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Discussione: Quelli Che Prodi...

  1. #11
    Silvioleo
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    Prodi, l'imperatore della "Confederazione del Nulla"
    di Raffaele Iannuzzi - 15 ottobre 2004


    Ecco perché di lui si dice che sia un "leader-senza-leadership". Semplice: gli scolastici direbbero che manca la cosa più importante, la res. Qui possiamo battere finché si vuole, possiamo anche cantare in turco, ma non viene fuori niente. Il Nulla elevato a retorica di massa.

    "Si dice" che Prodi esista in quanto leader dell'opposizione che dovrebbe candidarsi alla guida del Paese nel 2006. "Si dice", che è poi una foglia di fico per dire: e chi lo sa? E poi chi è Prodi? Oggi nessuno lo sa. Meno ancora di ieri. Il Riformista pubblica in prima pagina una severa critica di Nicola Rossi alla leadership mancata e dunque fallita di Prodi. Eppure sempre nello stesso articolo si legge: «Prodi è uno dei migliori uomini di governo che l'Italia abbia espresso nell'ultimo quarto di secolo».

    Sapevamo di avere sempre avuto problemi di leadership e di classi dirigenti, ma non credevamo fino a questo punto. Decretare dall'alto della storia patria un record di leadership a Prodi appare francamente grottesco. Rossi, in realtà, non è mica così generoso con Prodi. La sua requisitoria è decisamente impietosa ed arriva perfino a scomodare il Nemico di sempre, Berlusconi, ma stavolta concedendogli un attestato di credibilità. Rossi dice che il declino italiano, anche in termini statistici, data da dieci anni e più, non è cominciato col governo Berlusconi. Deo gratias, si direbbe in termini classici. Pensavamo che perfino la cessazione della natalità infantile fosse colpa del famigerato Cavaliere. Prendiamo atto, dunque, che così non è, l'Onnipotenza del Nemico Assoluto non può tutto. Bene, tiriamo un sospiro di sollievo ed andiamo avanti. Perché ora comincia il bello.

    Prodi, che peraltro non crede al non meglio definito "partito dei riformisti", crede invece, e molto, alla federazione-di-non-si-sa-cosa, perché in essa alberga di tutto, ama "raggionare", al pari di De Mita, noto intellettuale della Magna Grecia. Chiaro: loro sono democratici e pensano "complesso". Osserva Prodi rispondendo alle domande del Forum de L'Unità (domenica 3 ottobre): «Noi siamo un'alleanza complessa, come è sempre stato il centrosinistra in Italia, che fortunatamente non ha padroni».

    Naturalmente, non c'è bisogno di molta ermeneutica per capire che è il centrodestra ad avere un grande Padrone, Berlusconi, loro no, loro sono senza-padrone. Infatti, ne hanno tanti di capi e leaders, tanto che non riescono a promuovere nessuno sul campo, neppure il baldo Prodi, che è arrivato a fare la campagna elettorale per se stesso e per le Europee anzitempo, mentre era ancora Presidente della Commissione Europea, infischiandosene dell'eventuale conflitto di interessi e proprio con la sua amata Europa: perché, si sa, noblesse oblige.

    Eppure, Prodi, leader-senza-patria e senza-partito, non molla e dice all'Unità queste parole veramente dense e cariche di un messaggio profondo, quasi metafisico, che solo pochi eletti riusciranno a cogliere, eccolo: «Ho sempre detto "adagio adagio": è un motto forse semplice, ma se si ha a che fare con un processo democratico bisogna accettarne regole e lentezze. Noi fortunatamente siamo figli di un grande pluralismo. Il nostro percorso è del tutto diverso dal centrodestra». E meno male, per il centrodestra, che almeno si risparmia la filosofia da Gazzetta dello Sport, della serie: chi va piano, va sano e va lontano. Ce la ripeteva la mamma quando avevamo dieci anni, ma insomma mi pare cosa ben diversa, o no?.

    Poi il Prodi spadaccino decide di affondare il colpo e qui tenetevi forti, perché c'è veramente da tremare. Nientemeno che questa bordata, spara il Prodi Imperatore della Federazione del Nulla. «Abbiamo capito che questo processo politico che stiamo avviando è una rivoluzione? Che stiamo facendo un gioco e una musica tutti diversi?». Chiaro, veramente profondo e forte, questa dichiarazione, ovviamente rivolta ai suoi presunti giannizzeri, che dovrebbero a suo dire allinearsi e zitti, perché, come diceva il Longanesi, forse motteggiando e rischiando, «il Duce ha sempre ragione». Ma a chi parla Romano Prodi, oggi? Ai suoi venticinque lettori dei saggi sulla produzione di mattonelle?

    In realtà, a onor del vero, qualcosa c'è in Prodi, ma riveste un carattere ideologico ed antropologico, varrebbe la pena leggere alcune pagine del suo amico Berselli, nel suo libro Postitaliani, in cui ce n'è per tutti, anche per il Romano nazionale. Prodi è figlio di una cultura ad un tempo fondamentalistica ed estremistica, che ha tenuto insieme l'integralismo cattolico desideroso di cristianizzare dall'alto, a colpi di decreti e di leggi, l'Italia (la perenne tentazione di Dossetti e dei dossettiani, i celebri "professorini", Fanfani e compagnia cantante) ed il comunismo da fraticelli, pre-berlingueriano, il culto della sobrietà all'interno di uno Stato etico similgentiliano. Niente male. Prodi estremizza le posizioni in modo velleitario ed inconsulto esattamente come facevano loro, con meno dottrina e discernimento di questi ultimi, a dire il vero, ma tant'è...

    Allora, Berlusconi è il Nemico, e siamo al livello della furente dialettica Amico-Nemico di Schmitt, giurista in odore di nazismo, e questo naturalmente perché lui, come dice e ripete ad ogni piè sospinto, è un vero "pluralista", solo che i "plurali" soggetti di confronto se li sceglie lui, ovviamente. Poi, la situazione italiana è uno schifo, tutto va male, e qui siamo nel neonichilismo sinistrorso, che dice no alla realtà intera, non solo al governo Berlusconi. I nostri bilanci non sono sani, nei confronti di Cina ed India, a differenza di quelli della Francia e della Germania.

    Ma di quali bilanci sta parlando il Professore?

    Lui, così valente e savio economista, non conosce la differenza tra un bilancio commerciale frutto di import-export, un bilancio dei conti interni, frutto magari di diseconomie interne ed esterne, niente, è tutto uguale? Bene, andiamo oltre. Afferma solennemente il Romano nazionale: «L'Italia è sempre meno considerata. Prima, a fatica eravamo con Germania e Francia, ora siamo con Spagna e Polonia. Adagio adagio scendiamo in una categoria diversa: dai Paesi che hanno 57 milioni di abitanti a quelli che ne hanno 40. E' impressionante». No, è impressionante il "genio italico" del nostro Romano. Lui ragiona come un mercantilista della prima metà del XVIII° sec., un po' come Colbert, che valutava la forza economica di una nazione sulla base fisica della popolazione in rapporto alle esportazioni, alla produzione per forza-lavoro individuale, ma insomma è passata un po' di acqua sotto i ponti, caro Romano, magari aggiorna un po' la tua bibliografia, arriva per esempio a von Mises, che fa a pezzi la dogmatica neocolbertiana di ogni genere.

    Non diciamo altro, tralasciamo il giudizio veramente articolato e "complesso" (come la sua alleanza) sulle riforme istituzionali, che forse Prodi dovrebbe ricordare che non sono solo della maggioranza al governo ma di tutto il Parlamento. Ebbene, questo governo le fa, queste riforme, a "colpi di machete". Che grande prova di forza maschia, in questo giudizio, veramente molto "complesso"!. Ecco, quindi, che, dulcis in fundo, vogliamo chiudere con un'altisonante domanda del Prodi Belligerante: «Ma io dovrei chiedere: quand'è che scatta il post-Berlusconi?». Bè, dopo cotanta prova di raffinatezza analitica e capacità di leadership, ci auguriamo in tanti, caro Prodi, che il "post-Berlusconi" non scatti nel 2006, ben sapendo che tu farai molto per non farlo scattare. Per parafrasare una vecchia pubblicità di lassativi: Prodi! Basta la parola!.

  2. #12
    Silvioleo
    Ospite

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    I pericoli del "nuovo" Ulivo
    di Gianni Baget Bozzo - 15 ottobre 2004


    Romano Prodi è riuscito a creare di nuovo l'Ulivo, facendo passare in seconda linea il "triciclo" e il "partito riformista". Creare una coalizione elettorale con liste comuni alle regionali di tutte le forze dell'opposizione, da Mastella a Bertinotti, ai Verdi, significa distruggere in radice l'idea del "partito riformista". Appare così chiaro che il nuovo Ulivo è un progetto antitetico al partito riformista, che avrebbe dovuto distinguere nell'opposizione i "moderati" dai massimalisti.

    Questo fatto induce a sottolineare le differenze tra l'Ulivo del '96 e l'Ulivo del 2006. Dieci anni di storia fanno sì che i due progetti, pur avendo il medesimo nome, non siano la medesima cosa. L'Ulivo del '96 era la coalizione dei partiti della prima Repubblica, aggiornati per presentarsi in forma adatta al sistema elettorale maggioritario e al principio dell'alternativa che Berlusconi aveva introdotto nella gestione di quel sistema elettorale.

    Esisteva un rigoglioso Partito Popolare: esso traeva prestigio dal fatto che un presidente della Repubblica, singolarmente militante come Oscar Luigi Scalfaro, appartenesse alle sue fila e fosse il garante dell'operazione. Ora di quel Partito Popolare non esiste più traccia: è divenuto componente di una coalizione, la Margherita, che non ha nulla delle tradizioni politiche dei democristiani. La formula stessa è un'invenzione dei cattolici di sinistra in Trentino e non è in continuità con la storia della Democrazia Cristiana come partito politico. Ne fanno parte inoltre tradizioni laiche, impersonate dal suo leader Francesco Rutelli: e quelli che più contano sono i prodiani doc, come Parisi ed Enrico Letta, che non hanno tradizioni democristiane.

    Anche il Pds è profondamente mutato. Nel '96 Massimo D'Alema rappresentava il Pci aggiornato e riformato ma pur sempre un partito unitario e senza correnti, così che il suo segretario poteva presentarsi come azionista di riferimento della maggioranza ulivista. E poteva persino pensare a giocare l'orgoglio comunista mandando a carte quarantotto l'Ulivo per divenire il presidente del Consiglio. Oggi il Ds è un partito frammentato in correnti, ciascuna marcia per conto proprio: è caduta la forma partito che era stata la forza del Pci e Massimo D'Alema è divenuto un vecchio saggio che trasmette ai frammenti del Pci la tradizione istituzionale del partito di Togliatti.

    Anche Rifondazione Comunista è mutata, non è certo più il partito fondato da Armando Cossutta che intendeva impersonare, spostandola a sinistra, l'identità comunista. Non è neanche più il partito massimalista del primo Bertinotti, che voleva incarnare l'identità della classe operaia collegandola a una prospettiva comunista come utopia fondante e motivante. Bertinotti oggi ha deciso di schierare Rifondazione nel "movimento dei movimenti", nato a Seattle e a porsi, non come antagonista in senso classista, ma come antagonista in senso morale e civile, togliendo l'impronta materialista del marxismo al suo movimento e rendendolo spiritualista. Non a caso è venuta la rinuncia alla violenza, che invece fa parte della tradizione anarchica, massimalista e trotzkysta originaria della Rifondazione di Bertinotti.

    Gli altri partiti sono costole delle tre componenti principali e fanno riferimento a particolari schegge dell'elettorato.

    Il nuovo Ulivo non ha dunque più nessuna delle tradizioni politiche che avevano fondato il vecchio Ulivo: esso è quindi una formazione affatto diversa e di cui non è facile descrivere i lineamenti. Si può dire però che il nuovo Ulivo non si inquadra nelle tradizioni della democrazia italiana e soprattutto non si inquadra in quelle della sinistra italiana. Esso è una coalizione che ha un solo contenuto: la volontà di cacciare Berlusconi dal potere e sostituirsi ad esso.

    Ma in politica non si può prescindere dalle idee e anche il nuovo Ulivo ne ha una sua: è una negazione della tradizione culturale dell'Occidente impersonata dalla tradizione cattolica e da quella liberale. Esso è il frutto della caduta del modello rivoluzionario come possibilità politica e del suo essere rimasto, nel mondo cattolico e in quello della sinistra, come tensione ideale, come opposizione al capitalismo, al liberalismo, alla tradizione cattolica della legge naturale. Non è un fenomeno soltanto italiano: l'esempio spagnolo è particolarmente significativo. Non è un caso che l'intesa tra Prodi e Bertinotti sia l'elemento fondante del nuovo Ulivo e si sia espressa nella decisione di chiedere il ritiro delle truppe italiane dal territorio iracheno.

    L'asse Prodi-Bertinotti non è cosa nuova, esisteva già nel vecchio Ulivo ma non c'era saldatura ideologica, tanto che Bertinotti fece cadere il governo Prodi come parte della sua lotta massimalista contro il postcomunismo di D'Alema. La guerra irachena ha creato le basi per la saldatura ideologica tra Prodi e Bertinotti: l'antiamericanismo e il pacifismo. In queste due realtà l'utopia comunista e quella cattolica si possono saldare nella comune negazione dell'Occidente come cultura e civiltà. Ciò che ne viene fuori è un blocco politico fondato sulla negazione dell'Occidente. In esso le differenze tradizionali tra destra, centro e sinistra, sono tutte cancellate e incluse in un blocco fondato sulla negazione e sull'utopia.

    Il dossettismo di Prodi trova qui la sua realizzazione storica: non a caso il deputato Giuseppe Dossetti votò, nel gruppo parlamentare cristiano, contro l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico. Il nuovo Ulivo cancella le differenze politiche e costituisce una massa d'urto fondata sulla negazione del cattolicesimo liberale e della laicità liberale. Nella sua carica d'odio ha in se le virtualità di un regime, che il vecchio Ulivo non aveva.

    Le tradizioni "moderate" dei postcomunisti e dei postdemocristiani devono fare attenzione a quello che fanno: esse si trovano strette tra l'antiamericanismo storico di Romano Prodi e il "movimento dei movimenti" di Bertinotti. La Chiesa italiana, che nella Settimana Sociale di Bologna non ha espresso coscienza della sfida che affronta (il caso Buttiglione dovrebbe suonare come campanello di allarme, dopo il caso Zapatero), dovrebbe domandarsi se l'utopia e la negazione dell'Occidente sono una via per il cattolicesimo italiano.

  3. #13
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    ...

  4. #14
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    Le banane hanno un pregio: sono senz'osso. Non come il cazzo di certi cani (leggasi riforme...) Sono voluttuosamente morbide e vellutate... Come le Pic Indolor si insinuano nell'alveo sinistroide senza che questi ne abbia sensazione.

    Inizialmente.

    Fausto è una banana di prima scelta, ben stagionata e gustosa...

    La banana di Francesco presenta delle nervature ancor verdognole ma al momento opportuno sarà matura e turgida...

    Poi ci stanno le banane da prezzo, scongelate, un pò acciaccate... ma anch'esse decise, con qualche ritocco e maquillage, a non sfigurare alla bisogna nel cestino delle pri..mizie sorretto dal forte braccio del fruttivendolo bolognese.

    Ma lassù... sull'ultimo scaffale... seminascosta dai pelati Cirio e dai tetra del latte Parmalat e appoggiata ad un vasetto di Nutella riposa una banana piccola piccola, tutta sola, serena e fiduciosa nel futuro perché, lì vicino, veglia instancabile su di lei il pricipe dei grissini.

  5. #15
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    In Origine Postato da multietnico
    AH,BEH,SE LO DICE BUDGET BOZZO ALLORA.......
    Badget chi?
    Quello che gli calano le brache ogniqualvolta vede l'Unto dal signore?


  6. #16
    Silvioleo
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    Francesco batte (di nuovo) Romano
    13/10/2004







    La Federazione dell'Ulivo, tanto desiderata da Prodi, infine è nata. Ma a sentire gli uomini più vicini a Rutelli, il Professore ha poco da far la ruota. Perché a ben guardare...





    «Francesco batte Romano 2 a 1». I deputati rutelliani della Margherita commentano così, con una metafora calcistica, l'esito della riunione del cosidetto «tavolo delle regole» che sotto la guida di Pietro Scoppola, mercoledì 13 ottobre, ha licenziato la bozza destinata a regolare la Federazione dell'Ulivo, ossia l'alleanza tra Margherita, Ds, Sdi e repubblicani.

    Perché tanta euforia, mentre quasi tutti gli organi di stampa dipingono l'evento come una vittoria di Prodi, da sempre favorevole a quelle «cessioni di sovranità» dei singoli partiti alle quali invece Rutelli si è sempre opposto? La risposta, spiegano i seguaci dell'ex sindaco di Roma, sta nell'articolo 3 della bozza. Dove sta scritto che «nelle materie nelle quali la Federazione esercita la sua capacità decisionale, le delibere vengono prese a maggioranza dei 2/3 dei componenti gli organismi».

    Ora, poiché la Margherita avrà almeno un terzo degli organismi dirigenti, la norma tradotta dal politichese significa che nelle già limitate materie sulle quali la «Fed» avrà autonoma capacità decisionale (cioè politica estera, europea e delle istituzioni), Prodi non potrà far nulla se Rutelli non è d'accordo. Ed ecco perché i rutelliani esultano. E i prodiani non hanno, in fondo, granché da festeggiare.

  7. #17
    Silvioleo
    Ospite

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    Prodi, l’ex centrista
    di Renzo Foa

    Cosa aggiungere su Romano Prodi quando Paolo Gentiloni, testa pensante della Margherita, lo definisce “l’unico punto di equilibrio possibile” perché “se salta lui non se ne esce” o quando Massimo Franco, analista certo non ostile, aggiunge che nel “profilo basso” che egli ha scelto “si indovina il timore di lacerare la sua coalizione eterogenea”? Sono due giudizi che fotografano con precisione il logoramento di una leadership che non riesce ad imporsi né ad essere riconosciuta tale solo perché non ce n’è un’altra o perché, dopo le ultime polemiche, preferisce tacere e non scegliere. Cosa aggiungere quando si legge che grandi nomi della finanza e dell’industria simpatizzanti del centrosinistra – ne ha riferito proprio il Giornale due giorni fa – parlano esplicitamente di “un ricambio generazionale” e non nascondono di vedere in Francesco Rutelli un interlocutore più affidabile?
    Certo, si deve constatare che sono già lontani i tempi in cui il presidente in scadenza della Commissione europea sembrava incamminato verso una trionfale investitura, i tempi del lancio del marchio “Uniti per l’Ulivo” e degli equilibri tra la “Casa dei riformisti” e l’area antagonista. Sembrava cosa fatta, con i proclami sul “ritiro dall’Irak”, con il progetto di costruire un partito, il Triciclo, destinato ad imprimere un forte segno sul bipolarismo italiano e a guidare l’opposizione alla vittoria con lo spirito del Fronte di liberazione, per cancellare il “berlusconismo” e la sua azione di governo. Il tempo di un’estate e tutto è cambiato. Oggi il centrosinistra appare schiacciato su un inestricabile groviglio di problemi tattici, nei quali si è oscurato l’orizzonte strategico su cui Prodi giocava le carte della sua supremazia, una miscela di zapaterismo, di demagogia sociale e di contrapposizione a tutto campo alla Casa della libertà. E si presenta come uno schieramento in attesa.
    Attende in primo luogo i risultati delle elezioni americane, perché – ormai lo si dice apertamente – se dovesse vincere John Kerry si rafforzerebbe nella coalizione quell’area che vede l’Europa contrapposta all’America quando alla Casa Bianca c’è Bush e, solo per questo, cambierebbe il suo giudizio sul ruolo dell’Italia nella transizione irachena, anche a costo di mettere a repentaglio i suoi recenti feeling (con il paradosso che una rielezione del presidente repubblicano sarebbe vissuta come un trauma e che una vittoria del suo antagonista spaccherebbe in due il centrosinistra).
    Attende poi l’esito del congresso dell’azionista di maggioranza dell’opposizione, i Ds, costretti se non altro a far capire in modo più chiaro cosa concretamente farebbero, se tornassero a governare l’Italia nel 2006, e quindi a dare un segno all’alleanza (più rossa? più rosa?) con tutte le possibili conseguenze nei rapporti con la Margherita da un lato e con Rifondazione dall’altro. E attende, giorno dopo giorno, con un’esasperata sequenza di mosse e di mossette, che si trovino soluzioni a tutte le questioni aperte: come organizzare le primarie, come presentare le liste alle regionali, come conciliare la spinta alla difesa della sovranità di ciascun partito con lo spazio parlamentare che l’aspirante leader rivendica, passaggi pesanti che a loro volta aprono altri problemi.
    Per di più, anziché compiere un rientro trionfale da Bruxelles, Prodi scendendo a Roma ha provocato diffidenza se non ostilità in quella che avrebbe dovuto essere la sua area di riferimento, a cominciare dalla Margherita, mentre ha ricevuto una buona accoglienza essenzialmente nella sinistra antagonista. Non è casuale, visto che è diventato l’interprete di un bipolarismo conflittuale e senza mediazioni e che, anche alla luce della sua esperienza europea, più che il garante di una “casa dei riformisti”, si è presentato come il titolare del ramo italiano di quella strana ditta internazionale che riesce a tenere insieme Chirac e i no-global. Cioè un ex centrista.
    Ma, soprattutto, è rimasto prigioniero dei suoi schemi in questa fase politica in cui altri hanno occupato il centro, in un sistema bipolare che si è rimesso in movimento. Non ci sono state solo “le settimane della responsabilità” durante il sequestro delle due Simone. C’è stata, nel centrosinistra, la prima contestata astensione sulla riforma costituzionale, anche se poi rimangiata. C’è nell’azione di governo della Casa delle libertà, dopo il risultato delle europee, il segnale di una ritrovata attenzione verso le rappresentanze di interessi e di ceti sociali che si erano collocati in una posizione di ostilità. E c’è, in entrambi gli schieramenti, l’inizio di un dibattito, di una ricerca sul futuro che tenga conto dei limiti dell’ultimo triennio.
    Il logoramento di Prodi è qui, in questa serie di nodi. Fra i suoi alleati, la contestazione visibile che subisce è quella di Rutelli – il quale più che a Zapatero vuole assomigliare a Blair – e non riguarda solo la leadership, ma sempre più le scelte concrete. Nel sistema politico, la sua debolezza consiste non nell’essere privo di un partito o di un gruppo parlamentare, ma nel non liberarsi della logica del “no” e nel non essere ancora riuscito a dire qualcosa di credibile su ciò che intende fare per l’Italia. Così è successo che, nel giro di pochi mesi, colui che si era proclamato vincitore delle elezioni europee stenta a prevalere perfino nel suo schieramento.

  8. #18
    Silvioleo
    Ospite

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    In Origine Postato da Montalbano
    Seeeempre più interessante. Resta da capire se non aggiungono mai un commento perchè non ci riescono o perchè non capiscono nemmeno loro quello che postano...
    al solito non hai nulla da dire..

  9. #19
    Silvioleo
    Ospite

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    Follini: Prodi sta rinunciando al ruolo di leader
    Nell'intervista a 'La Stampa' di sabato 16 Romano Prodi dimostra che ''ha rinunciato ad esercitare la leadership e ha scelto la via piu' facile per fare opposizione, quella della demagogia''. Lo afferma Marco Follini, segretario dell'Udc, sempre in un'intervista al giornale torinese.
    Prodi - sostiene il leader centrista - ''insegue la sua base, e' compiacente verso molti vizi, difetti e abitudini della sinistra, e rinuncia a guidare i processi. E' cronaca di queste settimane: Prodi si e' inventato una sfida falsa, le primarie, come se non si sapesse gia' che sara' lui a correre per Palazzo Chigi; ma sfugge al problema vero, che e' quello della natura della sua coalizione. Finge di non ricordare che nel '98 il suo governo cadde per le contraddizioni interne al centrosinistra e finge di non sapere che quelle contraddizioni sono ancora tutte li', irrisolte, sul tappeto''.
    ''Prodi - prosegue Follini - ha scelto di condurre la battaglia di opposizione nel modo piu' facile, dicendo soltanto dei no. Il che pero' esporrebbe un suo eventuale governo, se mai ci fosse, a guidare il Paese in condizioni di enorme difficolta'. D'altra parte, se questa Grande Alleanza Democratica ha posizioni omogenee e un programma coerente, perche' non si presenta con liste unitarie alle prossime Regionali? E perche' i deputati eletti con il cosiddetto Triciclo e nel nome di Prodi, continuano a vagare per il Parlamento di Strasburgo dispersi tra un gruppo e l'altro? Perche' lui non li richiama a una posizione unitaria? Questa sarebbe una vera e propria prova di leadeship...''.


    18 Ott 2004

  10. #20
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    Predefinito ossessione e paura

    Mi sembra che per i fans della cosiddetta casa delle libertà, ma io aggiungo si delle libertà degli affari propri, questa nuova alleanza con alla testa Prodi e proprio una ossessione, non sarà mica la paura che l'elettorato apra gli occhi e prenda a calcioni Berlusconi e conpagnia???????
    Mi sa tanto di si, tanto più che le Europee sono già state un mezzo avviso di sfratto.
    Mi sbagliero, ummmmmm.???????????

 

 
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