dal RIFORMISTA
EDITORIALE
lunedì 4 ottobre 2004
RILETTURE. LE CLASSI DIRIGENTI SCONFITTE DAL DECLINO SONO DAVVERO DUE
Ancora sulla leadership di Romano Prodi
La frase chiave della lucida requisitoria di Nicola Rossi, che abbiamo pubblicato sabato, è la seguente: «L'impressione è che il paese si trovi di fronte due classi dirigenti sconfitte». Mentre a sinistra c'è un ampio accordo sulla sconfitta del centrodestra, sono in pochi quelli che sottoscriverebbero l'affermazione di Rossi per la loro parte politica. Gran parte del fascino che Prodi ancora esercita nel popolo ulivista riposa infatti su una lettura mitologica dell'esperienza di governo dell'Ulivo. La vulgata è pressappoco la seguente: Prodi vinse le elezioni col consenso popolare, poi un golpe di palazzo lo fece fuori, e da allora cominciarono i guai. Dunque basta tornare alle origini, sanare il vulnus e riprendersi un credito elettorale in ansiosa attesa che il suo legittimo proprietario lo riscuota.
In realtà le cose non andarono così.La manovra di palazzo che fece fuori Prodi ci fu, e fu perniciosa, perché avviò una stagione di instabilità che influì grandemente sulla successiva sconfitta elettorale. Ma quella manovra era cominciata ben prima, e fu all'origine anche della vittoria elettorale di Prodi. Nel 1996, infatti, il centrosinistra sconfisse nelle urne un centrodestra che era stato già amputato nel palazzo di sue parti fondamentali. La Lega, che era stata staccata da Berlusconi, si presentò da sola. Dini, che era stato scelto come surrogato di Berlusconi a Palazzo Chigi, era passato dall'altra parte. Prodi si trovò di fronte un nemico già fiaccato da una manovra extra-elettorale. E ciononostante neanche allora l'Ulivo superò in voti assoluti lo schieramento avverso: anzi, non lo ha mai superato, nemmeno alle ultime europee, che pure hanno segnato il punto più basso di credibilità del centrodestra e del suo leader.
Questa è una prima ragione per diffidare del tocco taumaturgico del leader-che-non-ha-mai-perso. Paradossalmente sarà più decisivo, ancora una volta, l'esito del ribollire del magma elettorale leghista, e la sofferenza evidente cui quel movimento è costretto insieme al suo leader: non si può infatti escludere che la svolta del ministro dell'Armonia Siniscalco produca una tale lacerazione con il popolo delle partite Iva da spingere la Lega a buscar fortuna altrove, lontano dal neo-centrismo del born again Berlusconi, magari dalle parti del suo commercialista di riferimento, il Grande Assente Tremonti.
Ma c'è un'altra ragione per cui Nicola Rossi ha ragione nel definire «sconfitta» anche la classe dirigente del centrosinistra, e per diffidare dunque di uno schema '96 che la riproponga intorno a un «leader senza leadership», quasi come se l'era berlusconiana fosse stata una parentesi accidentale da chiudere con un «heri dicebamus». E questa ragione è il giudizio sul governo dell'Ulivo. IL CUI PARZIALE RISANAMENTO FINANZIARIO, CULMINATO CON L'INGRESSO NELL'EURO, FU CONDIZIONE NECESSARIA MA NON SUFFICIENTE A RILANCIARE L'ITALIA IN QUELLO CHE MARIO PIRANI CHIAMA IL "MONDO CHE CORRE".IL DECLINO ITALIANO,ANCHE IN TERMINI STATISTICI, DATA DA 10 ANNI E PIU',NON è COMINCIATO COL GOVERNO BERLUSCONI. L'incapacità del nostro paese di trovare un missione nel mondo della globalizzazione è responsabilità anche delle mancate riforme liberali dell'era dell'Ulivo, è una COLPA BIPARTISAN. Quest'anno la crescita globale, secondo la stima del Fondo Monetario, sarà del 5%, un record. L'Italia veleggia intorno all'1%, se va bene. In pochi anni due miliardi e mezzo di esseri umani si sono affacciati sul mercato del lavoro. Da noi il costo del lavoro è di 25 dollari l'ora, in Cina di un dollaro (citiamo ancora Pirani su Repubblica). Nell'ethos del centrosinistra prevale ancora l'enfasi sulla eguaglianza e sulla redistribuzione della ricchezza. Ma quale ricchezza, se non ricominciamo a crearla? In queste condizioni non è da «rincitrulliti» chiedere al leader dell'Ulivo di darci qualche indizio, qui e ora, su che cosa intende fare. E l'obiezione che molti ci fanno (se non Prodi, chi?) non è sufficiente per concludere che è meglio non parlarne; perché così si finisce per dar ragione a chi sostiene, dalla parte opposta, che Prodi è una scelta necessitata da mancanza di alternative. Se così fosse, infatti, si tratterebbe davvero di una leadership debole.
Oportet, dunque, ut scandala eveniant. E' utile una discussione vera, senza tabù e senza neanche personalismi. Prodi è uno dei migliori uomini di governo che l'Italia abbia espresso nell'ultimo quarto di secolo, non è questo il punto. Il punto è capire se il suo ritorno esalterà il lavoro di innovazione che, mangiando pane e cicoria, gli homines novi Fassino e Rutelli hanno avviato in questi anni (incompleto quanto volete, ma visibile). Oppure se punterà solo a trovare un punto di equilibrio con Bertinotti, ritenuto a torto l'unica smagliatura in quella grande e positiva esperienza che fu il governo dell'Ulivo e che, chissà perché, perse sfortunatamente le elezioni.


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