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    Predefinito Venditori d'antimafia. Scene di vita....

    ....tra giudici, boss e presidenti

    Palermo. Cosa ci sarà mai, dentro quei due capienti “faldoni” in cui il marescialloonorevole Antonio Borzacchelli, il Primo Greganti dell’Udc, partito dei “fratuzzi”, racchiudeva i suoi segreti di uomo delle Istituzioni, dell’Antimafia e delle Raccomandazioni?
    Cosa ci sarà in quella montagna di documenti che i carabinieri (di fatto ex colleghi di Borzacchelli, che da tre anni si è buttato anima e corpo in politica), hanno cominciato a spulciare con avidità, curiosità, interesse investigativo e anche con un pizzico di invidia? Cosa ci sarà, in quel libro mastro che somiglia tanto ai registri delle cosche, in cui pazienti amanuensi delle estorsioni annotavano nomi, numeri, sigle dei debitori del pizzo, praticamente tutti i commercianti del quartiere?
    Nel libro mastro di Borzacchelli Antonio da Giugliano in Campania, 43 anni – uno che ha cominciato come investigatore di fiducia di alcuni giudici antimafia ed è finito col vendere i suoi favori alla mafia – non ci sono i debitori del pizzo ma i debitori delle raccomandazioni.
    Lui, paziente come i ragionieri di Cosa Nostra, segnava tutto: nome e numero di telefono del raccomandante, nome e numero di telefono del raccomandato, oggetto della raccomandazione, stato e grado del procedimento, diciamo così, raccomandativo. Poi annotava le persone contattate e quelle che si erano messe a disposizione. E, ovviamente, il risultato finale e il grado di apprezzamento manifestato dal richiedente: molto, poco, per nulla soddisfatto. Come quando andate in un albergo e alla fine trovate il questionario in cui vi chiedono se il servizio sia stato di vostro gradimento oppure no. Senza segreti, senza misteri. Tutto alla luce del sole. In fondo, cosa ha da nascondere chi fa politica e raccoglie centinaia e centinaia di segnalazioni, spunti, indicazioni, che domani possono trasformarsi in voti?
    Certo, Borzacchelli trattava pure qualcosa di losco, giura chi ha letto quelle carte, e su questo, infatti, i carabinieri stanno lavorando per chiarire e scoprire. Ora, però, mettetevi nei panni di quei poveruomini che credevano di avere a che fare con un rispettabile onorevole – peraltro esponente dello stesso partito del presidente della Regione, Totò Cuffaro – e che invece, un bel giorno, esattamente il 7 febbraio scorso, si sono accorti che Borzacchelli, maresciallo della Benemerita in aspettativa per motivi politici, era non un deputato regionale ma uno –giurano i carabinieri in servizio permanente effettivo, quelli che faticano per arrivare al 27 del mese – che era indebitato fino al collo ma non rinunciava né alla villa al mare né ai gipponi, e si affannava sempre per cercare e rastrellare altri piccioli. “U muzzunaru”, lo chiamavano boss e mezzi boss in quel di Bagheria. E volevano dire che non lasciava per terra neanche i muzzuni, cioè le cicche delle sigarette.
    Oggi coloro, i cui nomi stanno dentro quelle schede prestampate, sudano freddo. Sanno che, quando le raccomandazioni verranno fuori, mettila come vuoi, sempre malafjura, brutta, pessima figura, faranno. Sempre mascariati, resteranno.
    E allora ecco che la prodigiosa Palermo, capace di produrre categorie variopinte e variegate come gli assintumati, i posati, i mascariati, gli scannaliati, i canziati, gli agnuniati, partorisce l’ennesima classe spuria: il popolo degli accalamarati. Avete presente i calamari, gustosi molluschi che tagliate in piccoli anelli da passare in uovo e farina e poi buttate in padella? Quando sono in mare e nuotano vicini alla costa, i calamari sembrano esserini innocui. Ma se schizzano l’inchiostro nero che secernono, sono guai. Tanto che i pescatori più accorti stanno allerta, per non farsi beccare, soprattutto negli occhi e non annorbare. Quelli che sanno o pensano di poter essere lì, scritti nel libro mastro di Borzacchelli, stanno dunque sul chivalà: temono il passaggio del calamaro, dell’onda nera giudiziaria che all’improvviso li imbratti, trasformandoli in mascariati, pronti per la gogna dei giornali.
    Che male c’è?
    Che male c’è, però, a inseguire l’aiuto, l’appoggio, il modo per vincere facilmente il concorso, per evitare il servizio militare, per ottenere la licenza commerciale o edilizia più in fretta? Borzacchelli – dicono –aggiornava il proprio archivio da anni, ben prima di darsi ufficialmente alle attività di partito.
    Una volta, quando era un carabiniere a tutti gli effetti e nemmeno si prospettava il suo passaggio alla politica, lo chiamarono a testimoniare nell’indagine contro Filippo Salamone, un imprenditore agrigentino – poi condannato per mafia – ritenuto, nei primi anni ’90, un tangentista, un foraggiatore della politica in cambio di appalti e finanziamenti di opere pubbliche. Salamone era stato contattato da Borzacchelli e lui, il maresciallo, candido candido, andò a raccontare di aver raccomandato due ex carabinieri disoccupati, per farli lavorare in una delle imprese del manager.
    Che male c’è? Se lo chiedeva anche Ciuro Giuseppe da Palermo, di anni 46, maresciallo della Dia che aveva acquisito sul campo, nella procura di Gian Carlo Caselli, il titolo di investigatore di provata fede e militanza. Ciuro, come Borzacchelli, riuscì a diventare inattaccabile venditore di antimafia, conquistò la fiducia del magistrato che poi per anni lo ospitò nella stanza, Antonio Ingroia (li chiamavano i puri e i ciuri), pubblico ministero del processo Dell’Utri.
    Ammaliò lui e altri pm dell’antimafia chiodata ottenendo persino incarichi - e che incarichi - nell’istruzione del processo al senatore di Forza Italia. Un processo in cui restava spesso accalamarato anche il non imputato-coimputato di pietra, Silvio Berlusconi. Grazie al quale Ciuro è riuscito a proporsi e a spacciarsi per anni come un pilastro nella lotta a Cosa Nostra.
    Sempre ponendosi la stessa domanda - che male c’è? - Ciuro vendeva e faceva sfoggio di antimafia a buon mercato e intanto si legava mani e piedi all’imprenditore di Bagheria Michele Aiello, che, andato via Caselli, altri magistrati, meno chiodati ma certo più pratici, cominciarono a sospettare di essere nientemeno che il prestanome dell’imprendibile Bernardo Provenzano.
    Certo, forse qualcosa di male c’era, nello spacciarsi per emissario del “Professore” (così usava chiamare il pm Ingroia) e nell’aggirarsi per i corridoi della Procura a cercare informazioni da cedere al suo amico Michele. Ma anche lui, in fondo, come Borzacchelli, praticava la logica del mercato, dell’amicizia, della raccomandazione.
    Così, se il Professore aveva bisogno di ristrutturare il casolare di campagna del padre, ecco il provvidenziale Ciuro che portava l’impresa dell’amico Aiello. La portava a Ingroia e ad altri magistrati: Alberto Di Pisa, Paolo Giudici. Se poi Margherita Pellerano, segretaria di Guido Lo Forte, procuratore aggiunto, necessitava di un aiutino per il marito, da parte di Totò Cuffaro, Ciuro si spendeva anche per lei, senza problemi. E se lo stesso Ciuro aveva poi bisogno di un spintarella per entrare nel Sismi e guadagnare qualcosina in più, pur continuando a fare il lavoro di prima – assistente del Professore, così amava definirsi - ecco che il maresciallo scomodava gli amici di una volta: Caselli, e attraverso Caselli, Massimo Brutti, senatore diessino. Tutto agli atti. Praticava millanterie, inganni, imbrogli. Per il machiavellico Ciuro il fine giustificava sempre i mezzi.
    In fondo che male c’era?

    Praticamente assolto
    E che male c’è, a fare come Totò Cuffaro, grande amico e referente di Borzacchelli, nonché in contatto con il diabolico Ciuro? Lui, il presidente della Regione, è finito sotto inchiesta e, dal 12 ottobre in poi, rischia di finire sotto processo con l’accusa di essere una talpa che utilizzava il lavoro di altre talpe. Ma anche lui non si pone problemi: ha evitato l’imputazione più pesante, quella di concorso in associazione mafiosa e già si sente assolto. Lui fa politica, aiuta chi glielo chiede, non fa mistero di tenere a tutti gli aspetti, anche quelli minuti, della vita quotidiana.
    E questo è quello che conta, per Cuffaro. Se deve raccomandare, lo fa. Se vuole un posto per un amico, lo chiede. Che male c’è?
    Si legge tra le carte del processo che il 6 ottobre del 2001 – Totò si era insediato a Palazzo d’Orleans, sede del governo regionale siciliano, da poco meno di tre mesi – due suoi amici e fedelissimi parlano al telefono fra di loro.
    Sono Mimmo Miceli e Salvo Aragona, entrambi medici: il primo, oggi, è in carcere e sotto processo, l’altro – che già si porta sulle spalle una condanna per mafia – sta cercando, da libero, dopo aver reso ampie ammissioni, di patteggiare la pena, facendosi dare l’attenuante speciale riconosciuta ai pentiti.
    Tre anni fa i carabinieri li intercettavano. Sentiamo. Mimmo: “Ma insomma, sono riuscito a parlare con Totò, l’altro ieri sera, per telefono… Dopo, guarda… C’ero andato alla Regione; non ero neanche entrato, perché appena mi fecero la prima difficoltà… ho mandato tutti a fare in culo e gli ho detto: ‘Fategli sapere che l’ho cercato, se vuole mi cerca’…”. Salvo: “Vabbè, questo è l’atteggiamento da utilizzare, ormai”. Mimmo: “E poi ci ho parlato, devo dire che hanno capito: lui è nei guai, tutti l’assalgono. Ci ho parlato l’altra sera, ho avuto la grande fortuna di beccarlo mentre era seduto sul water… Non sto scherzando! Mi ha detto:
    ‘Guarda, con te non mi vergogno a dirlo, sono qua e probabilmente è uno dei momenti più rilassanti della mia vita…’. Mi ha fatto un quadro sconvolgente… Tu lo vedi in televisione, ti fa impressione… sembra che debba avere l’infarto dopo tre secondi. Mi ha detto: ‘Io non ce la faccio più, qua è un’aggressione continua. Tutti sono azzuffati con me…’”.
    Miceli spiega di aver proposto a Cuffaro di creare uno staff di persone incaricate di occuparsi di singoli problemi al posto suo: “Così poi noi ti comunichiamo quali sono le situazioni e prendiamo le decisioni, ma se tu ritieni di dover andare appresso a ogni primariato, a ogni trasferimento, a ogni… come quando facevi u picciutteddu (il ragazzino, lo spicciafaccende, ndr), è veramente inverosimile”.

    The sound of silence
    Sì, Totò è fondamentalmente un buono, uno che dà del tu a tutti quelli che incontra (anche Angelo Siino, mafioso oggi pentito, sostiene che avvenne così, nel 1991, e lui non nega: “Io do del tu a tutti, può essere…”); è uno che non è voluto andare a Strasburgo, al Parlamento europeo, per non dare l’impressione di chi fugge, ma anche perché – ha spiegato – “io lì esco, faccio trecento metri e non trovo nessuno da baciare. Impazzirei, a Strasburgo”. Cuffaro è uno che talvolta parla assai, mentre Borzacchelli sta in carcere ed eroicamente tace. Come Primo Greganti, si diceva. Vi ricordate quell’oscuro personaggio dell’allora Pds, beccato in autostrada con un miliardo di lire in contanti? Tangenti per Botteghe Oscure?, gli chiesero. E lui zitto. Fondi neri? Finanziamenti illeciti? E lui zitto. Lo tennero in galera mesi, Greganti, e non disse una parola.
    Borzacchelli sta facendo come lui. Sempre che domani non si scopra che si è pentito in gran segreto, come Nino Giuffrè, detto Manuzza. Non ha nulla di cui pentirsi, dicono in genere i difensori. Ma metti che decidesse di dire qualcosa. E metti che quel malloppone di roba che gli hanno ritrovato, il libro mastro, egli sia disposto a descriverlo e a spiegarlo passo dopo passo.
    Ecco che gli accalamarati sentono, come Simon e Garfunkel, il suono del silenzio del maresciallo. E ne sono terrorizzati.

    Talpe e pulci
    Certo, cose da chiarire ce ne sono. C’è un altro venditore di antimafia, un carabiniere, maresciallo del Ros che sta agli arresti domiciliari da qualche mese, dopo essere stato in galera. Si chiama Giorgio Riolo, piazzava microspie e telecamere per conto dell’Arma e le toglieva – o spiegava come fare – per conto della mafia. Davanti ai magistrati dell’accusa, Riolo ha ammesso di aver spifferato a Cuffaro – per il tramite di Borzacchelli – della presenza di “pulci” a casa del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e dei discorsi che lì si facevano. Discorsi in cui, nel 2001, poco prima delle elezioni regionali, Domenico Miceli e Salvatore Aragona, spesso incauti ospiti del capomafia, spendevano – invano, giura Totò – il nome dell’allora candidato presidente della Regione. Creandogli non pochi imbarazzi. La microspia fu poi trovata dal padrone di casa, gli ascolti e i patemi si dissolsero, perlomeno in quel momento. Per quel favore, per avere cioè fatto scoprire la “pulce” (giugno 2001), sostiene Riolo che, nella seconda metà dello stesso anno, si sbloccò un finanziamento dovuto a un agriturismo di proprietà di un proprio amico e omonimo: “Un segno di gratitudine del presidente”, commenta il sottufficiale sibillino.
    Poi, per tre volte in quattro anni, il carabinieretecnico – dice lui, ma il governatore nega –andò a fare le bonifiche, andò cioè a cercare microspie, negli uffici e a casa di Cuffaro. Sempre su richiesta di Borzacchelli. Ma quando, nel 2003, si accorge che lo stanno sgamando, Riolo si preoccupa. E si sfoga con Borzacchelli. “Certo, meriteresti un bel regalo”, gli dice allora il collega e compare. “Ma se ti faccio dare tanti soldi, tu saresti in grado di gestirli?”. Domanda che non aspetta risposta.

    Tutti gli uomini di Totò
    Proprio non ci si può fidare di questi carabinieri doppiogiochisti. Un giorno ti mettono le microspie e un altro te le tolgono, un giorno ti aiutano, ma alla fine ti presentano sempre il conto. E allora ci si può fidare solo dei fedelissimi, di quelli che, come Greganti, come Borzacchelli, non si arrendono mai, nemmeno di fronte all’evidenza. Vi sembrano da meno i due più stretti collaboratori del presidente, Vito Raso e Giovanni Antinoro? A loro si affidò, il governatore, il giorno in cui – 31 ottobre del 2003 – andò a Bagheria per incontrare, nel retrobottega di un negozio di abbigliamento, l’imprenditore Michele Aiello. Il magnate della sanità siciliana – anche lui agli arresti domiciliari, ufficialmente perché soffre di favismo, in realtà perché ha fatto più di un’ammissione – dice che quel giorno Cuffaro gli raccontò particolari sulle indagini che avevano portato i carabinieri a scoprire le talpe che lo stesso Aiello aveva infiltrato in procura. Cuffaro dice che in realtà si parlò della questione del tariffario, dei rimborsi regionali per le prestazioni delle cliniche del manager, in particolare dall’attrezzatissima “Villa Santa Teresa”, ma non spiega perché di questo argomento istituzionale si dovesse parlare in un retrobottega e non nel suo ufficio.
    Insomma, perché tutto quel mistero?
    Il presidente si era affidato a Raso e Antinoro, due volpi che avevano messo su una vera e propria operazione di controspionaggio, almeno nelle intenzioni. Avevano creduto
    cioè che i loro telefoni non fossero intercettati e Raso aveva convocato Roberto Rotondo, un collaboratore di Aiello, in presidenza, per fissare l’appuntamento tra Cuffaro e l’imprenditore al riparo da orecchie indiscrete.
    Nel pomeriggio del 31 ottobre, seminata la scorta, Cuffaro e il fido Antinoro piombano a Bagheria, nel negozio “Bertini mode”.
    C’è pure Aiello, che si apparterà in un angolino col governatore.
    E’ un luogo pubblico: dovesse vederli qualcuno, potrebbero sempre dire che l’incontro casuale, fu.
    L’uovo di Colombo, per i carabinieri, è intercettare non solo il presidente - che, sapendo di essere sotto inchiesta, ovviamente non parla mai con telefonini propri – ma quelli di Raso e Antinoro. Così, a cose fatte, il 9 febbraio di quest’anno il governatore viene convocato in Procura per rendere il suo secondo interrogatorio e si presenta con chi?
    Con la scorta e con Raso e Antinoro, ovviamente.
    A sorpresa, alla fine dell’audizione di Cuffaro, entrambi i collaboratori vengono a loro volta ascoltati.
    Raso suda freddo: “Non mi occupo del coordinamento della scorta del presidente. In diverse occasioni sono uscito in auto con lui, sempre accompagnato dalla scorta. Rotondo? Lo incontro ogni tanto, qualche volta viene a trovare il presidente”.
    A quel punto i pm riavviano il registratore e fanno sentire a Raso una sua telefonata con Cuffaro, intercettata nel giorno dell’incontro, il 31 ottobre, ore 16.52: “Hai confermato, non hai confermato?”, chiede Totò. “Lo hai fatto venire (si parla del collaboratore di Aiello, ndr) o glielo hai detto per telefono?”.
    Raso: “No, è venuto”. Cuffaro non si fida: “Spero che tu l’abbia fatto venire”. Raso: “Totò, vedi che quando tu mi dici le cose a me basta mezza volta…”.
    Di fronte all’evidenza della registrazione, Raso si squaglia e vuota il sacco: racconta della convocazione di Rotondo e dell’incontro segreto, al quale nega però di aver preso parte. Per dare una verniciatura di normalità, racconta che Cuffaro aveva pure acquistato vestiti e cravatte. Il titolare del negozio, Massimiliano Bertini, aggiunge che il presidente aveva addirittura mostrato molto interesse per gli abiti da comprare.
    Talmente interessato che mandò a ritirarli tre mesi dopo l’acquisto.

    da il Foglio del 2 ottobre

    saluti

  2. #2
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    Mah.... chissà.....

  3. #3
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    Palermo. In principio fu il metodo Teresi. C’era un deputato nazionale di An, Guido Lo Porto, che era un pochino accalamarato,
    timoroso cioè di finire imbrattato dagli schizzi di fango lanciati dai tanti calamari cresciuti e pasciuti nel grande mare dei pentiti.
    Il pubblico ministero Vittorio Teresi, dopo sei anni di indagine, non trovò elementi per sostenere in giudizio l’accusa di concorso in associazione mafiosa e scrisse una richiesta di archiviazione. Centotré pagine.
    Ma in centodue si narravano di Lo Porto, oggi presidente dell’Assemblea regionale, tutte le scelleratezze possibili:
    sospettabile, ambiguo, forse contiguo. Solo nell’ultima si leggeva
    che, “dato che i termini per indagare sono ormai prossimi alla
    scadenza…” e che non erano stati raccolti riscontri sufficienti, la procura chiedeva – bontà sua – l’archiviazione.
    Ma l’accalamarato Lo Porto era diventato comunque un mascariato. In nome della legge.

    Il metodo Teresi ha fatto scuola.
    Anche perché offre comodamente la possibilità a un magistrato
    di marchiare l’indagato senza pagare alcun prezzo: l’indagato
    archiviato, infatti, difficilmente potrà impugnare un provvedimento
    che alla fin fine è pur sempre a suo vantaggio.
    L’ultima edizione, opportunamente adattata al caso, è di ieri e prende di mira un obiettivo grosso, molto grosso: nientemeno
    che il generale Mario Mori, comandante del Sisde, colpevole –agli occhi di chi gli tiene, da undici anni, il fiato sul collo – di un particolarissimo, inedito reato: cattura aggravata.
    Mori era nel 1993 il vicecomandante del Ros, il reparto d’eccellenza dei carabinieri.
    Il 15 gennaio di quell’anno la squadra del capitano Sergio Di Caprio, nome in codice “Ultimo”, catturò Totò Riina, il sanguinario boss dei corleonesi, latitante da oltre vent’anni.
    La perquisizione del covo fu ritardata di sedici giorni e la villa in cui Riina aveva trascorso, con la famiglia al gran completo, l’ultimo periodo da primula rossa, fu ripulita da un gruppo di mafiosi che portarono via tutto e cancellarono ogni traccia.
    Errore di valutazione? Tentativo mal riuscito di fare altri arresti? Patto inconfessabile con boss traditori, che avevano “venduto” Riina per continuare a latitare e a spadroneggiare?
    Sulla mancata perquisizione del covo cominciò un aspro e acido carteggio tra l’allora capo della procura, Gian Carlo Caselli e i vertici dei carabinieri. Quando Caselli lasciò Palermo per tornare a Torino, quel fascicolo fu trasformato, dagli ex sostituti del procuratore antimafia, in una palla di fuoco che sistematicamente parte dalla procura e arriva al giudice delle indagini preliminari. Il quale lo rinvia poi al mittente chiedendo approfondimenti. Tutto in nome della giustizia. Ma con il risultato di tenere sempre sulla graticola Mori e Ultimo, sotto scopa per favoreggiamento.
    Ieri i due ufficiali sono stati per la prima volta convocati dal gip, Vincenzina Massa.
    Si sono difesi al meglio, ma la storia appare ancora ben lontana dalla conclusione.
    A indagare su Mori e Ultimo sono i pm Michele Prestipino e Antonio Ingroia, due magistrati che sulla carta sono su posizioni opposte.
    Il primo indaga ancora sui venditori di antimafia che imperversavano in procura, quelli che di giorno si spacciavano per paladini della guerra alle cosche e di notte passavano sottobanco le notizie ai boss.
    L’altro, Ingroia, pubblico accusatore nel processo Dell’Utri, ospitava nella propria stanza, come investigatore di fiducia, proprio Pippo Ciuro, maresciallo della Dia, che, dei venditori di antimafia, era il capofila.
    La strana coppia di pm ha partorito una richiesta di archiviazione che sembra scritta, manco a dirlo, da Vittorio Teresi, inventore del famoso metodo: pur chiedendo al gip di non processare i due carabinieri, scrivono che gli indagati “fornirono ai magistrati indicazioni non veritiere o comunque fuorvianti”.
    Non solo: la sospensione dell’attività di osservazione del covo “determinò un’obiettiva agevolazione di Cosa Nostra”.
    Si può archiviare, con queste premesse? Il comandante del Sisde non è riuscito mai a mantenere buoni rapporti né con Caselli né con l’antimafia chiodata che governava negli anni Novanta la procura palermitana.
    Perché al di là dei rapporti istituzionali, pesava sempre l’ombra di Balduccio Di Maggio, il pentito del bacio fra Riina e Andreotti, tornato a mafiare e a sparare in Sicilia mentre lo Stato lo proteggeva o credeva di proteggerlo in una “località segreta” del nord.
    Il ritorno in armi di Balduccio, pagato intanto a peso d’oro per sostenere l’accusa contro Andreotti, doveva rimanere segreto. Invece finì sui giornali.
    Seguirono polemiche e veleni, ma la verità non si ritrovò mai più.

    da Il Foglio

    saluti

  4. #4
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