intervista alla Cope, la radio dei vescovi che lui ama molto, tanto che nel suo discorso d’investitura ha invitato il presidente della Conferenza episcopale spagnola, cardinale Antonio Rouco Varela, e gli ha detto:
    “Se si proibisse d’essere cattolico e socialista, si chiuderebbero la metà delle chiese e la metà delle sedi della Rosa”.
    E allora il ministro –che ha messo a capo dell’intelligence l’ingegnere ed ex direttore all’Ambiente della sua regione, Alberto Sainz, che si porta in giro un traduttore perché non parla nessuna lingua – ha così rettificato:
    “Il governo non ha alcuna intenzione di mandare truppe in Iraq. Ieri mi sono sbagliato, mi sono espresso in modo inadeguato, ciò che ho detto non corrispondeva con il mio pensiero in quel momento”.
    La madre di tutte le gaffe di Bono non è che l’ultima delle rettifiche di dichiarazioni choc dell’esecutivo di Zapatero (favorevole a una conferenza sull’Iraq soltanto se la convoca l’Onu).
    Abac, in appena più di sei mesi di governo, ne ha contate venti.

    per dirla alla Andreotti, pensar male......., sembra che sul governo spagnolo arrivi il malefico influsso dell'Ulivo nostrano

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Francia vs....

    ….america

    Comincia con Thomas Jefferson a Parigi il tempo delle rivoluzioni e dell’afflato universale, della promessa di una libertà e di una fratellanza definitive.
    Continua con istantanee di circostanza: Chirac commosso davanti alle rovine delle Torri Gemelle e i giornali francesi che intitolano “siamo tutti americani”.
    Finisce con il gruppo repubblicano al Congresso che propone di togliere dal menu le “french fries”, le patatine alla francese, per ribattezzarle patriotticamente le “freedom fries”.
    E con i doganieri americani che chiamano la Francia “the F country” dove F sta ovviamente per fucked, il fottuto paese.
    A ripercorrere i due secoli e poco più delle relazioni franco-americane ci si accorge che forse le affinità si limitano alla legge del mercato e alla democrazia rappresentativa.
    Per il resto la Francia vede nell’America il paese della pena di morte, della soppressione del welfare, del melting pot in cui guarda caso la componente francese è quasi assente, il paese che unilateralmente elabora la dottrina della guerra preventiva perché “ciò che è bene per noi è bene per la civilizzazione occidentale”.
    E l’America vede nella Francia un alleato infido che sbuffa, rimbrotta e il più delle volte mette i bastoni tra le ruote, simbolo di un’Europa destinata ad essere una grande Svizzera, perché non ha capito che prima di essere virtuosi bisogna imparare ad essere forti.
    Francia e America sono ormai, parafrasando il celebre romanzo di Choderlos de Laclos, alle “déliaisons dangereuses”, gli “slegami” pericolosi.
    E’ questo il titolo del libro in cui Jean-Marie Colombani, direttore del Monde e Walter Wells, direttore dell’International Herald Tribune, riflettono su un amour fou trasformatosi in paranoia e crudeltà mentale.
    I due non sono affatto faziosi.
    L’uno abita tra il solidarismo cristiano e una tenue socialdemocrazia, ed è tutt’altro che tenero con Jacques Chirac e con il suo ex ministro degli esteri, de Villepin il bello.
    L’altro parla dei democratici e della variante liberal come di un universo in declino, incapace di trasmettere nobili ideali con vecchie idee, ma non per questo sottoscrive tutta la politica dell’amministrazione Bush.
    Ma è proprio questa buona fede che fa risaltare i battiti nazional-patriottici di ognuno, confermando che al di là dei valori condivisi, ma forse nemmeno su questi, la convergenza è possibile.

    Mai al posto giusto, nel momento giusto
    Poche volte è accaduto che l’America abbia trovato la Francia al posto giusto al momento giusto.
    Durante l’amministrazione Kennedy, de Gaulle non volle nemmeno guardare le prove fotografiche dell’esistenza di missili sovietici a Cuba, perché, disse, gli bastava la parola del presidente degli Stati Uniti.
    Ma pochi anni dopo fu lo stesso generale a sabotare il comando unificato della Nato, a mettere il veto all’ingresso in Europa della Gran Bretagna “cavallo di Troia degli americani”, a riconoscere la Cina comunista e a condannare l’America per l’aggressione al Vietnam.
    Più solido e affidabile François Mitterrand favorevole ai Pershing perché “i pacifisti stanno a ovest ma i missili stanno a est”.
    E capace di stabilire con Bush senior il clima positivo in cui prese vita la coalizione internazionale della prima guerra del Golfo.
    Ma con Chirac suona un’altra musica: il presidente in carica vuole di fatto eterodirigere l’America, non accetta che siano prese decisioni importanti senza consultare la Francia o ignorandone i veti. Sembra una dimostrazione di forza: in realtà è, come riconosce lo stesso Colombani, un’ammissione di debolezza come se Chirac volesse in buona sostanza essere associato al potere e ai suoi segni esteriori.
    Bush e Chirac non sono proprio fatti per intendersi, questione di pelle.
    Colombani non esclude che Chirac abbia come al solito ciurlato nel manico, fedele all’idea che le promesse impegnano soltanto quelli che le ricevono.
    E che de Villepin ci ha messo del suo quando ha pugnalato alle spalle Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu proprio il giorno del Luther King day.
    C’è qualcosa di paradossale dice il direttore del Monde nell’ostinazione con cui Chirac difende l’Onu come fonte esclusiva di legalità, lui che è figlio spirituale del Generale, cioè di colui che l’Onu chiamava con disprezzo il “machin”, il coso.
    Ed è difficile dar torto a Wells quando ricorda che il palazzo di vetro è pur sempre quell’istanza squalificata capace di dare alla Libia la presidenza della commissione sui diritti dell’uomo.
    Non sarà quindi l’Onu la sede opportuna per ricomporre il divorzio franco-americano.
    Né sarà l’Europa.
    Dove Chirac si è fatto qualche buon nemico comportandosi con la stessa arroganza che rimprovera a Bush.

    Lanfranco Pace su il Foglio del 7 ottobre

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Nella foga Zapatero ritira....

    ….pure la bandiera americana

    Madrid. José Bono Martínez, 53 anni, ministro della Difesa spagnolo, sapeva che per il 12 ottobre, quando si celebra con una sfilata militare a Madrid la “Fiesta Nacional” che commemora il giorno della “hispanidad” e la scoperta delle Americhe (una specie di 2 giugno iberico), avrebbe dovuto soccorrere il premier socialista José Rodríguez Zapatero.
    L’anno scorso, per protestare contro la liberazione dell’Iraq, il leader della Rosa era rimasto seduto mentre passavano, davanti al palco d’onore di Plaza Colón, i marine e la “Stars&Strips”.
    Una provocazione che allora il no war Zapatero si poteva permettere, perché era il capo di un’opposizione che doveva rimanere tale per un pezzo.
    Ma da aprile, dopo la strage di al Qaida dell’11 marzo a Madrid, che gli ha fatto inaspettatamente vincere le politiche, è il capo dell’esecutivo e deve obbligatoriamente rimanere in piedi per tutta la parata.
    Che fare?
    Bono ne ha pensata una delle sue: la presenza della bandiera degli Stati Uniti, che dal 2001 è stata voluta dall’ex premier popolare José María Aznar in omaggio alle vittime dell’11 settembre, è stata eliminata.
    Inoltre, per ribadire davanti alle massime autorità dello Stato, a tutto il corpo diplomatico accreditato a Madrid (e alle telecamere che trasmettono la parata in diretta) che ormai la Spagna ha rotto l’asse strategico con Washington e si è accodata al direttorio Parigi-Berlino, il “ministro della fuga”, come lo soprannominano dopo la ritirata delle truppe spagnole dall’Iraq, ha invitato una rappresentanza dell’esercito di Francia (paese in Spagna storicamente odiato, anche per la brutale occupazione napoleonica, come ricorda l’immortale quadro “Fusilamientos del 3 de Mayo 1808”, di Francisco de Goya ).
    Precisamente, i militari del reggimento del Chad della divisione Leclerc, in onore al corpo nelle cui file combatterono gli antifranchisti spagnoli che per primi liberarono Parigi dai nazisti 60 anni fa, nella Seconda guerra mondiale.
    Come se non bastasse, Bono, “Pepe” per gli amici, ha rivendicato la cacciata della bandiera americana.
    “Il governo cerca di fare nella parata del 12 ottobre una cosa molto chiara: non mettersi in ginocchio. Siamo sovrani, anche se più piccoli e meno poderosi, quanto gli Stati Uniti d’America – ha affermato con forza – E’ la ‘Fiesta Nacional’, non quella dell’America e nessuno è obbligato alla sfilata del vessillo americano”.
    L’ambasciata di Washington di calle Serrano non ha reagito al diktat zapaterista.
    Un portavoce ha commentato soltanto che la presenza della “Stars&Strips” era un gesto di solidarietà della Spagna, molto apprezzato dai marine, per gli attentati di al Qaida in America.
    “La misura e la giustificazione di Bono hanno provocato rammarico nella missione diplomatica statunitense”, assicura però il Mundo.
    Da parte sua il vulcanico Angel Acebes, segretario generale dei popolari, ha commentato furente:
    “L’esecutivo socialista pretende soprattutto la ricerca dello scontro con la prima potenza mondiale, mentre ci giochiamo tanto nelle relazioni transatlantiche. Bono ricorre all’offesa e al discredito permanente e gratuito”.
    Chissà se anche questa volta Zapatero premierà il suo ministro. Nel maggio scorso, infatti, il Consiglio dei ministri della Rosa insignì, in gran segreto e con procedimento straordinario, proprio
    “Pepe” della massima onorificenza in tempo di pace, la “Gran Cruz del Mérito Militar con distintivo blanco”, con diritto vitalizio a essere chiamato “Excelentísimo Señor”.
    L’iniziativa partì dal capo dell’esecutivo per la “grande efficacia nel processo di ritirata e ritorno delle truppe dall’Iraq”.
    I popolari attaccarono il regalo, un gesto di “ridicola vanità” per
    un ministro in carica da appena due mesi.
    E poi il procedimento fu irregolare: la “Gran Cruz” può essere concessa soltanto su richiesta del Consiglio dei ministri e non del
    premier, e con l’avallo obbligatorio del ministro della Difesa
    (Bono era pudicamente assente).
    Risultato: “Pepe” è stato costretto a rinunciare all’onorificenza, mentre Zapatero lo ringraziava per la sua “sensibilità.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Patti occulti fra....

    ....Chirac e Bush

    Parigi. Una certa ambiguità anima, negli ultimi tempi, i rapporti franco-americani.
    La Francia si è schierata contro gli Stati Uniti nella guerra in Iraq, ma non esita a fare affari con Washington nel trattamento dei suoi rifiuti nucleari bellici.
    E il presidente Jacques Chirac, osannato da schiere di pacifisti per essersi opposto all’intervento armato di George W. Bush, sembra addirittura – secondo un libro di due giornalisti francesi del Parisien, fresco di stampa, intitolato “Chirac contre Bush: l’autre guerre” – che nel 2002 fosse invece pronto a invadere il paese di Saddam Hussein.
    Intanto, un carico di 140 chili di plutonio militare statunitense è giunto via mare in Francia, per essere riciclato alla centrale nucleare di Cadarache. Il plutonio sarà convertito in due tonnellate di combustibile civile Mox (Mixed Oxyde Fuel), contenente una miscela di uranio e plutonio, dopo che il dipartimento americano dell’Energia ha deciso nel 2002 questa trasformazione al termine del programma “Mox for peace”.
    Tra quattro mesi sarà rispedito negli Stati Uniti, dove sarà bruciato in reattori civili consentendo la fornitura elettrica per un anno a una città di 100 mila abitanti.
    L’operazione è effettuata in segreto dalle autorità francesi che, per tutelarsi da proteste ambientaliste, hanno stroncato l’azione di Greenpeace con sanzioni: chi si avvicina al carico a meno di 300 metri in mare o a meno di 100 sulla terraferma prenderà una multa di 75 mila euro.
    La riconversione del materiale nucleare, eredità della Guerra fredda, viene da un accordo sul disarmo firmato tra Stati Uniti ed ex Unione sovietica nel 2000.
    Washington, per evitare una proliferazione delle proprie armi atomiche, ha deciso di distruggerle fuori dai confini nazionali. Ma mentre le autorità francesi osservano il silenzio sul materiale fissile militare nazionale, senza specificarne il quantitativo in proprio possesso, voci del settore hanno rivelato al quotidiano Libération che la produzione di Parigi deve essere un centesimo di quella di Washington o Mosca.
    “Ma, al contrario di questi – sostengono le fonti –noi abbiamo sempre riutilizzato le materie fissili per costruire nuove testate”. L’affermazione porta il quotidiano a ipotizzare che il plutonio francese sia riciclato in bombe atomiche e non in Mox.
    Se Chirac ha imbavagliato gli ambientalisti, non riuscirà a fermare la scia di polemiche sollevata dal libro dei due giornalisti del Parisien, Thomas Cantaloube e Henri Vernet.
    Secondo i due, la Francia era pronta a contribuire con 15 mila uomini a un’invasione dell’Iraq.
    Il libro sostiene che il 16 dicembre 2002, tre mesi prima dello scoppio della guerra, il generale francese Jean-Patrick Gaviard visitò il Pentagono e incontrò lo staff del Comando centrale.
    Nella visita si parlò dell’ipotesi di un contributo di Parigi all’invasione – da dieci a 15 mila uomini – e di un accordo sui diritti di atterraggio e di attracco di aerei e navi francesi.
    Tuttavia, i negoziati s’interruppero perché il presidente Chirac si convinse che l’America aveva premuto troppo sull’acceleratore e cercava di far fallire le ispezioni dell’Onu in Iraq.
    Chirac sarebbe stato però pronto a partire con Bush se Saddam le avesse impedite.
    Documenti dell’intelligence iracheno scoperti due giorni fa da funzionari inglesi e americani rivelano invece che Saddam credeva di poter evitare la guerra facendo affidamento proprio su Chirac: infatti al rais sarebbe stato detto nel maggio 2002 che la Francia, proprio perché le erano stati garantiti contratti petroliferi, avrebbe posto il veto al Consiglio di sicurezza ai piani americani. Il rais, secondo un rapporto ufficiale americano, avrebbe inoltre cercato di corrompere funzionari francesi e personalità internazionali con buoni petroliferi per cercare di farsi togliere le sanzioni.
    Parigi definisce “non verificate” le accuse.
    Urge verifica.

    saluti

 

 

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