...Rudy Giuliani (e pensa a Bush)
Milano. “Sto con il presidente George W. Bush, lo sostengo con forza, è un grande presidente, ci ha guidati durante il più difficoltoso attacco della storia degli Stati Uniti, ci ha protetti e ci ha resi più sicuri”.
Rudolph Giuliani, per otto anni sindaco di New York fino alla fine del 2001, non ha dubbi su chi sia l’unico candidato che meriti di stare alla Casa Bianca. Ieri era in visita a Milano e, tra un convegno sulla leadership (Giuliani ha scritto un libro sul tema, “Leadership”, appunto), la consegna della cittadinanza onoraria conferitagli dal sindaco Gabriele Albertini (e questa volta non ci sono stati né rabbia né gesti di stizza, questa volta l’italoamericano repubblicano non ha fatto arrabbiare il sindaco milanese, questa volta insomma c’era Giuliani e non Robert De Niro, e a Palazzo Marino c’erano sorrisi e non imbarazzi) e una visita alla Scala, ha detto al Foglio perché pensa che la campagna presidenziale degli Stati Uniti possa avere un unico esito.
“Il nostro presidente ha fatto tutto ciò che era necessario per combattere la guerra al terrore”. Non solo, ha anche saputo comprendere che l’attacco alle Torri gemelle segnava un punto di svolta nella gestione della minaccia dei terroristi: “Se stai sulla difensiva loro ti colpiranno più forte, ti faranno ancora più male. Bush ha cambiato questa prospettiva e ha coinvolto la comunità mondiale nella sua lotta”. Anche l’Italia, di cui l’ex sindaco “ha apprezzato l’alleanza e l’amicizia”. E’ così che il “mondo diventa più in pace” ed è per questo che andare in Iraq a destituire Saddam Hussein era “assolutamente necessario”, perché il rais “era un grande sostenitore del terrorismo globale” e perché questa guerra “ha ridotto la gamma di obiettivi che il terrore può raggiungere”.
Giuliani ha a cuore la questione: l’11 settembre era lui il sindaco di New York, la prima autorità a presentarsi sul posto, quando ancora si pensava che le torri avrebbero retto, il primo a dover reagire di fronte a tanto scempio. Nell’intervento di ieri al World Business Forum l’ex sindaco repubblicano ha spiegato quali sono le doti di un leader e, tra queste c’è la capacità di “prevedere e di anticipare”, di non lasciare nulla al caso. E se poi ti capita che in una mattina soleggiata di settembre la storia della città che guidi e del paese che ami cambia per sempre?
A quel punto la prima regola “è reagire”: risposte veloci, immediate, istintive.
E soprattutto “farsi vedere, essere sul posto, partecipare al momento di crisi”.
E’ anche per questo che Giuliani sostiene Bush, perché “nonostante i servizi segreti dicessero che era troppo pericoloso, nonostante il fuoco continuasse a superare la cenere e a far fiammate improvvise, il presidente, dopo due giorni dalla strage, si è presentato a Ground Zero e ha parlato con New York e a un operario che gli spiegava, nel suo irripetibile linguaggio, che cosa avrebbe voluto fare a quei terroristi che avevano tirato giù le Torri, Bush ha risposto:
‘Hai ragione, sono d’accordo con te’, guadagnandosi un abbraccio così forte da far tremare le sue guardie del corpo”.
La regola di Ronald Reagan
Reagire è sì importante, ma guardare al futuro “con ottimismo”, anche “con senso dell’umorismo”, è altrettanto strategico, se si vuole essere un leader. Quando parla di Bush al Foglio, Giuliani s’illumina, sorride e tira fuori anche la difficile questione dell’economia, il tema su cui l’attuale presidente è stato più attaccato, per quel numero di posti di lavoro che sono andati perduti negli ultimi quattro anni e che stentano a ricostruirsi:
“L’economia degli Stati Uniti è in crescita e, in tempi di globalizzazione, è una cosa che aiuta il mondo intero. E in grandissima parte è merito di Bush”, dice l’ex sindaco, sfacciatamente ottimista.
E’ così che si comporta un leader, del resto: è coraggioso – “non perché non abbia paura, ma perché è capace di controllarla, la paura” – sa “offrire soluzioni” piuttosto che problemi, sa comprendere i “suoi punti di debolezza” e “valorizzare gli altri”, ma soprattutto, ed è questa la regola aurea, “un leader sa in che cosa crede”. Dove l’ha imparata Giuliani la prima indispensabile regola del suo manuale di leadership? Da Ronald Reagan, che “sapeva quali erano i suoi valori”, che “ha fatto tante cose impopolari”, ma è riuscito ad arrivare fino in fondo perché è soltanto così che si compiono i “grandi cambiamenti”: concentrandosi sul futuro. E a questo punto non è più necessario chiedere a Giuliani chi, tra i due candidati presidenziali di oggi, possa guardare al futuro con ottimismo e coraggio, chi sappia reagire ai pericoli e chi, soprattutto, sappia esattamente in che cosa crede.
Paola Peduzzi su Il Foglio
saluti




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