....Valter
"Grazie a Annibal Ibarra, mio amico e governatore di Buenos Aires, che un giorno mi ha accompagnato in un giro attraverso la sua città”.
“Prego a Wwalltterr Veltroni, mio amico e governatore del Lazio, che per ringraziarmi della gita ha sbagliato il mio nome e la carica”.
Ci scuserà Anibal (con una enne sola) Ibarra, jefe de gobierno della Ciudad Autónoma de Buenos Aires, se ci siamo permessi di rispondere a suo nome alla dedica con cui il suo collega sindaco di Roma ha spiegato la genesi del libro “Senza Patricio” (Rizzoli, 9,50 Euro, 124 pagine scritte in caratteri molto, molto grandi).
Ma non abbiamo resistito alla tentazione di restituire simbolicamente al tenero Walter lo sbaglio di grafia e di ruolo con cui lo aveva investito.
Va bene: non è Veltroni il primo che scambia la Ciudad Autónoma de Buenos Aires (200 chilometri quadrati e due milioni 988.000 abitanti, oggi guidata dal jefe de gobierno Anibal, con una enne sola, Ibarra) con la Provincia de Buenos Aires (307.571 chilometri quadrati, tredici milioni e 334.000 abitanti, capoluogo La Plata, oggi guidata dal gobernador Felipe Solá).
Ma chi pretende di sviscerare i segreti dell’anima argentina agli italiani, queste piccolezze dovrebbe essere tenuto a conoscerle! E non solo per evitare di essere scambiato a sua volta, per rappresaglia, con Storace.
Fu una tappa capitale della storia argentina, la fine delle guerre civili ottocentesche tra unitari e federalisti, quando nel 1880 si decise infine di “federalizzare” la capitale staccandola dall’omonima Provincia, per cui due anni dopo fu costruito il nuovo capoluogo di La Plata.
Più di recente, alle presidenziali del 1999 il governatore di Buenos Aires provincia, il peronista Eduardo Duhalde, fu sconfitto proprio dal jefe de gobierno di Buenos Aires città, il radicale Fernando de la Rúa (con l’accento sulla u, “de” e “la” minuscole: non De La Rua come Veltroni scrive a pagina 63).
Poiché la dedica si trova nell’ultima pagina, non si può affermare che il buongiorno si vede dal mattino. Diciamo che è un degno finale.
Intendiamoci: l’idea di affrontare in cinque storie diverse il mistero della scritta “Patricio, te amo. Papá” che Veltroni aveva intravisto su un muro durante il famoso viaggio con l’“amico” di cui non aveva capito bene la carica è, in sé, un po’ deamicisiana, ma non malvagia.
Il particolare che qualcuno ha tirato fuori, che nello spagnolo d’Argentina il “papá” del riferimento era probabilmente un amante omosessuale, è l’ultimo dei problemi.
Lo stile e il sentimentalismo del sindaco scrittore potranno forse non piacere a qualcuno, ma hanno una loro efficacia.
E che a pagina 50 a un certo punto si parli di “carabinieri” dà un soprassalto, non capendosi se si sia confusa l’Argentina con
il Cile, o addirittura con l’Italia.
Per un italiano che si ritrovi al valico andino di Paso del Inca, a vedere i carabeneros dal lato cileno del confine e la gendarmería da quello argentino, fa sempre un certo effetto ripensare che all’altro capo del mondo si ripetono i nomi dei valichi alpini, tra i carabinieri italiani e la gendarmeria francese.
E ci dispiace per Veltroni, che gli sia sfuggita questa occasione di riflessioni letterarie.
Tuttavia, si può sempre scrivere un bel libro sull’Italia anche scivolando su una descrizione dell’"Fbi” italiana, con la bandoliera…
Tango-gauchos-Maradona-dittatori
Veltroni è pure un bravo critico cinematografico.
Come tale, si arrabbia quando vede qualcuno dei guazzabugli che gli stranieri dedicano a noi italiani, a base di stereotipi tipo mafia-pizza-spaghetti-mandolino-belcanto-gondole-centurioni. Dai “Soprano” al “Mandolino del Capitano Corelli”… Siamo sicuri che non l’ha fatto apposta, ma già scegliere a protagonisti delle sue cinque storie un pilota dei tempi di Saint-Exupéry, un desaparecido, un padre che dopo le Torri Gemelle si mette a riflettere sul tango, un giocatore del Boca Juniors e il figlio di un uomo che se n’è andato a fare il guerrigliero, sa tanto di quell’Argentina tango-gauchos-Maradona-dittatori di cui gli argentini hanno il sacrosanto diritto di avere le tasche piene. Almeno quanto ne abbiamo noi sul mafiapizza-spaghetti eccetera. Ma è quando prova a ragionare da argentino che Veltroni, lo ripetiamo, certo senza accorgersene, diventa quasi insultante.
“Siamo terra di grandi cose, siamo roba per poeti e visionari, non per saggisti e statistici. Siamo Borges, non Fukuyama. Siamo Maradona, non Beckenbauer”.
Borges non è stato un saggista? Ha mai letto, il tenero Walter
“Storia dell’eternità”, “Altre Inquisizioni”, “Saggi Danteschi”?
Ha mai conosciuto l’esistenza di due argentini che si chiamavano Domingo Faustino Sarmiento e Juan Bautista Alberdi, e che stanno alla storia della saggistica ispano-americana come un italiano di nome Giovanni Boccaccio sta a quella della narrativa europea?
Non sa che fu proprio Sarmiento, che tra l’altro dell’Argentina fu pure presidente, il primo antesignano ottocentesco delle teorie oggi dibattute da Fukuyama e da Huntington?
Ancora. “Astor Piazzolla è il tempo lento della nostra vita. Non siamo gente da rock”.
Crede davvero, il tenero Walter, che in Argentina il rapporto numerico tra cultori di rock e di tango sia tanto diverso da quello che c’è in Italia rispetto ai fan di Pavarotti?
“Siamo gente malinconica e la nostra musica, il tango, è la giusta melodia di una storia di tanti torti subiti”.
Chiudiamo allora come abbiamo iniziato, facendoci simbolico strumento di rappresaglia argentina.
“Certo che Veltroni scrive in modo così strappalacrime. E’ nato in Italia, la terra del melodramma”.
Maurizio Stefanini su il Foglio
saluti




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