Prodi, l'imperatore della "Confederazione del Nulla"
di Raffaele Iannuzzi - 15 ottobre 2004
Ecco perché di lui si dice che sia un "leader-senza-leadership". Semplice: gli scolastici direbbero che manca la cosa più importante, la res. Qui possiamo battere finché si vuole, possiamo anche cantare in turco, ma non viene fuori niente. Il Nulla elevato a retorica di massa.
"Si dice" che Prodi esista in quanto leader dell'opposizione che dovrebbe candidarsi alla guida del Paese nel 2006. "Si dice", che è poi una foglia di fico per dire: e chi lo sa? E poi chi è Prodi? Oggi nessuno lo sa. Meno ancora di ieri. Il Riformista pubblica in prima pagina una severa critica di Nicola Rossi alla leadership mancata e dunque fallita di Prodi. Eppure sempre nello stesso articolo si legge: «Prodi è uno dei migliori uomini di governo che l'Italia abbia espresso nell'ultimo quarto di secolo».
Sapevamo di avere sempre avuto problemi di leadership e di classi dirigenti, ma non credevamo fino a questo punto. Decretare dall'alto della storia patria un record di leadership a Prodi appare francamente grottesco. Rossi, in realtà, non è mica così generoso con Prodi. La sua requisitoria è decisamente impietosa ed arriva perfino a scomodare il Nemico di sempre, Berlusconi, ma stavolta concedendogli un attestato di credibilità. Rossi dice che il declino italiano, anche in termini statistici, data da dieci anni e più, non è cominciato col governo Berlusconi. Deo gratias, si direbbe in termini classici. Pensavamo che perfino la cessazione della natalità infantile fosse colpa del famigerato Cavaliere. Prendiamo atto, dunque, che così non è, l'Onnipotenza del Nemico Assoluto non può tutto. Bene, tiriamo un sospiro di sollievo ed andiamo avanti. Perché ora comincia il bello.
Prodi, che peraltro non crede al non meglio definito "partito dei riformisti", crede invece, e molto, alla federazione-di-non-si-sa-cosa, perché in essa alberga di tutto, ama "raggionare", al pari di De Mita, noto intellettuale della Magna Grecia. Chiaro: loro sono democratici e pensano "complesso". Osserva Prodi rispondendo alle domande del Forum de L'Unità (domenica 3 ottobre): «Noi siamo un'alleanza complessa, come è sempre stato il centrosinistra in Italia, che fortunatamente non ha padroni».
Naturalmente, non c'è bisogno di molta ermeneutica per capire che è il centrodestra ad avere un grande Padrone, Berlusconi, loro no, loro sono senza-padrone. Infatti, ne hanno tanti di capi e leaders, tanto che non riescono a promuovere nessuno sul campo, neppure il baldo Prodi, che è arrivato a fare la campagna elettorale per se stesso e per le Europee anzitempo, mentre era ancora Presidente della Commissione Europea, infischiandosene dell'eventuale conflitto di interessi e proprio con la sua amata Europa: perché, si sa, noblesse oblige.
Eppure, Prodi, leader-senza-patria e senza-partito, non molla e dice all'Unità queste parole veramente dense e cariche di un messaggio profondo, quasi metafisico, che solo pochi eletti riusciranno a cogliere, eccolo: «Ho sempre detto "adagio adagio": è un motto forse semplice, ma se si ha a che fare con un processo democratico bisogna accettarne regole e lentezze. Noi fortunatamente siamo figli di un grande pluralismo. Il nostro percorso è del tutto diverso dal centrodestra». E meno male, per il centrodestra, che almeno si risparmia la filosofia da Gazzetta dello Sport, della serie: chi va piano, va sano e va lontano. Ce la ripeteva la mamma quando avevamo dieci anni, ma insomma mi pare cosa ben diversa, o no?.
Poi il Prodi spadaccino decide di affondare il colpo e qui tenetevi forti, perché c'è veramente da tremare. Nientemeno che questa bordata, spara il Prodi Imperatore della Federazione del Nulla. «Abbiamo capito che questo processo politico che stiamo avviando è una rivoluzione? Che stiamo facendo un gioco e una musica tutti diversi?». Chiaro, veramente profondo e forte, questa dichiarazione, ovviamente rivolta ai suoi presunti giannizzeri, che dovrebbero a suo dire allinearsi e zitti, perché, come diceva il Longanesi, forse motteggiando e rischiando, «il Duce ha sempre ragione». Ma a chi parla Romano Prodi, oggi? Ai suoi venticinque lettori dei saggi sulla produzione di mattonelle?
In realtà, a onor del vero, qualcosa c'è in Prodi, ma riveste un carattere ideologico ed antropologico, varrebbe la pena leggere alcune pagine del suo amico Berselli, nel suo libro Postitaliani, in cui ce n'è per tutti, anche per il Romano nazionale. Prodi è figlio di una cultura ad un tempo fondamentalistica ed estremistica, che ha tenuto insieme l'integralismo cattolico desideroso di cristianizzare dall'alto, a colpi di decreti e di leggi, l'Italia (la perenne tentazione di Dossetti e dei dossettiani, i celebri "professorini", Fanfani e compagnia cantante) ed il comunismo da fraticelli, pre-berlingueriano, il culto della sobrietà all'interno di uno Stato etico similgentiliano. Niente male. Prodi estremizza le posizioni in modo velleitario ed inconsulto esattamente come facevano loro, con meno dottrina e discernimento di questi ultimi, a dire il vero, ma tant'è...
Allora, Berlusconi è il Nemico, e siamo al livello della furente dialettica Amico-Nemico di Schmitt, giurista in odore di nazismo, e questo naturalmente perché lui, come dice e ripete ad ogni piè sospinto, è un vero "pluralista", solo che i "plurali" soggetti di confronto se li sceglie lui, ovviamente. Poi, la situazione italiana è uno schifo, tutto va male, e qui siamo nel neonichilismo sinistrorso, che dice no alla realtà intera, non solo al governo Berlusconi. I nostri bilanci non sono sani, nei confronti di Cina ed India, a differenza di quelli della Francia e della Germania.
Ma di quali bilanci sta parlando il Professore?
Lui, così valente e savio economista, non conosce la differenza tra un bilancio commerciale frutto di import-export, un bilancio dei conti interni, frutto magari di diseconomie interne ed esterne, niente, è tutto uguale? Bene, andiamo oltre. Afferma solennemente il Romano nazionale: «L'Italia è sempre meno considerata. Prima, a fatica eravamo con Germania e Francia, ora siamo con Spagna e Polonia. Adagio adagio scendiamo in una categoria diversa: dai Paesi che hanno 57 milioni di abitanti a quelli che ne hanno 40. E' impressionante». No, è impressionante il "genio italico" del nostro Romano. Lui ragiona come un mercantilista della prima metà del XVIII° sec., un po' come Colbert, che valutava la forza economica di una nazione sulla base fisica della popolazione in rapporto alle esportazioni, alla produzione per forza-lavoro individuale, ma insomma è passata un po' di acqua sotto i ponti, caro Romano, magari aggiorna un po' la tua bibliografia, arriva per esempio a von Mises, che fa a pezzi la dogmatica neocolbertiana di ogni genere.
Non diciamo altro, tralasciamo il giudizio veramente articolato e "complesso" (come la sua alleanza) sulle riforme istituzionali, che forse Prodi dovrebbe ricordare che non sono solo della maggioranza al governo ma di tutto il Parlamento. Ebbene, questo governo le fa, queste riforme, a "colpi di machete". Che grande prova di forza maschia, in questo giudizio, veramente molto "complesso"!. Ecco, quindi, che, dulcis in fundo, vogliamo chiudere con un'altisonante domanda del Prodi Belligerante: «Ma io dovrei chiedere: quand'è che scatta il post-Berlusconi?». Bè, dopo cotanta prova di raffinatezza analitica e capacità di leadership, ci auguriamo in tanti, caro Prodi, che il "post-Berlusconi" non scatti nel 2006, ben sapendo che tu farai molto per non farlo scattare. Per parafrasare una vecchia pubblicità di lassativi: Prodi! Basta la parola!.


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