



Verso il 44° Congresso dell’Edera/Una mozione presentata dall’Emilia Romagna
La nostra casa comune e la scelta di un terzo polo
Mozione per il Congresso Nazionale. Unità dei repubblicani dentro il Pri, per il terzo polo.
Preambolo
I repubblicani,
orgogliosi del ruolo che il PRI ha avuto nella storia dell’Italia,
consapevoli che nella sua lunga storia il PRI, che ha superato altri periodi di profonda crisi derivanti da presunte inconciliabilità dei progetti politici presenti al suo interno, ha sempre rappresentato un punto di riferimento per idee e progetti di libertà e giustizia sociale,
ritengono che, al di là delle diverse posizioni attualmente presenti all’interno del partito,
il PRI debba restare la casa di tutti i repubblicani.
La libera formazione di maggioranze e minoranze non deve scalfire, infatti, la consapevolezza di essere parte di una grande storia che, proprio per il suo luminoso passato, deve essere di guida per conquistare anche un rinnovato futuro.
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I repubblicani sono gravemente preoccupati per il quadro economico internazionale:
- siamo di fronte ad una inarrestabile svalutazione del dollaro rispetto all’euro, svalutazione che, pur avendo superato il 40%, ancora non accenna a fermarsi. Essa anzi viene utilizzata dal governo USA per tentare di rilanciare le esportazioni e, per questa via, ridurre sia il deficit della bilancia commerciale che quello del bilancio pubblico che hanno ormai raggiunto record storici, seppure anche a seguito della lotta ingaggiata contro il terrorismo internazionale e per garantire anche la nostra libertà e il nostro sviluppo;
- la Cina, che si avvia a diventare una potenza economica di prima grandezza, e altre Nazioni asiatiche, oltre ad avere costi produttivi di gran lunga inferiori a quelli europei si avvalgono dell’aggancio della propria moneta al dollaro per usufruire della svalutazione dello stesso, condizionando pesantemente la competitività dei prodotti europei ed italiani in particolare;
- la vera e propria guerra che il terrorismo di matrice islamica ha lanciato verso l’Occidente rappresenta un altro condizionamento internazionale negativo che rallenterà lo sviluppo delle economie occidentali e segnatamente dell’Italia. Siamo di fronte ad una guerra non tradizionale, che utilizza vari strumenti: dal terrorismo, alimentato anche dall’immigrazione clandestina, che genera, oltre ai morti innocenti, un’instabilità crescente; al tentativo di colpire il cuore delle economie occidentali con un crescente aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi attivando azioni tese a destabilizzare prima e a controllare poi i regimi arabi produttori di petrolio.
L’Europa, in questo quadro, assiste inerme ad un cambiamento radicale e strutturale della competitività internazionale e quindi delle stesse graduatorie dello sviluppo economico-sociale, e brilla per la totale assenza di proposte di politica economica e di politica estera atte ad affrontare tali nuove prospettive.
L’allargamento dell’Europa a 25 Nazioni, pur positiva sul piano politico, rappresenta comunque un ulteriore indebolimento delle condizioni strutturali delle economie della vecchia Europa. E’ indubbio infatti che gli investitori internazionali trovano più interessante investire nelle nuove Nazioni europee piuttosto che, ad esempio, nel nostro Mezzogiorno, sempre più marcato da una criminalità dilagante e dall’assenza di una rete infrastrutturale competitiva.
Al tempo stesso il Patto di stabilità, sottoscritto in condizioni economiche del tutto diverse dalle attuali, oggi rappresenta una camicia di forza che, se non allentata al più presto, può portare alla stessa crisi della moneta unica, con conseguenze disastrose per l’inflazione europea e, in particolare, per l’Italia che tornerebbe a pagare tassi di interesse a due cifre sul suo abnorme debito pubblico.
Considerato che una migliore competitività si persegue o potenziando la ricerca e la qualificazione dei prodotti oppure attraverso la riduzione dei costi e che questi, senza volere intaccare salari e stipendi, si riconducono a due valori essenziali: l’efficienza delle reti infrastrutturali e il livello del cosiddetto cuneo fiscale rappresentato dal fisco e dai contributi che finanziano l’intervento pubblico,
rilevato che l’Italia ha una delle minori percentuali di brevetti e di investimenti per la ricerca, un notevole deficit, soprattutto nel Mezzogiorno, nella qualità delle reti e, al tempo stesso, una delle maggiori percentuali di costi per cuneo fiscale causa l’ipertrofia e l’improduttività della macchina pubblica,
si esprime viva preoccupazione per il fatto che nel quadro dei mutamenti epocali che si vanno delineando nella competitività internazionale, la nostra Nazione appaia tra le più penalizzate.
Il rischio, che già è divenuto certezza per gran parte dell’industria italiana, è che il sistema Italia, nel suo complesso, si ritrovi fuori mercato, avviato ad un progressivo e marcato declino.
Ma c’è di più: v’è da credere che il tessuto delle piccole e medie imprese italiane che ancora regge la concorrenza internazionale, cresca grazie anche ad una forte evasione fiscale (stimata nel 20-25% del pil pari a circa 600 mila miliardi di vecchie lire) che appunto riduce una delle componenti essenziali della competitività internazionale: il livello del cuneo fiscale.
Non è un caso che in Italia le grandi imprese con prospettive di crescita siano solo quelle che, non avendo vincoli di competitività internazionale possono scaricare i loro maggiori costi sul consumatore italiano (vedi banche e aziende di pubblica utilità).
I repubblicani, pertanto, auspicano che sul piano internazionale:
1 Si rafforzi sempre più l’alleanza tra tutte le Nazioni libere e democratiche che intendono farsi carico della lotta al terrorismo superando le reticenze e le fughe dalla responsabilità della stessa Europa e segnatamente di Francia e Germania e Spagna. Si ritiene, infatti, che, se in passato fu decisiva l’alleanza degli Stati democratici per la sconfitta del nazifascismo e del comunismo, oggi si imponga la stessa alleanza per vincere il fondamentalismo islamico e il terrorismo internazionale. A tal proposito vanno sostenute tutte le azioni e le politiche finalizzate a perseguire un processo di democratizzazione e di tutela dei diritti civili in tutto il mondo, a cominciare dai regimi totalitari islamici, già avviate, seppure a duro prezzo, in Bosnia, in Afghanistan e in Iraq;
2 Venga avviata a livello europeo una politica economica e monetaria tesa a riequilibrare il rapporto di cambio euro/dollaro e a generare condizioni di nuovo sviluppo anche attraverso una revisione del patto di stabilità per garantire margini per nuovi investimenti produttivi nella ricerca e nelle reti infrastrutturali.
Nel perseguimento di tali obiettivi, stante la gravità dei pericoli per le democrazie e le economie occidentali, la politica internazionale deve ritornare ad essere una delle discriminanti fondamentali per la scelta delle eventuali alleanze del PRI, così come fu, a suo tempo, una discriminante l’alleanza delle democrazie contro il comunismo.
I repubblicani ritengono che sul piamo nazionale siano da ritenere prioritarie politiche tese ad accrescere la competitività del sistema Paese. In questo quadro:
1 Vanno garantite all’Italia prospettive energetiche meno onerose, riducendo la dipendenza dall’estero, sviluppando fonti alternative e, tra queste, la reintroduzione di produzione di energia dal nucleare.
2 Va avviato un progetto di crescente eliminazione dei vincoli e di posizioni di monopolio nei servizi, di liberalizzazione delle professioni, anche con l’abrogazione di tutte le leggi sugli albi professionali.
3 Va affermata la libertà della scienza e della ricerca, e ne va potenziato lo sviluppo.
4 Va avviata una politica economica che, prevedendo innanzitutto un aumento della produttività della pubblica amministrazione ed una riduzione dei dipendenti pubblici, riconduca la spesa pubblica ad una percentuale che non superi il 40% del prodotto interno lordo.
5 Le risorse che si renderanno disponibili vanno utilizzate in via prioritaria nei progetti per l’infrastrutturazione del Mezzogiorno, negli incentivi per la ricerca, nella riduzione del livello del cuneo fiscale diminuendo le imposte che gravano sulle famiglie e sulle imprese, pur nel mantenimento di una giusta progressività delle stesse.
6 Va data finalmente una risposta coerente al referendum di anni addietro sulla giustizia prevedendo, a tutela dei cittadini, la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante.
7 Pur confermando le esigenze di riorganizzazione e di maggiore responsabilità delle autonomie locali non si ritiene possa essere accettato un federalismo ottuso che porterebbe alla bancarotta dello Stato o all’aumento del numero delle Regioni, che andrebbero invece progressivamente ridotte aggregandole per grandi aree omogenee. In questo quadro si ritiene che ogni seria politica autonomista debba prevedere l’abolizione delle Province, la drastica riduzione del numero dei Comuni, il blocco degli apparati politici e amministrativi delle Regioni.
8 Constatato che le attuali leggi per l’elezione del Parlamento Nazionale hanno rafforzato le ali estreme dei due schieramenti, allontanando dal voto un numero crescente di cittadini che non si riconoscono nei due poli, si ritiene che il ritorno ad una legge elettorale proporzionale renderebbe possibile l’incontro di forze più omogenee presenti nei due poli, riducendo il peso delle ali più estreme che condizionano negativamente sia il centro destra che il centro sinistra.
I repubblicani partendo dalla valutazione di tali obiettivi che comunque intendono proporre come elementi di un confronto approfondito con i cittadini, sul piano politico esprimono i seguenti giudizi:
Si constata che:
- in tema di politica estera esiste una consonanza di vedute con la politica del partito nazionale. Tale comune visione è importante, proprio perché si ritiene fondamentale l’alleanza internazionale, che è maturata, in primo luogo con gli USA e la Gran Bretagna, sui temi della lotta al terrorismo e sulla difesa dello Stato di Israele, al tempo stesso, per la stessa ragione, si rimarca l’incompatibilità politica con un centro sinistra che, condizionato dalle sinistre estreme, non voglia cogliere il nesso stringente tra terrorismo, antisemitismo, antiamericanismo e nuovo totalitarismo islamico;
- sui temi di politica interna, invece, non si ritiene di poter esprimere un giudizio positivo sul governo Berlusconi innanzitutto per il conflitto di interessi del Presidente del Consiglio nonché per le pessime leggi approvate dalla maggioranza di governo a tutela degli interessi del Primo Ministro,
- inoltre si rileva:
a.l’assenza di una politica energetica che riduca la grave dipendenza dell’Italia;
b.l’abbandono delle politiche di liberalizzazione dei servizi e dell’economia;
c.il permanere di logiche oscurantiste in tema di ricerca;
d.l’assenza di una coerente politica economica che si dia obiettivi credibili di crescita e di giustizia sociale;
e.la predisposizione di leggi sul federalismo che oltre a creare caos amministrativo, generano una crescita esponenziale della spesa pubblica locale, con conseguente, inevitabile aumento delle imposte locali.
Si rileva come il PRI nazionale, pur collocato nella maggioranza di governo, abbia espresso posizioni condivisibili e in contrasto con la politica del governo su vari, decisivi, argomenti; a cominciare dalla legge finanziaria, sulla politica energetica, sulla legge sul falso in bilancio, sulla ricerca, sul federalismo, sulla giustizia, sulla pubblica istruzione.
Tutte prese di posizione in sé positive che comunque, oltre a non modificare i comportamenti della maggioranza di governo, non sono state percepite da un’opinione pubblica sempre più distratta e divisa tra coloro che vanno a votare per uno dei due poli e coloro che, stanchi degli attuali equilibri politici, non trovando posizioni alternative credibili, si rifugiano nel non voto.
I repubblicani, valutati programmi e contenuti atti a ricomporre su nuovi livelli politici programmatici l’Interesse Nazionale della Nazione, ritengono che gli attuali equilibri politici non corrispondano a tale interesse.
Da un lato abbiamo un Centro Sinistra che, nonostante i tentativi di Rutelli, è minato nella sua prospettiva dal peso crescente di comunisti e verdi, incapace di comprendere e governare i mutamenti epocali che ridisegneranno nei prossimi anni la ricchezza delle Nazioni e di misurarsi con la sfida mortale del terrorismo internazionale;
dall’altro abbiamo un Centro Destra minato dai conflitti di interesse del suo Premier, dall’ideologico autonomismo della Lega, incapace di esprimere la reale svolta politica di cui il Paese avrebbe bisogno.
Per tali ragioni i repubblicani ritengono che l’Italia abbia bisogno di un Terzo Polo liberaldemocratico del quale il PRI deve farsi promotore con altre forze liberali, laiche e socialiste.
Il Paese ha bisogno di un nuovo punto di riferimento che si candidi a scompaginare gli attuali schieramenti per aggregare una nuova maggioranza di governo capace di portare a nuova sintesi stimoli e progettualità positive presenti sia nel Centrodestra che Centrosinistra.
Il Terzo Polo, in quanto tale, deve esprimere, in questa fase, la propria piena autonomia politica ed elettorale dai due maggiori poli per poter recuperare elettori delusi dalle contraddizioni degli attuali equilibri, ma soprattutto per cercare il recupero di cittadini che, in assenza di riferimenti credibili, si sono rifugiati nel non voto.
I repubblicani ritengono che questo possa rappresentare un vero e proprio progetto politico di medio termine capace, innanzitutto, di riportare ad unità i repubblicani dentro il PRI.
I repubblicani convinti che la realizzazione di tale progetto richieda coerenza di comportamenti sia al centro che in periferia chiedono:
al partito nazionale di prendere atto del fallimento del governo Berlusconi nell’azione di politica interna e di uscire dal governo per promuovere la costruzione di un Terzo Polo autonomo a livello nazionale,
agli organi regionali del PRI di farsi promotori del Terzo Polo in Emilia Romagna affinché, sulla base delle indicazioni politiche sopra indicate, vengano presentate autonome liste per le prossime elezioni regionali.
I repubblicani, pur non ritenendo esistere le condizioni per alleanze con il centro-destra, preoccupati per la forte egemonia che l’asse Margherita-DS ormai esercita sulle comunità locali della nostra provincia e per il condizionamento negativo che esprime Rifondazione Comunista nelle amministrazioni locali in cui è presente, impegnano gli organi che saranno eletti ad aprire una verifica politico-programmatica a livello provinciale e nei singoli Comuni per valutare la praticabilità di un proseguimento delle attuali alleanze.
Ritengono comunque fin da ora che nelle prossime elezioni Comunali e Provinciali di Ravenna, il PRI debba esprimere proprie autonome liste.
N.B. Gli ultimi paragrafi riguardano problemi locali e quindi potranno essere espunti all'atto della votazione del Congresso Nazionale.
On. Gianni Ravaglia
Giancarlo Cimatti
Mario Guidazzi
Africo Morellini
Luca Ferrini
[mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/QUATTROAMICIALBAR.mid[/mid]


REPUBBLICANI DEMOCRATICI E DEMOCRAZIA REPUBBLICANA promuovono:
> "UN PATTO REPUBBLICANO PER L'ITALIA LAICA"
> Roma, sabato 15 gennaio 2005, ore 15 Centro congressi Conte di Cavour, via CAVOUR
> intervengono:
>
> GIUSEPPE OSSORIO : consigliere regionale della CAMPANIA dei Repubblicani Democratici
> GIANPIERO PIERACCINI : coordinatore regionale della TOSCANA di Democrazia Repubblicana
> ANTONIO GUARIGLIA : presidente del consiglio comunale di SALERNO
> ERNESTO PAOLOZZI : associazione per la Democrazia Liberale
> ALBERTO PINCIONE : coordinatore del Comune di CARRARA di Democrazia Repubblicana
> GIORGIO RAFFI : assessore al Comune di MASSA
>
>
>
> A questa importante manifestazione costitutiva, organizzata dai REPUBBLICANI DEMOCRATICI della Campania e dal MOVIMENTO di DEMOCRAZIA REPUBBLICANA della Toscana, sono intervenuti Consiglieri comunali, amministratori repubblicani e delegazioni di amici repubblicani provenienti dalla Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Liguria, Lazio, Abruzzo, Basilicata e Sicilia, nonchè dalla Campania e dalla Toscana. Essi si doteranno, nella riunione plenaria del prossimo mese, di uno Statuto aperto a tutti i repubblicani, senza volontà di annessione e leadership precostituite.
I convenuti hanno concordato di dare vita ad una Federazione fondata su base "paritaria" che opera nella coalizione di centro sinistra, aperta al contributo di tutti i repubblicani e liberaldemocratici che vogliono rimettere al centro dell'agenda politica del paese proposte di impostazione repubblicana.
Essi si riconoscono nell'Eldr e vogliono organizzare, su quei principii, i tanti repubblicani che si riconoscono in una politica di equità sociale e di garanzia delle libertà individuali e collettive, ricordando la grande lezione del pensiero democratico. Lotteranno per il riscatto del Mezzogiorno, come grande occasione di sviluppo italiano; contro il dominio della proprietà dei mezzi di comunicazione televisivi, che in Italia opprime la libera circolazione delle idee; per la libertà della ricerca scientifica; per un Parlamento europeo con effettivo e forte potere legislativo.
Si è ribadita la volontà, perdurante il sistema bipolare, di scegliere il centro sinistra quale polo con il quale contrarre alleanze elettorali, in vista delle elezioni regionali del 2005 e delle elezioni politiche del 2006.
>
> Giuseppe Gizzi


La direzione regionale del PRI dell’Emilia-Romagna in previsione del 44° congresso nazionale del Pri intende denunciare la situazione di grave crisi di identità politica e programmatica in cui si dibatte ormai da anni il Partito Repubblicano Italiano, a causa delle numerose incomprensibili decisioni assunte dalla maggioranza e dalla dirigenza del Partito,a partire dalla collocazione nel centrodestra, che sono sempre state criticate dal partito emiliano romagnolo e che oggi trovano conferma nel modo di governare il Paese
Anche quando il partito repubblicano nazionale pare assumere posizioni critiche su svariati aspetti dell’attività di governo come : legge finanziaria, riforma costituzionale, legge sulla procreazione assistita, legge elettorale, legge sui condoni edilizi anche in zone protette, legge sugli OGM, verifica di governo, lamentando problemi di metodo e di visibilità, non arriva mai a trarne le conseguenze politiche, manifestando la propria subalternità alla maggioranza di governo e a Berlusconi, e finendo per diventare corresponsabile del malgoverno . Anche sul piano delle responsabilità e della visibilità le promesse sono rimaste tali e dopo anni di indifferenza assoluta, non sarà certo un piccolo riconoscimento da vice-ministro a fare dimenticare gli appelli a non votare i piccoli partiti o la modifica della legge sulla” par condicio” che sono veri e propri attentati al pluralismo e alla sopravvivenza dei piccoli partiti, e quindi l’arroganza di chi si sente padrone dell’alleanza di centro-destra.
In particolare, sui temi dello sviluppo economico e del rigore finanziario, la Finanziaria presentata dal governo è insoddisfacente perché non risana i conti pubblici, non promuove sviluppo, anzi taglia lo sviluppo del Mezzogiorno,non prevede sufficienti risorse per la ricerca scientifica e tecnologica, e per attuare la riforma scolastica, non fa gli investimenti sulle grandi infrastrutture necessarie ad ammodernare il paese , costringe gli enti locali a diventare gabellieri o a tagliare servizi essenziali per i cittadini ;ha proposto uno sgravio fiscale elettoralistico senza indicarne la copertura finanziaria .
La irrisoria riduzione delle imposte dirette è ampiamente vanificata dall’aumento delle imposte locali a cui le amministrazioni sono costrette a ricorrere per non aggravare ulteriormente i pesanti tagli a servizi sociali e addirittura agli investimenti
Tutto ciò di fronte ad un impoverimento reale della popolazione, a prezzi fuori controllo ,a gravi carenze del sistema scolastico dei trasporti, ad una sfiducia dei pochi risparmiatori rimasti che sono assolutamente privi di tutela , alla cronica mancanza di una politica industriale che per la prima volta vede uniti nelle critiche al governo imprenditori e sindacati.
ATTACCO ALLA COSTITUZIONE
Sul fronte istituzionale si è scatenato un dissennato e scriteriato attacco alla Costituzione della Repubblica che ha trovato il suo momento più elevato di destabilizzazione quando la Camera dei Deputati, sotto il ricatto politico della Lega verso i suoi alleati della maggioranza di centro-destra, ha approvato una profonda, quanto inquietante, riforma della Costituzione.
Di quel progetto non si condivide, innanzitutto, la profonda modifica degli equilibri tra i diversi organi dello Stato.
Il c.d. “premierato forte”, in base al quale il Primo Ministro non dovrà più ottenere il voto di fiducia del Parlamento, ma, soprattutto, viene assegnato allo stesso Primo Ministro il potere di fatto di sciogliere le Camere, elimina, in un colpo solo, la centralità politica del Parlamento e la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica, che, oltretutto, viene ridotto al ruolo di “garante dell’unità federale dello Stato”, concetto assai dissimile da quello di “garante dell’unità nazionale”.
Né, a fronte del nuovo modello di “premier forte”, vengono introdotti nuovi elementi di garanzia del sistema e, al contrario, nel momento in cui si tenta di affermare la “forma federale” dello Stato, che pretenderebbe, come ci insegnano i principali costituzionalisti, il rafforzamento contestuale degli organi che rappresentano l’unità nazionale, si cade in contraddizione riducendo, ad esempio, il ruolo della Corte Costituzionale, con l’introduzione di una quota di Giudici di nomina delle Regioni, con preoccupanti riflessi sull’uniformità di interpretazione delle norme e sui giudizi relativi al conflitto di competenza tra Stato e Regioni, e politicizzandola ulteriormente e indebolendone così il ruolo di garanzia.
Ancora più profonde sono le perplessità dei Repubblicani dell’ Emilia-Romagna in ordine alla introduzione della “forma federale” dello Stato.
E’ soprattutto su questo aspetto che ha avuto rilevanza e peso decisivo il ricatto politico della Lega.
Questo ha impedito che la introduzione del “federalismo” avvenisse al buio, al di fuori di una benché minima valutazione sulla compatibilità tra la nuova forma di Stato e la finanza pubblica, al di fuori, cioè, di una valutazione, ai fini della sua sostenibilità, dei “costi della riforma”, che, come da tempo sostiene, ad esempio, Confindustria si aggireranno su una cifra corrispondente ad 80-100.000 miliardi di vecchie lire.
Il federalismo, inoltre, viene introdotto anche al di fuori di un qualsiasi disegno di razionalizzazione del sistema delle autonomie locali, come già fu fatto in occasione della creazione delle Regioni, col rischio elevatissimo, specie in un Paese come l’Italia, di una ulteriore burocratizzazione del governo regionale e locale.
Ancora, è grave aver confermato il progetto della c.d. “devolution”, con l’introduzione della potestà legislativa esclusiva, in realtà non solo in materia organizzativa, in settori come la sanità, l’istruzione e l’ordine pubblico, con rischi molto seri per l’unità nazionale, non solo in termini concettuali, ma anche in termini di modalità di fornitura dei servizi.
A ben vedere, quindi, la riforma costituzionale non costituisce affatto un passo in avanti nella modernizzazione dello Stato e le modalità del dibattito e della sua approvazione hanno, in realtà, mortificato l’acuto ed intelligente lavoro dei “padri costituenti” del 1946.
La Costituzione Italiana, così come era stata concepita all’indomani della nascita della Repubblica, ha dimostrato di essere uno strumento di straordinario equilibrio e modernità, consentendo di realizzare, sotto la sua vigenza, anche fondamentali cambiamenti del sistema politico.
In base a queste considerazioni, i Repubblicani devono essere parte attiva di inziative che puntino, di fronte a questo scempio, alla difesa della Costituzione, come elemento di difesa di una democrazia equilibrata.
LOTTA AL TERRORISMO E POLITICA ESTERA
La lotta al terrorismo e la politica estera filo- americana ed occidentale, che pur la direzione regionale condivide, non possono essere l’alibi dietro cui ci si ripara per giustificare ogni forma di malgoverno o di conflitto di interessi , conflitto peraltro non certo risolto e che si manifesta ormai in tutti i campi da quello della giustizia a quello economico .
Affrontare il tema della collocazione internazionale del nostro paese , cercando di
tenere un comportamento coerente con la tradizione repubblicana, nel momento in cui nel mondo la minaccia terroristica, e quindi il problema della sicurezza , ha aperto un fronte di guerra planetario che ha stravolto qualsiasi comportamento logico ed ha modificato le politiche finora seguite nel governo delle crisi internazionali basate su di un ruolo multilaterale deliberativo dell’ONU, sulla ricerca di politiche di coesistenza, su di un ruolo decisivo delle diplomazie, è sicuramente prioritario rispetto a qualsiasi altro problema . purtroppo sulla questione della pace si innestano ragioni di politica interna che rischiano di far affrontare la questione in modo distorto e superficiale.
Sul terreno della politica estera e della coesistenza pacifica un repubblicano riformista è diverso ed ha caratteristiche distintive da chi predica” la pace senza se e senza ma”, o la pace come semplice valore come se, nel dichiararla come aspirazione, essa diventasse poi una condizione reale.
La pace è sempre il frutto di equilibri, di accettazione di regole comuni, di rispetto dei valori di civiltà democratica e quindi la si può garantire stabilmente solo se si rimuovono le ragioni
che portano a minarne le basi e non è possibile per un democratico riformista non fare prima una scelta di campo fra chi si batte per i valori di libertà e di democrazia e coloro che quei valori calpestano impedendo ai cittadini di essere liberi , torturandoli , eliminandoli fisicamente ed armandosi di strumenti di distruzione di massa; cioè creando le condizioni di alterazione della coesistenza pacifica.
Una forza politica che non abbia la capacità di dividere chiaramente la sfera dei valori e delle aspirazioni da quella della politica reale, intervenendo per tendere a quelli, ma governando e risolvendo le situazioni reali anche se richiedono l’uso della forza , rischia di consolidare regimi dispotici e condizioni di pericolo permanente per la coesistenza pacifica e la democrazia.
Se si sceglie di stare con la democrazia e i valori occidentali, stabilmente, solidamente , senza “il richiamo della foresta” dell’anticapitalismo e quindi dell’antiamericanismo che la sinistra marxista ha nel proprio DNA, al pari della dottrina cattolica, allora ,c’è un argomentazione repubblicana e riformista da far valere nei confronti degli USA e dei suoi alleati, una ragione di polemica di una sinistra democratica che può invocare delibere dell’ONU, che può dire agli alleati che se si vuole condannare e disarmare Saddam per crimini di guerra e contro l’umanità occorre portarlo di fronte ai tribunali contro i crimini di guerra, ma bisogna poi che gli USA accettino i tribunali di guerra e li riconoscano. Se si va giustamente in Iraq per abbattere un regime criminale che si è macchiato di torture ed eliminazione degli avversari politici ,violando tutte le regole del rispetto dei diritti e della dignità umana , occorre poi che vengano rispettati i diritti umani , non torturati i prigionieri, perché se invece ci si macchia di torture e si umiliano i prigionieri , viene meno il fondamento morale in nome del quale si è giustificato l’intervento.
Si può dire che un paese leader di valori di civiltà occidentale, di rispetto dei diritti umani e della tolleranza deve accettare le convenzioni internazionali sull’ambiente e rispettarle.
Esistono, cioè, argomenti di confronto sul terreno dei valori occidentali che possono esaltare il ruolo di forze riformatrici, come il PRI; se esse vogliono stare in campo con la loro identità e non accodarsi alla demagogia del movimentismo, del massimalismo o del moralismo religioso antiamericano ,o ad una fedeltà acritica a tutti i comportamenti degli USA.
Oggi non è così però, perché la conquista del potere porta a fare ragioni di politica interna anche le grandi questioni di politica estera e questo non aiuta la credibilità di forze riformiste e riformatrici.
Ciò detto , è tuttavia evidente che noi stiamo e staremo con gli USA e i loro alleati , e speriamo che la situazione possa evolvere verso libere elezioni in Iraq, che si possano ritessere i legami fra la giovane Europa che auspichiamo diventi presto entità politica e gli USA ; che celermente si vada ad un rilancio dell’alleanza Atlantica e si possa ridisegnare un ruolo dell’Onu che non sia però l’alibi , per qualcuno a sinistra, in cui si coprono di fatto situazioni di immobilismo rispetto al terrorismo o alla violazione dei diritti umani , in assenza di un esercito mondiale che se ne occupi.
La società mondiale si è profondamente modificata non siamo più nei vecchi stati nazione , non siamo più nell’epoca della guerra fredda e della divisione del mondo in blocchi, la globalizzazione, oggi, sottrae spazi agli stati nazionali e sovranità ai cittadini dei singoli paesi per trasferirli su piani sovranazionali : l’Europa, l’Onu, il FMI.
Il terrorismo internazionale costringe tutti a pensare in modo diverso ai problemi della sicurezza, e perciò , affrontare un’analisi della condizione che il terrorismo internazionale pone, con le analisi con cui ideologicamente ci si confrontava negli anni della guerra fredda si rischia di non risolvere il problema e di mettere a repentaglio il fondamento stesso della democrazia, che è la libertà dei cittadini senza i condizionamenti della paura .
D'altronde il mondo è ad un crocevia: gli USA, unica vera iperpotenza mondiale , sono sempre più dominati dall’ideologia conservatrice e dalle sue risposte particolaristiche alle questioni economiche ,sociali e di sicurezza. Dopo le dimostrazioni di “potenza”in Afghanistan e in Iraq, dove il divario tecnologico e militare fra gli USA e il resto del mondo è apparso schiacciante , l’intera classe politica e una gran parte dell’opinione pubblica ,come dimostra la rielezione di Bush, pensano che non vi siano e non vi debbano essere ostacoli o limiti all’esercizio della volontà americana. L’idea che gli USA, in virtù di una vocazione a farsi garanti della libertà e delle opportunità di tutti, è divulgata come scelta patriottica e unilaterale.
La visione del mondo di Bush,” o con noi o contro di noi, e se stai con noi ci stai alle nostre condizioni “,come dimostrano decisioni prese senza informare gli alleati, rendendoli di fatto poi corresponsabili, è una concezione che esclude un ruolo dell’Europa come possibile soggetto di una politica mondiale se non in un ruolo subalterno di alleato fedele, perché la sicurezza americana e mondiale nella lotta al terrorismo può essere perseguita solo con la linea dura .
Questa prospettiva è non solo poco desiderabile ma è anche molto pericolosa , perché questo modo di intendere l’ordine mondiale è controproducente e lo sarebbe anche se gli USA fossero il simbolo di tutte le virtù economiche, sociali e morali , infatti una concezione simile si basa sul fatto che si deve usare la forza e che il resto del mondo deve subordinare i propri interessi e i propri valori a quelli di una superpotenza. Questo non favorisce certo la distensione e alla lunga diventa una politica insostenibile per gli alleati, ma soprattutto nel contesto di un mondo islamico fondamentalista che da queste teorie e pratiche trova ragioni di diffidenza e di ostilità, anzi una sorta di legittimazione o giustificazione della pratica terroristica.
USA ED EUROPA: POLITICA DELLE ALLEANZE INTERNAZIONALI O MODELLI DI SVILUPPO DIVERSI?
L’America ha sicuramente grandi pregi , è una società aperta, le sue università,le sue istituzioni possono essere ancora un punto di riferimento nel mondo, ma questo deve avvenire attraverso un ragionato dialogo con coloro che condividono gli stessi valori di civiltà e con la tolleranza del forte verso chi deve essere condotto con l’esempio verso forme di cittadinanza e di coesistenza mondiali.
Invece , aldilà di un inconsistente politica europea in grado di essere interlocutrice credibile con una propria capacità di intervento militare e di difesa, inconsistenza che di fatto la rende prigioniera e dipendente dalla tecnologia militare americana o impotente come testimoniano le “neutraliste “posizioni franco- tedesche , esiste oggi una sfida NEOCONSERVATRICE che non è solo imperniata nella lotta al terrorismo ma che, nella critica al sistema di welfare europeo, da parte americana , inizia addirittura da un presupposto etico , e cioè che il “contratto sociale “che regge il sistema di welfare europeo offende i valori del conservatorismo americano dell’ individualismo,della libertà e dell’autosufficienza.
Del resto la politica di svalutazione del dollaro per sorreggere le esportazioni americane in spregio di qualsiasi attenzione alle economie dei paesi alleati, testimoniano che la politica dei neoconservatori americani è una politica individualista, liberista e quasi autarchica essendo praticamente impossibile esportare negli USA vista la volontaria svalutazione monetaria. Occorrerebbe riflettere molto su questo aspetto e cioè sul fatto che non si possono mettere in ginocchio le economie dei paesi alleati e poi pretenderne fedeltà.
La civiltà europea si basa su dei valori, tra l’altro richiamati giustamente nella Costituzione europea, che non possono essere abbandonati perché ne costituiscono i caratteri distintivi ; e il conservatorismo americano che ha sicuramente prodotto tante discriminazioni e danni in America non può essere il fondamento politico di chi ritiene, come il nostro governo ,(ma anche le mozioni di Nucara da una parte e di Ravaglia e Guidazzi dall’altra)che comunque e sempre occorre stare con gli Usa ,scimmiottandone le scelte ,perché ciò vorrebbe dire rinunciare all’idea di Europa così come è stata pensata e voluta dai grandi europeisti , da Adenauer , a De Gasperi, Ugo La Malfa, Altiero Spinelli e Delors .
E cioè l’idea europea che alla ricchezza e alla proprietà si impongano anche obblighi sociali che non possono limitarsi solo alla beneficenza . Così come la presenza di un soggetto pubblico nei servizi fondamentali o nelle politiche energetiche consente ad un popolo di esprimere ciò che ha in comune . Questi valori producono risultati sociali che si traducono anche in un beneficio nella sicurezza e nell’economia e non possono quindi essere abbandonati sull’altare di una alleanza “o con me o contro di me”.
Le alleanze devono essere sui principi , sulle assunzioni comuni di responsabilità, sul rispetto democratico delle decisioni multilaterali, non possono essere la ratifica di decisioni e comportamenti unilaterali.
Certo il ritardo dell’Europa a darsi un governo e una dimensione politica è il problema fondamentale da colmare celermente .
Se si vuole essere un soggetto autorevole nei confronti degli alleati Usa e un punto di riferimento democratico per molti popoli in via di sviluppo, occorre essere chiari sui principi e sul loro rispetto, ma anche attrezzarsi per parlare un’unica voce europea governata da un’entità politica e non continuare nella tentazione degli stati nazione ormai spogliati della loro sovranità.
La Costituzione europea può rappresentare un’occasione di rinnovamento politico degli stati e un esempio ,nella sua laicità, di tolleranza e di coesistenza di culture diverse con l’obiettivo di una comune cittadinanza. Ma può essere anche una grande opportunità di rinnovamento della politica democratica nei singoli stati che può trovare il respiro lungo di rappresentanza ideale e progettuale ,cosa oggi impossibile nelle dispute localistiche e corporative in un mondo che ormai è globale e interdipendente.
I partiti , e il PRI in primo luogo, erede di Mazzini e della sua universalità,se sapranno cogliere l’importanza della costruzione europea come l’avamposto di una nuova democrazia internazionale, potranno progettare e sperimentare assieme alle giovani generazioni europee una nuova forma di governo sopranazionale della globalizzazione, diversa da quella fondata sui rapporti di forza delle grandi potenze . Questo può essere l’occasione per i cittadini italiani di essere cittadini europei, ritrovando nuove ragioni di convivenza civile e di coesistenza pacifica dopo le distruzioni del secolo passato , e, da cittadini del mondo, cercando di costruire un nuovo equilibrio mondiale fondato sulla pace , sulla conoscenza dell’Umanità, sulla giustizia e sullo sviluppo sostenibile; cioè sui valori universali di quel repubblicanesimo che possono essere la vera via cosmopolita dell’era globale.
TERZA VIA E TERZA FORZA
I repubblicani dell’Emilia –Romagna constatano che il quadro bipolare appare sempre più deteriorato ed inadeguato a garantire governabilità e stabilità , che sarebbe necessario il ritorno ad un sistema proporzionale con la costituzione, su iniziativa del PRI, di un polo repubblicano liberaldemocratico distinto da conservatori, popolari e socialisti secondo lo schema delle famiglie politiche europee , polo che di volta in volta sulla base di programmi ,potrebbe stabilire alleanze di legislatura senza preclusioni di schieramento, nel solo interesse del paese
La terza via repubblicana-liberaldemocratica rimane, come sempre enunciato dai repubblicani emiliano –romagnoli, un punto di riferimento per tutti i repubblicani che vogliono riprendere il respiro di un disegno strategico,che li renda protagonisti e non subalterni delle culture socialiste e popolari , e prigionieri di logiche di schieramento.
Esistono forze intellettuali laiche repubblicane e liberal-democratiche che non si vogliono far omologare da un bipolarismo di sottopotere, che vanno organizzate politicamente con un progetto politico di terza via e di terza forza.
Sono il blocco sociale dei piccoli e medi imprenditori della società aperta, sono i professionisti che non hanno bisogno della raccomandazione o del protettorato politico, ma che chiedono che sia il merito a decidere delle responsabilità e delle carriere.
Sono quei lavoratori che, consapevoli dei loro diritti, hanno comunque a cuore una visione del governo del paese che ricomprenda anche le generazioni future, attraverso la concertazione dello sviluppo e del welfare.
Sono quei cittadini laici che non contestano il diritto dei cattolici di professare la loro fede e di comportarsi di conseguenza , ma che non possono accettare la trasformazione dell’Italia da grande paese dell’Occidente, in cui la laicità dello stato è garantita dalla Costituzione repubblicana, ad un Paese confessionale in cui la Chiesa indirizza e scandisce i tempi delle libertà civili.
Sono coloro che credono nello stato di diritto e nelle regole, che non devono offrire margini di impunità o di privilegio a coloro che attraverso l’esercizio del governo credono di poter essere al di sopra della legge.
Sono coloro che vedono nell’esercizio di una funzione pubblica lo svolgimento di una funzione di responsabilità nell’interesse generale, e pretendono perciò da chi ricopre tali incarichi comportamenti consoni al loro ruolo .
L’organizzazione delle forze democratiche –repubblicane- e liberali è un problema che viene prima delle alleanze politiche e deve avvenire sulla base della rispondenza ai contenuti programmatici e allo spazio politico riservatoci, non a piccoli contentini di sottopotere.
TERZA VIA COME AUTONOMIA DELL’IDENTITA’- NON COME ISOLAMENTO
La terza via, quindi, è e rimane il nostro obbiettivo strategico, che non significa però isolamento, e cioè la teorizzazione che si è autonomi se si sta da soli e si è subalterni in alleanza. Un partito che abbia chiari i propri riferimenti ideali e programmatici può contribuire al governo del paese senza il pericolo di sentirsi fagocitato .
Occorre non schiacciare l’attività politica del partito identificandola solo con l’attività di governo ; esistono tratti di principio e di approfondimento che delineano continuamente i caratteri moderni della terza via e del repubblicanesimo che meritano iniziative specifiche del PRI dove occorrerà dare il senso che il PRI è la casa di tutti i repubblicani e che c’è la volontà di superare la diaspora che il bipolarismo di potere ha introdotto anche nel Movimento repubblicano. Approfondimento che deve diventare il metro del confronto con le altre forze politiche.
Il Pri , quindi, deve fare il punto sulla sua partecipazione al governo e sulla politica disastrosa di questo governo , ritrovando per intero la propria capacità critica al servizio del paese. Non è accettabile che la logica delle alleanze faccia perdere le caratteristiche della nostra identità rendendoci partecipi di logiche di appartenenza e meno rigorosi nella critica di merito.
Nemmeno è accettabile che le carenze del governo siano misurabili sulla crisi della sinistra, e che si faccia di ciò oggetto di comparato compiacimento.
Semmai occorre riprendere quel ruolo di coscienza critica della sinistra che potrebbe essere uno stimolo riformatore alla trasformazione della sinistra.
IL POLO LAICO-SOCIALISTA - NON PUO’ ESSERE LA TERZA FORZA
Oggi proporre un’alleanza laico –socialista contrabbandandola come terzo polo o terza forza significa non avere chiaro strategicamente che il NUOVO PSI appartiene alla famiglia socialista e che i RADICALI prospettano un liberismo economico ed un presidenzialismo incompatibile con la nostra tradizione e quindi snaturare e penalizzare il ruolo del PRI non certo valorizzarlo.
LA TERZA FORZA LIBERAL-DEMOCRATICA dipende dal sistema elettorale e non può
comunque prescindere dalle condizioni oggettive in cui versano le forze politiche e in particolare il PRI , oggi debole e logorato da un’alleanza storicamente innaturale e da una diaspora lacerante.
I repubblicani dell’Emilia -Romagna ritengono
Che, in attesa di poter raggiungere tale obbiettivo strategico, sia necessario primariamente che il PRI abbandoni l’alleanza di centrodestra e che si avviino processi di ricomposizione della diaspora repubblicana con la rifondazione del partito che risulti aperto alla collaborazione con le forze che intendono archiviare la fallimentare esperienza del centro destra a partire dalle consultazioni regionali di primavera.
E’ ugualmente necessario affermare, contestualmente, che la giusta intuizione di tale prospettiva strategica non può e non deve significare estraniazione né incapacità di dare giudizi più precisi sull’attuale contesto politico, né può significare agnosticismo rispetto alle responsabilità politiche da attribuire agli schieramenti nel loro complesso ed alle singole forze politiche.
In altre parole, anche quando, com’è il nostro caso, l’idea della “terza via” poggia su un’analisi del sistema politico che conduce al giudizio di inadeguatezza di entrambi gli schieramenti che oggi si contendono il Governo del Paese, essa non può giungere alla conclusione di un giudizio di equidistanza tra gli stessi due schieramenti.
*** ***
Noi vediamo e denunciamo, certamente, i limiti attuali del centro-sinistra, vediamo e denunciamo il suo perdurante ritardo a delineare un compiuto progetto di governo del Paese, alternativo al centro-destra, sui nodi principali aperti oggi in Italia, vediamo e denunciamo le difficoltà a far prevalere, al suo interno, una definita cultura politica riformatrice ed innovatrice, vediamo e denunciamo il pericolo che tale ritardo, nella sua azione politica quotidiana, consenta di difendere anche istanze conservatrici e parassitarie e logiche del passato, vediamo e denunciamo il perdurante prevalere delle logiche di strutturazione dell’alleanza (liste unitarie alle Regionali sì o no, ad esempio) sottraendo tempo (e credibilità) all’azione di rinnovamento programmatico.
Tuttavia, per quanto noi vediamo e denunciamo questi limiti, a nostro giudizio, il centro-destra, che mantiene gli stessi o analoghi elementi di inadeguatezza, ha, in più, la responsabilità – negativa – del Governo e contiene elementi ancora più negativi di carattere etico-morale e di pericolo di involuzione democratica ed istituzionale.
Giacché l’individuazione di questo pericolo riguarda aspetti fondamentali della coscienza collettiva del Paese ed, anche a livello regionale e locale, il centro-destra non basa la propria presenza e la propria attività sulla contrapposizione, rispetto ai governi delle città e delle province, di progetti ed idee per affrontare le singole questioni, ma sulle parole d’ordine nazionali e, dunque, sulla riaffermazione di quei principi ai quali abbiamo fatto riferimento, il P.R.I. in Italia e nella Regione Emilia-Romagna deve partecipare ad aggregazioni elettorali che impediscano l’affermazione di quelle concezioni e, dunque, nell’attuale sistema bipolare, alle alleanza di centro-sinistra, naturalmente se esistono le condizioni di dignità politica e programmatica.
Questa linea politica rappresenta per il congresso nazionale una linea alternativa a quella preannunciata dal segretario nazionale, tuttavia vorremmo poterlo fare sgomberando il terreno da due presupposti irrinunciabili.
Innanzitutto, la valorizzazione delle realtà periferiche- attraverso il riconoscimento del diritto all’autonomia decisionale sui livelli di competenza territoriale- è il presupposto su cui si può iniziare un discorso nuovo di rilancio del partito senza l’affanno di uscite dal partito, ma creando le condizioni di un confronto costruttivo sui contenuti.
L’altro caposaldo di un confronto possibile è la revisione dello statuto secondo i principi delle libere organizzazioni di persone, e cioè di riforma delle regole di rappresentanza in base agli iscritti e non ai voti ottenuti in elezioni europee , quando lo statuto prevede elezioni politiche e regionali ,ormai svolte da diverso tempo senza il simbolo dell’edera .
Sulle regole occorre essere tutti d’accordo altrimenti non esiste dialettica ma si favorisce la diaspora.
I repubblicani dell’Emilia-Romagna invitano tutti i repubblicani italiani a riflettere prioritariamente su queste cose ,così come considerano indispensabile la definizione di un quadro programmatico che sia l’ attualizzazione e l’aggiornamento del patrimonio repubblicano e che sia lo strumento essenziale per riaffermare l’attualità del patrimonio ideale del repubblicanesimo oltre che metro di confronto con le altre forze politiche.
In sintesi proponiamo:
- Avviare una decisa azione politica che riproponga il superamento del sistema elettorale maggioritario e l’adozione di un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale .
- Una difesa radicale dello stato laico
- Una nuova frontiera dei diritti civili
- Il perseguimento di un sistema economico di mercato governato da regole severe per la competizione , da più penetranti misure antitrust, orientato ad uno sviluppo sostenibile, con una migliore qualità della vita e capace di coniugare le esigenze del mercato con quelle della sicurezza sociale , del riequilibrio territoriale e della giustizia sociale.
- La creazione di un sistema istituzionale equilibrato ed adeguato alla realtà sociale e perciò essenziale, trasparente ed efficiente, che riconfermi i valori della Costituzione Repubblicana.
- La rimozione di tutti i personalismi e gli asti che hanno , fino ad ora, assorbito energie in sterili discussioni all’interno del partito e che potrebbero essere invece utilizzate per ridare corpo, in una nuova intensa attività politica , alle idee laiche e repubblicane, con un gruppo dirigente aperto al rinnovamento e che operi esclusivamente nell’interesse generale del paese.
- Il perseguimento di un processo aggregativo , con un ‘attenzione privilegiata a tutti coloro che sentono il bisogno di una forte e qualificata presenza politica ispirata ai principi del repubblicanesimo.
- L’apertura di una fase di attenzione privilegiata verso coloro che sono , e sono sempre stati , saldamente ancorati ai principi del repubblicanesimo, favorendo una ricomposizione della diaspora repubblicana che ha portato molti ad uscire dal PRI perché in contrasto con l’attuale dirigenza del partito nazionale.
- La costruzione di relazioni politiche privilegiate con i partiti e i movimenti che aderiscono al Partito Liberaldemocratico europeo .
- Il coinvolgimento e la rappresentanza della società nelle sue varie articolazioni , ristabilendo i canali di comunicazione e di confronto con il sindacato , la cooperazione , l’associazionismo di impresa e le organizzazioni del tempo libero in particolare con quelle di ispirazione laica e repubblicana.
Questo ci sembra essere il compito minimo e necessario per l’intero gruppo dirigente , i repubblicani dell’Emilia-Romagna si augurano che dal congresso possa uscire un nuovo gruppo dirigente che possa avviare finalmente quel processo di rilancio del movimento repubblicano atteso ormai da troppi anni .
Widmer Valbonesi
Paolo Foschi
Mauro Mazzotti
Eugenio Fusignani
ed altri…..
La mozione è stata approvata dalla stragrande maggioranza della direzione regionale dell’Emilia_Romagna con otto voti contrari delle due componenti che si riconoscono nella relazione del segretario nazionale Nucara e in quella di autonomia di Ravaglia e Guidazzi .


“Gallina è un irriconoscente”
CESENA -“Gallina è un irriconoscente”. Renato Lelli, segretario del Pri, non usa mezzi termini nei confronti dell’ex leader del Pri. L’ex presidente della Provincia non fa più parte del partito repubblicano. Ha deciso di non rinnovare la tessera. Lo ha fatto alla vigilia di un momento molto importante: a fine mese ci sarà il congresso di federazione e all’inizio di febbraio quello nazionale. In entrambi in casi la linea della direzione di Cesena (portata avanti soprattutto da Lelli e Gallina) rischia di finire in minoranza. Segnali molto chiari sono arrivati dalle riunioni che si sono svolte a Ponte Abbadesse, San Carlo e Ronta. La base sta premiando la linea autonomista voluta da Mario Guidazzi.Lelli ritiene che adesso che era arrivato il momento di dover far fare il lavoro più difficile non doveva essere abbandonata la nave. “La vita da mediano a Gallina evidentemente non piace - dice Lelli -. Lui dal partito ha avuto moltissimo, nell’ultimo periodo è stato quello che ha ricoperto i ruoli più importanti. Adesso che c’è da fare una battaglia interna abbandona. Nel partito ci si sta anche con i mal di pancia. E’ per questo che dico che è un irriconoscente. Da Mario una scelta simile proprio non me la aspettavo. Non sono l’unico a pensarla così. Oggi (ieri ndr) mi hanno chiamato molti amici e tutti hanno manifestato una forte delusione per la scelta fatta da Gallina. Posso però garantire - ha concluso Lelli - che il suo esempio non sarà seguito da nessun altro. Anche se la nostra linea andasse in minoranza tutti resteremo al nostro posto”.Il Pri sta attraversando un altro momento molto travagliato. L’ennesimo scontro in questi giorni sta vivendo i suoi momenti più intensi. Come sempre, il problema è legato alla collocazione del partito. Alla contrapposizione fra Romagna e nazionale ora se ne è aggiunta una interna a Cesena. Guidazzi spinge per restare in totale autonomia. L’ex vice sindaco è andato in minoranza nella direzione dove la stragrande maggioranza spinge per restare nell’alleanza con il centro sinistra, mentre sta ottenendo un grande successo con la base. A questo punto è facile immaginare che Guidazzi andrà alla guida del partito. Il congresso locale si terrà il 28 e 29 gennaio. Il 4-5-6 febbraio, poi, a Fiuggi, è in programma quello nazionale che potrebbe dare il via libera all’alleanza con Errani. L’ipotesi non era poi così scontata, ma nelle ultime ore ha preso sempre più corpo anche alla luce di dichiarazioni critiche che sia Nucara che La Malfa hanno avuto nei confronti del centro destra, attuale alleato dell’Edera.A Cesena intanto sono in molti a prospettare un ritorno di Ugolini nell’Edera. Il leader di “Cesena cambia” se ne andò, non senza polemiche, nel 1994 quando venne candidato alla Camera dai Progressisti. Da anni si vocifera di un suo ritorno nel Pri. Sostenitore di questa linea è sempre stato Africo Morellini, attuale alleato di Mario Guidazzi. E’ proprio grazie alla mediazione di Morellini che i rapporti fra Guidazzi e Ugolini sono notevolmente migliorati. Fino a qualche tempo fa erano al minimo storico. Non a caso in Consiglio comunale è nata un’ alleanza organica. Per qualcuno Guidazzi va incontro ad un abbraccio mortale, per altri il ritorno di Ugolini nel partito è l’unica ancora di salvezza per l’Edera. Ai posteri l’ardua sentenza.
db


Ai posteri l'ardua sentenza......
E poi c'è tanto stupore per la scelta di Gallina?
Tex Willer


beh... altrimenti non sarebbero romagnoli...![]()


o perchè si sono stupiti?
Tex Willer


entrambe le cose direi...


Pri, al via i congressi
Ravenna - Si aprono questa sera, al circolo Mazzini di Villanova di Ravenna, i lavori del 26esimo congresso dell’Unione comunale del Pri di Ravenna e del 31esimo congresso della Federazione provinciale. Una tre giorni importantissima per l’Edera che vedrà la partecipazione di un centinaio di delegati delle 55 sezioni che hanno svolto, in questi giorni le loro assemblee precongressuali, sia per i congressi locali, sia in preparazione dell’assemblea nazionale in programma a Fiuggi i primi di febbraio. Questa sera, dopo un saluto delle autorità istituzionali, verranno illustrate le tre mozioni politiche che sono state alla base delle assemblee di sezione che hanno fatto emergere in modo, netto, (il 70 per cento dei voti) la volontà della base repubblicana di rimanere nel centrosinistra. Poi seguirà il dibattito che si annuncia appassionato e non privo di asprezze. Intanto ieri il segretario comunale uscente Giancarlo Cimatti ha diffuso i dati relativi alla mozione del “Terzo polo”. “Il 30 per cento nel Comune di Ravenna per la cosiddetta mozione Ravaglia - è la sua considerazione - è un risultato superiore alle aspettative: basti pensare che tutta la classe dirigente e gli amministratori sono nella mozione Gambi”. Ma quello che più importante, secondo il segretario uscente dell’Unione comunale, è il fatto, afferma, “che la nostra mozione identica a Ravenna, Cesena e Forlì, ha assunto valenza nazionale, riscuotendo ampi consensi e sta producendo - assicura - crepe nella maggioranza del partito, tanto che l’on Medri, già segretario regionale del Pri della Lombardia e membro della direzione nazionale, ha aderito alla nostra mozione. Chissà - è il suo auspicio - che non si produca il miracolo di fare uscire il Pri dal governo Berlusconi”. A Cesena poi, sempre secondo il dirigente dell’Edera, la mozione Guidazzi (stessa linea politica di quella Ravaglia), “sta riscuotendo un grande consenso (nelle prime assemblee siamo ad oltre l’80 per cento) e potrebbe essere questa - Cimatti non risparmia una frecciatina agli avversari interni - alle dimissioni dell’amico Piero Gallina”.Se lo scontro forte è tra la mozione Gambi e quella Ravaglia, a livello provinciale il dibattito dovrà tenere conto di una terza mozione: quella presentata dall’Edera di Cervia e dalla consociazione lughese. Una mozione, quest’ultima, per così dire “più conciliante” che tenta di coniugare le due anime del Pri. Quindi sì, in prospettiva, al terzo polo, ma anche sì alle giunte di centrosinistra e ancora sì a Vasco Errani candidato alle regionali del 3 e del 4 aprile del Gad. Una mozione quest’ultima, che raccoglie l’apprezzamento del consigliere regionale Luisa Babini che ieri ha deciso di uscire allo scoperto con un intervento “conciliatore”. “Ho incontrato tantissimi repubblicani e nelle assemblee di sezione ho visto un bel confronto - esordisce -. I repubblicani ci chiedono unità ed hanno ragione, soprattutto in un momento questo, di difficoltà del nostro partito a causa della sua collocazione nazionale nel centrodestra. E su questo, mi pare siamo tutti d’accordo”. Dopodiché, è la sua convinzione, “qualsiasi battaglia per fare uscire il Pri dal centrodestra va fatta dall’interno. Uscire fuori dal partito - la Babini ne è convinta - significa lasciare il campo libero a quanti pensano che il Pri debba rimanere nella casa delle libertà e quindi togliere la spina nel fianco costituita appunto dal Pri emilianoromagnolo che deve continuare la sua battaglia”.“Si lotta e si rimane”: per Luisa Babini non esistono altre strade. Il terzo polo? “ Non credo - dice - che oggi il Pri che a livello nazionale è allo 0,7 per cento possa dare vita ad una terza forza. Personalmente non ho sottoscritto alcuna mozione, ma ho votato per la mozione Carli, mozione che dice sì alle alleanze con il centrosinistra, si al sostegno ad Errani e che dice bisogna stare nel partito e combattere”. I lavori congressuali si concluderanno domenica. A seguire le votazioni per eleggere le direzioni provinciale e comunale che dovranno eleggere i nuovi segretari.
ro. em.