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Discussione: Elezioni....

  1. #21
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    Predefinito Un leader è ottimista e reattivo, ci dice...

    ...Rudy Giuliani (e pensa a Bush)

    Milano. “Sto con il presidente George W. Bush, lo sostengo con forza, è un grande presidente, ci ha guidati durante il più difficoltoso attacco della storia degli Stati Uniti, ci ha protetti e ci ha resi più sicuri”.
    Rudolph Giuliani, per otto anni sindaco di New York fino alla fine del 2001, non ha dubbi su chi sia l’unico candidato che meriti di stare alla Casa Bianca. Ieri era in visita a Milano e, tra un convegno sulla leadership (Giuliani ha scritto un libro sul tema, “Leadership”, appunto), la consegna della cittadinanza onoraria conferitagli dal sindaco Gabriele Albertini (e questa volta non ci sono stati né rabbia né gesti di stizza, questa volta l’italoamericano repubblicano non ha fatto arrabbiare il sindaco milanese, questa volta insomma c’era Giuliani e non Robert De Niro, e a Palazzo Marino c’erano sorrisi e non imbarazzi) e una visita alla Scala, ha detto al Foglio perché pensa che la campagna presidenziale degli Stati Uniti possa avere un unico esito.
    “Il nostro presidente ha fatto tutto ciò che era necessario per combattere la guerra al terrore”. Non solo, ha anche saputo comprendere che l’attacco alle Torri gemelle segnava un punto di svolta nella gestione della minaccia dei terroristi: “Se stai sulla difensiva loro ti colpiranno più forte, ti faranno ancora più male. Bush ha cambiato questa prospettiva e ha coinvolto la comunità mondiale nella sua lotta”. Anche l’Italia, di cui l’ex sindaco “ha apprezzato l’alleanza e l’amicizia”. E’ così che il “mondo diventa più in pace” ed è per questo che andare in Iraq a destituire Saddam Hussein era “assolutamente necessario”, perché il rais “era un grande sostenitore del terrorismo globale” e perché questa guerra “ha ridotto la gamma di obiettivi che il terrore può raggiungere”.
    Giuliani ha a cuore la questione: l’11 settembre era lui il sindaco di New York, la prima autorità a presentarsi sul posto, quando ancora si pensava che le torri avrebbero retto, il primo a dover reagire di fronte a tanto scempio. Nell’intervento di ieri al World Business Forum l’ex sindaco repubblicano ha spiegato quali sono le doti di un leader e, tra queste c’è la capacità di “prevedere e di anticipare”, di non lasciare nulla al caso. E se poi ti capita che in una mattina soleggiata di settembre la storia della città che guidi e del paese che ami cambia per sempre?
    A quel punto la prima regola “è reagire”: risposte veloci, immediate, istintive.
    E soprattutto “farsi vedere, essere sul posto, partecipare al momento di crisi”.
    E’ anche per questo che Giuliani sostiene Bush, perché “nonostante i servizi segreti dicessero che era troppo pericoloso, nonostante il fuoco continuasse a superare la cenere e a far fiammate improvvise, il presidente, dopo due giorni dalla strage, si è presentato a Ground Zero e ha parlato con New York e a un operario che gli spiegava, nel suo irripetibile linguaggio, che cosa avrebbe voluto fare a quei terroristi che avevano tirato giù le Torri, Bush ha risposto:
    ‘Hai ragione, sono d’accordo con te’, guadagnandosi un abbraccio così forte da far tremare le sue guardie del corpo”.

    La regola di Ronald Reagan
    Reagire è sì importante, ma guardare al futuro “con ottimismo”, anche “con senso dell’umorismo”, è altrettanto strategico, se si vuole essere un leader. Quando parla di Bush al Foglio, Giuliani s’illumina, sorride e tira fuori anche la difficile questione dell’economia, il tema su cui l’attuale presidente è stato più attaccato, per quel numero di posti di lavoro che sono andati perduti negli ultimi quattro anni e che stentano a ricostruirsi:
    “L’economia degli Stati Uniti è in crescita e, in tempi di globalizzazione, è una cosa che aiuta il mondo intero. E in grandissima parte è merito di Bush”, dice l’ex sindaco, sfacciatamente ottimista.
    E’ così che si comporta un leader, del resto: è coraggioso – “non perché non abbia paura, ma perché è capace di controllarla, la paura” – sa “offrire soluzioni” piuttosto che problemi, sa comprendere i “suoi punti di debolezza” e “valorizzare gli altri”, ma soprattutto, ed è questa la regola aurea, “un leader sa in che cosa crede”. Dove l’ha imparata Giuliani la prima indispensabile regola del suo manuale di leadership? Da Ronald Reagan, che “sapeva quali erano i suoi valori”, che “ha fatto tante cose impopolari”, ma è riuscito ad arrivare fino in fondo perché è soltanto così che si compiono i “grandi cambiamenti”: concentrandosi sul futuro. E a questo punto non è più necessario chiedere a Giuliani chi, tra i due candidati presidenziali di oggi, possa guardare al futuro con ottimismo e coraggio, chi sappia reagire ai pericoli e chi, soprattutto, sappia esattamente in che cosa crede.

    Paola Peduzzi su Il Foglio

    saluti

  2. #22
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    Predefinito Il mistico....

    ....liberal

    New York. C’è un candidato alle elezioni presidenziali americane di martedì prossimo che ha concluso un suo discorso così:
    “Chiedo a tutti voi – repubblicani e democratici, progressisti e conservatori, credenti e meno credenti – di pregare insieme affinché Dio guidi questa nazione nella decisione che prenderemo tra qualche giorno. Eleggeremo un presidente. Chiunque sarà, avrà bisogno delle vostre preghiere e del vostro sostegno. Pregate affinché il nostro presidente possa aiutare a rendere più sicuro e pacifico il mondo, e possa guidarci nel nostro successivo passo nel viaggio dell’America verso quella ‘luminosa città sulla collina’. Finiamo sempre i nostri discorsi di campagna elettorale dicendo ‘Dio benedica l’America’ – ha concluso il candidato – ma mi sembra che dovremmo anche dire a Dio:
    ‘Grazie per benedire l’America in così tanti modi’. Possa l’America avere sempre la benedizione di Dio”.
    Applausi, segno della croce, sipario.

    Se avete pensato subito a George W. Bush, avete pensato male.
    Parole e musiche celestiali sono di John F. Kerry, il candidato di centrosinistra.
    Domenica, a Fort Lauderdale, in Florida, il senatore democratico ha spiegato come la fede, la religione, la preghiera (citata otto volte), la Bibbia e l’amore per Dio siano l’essenza della sua vita e come influenzeranno la sua presidenza sia pure senza intaccare i diritti dei non credenti. Parole che se le avesse pronunciate Bush, sarebbe già partita la caccia al fondamentalista religioso. (il caso Buttiglione è illuminante, ndr)
    Tra l’altro, ieri, il presidente ha ottenuto un riconoscimento mica male dal New York Times:
    “Bush non è quel fondamentalista della Bibbia che alcuni dei suoi oppositori hanno descritto” e “la sua fede personale sembra essere lontana dal dogmatismo dottrinario, ed è anzi teologicamente moderata”. Poi continua: “E’ facile provare che Bush non è allineato con i conservatori cristiano-evangelici che costituiscono la sua base politica”.
    E se da presidente ha sostenuto tesi vicine ai conservatori cristiani, Bush resta un moderato, come spiega un titolo di un altro articolo del NYT di ieri: “Bush dice che il suo partito sbaglia a opporsi alle unioni civili tra gay”.

    “La luminosa città sulla collina”
    Kerry nel suo discorso mistico di Fort Lauderdale ha citato tre volte la Bibbia (la Lettera di Giacomo e altri brani) e ribadito i principi della solidarietà cattolica: “La Bibbia ci dice che negli altri incontriamo la faccia di Dio: ‘Ero affamato e mi avete nutrito, ero assetato e mi avete dato da bere. Ero uno straniero e mi avete ricevuto nelle vostre case, ero nudo e mi avete vestito. Ero malato e vi siete presi cura di me, ero in prigione e siete venuti a farmi visita’.Questo è il giudizio finale su chi siamo e su cosa significa la nostra esistenza. Dobbiamo mantenere la fede, non solo nel Creatore, ma anche nelle generazioni presenti e future”. Il richiamo ai valori religiosi spiega almeno due cose. Intanto che hanno ragione i due giornalisti dell’Economist – autori del libro più volte citato dal Foglio, “The Right Nation” – secondo i quali l’America è un paese di destra permeato di uno spirito religioso e conservatore non retrogrado ma, di fatto, volto al progresso. E, secondo, che Kerry è in difficoltà nei sondaggi. Lo sfidante è stato costretto a spiegare che sarà anche suo il dovere di costruire quella “luminosa città sulla collina” che fu lo slogan vincente di Ronald Reagan (ma lo prese in prestito da un avo di Kerry, John Winthrop, il predicatore che diventò il primo governatore del Massachusetts). L’America come modello virtuoso e di fede che orienta il cammino di chiunque sia alla ricerca della libertà è, dunque, anche il programma di Kerry. “E lasciatemi dire che oggi non c’è dovere più alto se non quello di sconfiggere il terrorismo. Questo è il grande test dei nostri tempi – ha spiegato Kerry – Preghiamo per i coraggiosi americani in uniforme che sono in prima linea. Sono stato uno di loro, e posso dirvi che quelle preghiere sono importanti”.
    Amen.

    saluti

  3. #23
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    Predefinito Le armi di...

    ….Saddam

    New York. L’october surprise che ogni quattro anni si teme possa influenzare il voto di novembre, forse, è davvero arrivata: coloro che negli ultimi 18 mesi hanno detto che in Iraq non c’erano armi, ora improvvisamente dicono che le armi c’erano.
    Naturalmente sono scomparse, perché George Bush è così incompetente da essersele fatte soffiare sotto il naso.
    Questa storia svela il pregiudizio di sinistra della stampa americana (e, di riflesso, di quella italiana). Un “bias” che martedì ha ricevuto conferma scientifica in uno studio del Project for Excellence in Journalism (a ottobre il 59 per cento dei servizi è stato contro Bush, solo un quarto contro Kerry; positiva una storia ogni tre per Kerry, solo una ogni sette per Bush).
    Al Washington Post un consigliere di Kerry ha detto che il senatore “si sente molto a suo agio nel citare i giornali, perché aggiungono credibilità alle sue accuse”. Il cerchio si chiude.
    Ma torniamo alle armi che prima non c’erano ma che ora ci sono, anche se nessuno le ha viste.
    La storia è quella di 380 tonnellate di esplosivo particolarmente efficace, compreso quello del tipo HMX e RDX, usato anche come “detonatore” in eventuali armi nucleari.
    Questo materiale, ha scoperto il New York Times lunedì, sarebbe scomparso sotto gli occhi degli americani.
    Kerry è montato su questa storia, così come tutto il resto della stampa, e ha già prodotto uno spot, una mezza dozzina di comizi e qualche milione di mail per denunciare l’incompetenza dell’attuale comandante in capo.
    Solo che, già la sera, la tv Nbc aveva mandato in onda la testimonianza di un suo inviato che ai tempi dell’invasione era “embedded”, cioè arruolato, nella divisione dell’esercito Usa che entrò per prima nel deposito: “Le truppe americane non hanno mai trovato le 380 tonnellate di questo potentissimo esplosivo convenzionale chiamato HMX e RDX”.
    Quindi è possibile che siano scomparse prima, anche se il comandante Usa dice che il loro obiettivo non era quello di cercare le armi.
    “Non possiamo saperlo”, ha ammesso in tv Richard Holbrooke, advisor di Kerry.
    Però il caso è scoppiato, e si è scoperto che la Cbs (quella che aveva trasmesso il falso scoop sul servizio militare di Bush) lo teneva al calduccio per la vigilia del voto.
    Gli ispettori Onu erano stati in quel deposito nel gennaio 2003 (sette mesi prima della guerra) e, trovate le armi, non le hanno distrutte né messe sotto chiave.
    Hanno fatto un rapportino.
    In mano a Saddam non erano pericolose, ora che si può accusare Bush ci spiegano che potevano fare da detonatore di una bomba atomica.
    La vicenda dimostra l’inutilità delle ispezioni e fa sorgere una domanda: insistere su armi scomparse (prima o dopo lo sbarco Usa, non importa), non convincerà gli elettori che, come dice Bush, in Iraq le armi c’erano?

    (chr.ro) su Il Foglio del 28 ottobre

    saluti

    saluti

  4. #24
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    Predefinito Le armi di....

    …Moqtada

    Roma. La strategia seguita in Iraq contro la ribellione sciita di Moqtada al Sadr continua a dare frutti: dopo la sua sconfitta militare, la sua resa nelle mani dell’ayatollah al Sistani e la sua decisione di partecipare a quel processo politico che aveva definito sino ad allora “servo degli americani”, ha avuto ora pieno successo la raccolta delle armi dei suoi combattenti.
    Dopo la resa dei ribelli di Moqtada a Najaf, infatti, le truppe della coalizione hanno continuato a picchiare duro sulle altre sacche di resistenza sciita, in particolare a Sadr City, il sobborgo sciita di Baghdad, ma seguendo una nuova strategia mirata a lasciare sempre una via d’uscita ai rivoltosi.
    Via d’uscita che si è concretizzata, il 7 ottobre scorso, con un accordo di consegna dietro pagamento delle armi.
    Iniziata tra lo scetticismo e i commenti ironici della stampa internazionale politically correct, l’operazione ha invece avuto un risultato superiore alle aspettative, così sintetizzato dal viceprimo ministro iracheno Barham Saleh:
    “Abbiamo speso circa cinque milioni di dollari in contropartita di oltre 9.000 mine anticarro, oltre 2.000 mine antipersona, oltre 2.000 kalashnikov, più di 1.000 lanciamissili, 950 cannoni da 155 mm, più di 600 cannoni da 105 mm e 575.000 proiettili”.
    Per chiarire la determinazione del governo del premier Iyyad Allawi nel perseguire la pacificazione di Sadr city, Saleh ha anche annunciato che nei prossimi giorni riprenderanno comunque le operazioni di rastrellamento e le perquisizioni nelle case del quartiere, per bonificarlo completamente.
    Mentre la normalizzazione prosegue a passi veloci sul fronte sciita, rimane invece sempre caldo il fronte sunnita con l’assedio di Fallujah ancora in corso, con scontri, bombardamenti, attentati.
    La grande differenza tra le due aree di crisi è di origine politica e soprattutto politico-religiosa.
    La componente ribelle sciita, radunata da Moqtada e dai suoi padrini iraniani, ha infatti dovuto infine prendere atto della capacità della Marjia e del grande ayatollah Ali al Sistani, in vista dell’obiettivo considerato strategico delle elezioni, di indirizzare comportamenti e atteggiamenti dei fedeli verso una collaborazione ipercritica, ma leale e disarmata, con le truppe di occupazione e con il nuovo governo di Baghdad.
    La componente ribelle sunnita, invece, non ha leadership né religiose né laiche, è frantumata in mille gruppi, ha un “consiglio degli ulema” screditato, affarista (lucra di tutto sugli ostaggi) e massimalista, ed è dunque di fatto governata dalle iniziative dei più estremisti: una manna per le trame e le azioni di al Zarqawi.

    (c.p.) su Il Foglio del 28 ottobre

    saluti

  5. #25
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    Predefinito John F. Buttiglione

    John Fitzgerald Kennedy è stato il primo candidato cattolico per la presidenza di un paese Wasp (protestanti bianchi anglosassoni)
    fondato dai Padri Pellegrini.
    Durante la sua campagna elettorale gli fu chiesto, con una certa insistenza, se, una volta presidente, sarebbe rimasto più fedele alle encicliche del Papa o alla Costituzione degli Stati Uniti; all’infallibilità del Pontefice romano o alla volontà
    dei cittadini.
    Kennedy rispose che la domanda non era “in quale Chiesa credo – questo è importante soltanto per me – ma in che tipo di America credo”.
    Poi cominciò a parlare della separazione tra Stato e Chiesa, del
    giuramento presidenziale sulla Costituzione e della libertà di religione, riguardo alla qualedisse: “Quest’anno si può puntare il dito contro un cattolico, in altri tempi – e può accadere ancora – è successo a un ebreo o a un quacchero.
    Oggi la vittima potrei essere io, domani un altro e via così fino a che la struttura stessa della nostra società, basata sull’armonia,
    non verrà squarciata”.

    così pensavano e tutt'ora pensano gli europei "fuggiti o scacciati" dagli orrori della loro terra.
    Orrori che ancora incombono.

    saluti

  6. #26
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    Predefinito Blog for...

    Kerry

    Appello. Mancano solo pochi giorni: Christian Rocca, ripensaci. Non ti irrigidire su posizioni che neanche tu puoi condividere
    più. Persino Andrew Sullivan ha avuto il coraggio di dire che le cose sono cambiate e le sue opinioni sull’uomo anche. Manca solo
    Hitchens, ma quello per elaborare i suoi errori ci mette di solito una ventina d’anni: nel 2030 si dissocerà da Bush e dai neocon.
    Tu invece puoi farcela.
    Non temere, noi non siamo gente che dà del voltagabbana a chiunque dichiari di avere capito delle cose e cambiato idea, men
    che mai ci costruiremmo una carriera giornalistica: la coerenza è una virtù sopravvalutata, o se preferisci il buonsenso popolare solo-gli-stupidi- non-cambiano-mai-idea (per questo Wittgenstein si rivolge a te e non direttamente a George Bush).
    Christian, lo diciamo per il tuo bene: segui gli esempi di metà dei giornali americani che sostennero Bush quattro anni fa, e salvati.
    Che se vince Kerry, quella è gente che non fa prigionieri.
    Non ti chiediamo nemmeno un “ho sbagliato”: tu da domani di punto in bianco cominci a scrivere di Bush quello che pensi davvero – vabbè, vuoi dire che c’è qualche cosa su cui non è stato così male? Accordato – e noi facciamo come se niente fosse. Capiremo.
    Puoi farcela, torna in te. E la settimana prossima ci mettiamo tutti allegramente a insultare il nuovo presidente, che se lo meriterà.

    Luca Sofri, da www.ilfoglio.it/wittgenstein

    saluti

  7. #27
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    Predefinito

    Caro Luca Sofri, mi inviti a ripensarci, a dire quello che davvero penso su Bush, come ha appena fatto Andrew Sullivan.
    E allora te lo dico spassionatamente, pur non sentendomi minacciato dal blocco conservatore americano visto che non sono gay come AS (hai capito perché ora preferisce Kerry, no?). Dunque. Fossi americano voterei George Bush.
    Fossi europeo, come sono, ancora di più.
    Per un solo motivo (ce ne sarebbero altri, ma sono meno importanti).
    Il motivo è questo. Bush ha capito che c’è un nemico che vuole ucciderci, e il suo avversario no.
    Bush ha capito che l’unico modo per sconfiggerlo è quello di stare all’offensiva, e il suo avversario no.
    Per capirci: Bush è Sacchi, Kerry è Trapattoni.
    Uno preferisce affrontare il nemico a Bassora anziché a Baltimora, l’altro lo vuole aspettare al limite dell’area e se il caso colpire in rare occasioni di contropiede.
    Calcio totale contro catenaccio.
    Bush ha capito che contro chi ama la morte più di quanto noi amiamo la vita non serve quello che è stato fatto finora, e che certamente avrei sostenuto anch’io se non ci fosse stato l’11 settembre ad aprirci gli occhi.
    Un blitz dei carabinieri contro il terrorismo è utile, ma insufficiente. Quelli ci vogliono uccidere non chiedono il pizzo.
    Vogliono ristabilire il califfato, conquistare l’Andalusia e pure la Sicilia, non vendere cd agli angoli delle strade.
    L’unica strategia efficace è quella di andare diritti all’origine del fondamentalismo.
    Anzi, lo chiamo per nome e per cognome: all’origine di questo “male assoluto”, come il nazismo e il comunismo.
    La causa scatenante questo odio arabo e islamico (il terrorismo è solo uno strumento) è la dittatura in medio oriente, è l’oscurantismo in medio oriente, è il totalitarismo in medio oriente, è la tirannia in Arabia Saudita, è la cultura della morte in Iran, è l’odio che sgorga da quella parte del mondo.
    Non perché gli arabi o gli islamici siano cattivi o bruti, ma solo perché le dittature questo producono, di questo si alimentano e non possono fare altro che incitare l’antiamericanismo e l’antisemitismo, offrendo un facile capro espiatorio che li protegga dai loro fallimenti.
    E per abbattere tirannia, oscurantismo, dittatura e cultura della morte c’è bisogno, sia con le buone sia con le cattive, di rimuovere i regimi autoritari del medio oriente, cioè i responsabili della povertà, della tortura, dei massacri, della mancanza di libertà e di speranza. C’è bisogno di liberare quelle società, aprire quelle frontiere, far cadere quei muri, spaccare quelle cortine. Con la guerra? Sì, anche con la guerra, visto che te l’hanno dichiarata. Con le soluzioni tecniche e le nuances il nazismo prosperava, come sai bene. Con i summit internazionali si pappava la Polonia e sterminava i sudeti, come sai. Monaco, anno domini 1938, era un summit, o no? Sarà un’operazione pericolosa? Certo. Ci vorrà molto tempo? Sicuro. Bush ha fatto molti errori? Ci puoi giurare, ma Kerry propone esattamente il contrario (almeno fino a quando non dice la stessa cosa): il contenimento.
    L’ha detto chiaro, infine: il terrorismo deve tornare a essere come il gioco d’azzardo, come la prostituzione, cioè una seccatura, niente di più.
    Ma le puttane e i biscazzieri non si fanno saltare in aria e non
    ci uccidono. Anzi.
    La strategia di Kerry è la stabilità in medio oriente, cioè la continuità, non la democrazia né la libertà: mettiamoci un nostro uomo e fuck the arabs.
    Suo obiettivo è quello di continuare con la politica rovinosa di Henry Kissinger, sintetizzabile con un “appoggiamo un dittatore amico nostro che ci passi il petrolio”.
    Ha funzionato, eh.
    Ed era probabilmente necessario finché il medio oriente era campo di battaglia della Guerra fredda. Mandato in soffitta l’orrore sovietico s’è scoperchiata la pentola, quasi come ora in casa di Simona Ventura.
    Su questo Kerry è la destra, Luca.
    E Bush è la sinistra, se solo valessero le etichette.
    Il primo non trova il modo di dire una parola che sia una sui popoli afghani e iracheni liberati da decenni di orrore, e anzi si lamenta che la Casa Bianca abbia chiuso stazioni dei pompieri a Cleveland o letti d’ospedale a Milwaukee per aprirli a Bassora e a Baghdad. Io mi vergogno di Kerry quando dice queste cose, anche se poi 5 minuti dopo dice il contrario e sembra di nuovo serio e presidenziale.
    Ma, questo, lo sai, è un altro motivo per cui non potrei mai votare Kerry o, che ne so, Cesco Rutelli.
    Insomma per chi modifica le proprie idee in base a chi si trova davanti.
    Per uscire a cena lo trovo un atteggiamento cortese e nobile verso i commensali, per guidare il mondo no.
    E, domandina, dimmi caro Luca: va bene tutto, Bush è un incasinatore ma, fammi sapere, secondo te, Zarqawi e bin Laden, i resistenti e i Fratelli musulmani, come prenderebbero una sconfitta di Bush? Come una sconfitta o con lo champagne? Come un lutto o come abbiamo visto al cinema in Black Hawk Down?

    Per fortuna vince comunque un americano
    Kerry è una specie di ingegnere che ti sa dare la soluzione tecnica a ogni problema, Bush è pasticcione.
    Ma io tra il pasticcione che ha capito che cosa c’è in gioco e l’ingegnere che non vede oltre il suo palmo di naso, nonostante abbia viaggiato e beva grandi rossi francesi, che si limita a sperare che non ci sia un altro attacco, che vuole contrastare una cultura potente come quella islamista nelle aule di tribunale, che al massimo chiude le frontiere e che gli arabi vadano a farsi fottereperché-non-hanno-la-cultura-democratica –be’ non ho dubbi quale dei due scegliere.
    Mettila così. Tu ti trovi a New York e sai che devi andare a Miami. L’unica auto che va a Miami è guidata da un autista inesperto e magari ex ubriacone, uno che rischia di farti andare fuori strada a ogni curva, però sai che va certamente nella direzione giusta.
    Poi c’è un autista bravissimo, preparatissimo, fichissimo e che è stato finanche un asso nelle strade del Vietnam, ma va in su, verso Boston, invece che in giù, verso Miami. Tu che fai?
    Io vado a Miami, anche con il rischio di finire fuori strada, tanto più che tutta questa ficaggine in quell’altro non la vedo.
    E tu non dire che, da terzista, resteresti a New York, perché sennò ti corco.
    Ci sarebbero altri motivi per cui mi piacerebbe che vincesse Bush: è ottimista, cioè è più americano di Kerry; non vuole che lo Stato s’impicci nella vita del cittadino, ancora meno di Kerry; vuole meno tasse, non di più.
    Il conservatorismo americano ha questo di eccezionale, caro Luca: è progressista, è volto al futuro, l’unica cosa che vuole conservare è la libertà.
    Le cose che non mi piacciono di Bush sono molte altre: diciamo, per intenderci, il suo programma sociale. Non credo però che sia un fascista, che voglia togliere i diritti ai gay (è favorevole alle unioni civili, al contrario del Gad o come diavolo si chiama il centrosinistra italiano); non è vero che abbia vietato la ricerca sulle cellule staminali, ha soltanto limitato quella con i fondi federali (al contrario di quanto ha fatto una parte del Gad o come diavolo si chiama il centrosinistra italiano).
    Sì, d’accordo è contrario all’aborto e favorevole alla pena di morte.
    Ma chi è favorevole all’aborto? Nessuno, no? Una cosa è legalizzare una situazione penosa e criminogena, un’altra è garantire il diritto ad abortire-per-view o fare figli col bancomat. Non ho certezze su queste cose. Ma almeno a destra se lo pongono il problema della creazione o della distruzione di una vita al fine di curarne un’altra.
    Io, chiudendo gli occhi, sono favorevole al riconoscimento di questi diritti, ma da qui a dire con disinvoltura chic che si possa fare qualsiasi cosa, ce ne passa.
    Pena di morte, ok.
    Ma sull’altro fronte è uguale. L’ultima di Kerry è questa: è contrario, tranne che per i terroristi.
    Ma che vuol dire? E il nessuno tocchi Caino?
    Se vale il principio è proprio Caino quello che non deve essere toccato, il più tremendo, il più difficile da difendere.
    Kerry mi soddisfa su un paio di cose: sulla ricerca scientifica (unico argomento su cui non ha mai cambiato idea) e sulla necessità di ampliare il sistema di protezione sociale del cittadino americano. Su come farlo ha idee opposte rispetto a quelle di Bush, e non so quale ricetta sia più efficace. Certo questa è una priorità per i democratici, molto più di quanto lo sia per i repubblicani.
    E in tempi normali mi piacerebbe che vincessero i liberal.
    Ma oggi che te ne fai di un’assistenza sanitaria meravigliosa se non ti puoi bere in pace un caffè perché qualcuno anziché ordinare una brioche ti vuole far saltare in aria?
    Detto questo, se dovesse vincere Kerry sarebbe poco male, perché vincerebbe comunque un americano.
    E saremmo alle solite: per un quarto d’ora Le Monde sarebbe tutto un frisson di ritrovato americanismo, poi non più.
    Circondato dagli interventisti democratici di Bill Clinton, Kerry non potrà che continuare la dottrina Bush.
    E’ americano, Luca.
    Non c’è alternativa.
    Quando sono attaccati e minacciati fanno sempre così, per la fortuna di noi che ci possiamo permettere di chiacchierare in pace guardando l’Isola dei Famosi.
    Tanto ci sono loro, la Cavalleria. E se ci sarà da abbattere un dittatore, liberare due popoli, magari soltanto per ragioni geopolitiche, magari senza risoluzioni dell’Onu, magari senza prove, magari senza piani per il dopo, tu e io sappiamo bene che bosniaci e kosovari non hanno dubbi che dei clintoniani ci si può fidare.

    Christian Rocca, www.ilfoglio.it/camillo

    saluti

 

 
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