Presentazione di "Utopia" - Rivista Quindicinale del Socialismo Rivoluzionario Italiano.
di Renzo De Felice
Utopia, la rivista quindicinale del socialismo rivoluzionario italiano, fondata e diretta da Benito Mussolini con la collaborazione di Giuseppe De Falco che ne fu ufficialmente il redattore ma in pratica il condirettore e uscita irregolarmente (10 fascicoli, sei dei quali doppi) dal novembre 1913 al dicembre 1914, non è stata sino ad oggi praticamente presa in considerazione dagli studiosi del movimento socialista italiano. Tra i pochi che en passant , hanno accennato ad essa, Gaetano Arfè l'ha vista nella prospettiva del "dilettantismo culturale e morale" e del "totale disinteresse per le idee" che avrebbero contraddistinto il Mussolini socialista.
La sua rivista teorica "Utopia" - ha scritto nella sua Storia del socialismo italiano - nella quale egli raccoglie le proprie divagazioni men legate alla polemica quotidiana, semiclandestina e priva di risonanze, non ha altro valore che quello di testimonianza biografica.
Quanto ad Enzo Santarelli,
la rivista che Mussolini fondè e fece uscire a Milano è la testimonianza più interessante e veritiera delle velleità ideologiche - ma anche di un certo "clima" barricadero, "follaiuolo" e irrazionalista che inquinava e contagiava gli ambienti della sinistra socialista italiana - e delle ambizioni personali del giovane direttore dell'Avanti! .
L'unico ce, in qualche misura, ha accennato ad un iteresse della rivista non legato solo alla personalità del direttore è statao l'anonimo estensore della scheda ad essa dedicata nella bibliografia della stampa periodica e socialista italiana edita dalla Biblioteca Giangiacomo feltrinelli. In tale scheda, infatti, si legge:
La rivista, organo personale di Mussolini, è un interessante documento per la storia della crisi del socialismo italiano nei mesi immediamente precedenti allo scoppio del conflitto mondiale e per la ricostruzione delle posizioni del suo direttore, fino all'abbandono del campo socialista ed al passaggio nelle file dell'interventismo più oltranzista.
Di fronte a giudizi così netti e sostanzialmente univoci viene naturale chiedersi perchè, allora, si è pensato di riproporre la lettura di una rivista rituenuta tanto scarsamente significativa. La risposta è assai semplice: nonostante tutti i suoi limiti dottrinari, teorici, Utopia è in realtà un documento assai significativo e di notevole utilità non solo per una migliore conoscenza della crisi del socialismo italiano alla fine dell'età giolittiana e alla vigilia della prima guerra mondiale e, più in genere, di alcune matrici del cosiddetto interventismo rivoluzionario , ma anche per l'approfondimento del discorso che ormai da più parti si va facendo sul mussolinismo e in particolare su quello dei giovani socialisti che, affacciatisi alla ribalta socialista nel periodo in cui il partito fu retto dalla maggioranza rivoluzionaria affermatasi a Reggio Emilia, avrebbero costituito uno degli elementi caratterizzanti del socialismo italiano nell'immediato dopo-guerra e, in buona parte, avrebbero dato vita al partito comunista.
Pubblicando Utopia Mussolini cosa si riprometteva? Gli elementi per rispondere a questo interrogativo sono vari. Da un lato abbiamo quanto lo stesso Mussolini scrisse sulla rivista, prima presentandola ai lettori e ai suoi compagni di partito in genere, successivamente prendendo spunto dalle parole con le quali Prezzolini su La Voce aveva annunciato la sua uscita ("Tenta un'impresa disperata: far rivivere la coscienza teorica del socialismo. Una impresa che ci sembra persin superiore alle forze di B.M. che pur son tante") Nell'articolo di presentazione ("Al Largo"!) Mussolini fu abbastanza cauto; la sua preoccupazione maggiore appare chiara: non suscitare preoccupazioni o diffidenze nel Partito e non da adito a timori o accuse di voler costituire una propria frazione; tutto ciò, per altro, senza nascondere la sua intenzione di fare della rivista lo strumento per tentare "una revisione del socialismo dal punto di vista rivoluzionario".
Questa rivista alla quale volemmo posto l'augurale nome di Utopia . anche in ricordo dell'opera e del martirio di uno dei primissimi pionieri del Socialismo, non sorge in opposizione larvata o palese al Partito Socialista, ai suoi uomini dell'una o dell'altra corrente, al suo attuale indirizzo, ma sorge "per" il Partito e reclama nel PArtito ambio diritto di cittadinanza. Ciò diciamo apertamente, prima di metterci al lavoro, perchè non nascano equivoci o dubbi, e, se già nati, dileguino. Niente di scismatico, dunque; ortodossia, invece pura ortodossia e - onestamente- per quanto cioè lo consentano i tempi, settaria. C'è una gelosia per le idee che si chiama settarismo, e come le donne, così le idee, più si amano quelle che più ci fanno soffrire.
La storia di questa nostra gestazione spirituale non è niente affatto drammatica e nemmeno complicata. Non c'è stotto nessuna "crisi di coscienza". Noi non ci ripieghiamo disperatamente su noi stessi per la delusione delle verità in cui ponemmo fede, perchè per noi nessuna di quelle verità è caduta. Nel marxismo, che può essere considerato come il sistema più organico di dottrine socialiste, tutto è controverso, ma niente è fallito. Niente, diciamo; nè la teoria della miseria crescente, nè quella della concrentrazione del capitale, nè la previsione apocalittica della catastrofe. Tutto ciò non ha solo un calore sotrico, ma un valore attuale. E lo dimostreremo, parlando, a suo tempo del ponderoso volume pubblicato recentemente da Rosa Luxemburg, Die Akkumulation des Kapitals (Contributo alla interpretazione economica dell'imperialismo).
La realtà è una sola per tutti; sono le interpretazioni di essa che hanno diviso i socialisti in varie scuole. Quale la migliore, la più esatta interpretazione della realtà?
Quesito, in subordine: è possibile, dopo la revisione riformista, una possibile revisione rivoluzionaria del Socialismo?
E' possibile. E' urgente. Una revisione del Socialismo dal punto di vista rivoluzionario si giova, in questo momento, di un complesso di fattori, fra i quali due sono , a parer nostro, preminenti: il fallimento del riformismo politico, la crisi dei sistemi filosofici e positivisti.
Fine prima Parte.




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