...la riforma della Giustizia
L’ordinamento giudiziario italiano è modellato su una legge del 1941, approvata da quegli stessi “legislatori” che avevano appena approvato le leggi razziali.
E’ difficile sostenere che non abbia bisogno di un robusto adeguamento.
Ancora più difficile è accusare chi insiste per l’adeguamento di volere attentare a un ordinamento democratico (del 1941). Eppure a leggere le dichiarazioni di Virginio Rognoni, vicepresidente del Csm, e le sue proteste contro la “blindatura” della riforma, si ha l’impressione che la Camera democratica fosse quella dei Fasci e delle Corporazioni, mentre quella che attenta alla democrazia sia quella di oggi, liberamente eletta. Naturalmente, se si tolgono di mezzo le stravaganti pregiudiziali di illegittimità, nel merito è giusto discutere.
L’invito di Carlo Azeglio Ciampi a evitare “chiusure preconcette e forme estreme di protesta” va preso sul serio.
L’associazione dei magistrati dovrebbe rifletterci, invece di insistere nella tattica delle minacce e degli scioperi contro il Parlamento.
Per quel che riguarda la maggioranza, è bene che nel prendere la decisione definitiva si tenga conto di tutti i dati.
Secondo il sottosegretario Michele Vietti nell’impianto sostanzialmente buono della riforma sono però presenti errori, che è meglio correggere in anticipo, per evitare una bocciatura presidenziale che imporrebbe di correggerli dopo.
Il ministro Roberto Castelli, per paura che le esigenze di messa a punto nascondano intenti dilatori di chi riforme non ne vuole, ha deciso di salire al Quirinale per capire quelli sono le preoccupazioni del Capo dello Stato.
Ciampi si è sempre comportato con lealtà nei confronti della potestà legislativa.
Ha firmato la legge sul legittimo sospetto, ha chiesto modifiche ragionevoli alla legge sulle telecomunicazioni, ha sempre esercitato le sue funzioni di garanzia con equanimità.
Non si farà trascinare nell’autodifesa corporativa del Csm, ma esigerà la piena aderenza della riforma al dettato costituzionale. Il che peraltro è nell’interesse della riforma, che altrimenti rischierebbe la censura della Consulta.
saluti




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