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Discussione: Quelli Che Prodi...

  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Quelli Che Prodi...

    dal RIFORMISTA
    EDITORIALE
    lunedì 4 ottobre 2004
    RILETTURE. LE CLASSI DIRIGENTI SCONFITTE DAL DECLINO SONO DAVVERO DUE
    Ancora sulla leadership di Romano Prodi




    La frase chiave della lucida requisitoria di Nicola Rossi, che abbiamo pubblicato sabato, è la seguente: «L'impressione è che il paese si trovi di fronte due classi dirigenti sconfitte». Mentre a sinistra c'è un ampio accordo sulla sconfitta del centrodestra, sono in pochi quelli che sottoscriverebbero l'affermazione di Rossi per la loro parte politica. Gran parte del fascino che Prodi ancora esercita nel popolo ulivista riposa infatti su una lettura mitologica dell'esperienza di governo dell'Ulivo. La vulgata è pressappoco la seguente: Prodi vinse le elezioni col consenso popolare, poi un golpe di palazzo lo fece fuori, e da allora cominciarono i guai. Dunque basta tornare alle origini, sanare il vulnus e riprendersi un credito elettorale in ansiosa attesa che il suo legittimo proprietario lo riscuota.
    In realtà le cose non andarono così.La manovra di palazzo che fece fuori Prodi ci fu, e fu perniciosa, perché avviò una stagione di instabilità che influì grandemente sulla successiva sconfitta elettorale. Ma quella manovra era cominciata ben prima, e fu all'origine anche della vittoria elettorale di Prodi. Nel 1996, infatti, il centrosinistra sconfisse nelle urne un centrodestra che era stato già amputato nel palazzo di sue parti fondamentali. La Lega, che era stata staccata da Berlusconi, si presentò da sola. Dini, che era stato scelto come surrogato di Berlusconi a Palazzo Chigi, era passato dall'altra parte. Prodi si trovò di fronte un nemico già fiaccato da una manovra extra-elettorale. E ciononostante neanche allora l'Ulivo superò in voti assoluti lo schieramento avverso: anzi, non lo ha mai superato, nemmeno alle ultime europee, che pure hanno segnato il punto più basso di credibilità del centrodestra e del suo leader.
    Questa è una prima ragione per diffidare del tocco taumaturgico del leader-che-non-ha-mai-perso. Paradossalmente sarà più decisivo, ancora una volta, l'esito del ribollire del magma elettorale leghista, e la sofferenza evidente cui quel movimento è costretto insieme al suo leader: non si può infatti escludere che la svolta del ministro dell'Armonia Siniscalco produca una tale lacerazione con il popolo delle partite Iva da spingere la Lega a buscar fortuna altrove, lontano dal neo-centrismo del born again Berlusconi, magari dalle parti del suo commercialista di riferimento, il Grande Assente Tremonti.
    Ma c'è un'altra ragione per cui Nicola Rossi ha ragione nel definire «sconfitta» anche la classe dirigente del centrosinistra, e per diffidare dunque di uno schema '96 che la riproponga intorno a un «leader senza leadership», quasi come se l'era berlusconiana fosse stata una parentesi accidentale da chiudere con un «heri dicebamus». E questa ragione è il giudizio sul governo dell'Ulivo. IL CUI PARZIALE RISANAMENTO FINANZIARIO, CULMINATO CON L'INGRESSO NELL'EURO, FU CONDIZIONE NECESSARIA MA NON SUFFICIENTE A RILANCIARE L'ITALIA IN QUELLO CHE MARIO PIRANI CHIAMA IL "MONDO CHE CORRE".IL DECLINO ITALIANO,ANCHE IN TERMINI STATISTICI, DATA DA 10 ANNI E PIU',NON è COMINCIATO COL GOVERNO BERLUSCONI. L'incapacità del nostro paese di trovare un missione nel mondo della globalizzazione è responsabilità anche delle mancate riforme liberali dell'era dell'Ulivo, è una COLPA BIPARTISAN. Quest'anno la crescita globale, secondo la stima del Fondo Monetario, sarà del 5%, un record. L'Italia veleggia intorno all'1%, se va bene. In pochi anni due miliardi e mezzo di esseri umani si sono affacciati sul mercato del lavoro. Da noi il costo del lavoro è di 25 dollari l'ora, in Cina di un dollaro (citiamo ancora Pirani su Repubblica). Nell'ethos del centrosinistra prevale ancora l'enfasi sulla eguaglianza e sulla redistribuzione della ricchezza. Ma quale ricchezza, se non ricominciamo a crearla? In queste condizioni non è da «rincitrulliti» chiedere al leader dell'Ulivo di darci qualche indizio, qui e ora, su che cosa intende fare. E l'obiezione che molti ci fanno (se non Prodi, chi?) non è sufficiente per concludere che è meglio non parlarne; perché così si finisce per dar ragione a chi sostiene, dalla parte opposta, che Prodi è una scelta necessitata da mancanza di alternative. Se così fosse, infatti, si tratterebbe davvero di una leadership debole.
    Oportet, dunque, ut scandala eveniant. E' utile una discussione vera, senza tabù e senza neanche personalismi. Prodi è uno dei migliori uomini di governo che l'Italia abbia espresso nell'ultimo quarto di secolo, non è questo il punto. Il punto è capire se il suo ritorno esalterà il lavoro di innovazione che, mangiando pane e cicoria, gli homines novi Fassino e Rutelli hanno avviato in questi anni (incompleto quanto volete, ma visibile). Oppure se punterà solo a trovare un punto di equilibrio con Bertinotti, ritenuto a torto l'unica smagliatura in quella grande e positiva esperienza che fu il governo dell'Ulivo e che, chissà perché, perse sfortunatamente le elezioni.

  2. #2
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Re: Quelli Che Prodi...

    E RUTELLI ROMPE LA TREGUA COL PROFESSORE

    la pace dura soltanto 48 ore bocciata la linea di Prodi del muro contro muro con il cdx
    PER IL LEADER DELLA MARGHERITA SU TERRORISMO,ONU E RIFORME SI PUO'DIALOGARE CON LA CDL.E IN AULA LA SINISTRA VOTA CON LA MAGGIORANZA


    Ricomincia la guerra fratricida,denuncia il correntone ds,e ricomincia con quello che i fedelissimi di Prodi chiamano un nuovo atto di guerra di Rutelli.Si era annunciata una tregua tra Margherita e professore,siglata cn tanto di stretta di mano davanti alle telecamere,cn il partito di rutelli che a leggere i giornali pareva avesse ammorbidito la linea,avvicinandosi sulle primarie,liste uniche e federazione.E invece ieri il leader della margherita ha parlato ufficialmente in un'intervista al CORRIERESERA.Dicendo che le prossime regionali sono un banco di prova x la coalizione guidata da Romano Prodi,in pratica un test sulla sua leadership.E poi che su 3 temisi puo'dialogare con la Cdl,il terrorismo,l'Onu e pure le riforme,"anche x dare una risposta a Ciampi"e ai suoi appelli al dialogo.Peccato che il giorno prima Prodi avesse detto che "non si scrive insieme nemmeno una virgola".Quello delle riforme è un fronte assai confuso x l'Ulivo,cui si potrebbe applicare la teoria del caos che enunciava ieri Mussix spiegare i fenomeni interni al csx."pochi se ne accorgono,ma qui dentro sta succedendo l'esatto contrario di quel che si proclama fuori",dicevano ad esempiosulla soglia dell'aula di montecitorio Boato e Bressa,che guidano le truppe uliviste nel dibattito costituzionale."Altro che muro contro muroe guerra totale:anche oggi abbiamo votato almeno 15 volte tutti insieme,Cdl e centrosinistra,facendo passare molti emendamenti.Perche'questo è un testo che sta cambiando e di molto.Certo restano alcuni capisaldi che nn possiamo condividere,ma sono 3 o 4,non quaranta."Sull'intervista di Rutelli pero'vige la consegna del silenzio.Parisi e gli altri colonnelli di Prodi si sono trincerati dietro un no comment,con la Cdl che ha apprezzato lo spirito bipartisan del capo Dl.Anche se in privato qualcuno di loro confidava:"Romano nn ha alcuna intenzione di farsi rosolare,l'ultima parola spetta a lui e alla fine potrebbe essere un no".Perche'appunto"non me l'ha ordinato il medico di fare il leader e candidato" in queste condizioni.Tanto piu'che sulle liste unitarie nn si fanno passi avanti e sui candidati governatori Prodi ha potuto decidere poco:su Marrazzo ad esempio nn ha aperto bocca e lo descrivono assai poco entusiasta.Mentre sulla federazione Margherita e DS frenano di fronte alla richiesta prodiana di allargare le materie di competenza.Lunedi prox pero'Prodi chiedera'conto di quel che sta accadendo,ieri ha fatto sapere che quel giorno incontrera' i gruppi parlamentari della margherita e il confronto nn sara'indolore.Fassino ieri glissava,"non ha letto il Corriere"mentono i suoi...menzogna evidente,infatti Fassino manda il coordinatore Chiti a rispondere indirettamente all'alleato:"le regionali sono un banco di prova x tutti,non si puo'dire se vinciamo vinciamo tutti,se perdiamo perde uno solo".Come a dire che se salta Prodi salta anche Rutelli e l'intera leadership dell'Ulivo.Castagnetti ridimensionava"le regionali nn sono un giudizio di Dio"e lo sdi Villetti"nn sono neanche le primarie x Prodi".Ma un esponente della segreteria ds afferma che "se le regionali van bene,le primarie nn serviranno".E senn vanno bene?"allora si che serviranno"replica sibillino...

  3. #3
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    Prodi verrà scaricato a primavera, vedrete.
    Intanto gli daranno la responsabilità del fallimento dell'ulivo alle regionali e già gli hanno mandato la "polpetta sotterranea volante avvelenata".

  4. #4
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    I politici ulivisti sono gente che è campata da sempre da gran signori senza lavorare, ossia con le chiacchiere, e quando parla non lo fà tanto per fare.
    I paraculi si sono asssicurati le regionali. Ossia hanno addossato, già da adesso, l'eventuale scadente risultato elettorale a Prodi, giudicandolo pronto di cottura per la primavera 2005, pensando di prendere così due piccioni con una fava: limitare al solo Prodi la colpa di uno scadente risultato (molto probabile, visto quello alle europee nel momento di minima popolarità del Bandana) e toglerselo dalle balle anche in previsione del "grande centro", ossia del vero obiettivo dei vari centristi e di tutti quelli che rincorrono il centro, tipo il Velista, ossia le grandi manovre per ricostituire la democrazia cristiana, o qualcosa che ci si avvicini e che renda altrettanto.

  5. #5
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    Amici bananas, ciao a tutti e buongiorno.

    Quali sono le ultime novità antiprodiane che ci portate oggi?

    SFIGATI, TANTO LE CUCCATE LO STESSO.

  6. #6
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    ECCO IL GOVERNO CHE HA BATTUTO TUTTI I RECORD DI LONGEVITA'

  7. #7
    Silvioleo
    Ospite

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    EMMA BONINO:" PRODI SGRADEVOLE NELL’ULTIMO ANNO ALLA EU: HA PENSATO SOLO ALLA POLITICA INTERNA

    L’ex commissaria stronca la gestione Prodi a Bruxelles: “E’ arrivato tra i tappeti rossi, ma è finito con una corsa all’ingiù senza freni. Se non era più interessato poteva dimettersi, ma non l’ha fatto”

    “Cervello piatto”. Come sarebbe a dire? “Ma sì, nessuna risposta. Io chiamavo, magari per allertare su una direttiva, un provvedimento; ma da Roma non giungeva in replica neanche un sospiro”. Emma Bonino, già commissaria alla pesca e responsabile umanitaria per il Kosovo nella commissione Santer, assicura di essere rimasta fedele all’imperativo per cui nel governo europeo rappresenti tutti i soci e non il Paese da cui sei stata nominata. Ma ammette anche come, in linea con quanto andavano facendo quasi tutti gli altri commissari, cercava di mettersi talora in contatto con il nostro governo nazionale, uscendone regolarmente sconfitta.

    Vale a dire?
    “Ricordo che io e Mario Monti chiamavamo alcuni colleghi “commissari fax”: prima di dire la loro, aspettavano sempre un messaggio con gli ordini della propria capitale. Io non solo non ho mai ricevuto una telefonata, sia durante i pochi mesi del governo Berlusconi che poi con Dini e lungo tutto l’arco della legislatura dell’Ulivo, ma neanche si degnavano di rispondermi. Salvo una volta, quando mi chiesero se si poteva cambiare qualcosa a un provvedimento varato due settimane prima…”.

    Davvero singolare, no?
    “Ancor più singolare che, da commissaria per l’intervento umanitario per il Kosovo, non fossi neanche interpellata dal governo D’Alema che creò la discussa missione Arcobaleno. Molto probabilmente, visto che si accusava il governo di sinistra di avere accettato la missione militare, si voleva far vedere che a Palazzo Chigi ci si impegnava anche negli aiuti, senza dover passare per forza attraverso la Ue”.

    Insomma per l’Italia la Ue è una sorta di optional…
    “Mi è parso un rapporto…di grande estraneità. Lo ripeto: ho fatto il mio lavoro di commissario per tutti i cittadini europei, senza pensare al Paese che mi aveva nominata. Credevo però che fosse normale, su casi di rilievo chiedere cosa ne pensasse il nostro governo, salvo poi decidere di testa mia. Niente da fare: cervello piatto, nessuna risposta. Ricordo anche quando cercavo di piazzare bandierine tra il personale, considerando il fatto che abbiamo fior fiore di burocrati qui a Bruxelles, e che c’era spazio per piazzarli. Che accadeva? Che dopo le mie indicazioni i rappresentanti della Commissione scendevano a Roma e si trovavano davanti a 8 diverse candidature espresse da altrettanti ministeri. Il risultato? Non ottenevamo più nulla”.

    E dei cinque anni di Prodi, che dire, visto che nel frattempo è stata europarlamentare?
    “Ho trovato più che sgradevole l’ultimo anno del suo mandato. Era evidentissima a tutti la sua volontà di interessarsi solo di quanto accadeva nella politica italiana. Nessuno l’obbligava a restare presidente della Commissione, se non lo interessava più. E le dimissioni sono previste. Cosa che si è guardato bene dal dare”.

    E il resto del mandato?
    “E’ arrivato tra tappeti rossi stesi davanti a lui, votato da tutti. A me è parso singolare che manco mi abbia voluto incontrare, visto che ero stata commissario nella precedente legislatura. Come mi è parso buffo che fin dall’avvio esaltasse di continuo il “governo” dell’Europa che in realtà i trattati non prevedono. E da allora in poi è stata tutta una rotta in discesa. Una corsa all’ingiù senza freni”.[

  8. #8
    Silvioleo
    Ospite

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    PRODI:LEADER DEBOLE X POTERI FORTI



    Da Profumo a De Benedetti, fino a Passera, molti finanzieri e industriali che lo avevano appoggiato nel '96 gli voltano le spalle e guardano con simpatia verso Rutelli. Che stringe rapporti sempre più stretti con il gotha degli imprenditori. Favorevoli a un ricambio della classe dirigente a spese del Professore.



    "Sono Romano Prodi, il leader bollito": la telefonata è arrivata inattesa, nel weekend del 18-19 settembre, verso sera. E alcuni dei destinatari, banchieri, imprenditori ed economisti vecchi amici del Professore, superata la sorpresa, si sono messi a ridere. Pensavano a una battuta scherzosa, per esorcizzare i «boatos» che lo vorrebbero costretto a un imminente abbandono dalle manovre dei suoi avversari nell'Ulivo. Ma sono rimasti di sasso, come paralizzati dall'imbarazzo, quando hanno sentito la voce di Prodi farsi sempre più concitata, fino a esplodere nell'ira: «Ma perché l'avete incontrato, quel Rutelli? Non dovevate farlo. Da voi non me l'aspettavo».

    Il presidente della Commissione europea aveva appena letto su Panorama una notizia che gli aveva mandato la cena di traverso. Quella dell'esame a cui il suo rivale Francesco Rutelli era stato sottoposto segretamente, in un albergo romano, da un gruppo di esponenti dei cosiddetti poteri forti. Interrogato sul suo programma di governo, il presidente della Margherita era stato promosso a pieni voti. Fiutata aria di tradimento, Prodi si era messo in moto per conoscere l'elenco degli esaminatori. E li ha chiamati tutti, a uno a uno. Ma con quale risultato è facile intuire, dal momento che la notizia di quelle telefonate ha subito fatto il giro, suscitando ilarità e sconcerto al tempo stesso.

    E così, oltre a fronteggiare giorno dopo giorno contrasti e baruffe nel centrosinistra, il Professore è andato a sbattere contro un altro tipo di isolamento, che questa volta non aveva proprio previsto: quella nomenklatura imprenditoriale e finanziaria che aveva contribuito non poco al suo successo nel 1996, e sulla quale riteneva di poter contare al rientro da Bruxelles per la nuova scalata a Palazzo Chigi, gli sta voltando le spalle.

    Le grandi banche innanzitutto. Prodi puntava molto sulle simpatie dei due top manager dei principali istituti italiani, Alessandro Profumo, dell'Unicredit, e Corrado Passera, di Intesa. Oggi Profumo, agli occhi di Prodi, è il principale indiziato di simpatie rutelliane. Una preoccupazione non da poco, dal momento che si tratta del più importante banchiere italiano. Nell'inverno 2003, l'amministratore delegato dell'Unicredit aveva partecipato assieme alla Capitalia di Cesare Geronzi al vittorioso assalto contro la Mediobanca. In quell'operazione, molti avevano appunto intravisto lo zampino prodiano: il primo, clamoroso atto del rientro sulla scena italiana del presidente della Commissione di Bruxelles.

    Vera o forzata che fosse quella interpretazione, è certo che, mentre Geronzi (che ulivista non è mai stato) riannodava i rapporti con Silvio Berlusconi, nelle ultime settimane Profumo ha fatto sapere di volersi dedicare solo ai business della propria banca. Molto esposto nel salvataggio della Fiat, in fase di sganciamento dalla Mediobanca, il quarantasettenne top manager è alla ricerca di interlocutori più affini alla sua mentalità decisamente pragmatica e alla sua generazione. Nel mondo dell'impresa ha trovato una sponda naturale nel presidente della Fiat e della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. E in quello della politica segue con interesse crescente i movimenti di due politici pragmatici e della sua stessa generazione come Francesco Rutelli e, nel centrodestra, Pier Ferdinando Casini.
    Sia il presidente della Camera sia il leader della Margherita stanno stringendo rapporti sempre più solidi con Montezemolo. Un altro capitolo amaro per Prodi. Quando l'erede degli Agnelli è stato eletto alla Confindustria, anche a lui molti avevano subito affibbiato l'etichetta di prodiano.

    E anche in quel caso il Professore, che aveva seguito quasi minuto per minuto le grandi manovre confindustriali, si era illuso. Dei king maker di Montezemolo, da Diego Della Valle ad Andrea Pininfarina, da Vittorio Merloni a Emma Marcegaglia, pochissimi sono rimasti in rapporti stretti con il Professore. Tutti, invece, Montezemolo in testa, si fanno portatori di un nuovo verbo: svecchiare la classe dirigente del Paese. «Persino in Cina» ironizza Annamaria Artoni, presidente dei giovani imprenditori, «c'è meno gerontocrazia».

    Risultato: l'ultimo, vero amico di Prodi, 65 anni, è rimasto il settantaduenne Giovanni Bazoli. Ma il presidente della Intesa non è più quel banchiere potente che nel 1996 scrisse parte del programma economico dell'Ulivo. E che, alla vigilia delle elezioni del 2001, il Professore voleva piazzare alle calcagna dell'allora candidato premier Rutelli, come superministro dell'Economia. Oggi, infatti, Bazoli non può più contare sull'amicizia personale di Giovanni Agnelli. Ed è stato ridimensionato anche nella Rcs Media Group, la holding che controlla il Corriere della sera. Ancora una volta, a ridurne il potere nell'azionariato del primo quotidiano italiano sono state le più giovani leve dell'imprenditoria e della finanza.

    La guerra generazionale infuria del resto persino ai piani alti della Intesa. Dove l'amministratore delegato Corrado Passera, anche lui della schiera dei quarantenni, non ha più il feeling di un tempo con il suo presidente, Bazoli. Rivendica maggiore autonomia e questo suo desiderio ha insospettito Prodi. Il quale non ha perso occasione per ricordare in giro che Passera era una sua creatura, sin dai tempi in cui il banchiere di oggi era il giovanissimo pupillo di Carlo De Benedetti; e Bazoli, di quel sodalizio politico-finanziario, era in un certo senso il padre nobile.

    Sembrano davvero lontani quei tempi. E dire che ancora nel 2000 il presidente della Intesa veniva invitato da De Benedetti a bordo del suo yacht Itaska per disegnare le strategie e gli organigrammi del potere prodiano. Oggi l'editore della Repubblica e dell'Espresso non ha perso la passione per la politica. Anzi.
    Sul suo quotidiano ha appena firmato con Giuliano Amato una sorta di manifesto programmatico dell'Ulivo. Che ha pubblicato una piccata reazione, sotto forma di lettera, del Professore. Per sabato 2 ottobre De Benedetti ha organizzato un convegno su questioni di politica ed economia. Non si sa se ci sarà Romano Prodi. Di sicuro Rutelli è stato invitato.

  9. #9
    Silvioleo
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    A loro il collegio a noi le tasse

    L'Ulivo senza bussola annuncia altri salassi per i contribuenti. E nuovi paracadutati nei collegi sicuri


    Qualche giorno fa, mentre volava sul Caucaso verso l'Italia, Romano Prodi si è sfogato con i giornalisti: "Tutti mi chiedono il programma dell'alleanza di centro sinistra. Ma io non ho fretta. Lo stiamo costruendo grado per grado, attraverso il confronto. Perché Kerry e altri candidati il programma lo possono fare tre mesi prima delle elezioni e io, invece, lo devo fare un anno e mezzo prima, mentre Berlusconi non lo fa mai?".
    Ho riflettuto su queste parole di Prodi e, tutto sommato, le ho trovate sagge. Tanto che mi sono un po' pentito d'averlo pungolato dicendo: spiegaci che cosa farete se, nel 2006, andrete al governo. Eppure, nello sfogo prodiano, una piccola inesattezza c'è: almeno un punto del suo programma è già noto. Nel senso che se ne sta parlando molto fra i capi dell'alleanza, anche se non sempre in modo concorde. Ed è proprio il punto più controverso: l'imposta patrimoniale , ossia la tassa da imporre sui patrimoni di ogni tipo, immobiliari e finanziari. Il classico balzello ritenuto 'di sinistra', se non altro perché piace soprattutto ai sinistri classificati come duri e puri.

    Agli italiani la patrimoniale non è sconosciuta. L'ultima volta che l'abbiamo vista piombare dentro le nostre tasche è stato nel 1992, sotto il governo di Giuliano Amato. Rimasto al verde, Amato decise di tassare, una tantum, tutto ciò che era 'un indice di ricchezza'. Nacque così un'imposta straordinaria del 2 per mille sul valore dei fabbricati e del 6 per mille sui depositi bancari e postali. Scattò all'improvviso, come una tagliola, alla mezzanotte del 9 luglio.
    Dodici anni dopo, lo spettro di un altro salasso viene agitato dai vertici del centro-sinistra. Con una scelta autolesionistica, se non suicida. Conosciamo tutti la regola d'oro per chi vuole imporre una nuova gabella: farlo e poi dirlo. Proprio così: prima ti stango e soltanto dopo ti spiego perché è stato giusto torchiarti. Ma alcuni furboni dell'Ulivo e dintorni si stanno muovendo nel modo opposto. Mancano ancora venti mesi al voto politico e loro blaterano già a tutto gas di patrimoniali e tasse varie. Con l'unico risultato di mettere in allarme un buon numero di italiani tentati di passare da un polo all'altro.

    Ha cominciato Fausto Bertinotti discettando di 'aggressione alla rendita', nell'intervista a Gigi Riva de 'L'espresso'. E spiegando che "si vince non catturando il centro, ma tutto il proprio elettorato potenziale", ricetta visionaria e per di più formulata da uno che ha sempre perso. Sono poi scesi in campo due sbandieratori della sinistra celodurista, Alfonso Pecoraro Scanio e Marco Rizzo. Interpellati da Luca Telese del 'Giornale', si sono dichiarati entusiasti della patrimoniale. Per farne cosa? Ah, un'infinità di belle cose! Tutelare l'ambiente, conservare il territorio, rilanciare la ricerca, aiutare l'innovazione, rifinanziare il welfare, pagare gli ammortizzatori sociali, attuare grandi progetti pubblici e via elencando. Rizzo ha aggiunto una pensata formidabile: "L'assunzione di nuovi ispettori del lavoro per indagare sull'evasione contributiva delle imprese".

    È con simili uscite che l'Ulivo sta mostrando d'aver perso la bussola, come ha scritto Ezio Mauro su 'Repubblica'. Ma c'è un guaio in più e anche questo sa di vecchiume, come il bla-bla sulla patrimoniale. Parlo dell'abitudine arrogante di paracadutare nei collegi ritenuti sicuri dei candidati del tutto estranei e a volte sconosciuti a chi dovrebbe votarli. Una pratica pessima, fondata su un principio quasi feudale. Ossia che quell'elettorato appartenga al partito che per primo l'ha sfruttato, in base ad accordi di vertice che considerano i cittadini un parco buoi, sempre pronti a obbedire ai bovari romani.
    Questa vergogna si sta ripetendo oggi in vista delle elezioni suppletive del 24 ottobre. Volete due esempi? Nel Mugello, provincia di Firenze, dove avevano già eletto senatore Antonio Di Pietro, era stato imposto per due volte il citato Rizzo, torinese e cossuttiano. Ma siccome oggi il Rizzo è volato al Parlamento europeo, Cossutta ha preteso che il Mugello rielegga alla Camera un altro dei suoi: Severino Galante, padovano, professore universitario e responsabile organizzativo del Pdci. Un uomo di cui ho un buon ricordo dai tempi della bufera terroristica in Veneto, ma assolutamente ignoto agli elettori di quell'area toscana.

    Il secondo caso riguarda il collegio 3 di Milano, lasciato libero da Umberto Bossi. Qui il candidato dell'Ulivo sarà nientemeno che il margherito Roberto Zaccaria, riminese-fiorentino, zelante presidente della Rai con i governi del centro sinistra. Ecco un paracadutato davvero eccellente, in fregola di arrivare a Montecitorio anche con l'ultimo tram, forse per metterci un segnaposto da sfruttare nel 2006. Suoi legami con Milano? Ci vive una sorella e lui tifa per l'Inter. Opinioni contrarie? Una sola, quella di Giuliano Pisapia, deputato di Rifondazione. Una coraggiosa voce nel deserto. Che purtroppo non cambierà l'andazzo: a loro il collegio, a noi le tasse.

  10. #10
    Silvioleo
    Ospite

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    Il prodismo, ultimo autogol dell'Ulivo

    di Gianni Baget Bozzo - 8 ottobre 2004


    Nella legislatura del '96 la maggioranza di sinistra sostenne, nella Bicamerale, linee di riforma analoghe a quelle presentate oggi dalla Casa delle libertà. A fine legislatura essa introdusse nella Costituzione una sorta di federalismo senza coinvolgere l'opposizione. Allora sembrava che la sinistra, vincitrice delle elezioni del '96 con l'introduzione del maggioritario e la sua trasformazione in scelta tra alternative di governo realizzata politicamente da Berlusconi, avesse accettato il passaggio da prima a seconda Repubblica: da Repubblica dei partiti a Repubblica degli elettori.

    Sarebbe, quindi, logico che la sinistra, oggi divenuta opposizione collaborasse con la maggioranza nella Riforma istituzionale, secondo l'invito del Presidente della Repubblica e del Presidente della Camera dei deputati; tanto più che esso non può rimproverare alla maggioranza di voler decidere la riforma con i suoi voti perché nella legislatura del '96 la sinistra votò la sua riforma federalista all'improvviso, senza coinvolgere l'opposizione. E lo fece solo per calcolo elettorale, cioè per ottenere voti leghisti in libera uscita dalla linea di Bossi.

    Oggi, invece, la sinistra sceglie la via dello scontro frontale sul progetto costituzionale della Casa delle libertà, dimenticando che una parte di essa, segnatamente i Ds, avevano sostenuto il sistema del premierato. Il risultato di tutto ciò è che la sinistra è tornata a sostenere la prima Repubblica: cioè a non produrre più un progetto di riforma costituzionale fondato sulla scelta delle coalizioni alternative e, quindi, sul ruolo del primo ministro nella designazione del corpo elettorale.

    Abbiamo così il paradosso di una maggioranza che accetterebbe per principio il dialogo con l'opposizione sul piano costituzionale, come desidera il Presidente della Repubblica, e di una opposizione che vuole il muro contro muro. È la linea della delegittimazione della Casa della libertà, giudicata come un pericolo per le istituzioni: una linea politica che porta il nome di Romano Prodi, uomo che nel '98 giudicò Forza Italia un "nulla".

    Romano Prodi mira a fare del conflitto politico una guerra di religione, negando l'esistenza di un terreno comune tra la Casa delle libertà e la sinistra sul terreno delle riforme costituzionali. Candidando Romano Prodi alla guida della coalizione, la sinistra sceglie la guerra di religione come contenuto della propria politica e fa della delegittimazione morale della Casa delle libertà il suo contenuto politico.

    Qualunque sia l'interesse del paese, la sinistra vuole, con Prodi leader, dimostrare che l'unico problema del paese è di abbattere politicamente Berlusconi, mostrando che tutto ciò che il governo compie è quasi un "male assoluto". .

    Può il partito riformista, che Ds, Margherita e socialisti vogliono costruire, rimanere nell'ambito del prodismo? Questa è la scelta fondamentale che riguarda sia Fassino sia Rutelli, stretti tra le posizioni culturali dei loro partiti e la linea di scontro frontale per principio imposta dalla scelta di Romano Prodi come unico leader. Vi è una contraddizione tra la storia dei partiti della sinistra (postcomunisti, postdemocristiani, postsocialisti) e la linea di blocco fideista che Prodi vuole imprimere alla politica dell'opposizione, sciogliendo i partiti storici nei loro residui e nelle loro memorie in una massa d'urto da lui capeggiata.

    E' l'integrismo dossettiano di Romano Prodi che spinge in questo culo di sacco, nella guerra a Berlusconi "senza se e senza ma" e pone tutti i partiti della sinistra in una condizione difficile, costringendoli a rifiutare il dialogo politico, patrocinato dal presidente della Repubblica, ed a scegliere di essere il partito della negazione: con singolare rovesciamento di linguaggio, il vero partito del "nulla" con cui Romano Prodi intese definire Forza Italia.

 

 
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