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Discussione: John Nash

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    Predefinito John Nash

    John Forbes Nash jr. nasce il 13 giugno 1928 a Bluefield: tra i matematici più brillanti e originali del '900, Nash ha rivoluzionato l'economia con i suoi studi di matematica applicata alla "Teoria dei giochi", vincendo il premio Nobel per l'Economia nel 1994. Ma Nash è anche un geniale e raffinato matematico puro. Ha sempre avuto un’abilità poco comune nell'affrontare i problemi da un'ottica nuova e impensabile per gli altri, trovando soluzioni incredibilmente eleganti a problemi complessi, come quelli legati all'immersione delle varietà algebriche o alle equazioni differenziali paraboliche.

    Il genio e la schizofrenia
    Eppure Nash ha vissuto per circa trenta anni oscillando tra il paradiso e l'inferno. Il paradiso del ragionamento razionale, delle dimostrazioni, dei calcoli, aveva le sue "sedi" in istituti universitari prestigiosi (come quello di Princeton) oppure in società come la RAND Corporation, dove insieme a logici, matematici, fisici e ingegneri esperti di teoria dei giochi, ha lavorato per il governo alle strategie politiche e militari della guerra fredda. L'inferno era quello della schizofrenia paranoica che ha trasformato la naturale stravaganza di Nash in un incubo durato circa trenta anni tra deliranti allucinazioni e un inquietante distacco emotivo dal mondo esterno. Dopo diversi ritorni al ragionamento lucido, spesso successivi ai ricoveri in ospedali psichiatrici, Nash tornava a fare matematica. Ma pochi mesi dopo le allucinazioni si riappropriavano della sua mente, facendolo ripiombare nell'abisso della follia. Terapie come elettroshock, camicie di forza chimiche, iniezioni di insulina lo hanno segnato nel fisico, ma oggi Nash è un ultrasettantenne che va ancora in Istituto a Princeton, studia ancora matematica e sembra guarito dalla malattia. La psichiatria ricorda pochissimi esempi di risveglio dalla schizofrenia, considerata una malattia degenerativa, tanto che in quei pochi casi si mette spesso in dubbio l'autenticità della diagnosi.

    L'infanzia
    Il padre, che si chiamava con lo stesso nome, era nativo del Texas ed ebbe un'infanzia infelice, riscattata solo dagli studi in ingegneria elettrica che lo portarono a lavorare per l'Appalacian Power Company di Bluefield, nell'ovest della Virginia. La madre, invece, Margaret Virginia Martin, prima si sposò poi intraprese la carriera di insegnante di inglese e qualche volta di latino. John Forbes Nash jr. già da piccolo rivela un carattere solitario e bizzarro. Anche la sua frequentazione scolastica presenta numerosi problemi. Alcune testimonianze di chi lo ha conosciuto lo descrivono come un ragazzo piccolo e singolare, solitario ed introverso. Sembrava inoltre avere più interesse per i libri piuttosto che alla condivisione delle ore di gioco con altri bambini. Il clima familiare, tuttavia, era sostanzialmente sereno, con genitori che certo non mancavano di dimostrargli il loro affetto. Dopo qualche anno nascerà anche una bambina, Martha. Ed è proprio grazie alla sorella che John riesce ad integrarsi un po' di più con gli altri coetanei riuscendo anche a farsi coinvolgere nei giochi usuali dell'infanzia. Tuttavia, mentre gli altri tendono a giocare insieme, John spesso e volentieri preferisce rimanere per suo conto, baloccandosi con aeroplani o automobili. Il padre, poi, lo tratta come un adulto, fornendogli in continuazione libri di scienza e stimoli intellettuali di tutti i tipi. Anche la situazione scolastica non è rosea, perlomeno inizialmente. Gli insegnanti non si accorgono affatto del suo genio e del fatto che avesse talenti straordinari. Anzi, la sua mancanza di "abilità sociali", definite a volte anche come carenze relazionali, portano ad identificarlo come un soggetto indietro rispetto alla media. Più probabilmente, era semplicemente annoiato dalla scuola, un caso non raro, basti ricordare i non brillanti risultati scolastici di Albert Einstein.

    Gli anni del liceo
    Al liceo, invece, la sua superiorità intellettuale rispetto ai compagni gli serve soprattutto per ottenere considerazione e rispetto. Ottiene anche una prestigiosa borsa di studio, grazie ad un lavoro di chimica in cui vi era però anche lo zampino del padre. Si reca allora a Pittsburgh, alla Carnegie Mellon, per studiare proprio chimica. Con il passare del tempo, però, il suo interesse per la matematica va aumentando sempre di più. In questo campo mostra delle abilità eccezionali, specialmente nella soluzione di problemi complessi. Con gli amici, invece, si comporta in modo sempre più eccentrico. Di fatto, non riesce ad instaurare rapporti di amicizia né con donne né con uomini. Partecipa alla Putman Mathematical Competition, un premio molto ambito, ma non vince: sarà questa una delusione cocente, di cui parlerà anche dopo vari anni. In ogni caso si mostra subito un matematico di primo ordine, tanto da ottenere offerte da Harvard e Princeton per fare un dottorato in matematica. Sceglie Princeton, dove avrà modo di conoscere, fra gli altri, giganti della scienza come Einstein e Von Neumann.

    Gli anni a Princeton
    Nash ha avuto fin da subito grandi aspirazioni in campo matematico. Durante i suoi anni di insegnamento a Princeton, soprattutto, Nash ha mostrato una vasta gamma di interessi nella matematica pura: dalla topologia, alla geometria algebrica, dalla teoria dei giochi alla logica. Oltretutto non è mai stato interessato a dedicarsi ad una teoria, a svilupparla, ad intessere rapporti con altri specialisti, eventualmente a fondare una scuola. Desiderava invece risolvere un problema con le sue forze e i suoi strumenti concettuali, cercando l'approccio più originale possibile alla questione. Nel 1949, mentre studiava per il suo dottorato, sviluppò delle considerazioni che 45 anni più tardi gli valsero il premio Nobel. Durante quel periodo Nash stabilì i principii matematici della teoria dei giochi. Un suo collega, Ordeshook, ha scritto: "Il concetto di "Equilibrio di Nash" è sicuramente l'idea più importante nella teoria dei giochi, per quel che riguarda i giochi non cooperativi. Se analizziamo le strategie di elezione dei candidati, le cause della guerra, la manipolazione degli ordini del giorno nelle legislature, o le azioni delle lobby, le previsioni circa gli eventi si riducono ad una ricerca di o ad una descrizione degli equilibri. Detto in altri termini e banalizzando, le strategie di equilibrio sono tentativi di predizione circa il comportamento della gente."

    Gli anni seguenti ed i primi sintomi della schizofrenia
    Intanto comincia ad avere i primi segni di malattia. Conosce anche una donna, di 5 anni più vecchia di lui, che gli dà un figlio. Nash non vuole aiutare la madre economicamente, non riconosce il figlio, anche se si occuperà di lui per tutta la vita, sia pure saltuariamente. Continua la sua vita piuttosto complicata ed errabonda, che qui non è possibile seguire in dettaglio. Incontra un'altra donna, Alicia Lerde, meglio nota poi come Alicia Nash, che diventerà sua moglie. In questo periodo visita anche il Courant, ove incontra Louis Nirenberg, che lo introduce a certe problematiche delle equazioni differenziali alle derivate parziali. In questo campo ottiene un risultato straordinario, uno di quelli che potrebbero valere la medaglia Fields, e che è legato ad uno dei famosi problemi di Hilbert. Purtroppo, una tegola si abbatte su di lui. Un italiano, del tutto ignoto e in maniera indipendente, ha risolto anch'egli lo stesso problema pochi mesi prima. Al conferimento del Nobel, lo stesso Nash dichiarerà che: "fu De Giorgi il primo a raggiungere la vetta". Comincia nel frattempo ad occuparsi delle contraddizioni della meccanica quantistica ed anni dopo confesserà che probabilmente l'impegno che mise a questa impresa fu causa dei suoi primi disturbi mentali.

    I ricoveri e la guarigione
    Cominciano i ricoveri, e comincia anche un periodo lunghissimo della sua vita in cui alterna momenti di lucidità, in cui riesce comunque a lavorare, raggiungendo anche risultati assai significativi (ma non del livello dei suoi precedenti), ad altri in cui le condizioni mentali sembrano seriamente deteriorate. I suoi disturbi più evidenti si mostrano nel fatto di vedere ovunque messaggi criptati (provenienti anche da extraterrestri) che solo lui può decifrare, nel fatto che affermi di essere l'imperatore dell'Antartide o il piede sinistro di Dio, di essere cittadino del mondo ed a capo di un governo universale. Ad ogni modo, fra alti e bassi, conduce la sua vita al fianco della moglie che lo sostiene in tutti i modi e con grandissimi sacrifici. Finalmente, dopo lunghi travagli, all'inizio degli anni '90, le crisi sembrano avere fine. Nash può tornare quindi al suo lavoro con maggiore serenità, integrandosi sempre di più nel sistema accademico internazionale e imparando a dialogare e a scambiare idee con altri colleghi (caratteristica prima, d'altronde, dell'impresa scientifica). Il simbolo di questa rinascita è contrassegnato nel 1994 con il conferimento del premio Nobel.

    Il libro ed il film
    Il noto film "A Beautiful Mind", del regista statunitense Ron Howard, vincitore di quattro Golden Globe e di altrettanti Oscar ("Miglior Film", "Miglior Regia", "Miglior Sceneggiatura non originale" e "Miglior Attrice non protagonista" a Jennifer Connelly/Alicia Nash), narra, romanzandola un po' ed omettendone alcune parti, la vita incredibile del genio John Nash. I fatti narrati dal film sono tratti dalla omonima biografia di Sylvia Nasar, che racconta la storia di Nash condendola una miriade di dettagli, raccolti da matematici che lo hanno conosciuto e dallo stesso John (il libro è edito in Italia col titolo “Il Genio dei Numeri – Storia di John Forbes Nash Jr., Matematico e Folle”; da questo sono tratti i virgolettati presenti nel testo).

  2. #2
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    Predefinito Intervista a JOHN NASH

    Intervista a JOHN NASH di Piergiorgio Odifreddi

    Un libro di Sylvia Nasar (Rizzoli, 1999) e un film di Ron Howard, entrambi intitolati "A beautiful mind" e di grande successo, hanno raccontato la strana storia di John Nash, il genio che ha legato il suo nome a una serie di risultati ottenuti nel giro di una decina d'anni e pubblicati in una decina di articoli, recentemente raccolti da Harold Kuhn e Sylvia Nasar in "The essential John Nash" (Princeton, 2002). Un paio di loro gli sono valsi il premio Nobel per l'Economia nel 1994.

    E' una tragica ironia del destino che un uomo che ha vissuto venticinque anni da squilibrato, soffrendo di schizofrenia paranoide e credendosi l'Imperatore dell'Antartide e il Messia, sia passato alla storia per aver introdotto la nozione di equilibrio oggi universalmente usata nella Teoria dei giochi: di un comportamento, cioè, che non può essere migliorato con azioni unilaterali, nel senso che lo si sarebbe tenuto anche avendo saputo in anticipo il comportamento dell'avversario.

    Grazie agli uffici del comune amico Harold Kuhn, ho potuto passare il pomeriggio del 13 ottobre 2003 con questa "mente meravigliosa", parlando a ruota libera di Matematica e pazzia e ripercorrendo alcune tappe della sua singolare vicenda scientifica e umana.

    La sua autobiografia per la Fondazione Nobel comincia con una strana frase: "la mia esistenza come individuo legalmente riconosciuto è iniziata il 13 giugno 1928".

    Non ricordo perchè ho detto così allora: quando scrivo cerco di essere spontaneo e senza costrizioni e le cose escono diverse a seconda delle volte. Ma il concetto di inizio varia: ad esempio, in Cina si misura dal momento del concepimento. In Occidente, invece, una persona non esiste legalmente fino a che non è nata.

    In certi ambienti c'è un analogo problema relativo al momento in cui il nascituro acquista un'anima.

    Le cose sono cambiate nel tempo e oggi i cattolici la pensano come la gente comune di qualche secolo fa. In fondo, tutto si riduce a una competizione di numeri.

    Lei è religioso?

    Ho cambiato varie volte idea, quand'ero mentalmente disturbato. Si rischia di uscire di testa pensando troppo alla religione, soprattutto se si fa scienza e si cerca di tenere fede e ragione in compartimenti separati. Un'osservazione elementare, però, è che le varie religioni sono logicamente incompatibili fra loro: non possono dunque essere tutte vere.

    La stessa cosa vale per la politica, di cui lei ha scritto che è un inutile spreco di energia intellettuale.

    Mi riferivo soltanto alla mia esperienza personale, influenzata dalla malattia mentale: ho cominciato a guarire quando ho rifiutato alcune delle mie illusioni in questo campo. La politica non è certo uno spreco di energie per i politici di professione!

    A proposito di pensiero logico, la nozione di equilibrio che porta il suo nome sembra derivare più da un'analisi filosofica che da una problematica matematica.

    In effetti l'interesse non era semplicemente matematico, anche se bisogna osservare che Cournot aveva già sviluppato un concetto simile. Però c'era una parte strettamente matematica, riguardante l'esistenza di questi equilibri, e questa è un'altra storia. Ad esempio, gli equilibri nel senso di von Neumann e Morgenstern non sempre esistono: quindi, il problema non era banale.

    Sembra che von Neumann non abbia apprezzato il suo lavoro, all'epoca.

    Dopo aver sviluppato la mia teoria, sono andato a esporgli le mie idee e lui mi ha subito chiesto se la mia dimostrazione usava il teorema del punto fisso. Mi è sembrata una tremenda intuizione, da parte sua, in accordo con la sua fama di essere una mente brillante. Ma in seguito ho capito come aveva fatto a indovinare: io avevo usato il teorema del punto fisso di Kakutani, che era stato ispirato dal lavoro di von Neumann negli anni '30, e quel genere di risultati è difficile da provare in altri modi.

    E' lo stesso metodo usato anche da Arrow e Debreu per la loro teoria degli equilibri dei mercati.

    Credo che loro abbiano invece avuto da me l'idea di usare il teorema del punto fisso di Kakutani. Ma non sarei disposto a testimoniarlo in tribunale, o di fronte all'Ufficio Brevetti: meglio non fare discussioni inutili.

    Oltre a von Neumann, lei ha anche conosciuto Einstein qui a Princeton.

    Quando sono andato da lui, un suo assistente -John Kemeny- gli stette sempre vicino e in silenzio, come una guardia del corpo. Probabilmente, Einstein incontrava un sacco di matti e aveva bisogno di un minimo di protezione.

    E di cosa era andato a parlargli?

    Lo spostamento verso il rosso delle righe spettrali delle galassie lontane, di solito, si interpreta come un effetto dell'espansione dell'universo. A me era venuta l'idea che si potesse invece interpretare come una perdita di energia gravitazionale della luce, più o meno come una barca che si muove nell'acqua perde energia producendo onde.

    E Einstein come la prese?

    La cosa non gli piacque troppo, e mi disse: "giovanotto, credo che le farebbe bene studiare un pò di più''. Non so se la mia fosse una buona idea, ma certamente in seguito anche altri l'hanno avuta e ci hanno scritto su.

    Dopo la laurea lei ha lavorato per la Rand Corporation, che era un covo di reazionari.

    Sì, per tre estati. Era sponsorizzata dall'Aviazione e costituiva uno dei modi indiretti attraverso il quale il governo finanziava la ricerca: invece di dare i soldi direttamente agli scienziati, li dava ai militari che poi li davano agli scienziati.

    Non è un pò sospetto che la ricerca venga fatta con i finanziamenti militari?

    Non è solo sospetto, ma anche paradossale. L'Aviazione però non era così conservatrice, lo era molto di più la Marina. E poi, i militari sono automaticamente conservatori? In Italia, ad esempio?

    Non lo sono per definizione?

    Il conservativismo è multidimensionale e si può essere conservatori in un senso senza esserlo in un altro. Ad esempio, l'esercito turco è di destra, ma non rappresenta il fondamentalista islamico.

    Tornando al suo lavoro, quando lei si spostò da Princeton al Mit lasciò la Teoria dei giochi per la Geometria differenziale.

    Parlando con un collega, rimasi sorpreso del fatto che il problema dell'immersione delle superfici negli spazi euclidei fosse un'area di ignoranza e pensai che avrebbe dovuto essere possibile risolverlo. Dapprima trovai una scorciatoia, in un caso che non era mai stato studiato: invece di considerare superfici liscie, con un certo numero di derivate, mi limitai alle superfici con un'unica derivata continua e risolsi quel problema. Poi riuscii a estendere il risultato a superfici con tre ordini di derivabilità. Si dovrebbe riuscire a farlo anche con due, ma finora non è stato fatto.

    I suoi interessi matematici sembrano essere stati molto estesi, e anche un pò incompatibili, nel senso che l'intuizione logica e quella geometrica sono molto diverse. Come è riuscito a conciliarli?

    In fondo, io sono un analista. Il problema dell'immersione era sostanzialmente analitico. In seguito mi sono interessato di equazioni differenziali alle derivate parziali.

    Trovando il grande teorema che lei e De Giorgi avete dimostrato indipendentemente.

    Sì, lui è stato il mio rivale. A proposito, ecco un bell'esempio di un matematico religioso! Anzi, un esempio estremo di religiosità, quasi da monaco.

    E il fatto che anche lui avesse ottenuto lo stesso risultato le costò la medaglia Fields.

    Non solo a me, anche a lui.

    Ma lei sembra esserci stato più vicino, nel 1958. Ci fu addirittura uno spareggio con Thom, no?

    Mah, così si dice. Nel 1962 sarebbe stato più ovvio, ma io ero già disturbato mentalmente. Così la diedero a Hormander: uno svedese, in un congresso in Svezia ...

    Vuole dire che la cosa è sospetta?

    Beh, sì. Sarebbe lo stesso se ci fosse un congresso in Cina e la medaglia la vincesse un cinese. Non è successo, è successo che non è successo, ma sarebbe stato sospetto. Invece, in Svezia è successo: tra l'altro, con due sole medaglie, invece delle quattro che si danno oggi.

    Così lei ha perso la medaglia Fields, ma ha vinto il premio Nobel. Avrebbe preferito il contrario, se avesse potuto scegliere?

    La medaglia Fields sarebbe stata molto prima, avrebbe cambiato il corso della mia vita. Se fossi stato sano nel 1962, avrei potuto prenderla: ero ancora nei limiti d'età. Ma il mio lavoro non fu immediatamente riconosciuto: nemmeno le cose più facilmente comprensibili, come il problema dell'immersione. In seguito, si cominciarono ad applicare i miei metodi in altri campi, ad esempio la stabilità del sistema solare con il teorema di Kolmogorov, Arnold e Moser. Anche se quasi subito Arrow e Debreu avevano visto come applicare il teorema del punto fisso di Kakutani nel loro lavoro sugli equilibri dei mercati.

    E' vero che a quel tempo ha cercato di risolvere l'Ipotesi di Riemann?

    Questo lo dice il film. La funzione Zeta è certamente affascinante, ma io non ho mai seriamente attaccato il problema, nemmeno quand'ero malato. La teoria quantistica, quella sì. Ma probabilmente era un'illusione, una mancanza di buon senso, anche quando non ero legalmente matto.

    Siamo tornati alla legalità.

    Dovrebbe essere chiaro che la malattia mentale è un concetto legale.

    Ad esempio, uno dice che fa miracoli e, invece di matto, lo chiamano santo!

    Più che dirlo, bisogna riuscire a farlo dire a qualcun altro: non "io faccio miracoli", ma "lui fa miracoli". Meglio poi se a dirlo è un cardinale o un vescovo, con voce ispirata.

    O, per fare un altro esempio, uno come Moniz inventa la lobotomia e, invece di finire in galera, prende il premio Nobel per la Medicina.

    La lobotomia era veramente un'operazione drastica, ma la cosa è sottile. Si può confrontarla con il trattamento farmaceutico e vedere con che metodo una persona diventa socialmente più controllabile. E' difficile. Non si sa in anticipo come un paziente reagirà alle medicine e che effetto avranno su di lui. Ma si sa che riducono l'impulso suicida, che è uno dei pericoli maggiori oltre che una causa di internamento.


    Lo scopo quindi è il controllo.

    E' l'Economia, nel senso che si tratta di minimizzare il costo per la società e per le famiglie dei malati. Una pazzia che non dà problemi, che non influenza il comportamento esteriore, è come una religione che non interferisce con il tuo lavoro: in tal caso, a nessuno importa a che setta appartieni. Ma se un malato mentale ha tendenze suicide, questo è sufficiente a determinare l'internamento coatto. Anche se oggi gli avvocati riescono a renderlo più difficile, il che allo stesso tempo fa risparmiare soldi allo Stato.

    Negli anni '70, in Italia il movimento antipsichiatrico è riuscito a far chiudere i manicomi.

    Tutti?

    Sì, tutti.

    Saranno però rimasti i reparti psichiatrici degli ospedali normali.

    Molti malati mentali sono stati effettivamente dimessi.

    Negli Stati Uniti, la medicina psichiatrica è diventata un'industria: molta gente viene internata anche se non è veramente pericolosa. Non dovrebbe invece essere possibile senza il consenso del paziente.

    Anche le prigioni sono diventate un'industria. Il numero dei carcerati negli Stati Uniti è imbarazzante: quindici volte superiore alla media europea.

    Però, se si tolgono le persone che appartengono a certe categorie etniche, come i neri o i latini, la percentuale dei carcerati bianchi è probabilmente la stessa che in Europa.

    Lei ha sempre cercato di opporsi legalmente ai suoi internamenti.

    La prima volta sono riuscito a farmi dimettere. Le altre volte ho tentato, ma senza grandi risultati. Credo che l'effetto sia stato duplice: può aver impedito certi eccessi di cure, ma aver prolungato la durata della detenzione.

    Lei ha detto esplicitamente di aver subìto torture.

    Si possono interpretatare i coma insulinici e gli elettroshock come torture. Ma avvennero appunto in un periodo in cui non avevo un avvocato.

    Ha anche detto che guarire da una malattia mentale non dà la stessa gioia che guarire da una malattia fisica, perchè la razionalità del pensiero impone un limite al concetto che una persona può avere della sua relazione con il cosmo.

    Io mi vedevo come un grande profeta o un messia ...

    Come Zarathustra?

    Ho fatto quell'esempio solo perchè non ci sono troppi suoi seguaci in giro. Citare Maometto poteva essere rischioso, nel 1994 c'era il rischio di una fatwa.

    Non parliamo di Gesù Cristo, poi.

    Bisogna essere cauti, in certe cose. Naturalmente, Gesù Cristo è un tipico esempio di pensiero illusorio: ce ne sono molti nei manicomi.

    A volte più d'uno nello stesso posto, come nel famoso caso dei tre Cristi di Ypsilanti.

    Non si può allo stesso tempo essere razionali e credersi un grand'uomo universalmente riconosciuto. Dopo essere stato internato, ho quindi fatto una specie di compromesso con me stesso per cercare di comportarmi normalmente.

    "Anche i maniaci depressivi, tra i quali molti scienziati, vivono una specie di compromesso tra euforia e depressione."

    Il mio caso era diverso, perchè non soffrivo di depressioni ma di allucinazioni. Quanto agli scienziati, mi sembrano relativamente sani: sono i logici, che sono matti! Più della maggior parte dei matematici.

    Mi sta prendendo in giro?

    No, ne ho parlato al Congresso mondiale di Psichiatria di Madrid nel 1996 e anche Gian-Carlo Rota ha osservato che tra i logici la percentuale di matti è inusuale. Pensi a Post, che veniva curato periodicamente con l'elettroshock. O a Godel, che si lasciò morire di fame. O a Church, che magari era sano ma si comportava ben stranamente: parlava sempre da solo ad alta voce, si mangiava tutti i biscotti ai parties, ...

    Quando studiavo a Ucla sono andato a una sua lezione, ed è stata l'unica volta in cui ho visto tutti in un'aula dormire dalla noia, compreso il docente.

    Anch'io da studente ho seguito un suo corso, noiosissimo. L'ho anche avuto come membro della mia commissione di laurea.

    Lasciamo stare i logici, se no poi mi deprimo io. Parlando più in generale, ci sono aspetti patologici nella Matematica?

    Certamente c'è una mistica dei numeri, dalla quale a volte mi sono lasciato anch'io trascinare. Un musulmano mi ha mandato un libro in cui si cerca di mostrare che nel Corano c'è una struttura numerica nascosta, basata sul numero primo 19. Poi c'è il codice della Bibbia, che permette di ritrovare riferimenti a cose già accadute, benchè mai profezie di cose che devono ancora accadere: non sarebbe male, trovare una vera profezia!

    "Il Socrate di Platone sentiva delle voci, che gli dicevano di non fare certe cose."

    Durante la mia malattia anch'io sentivo delle voci, come quelle che si sentono nei sogni. Agli inizi avevo solo idee allucinatorie, ma dopo due o tre anni sono arrivate queste voci, che reagivano criticamente ai miei pensieri e sono continuate per vari anni. Alla fine, ho capito che erano solo una parte della mia mente: un prodotto del subconscio, o un percorso alternativo della coscienza.

    E le servivano per la Matematica, come per Ramanujan?

    Forse in certe società, quali l'antica Grecia o l'India, è possibile coltivare queste voci come un normale pensiero razionale: potrebbe funzionare. Ma nel mio caso non erano piacevoli.

    E poi hanno smesso?

    Più che altro le ho soppresse io. Ho deciso che non volevo più sentirle o esserne influenzato.

    Quindi è guarito perchè ha deciso di guarire, con la forza di volontà?

    Non so, non è così chiaro come funzioni la forza di volontà: certo non basta per dimagrire. Ma la guarigione dalle malattie mentali non sembra essere provocata dalle medicine, e a un certo punto io ho smesso di prenderle. Voler essere sani, questa è essenzialmente la sanità mentale.

    E non ci sono fattori genetici?

    Non sono convinto. La malattia mentale può essere una fuga dall'infelicità. E spesso è l'ambiente famigliare che la determina. Ad esempio, credo che questa sia una causa della malattia di mio figlio, che è un caso clinico.



    La rappresentazione delle voci che è stata fatta nel film l'ha soddisfatta?

    Era un modo di rendere visibile e comprensibile queste cose. Sarebbe difficile farlo in maniera scientificamente accurata, perchè non si può vedere dentro la mente di qualcuno.

    Ma lei, che ha visto dentro alla sua, non potrebbe scriverne?

    Quando sarà il momento giusto per farlo, probabilmente avrò l'Alzheimer e non ricorderò più ciò che dovrei raccontare.


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    Piergiorgio Odifreddi - Insegna Logica Matematica presso le Università di Torino e di Cornell (USA). Collabora con il quotidiano "La Repubblica" e ha vinto nel 1998 il Premio Galileo assegnatogli dall'Unione matematica italiana per la sua attività di divulgazione.

    Questa intervista a John Nash è stata già pubblicata (in una versione più breve) su "La Repubblica" del 25 ottobre 2003.
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