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Discussione: I preti della....

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    Predefinito I preti della....

    ....resistenza

    Don Gianni matamoros

    Il mistero; il secolo; l’islam; il pacifismo. La Chiesa di Baget Bozzo

    Genova. Bisogna pur cominciarle da qualche parte, le crociate, una
    volta si cominciavano dai porti dell’Adriatico, guardando verso est, sud-est, ma oggi che i nemici della Croce si distribuiscono su tutta
    la rosa dei venti si può cominciare benissimo da Genova, che fra l’altro è il grande porto italiano più vicino a quell’altro grande porto che è Marsiglia, “che in sostanza non è più una città francese.
    E’ una città araba, una città maghrebina. Vacci e guarda il centralissimo quartiere di Bellevue Pyat, ormai un bassofondo di sporcizia e di delinquenza, una casbah dove il venerdì non puoi neanche camminare lungo le strade perché la grande moschea non basta a contenere i fedeli e molti pregano all’aperto” (Oriana Fallaci, “La forza della ragione”).
    * * *
    “Ogni sabato vado in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Guadalupe, a Santo Stefano d’Aveto”. Un paese qui della collina? “Non è collina, è oltre i mille metri. C’è la bandiera di Lepanto che venne consegnata ad Andrea Doria, che pure non si comportò benissimo, mentre i migliori incredibile a dirsi furono i pontifici”. Marcantonio Colonna. “Sì, la galea di Porto Recanati si lanciò come kamikaze sulla nave ammiraglia turca, speronandola”.
    * * *
    Don Gianni Baget Bozzo è seduto nello studio all’ottavo piano di un palazzo a Carignano, la collina che fa parte del centro storico di Genova ma alla quale altimetria e urbanistica hanno risparmiato i carrugi, le vieprè, le viedelcampo. A Carignano ci sono spazi, alberi e vento, c’è pulito (altrove Genova è lercissima), e dalle finestre si vede il mare. Un lato della stanza è interamente occupato dall’altare a muro su cui Baget Bozzo potrebbe celebrare la messa se non preferisse farlo, ogni pomeriggio, alla chiesa del Sacro Cuore proprio sotto casa. Davanti all’altare ci sono delle poltrone blu e sopra una poltrona c’è la bandiera a stelle e strisce. Nell’altro lato dello studio c’è una statua della Madonna alta un metro.
    * * *
    “Il depauperamento dottrinale portato dal Vaticano II è indipendente dalla lingua in cui viene detta la messa.
    Capisco che una riforma era inevitabile ma si doveva cambiare la lingua e non le parole, non il senso. L’eucaristia è scesa allo stesso piano della liturgia della parola. E’ caduta la dimensione sacrificale, misterica. La messa tridentina è mistica, quella riformata non lo è. La musica tendeva a innalzare il divino mentre oggi tende a innalzare il comunitario”. Musica democratica.
    “L’elemento centrale è diventata la comunione, da qui deriva la crisi del prete”. Che a questo punto non serve più a molto. “Della messa in latino colpisce il senso del male, la cui presenza è sottolineata più volte durante il rito, con continui segni della croce per proteggere l’offerta dall’attacco del demonio. La Croce è il segno antisatanico per eccellenza”. Perciò la vogliono togliere dalle scuole e dagli ospedali. “La Chiesa non rinascerà fino a quando non farà una vera riforma liturgica, senza il ritorno del latino ma col ritorno del mistero”.
    * * *
    Baget Bozzo dice messa sia col vecchio che col nuovo messale. In italiano tutti i giorni nella chiesa del Sacro Cuore, che lui considera come la cappella del suo eremo urbano, l’eremo di Carignano, e in latino la domenica in un vicino convento di suore. Al Sacro Cuore riveste da pochi mesi il ruolo ufficiale e piuttosto umile di aiuto pastorale: il parroco di prima non lo voleva, con quello attuale invece va d’accordo.
    Usa il latino solo dalle suore perché l’arcivescovo Bertone non autorizza l’uso del messale tridentino nelle normali parrocchie.
    “E l’ambiguità della Chiesa. La messa in latino è ammessa in via dottrinale ma ostacolata in via amministrativa”. Che sia un personaggio come Bertone a permettersi di ostacolare Baget Bozzo in nome dell’ortoprassi fa morir dal ridere. B.B. fa male a parlare ai convegni di Forza Italia, perché la Chiesa cattolica, come da etimo, è universale e non particolare, B. fa malissimo a parlare da Simona Ventura dichiarandosi tifoso juventino perché la Chiesa cattolica, come da etimo, è anche dei torinisti.
    * * *
    Più ci penso e più la parola crociata mi sembra sbagliata. Qui non si tratta di riconquistare il Santo Sepolcro, che pure, qui si tratta di salvare la parrocchia, il salame, il bicchiere di vino, il panino al prosciutto di Bukowski, il crocifisso appeso nella stanza dove si nasce, il crocifisso appeso nella stanza dove si muore, il suono delle campane, il Marchese del Grillo di Alberto Sordi e Mario Monicelli, le bellezze in bicicletta, le maestà agli angoli delle strade di campagna, i presepi viventi, l’asino e il bue, le feste comandate, Tu scendi dalle stelle, gli affreschi di San Petronio, il portico di San Luca, svegliarsi tardi la domenica mattina, le pastarelle la domenica mattina, i bagni di mezzanotte con i vestiti lasciati sulla spiaggia, i bambini coi nomi dei santi del calendario, il cocktail Negroni, la Divina Commedia, i capelli lunghissimi e sciolti della ragazza vista settimana scorsa al Gran Caffè Ruschena sul Lungotevere. Il nome giusto è Resistenza Cristiana.
    * * *
    “La Chiesa è in una fase di obnubilamento. E’ caduta l’anima immortale, la vita eterna, sono caduti l’inferno, il purgatorio, il paradiso. Oggi la Chiesa è viva per miracolo, a dispetto di se stessa, retta solo dalla volontà di Dio. Il Vaticano II è stato una sciagura, io sono per il Vaticano III perché è meglio uno scisma dell’attuale situazione. Ci vuole un concilio perché il papato non riesce ad affrontare i problemi, Giovanni Paolo II è ambiguo, ha baciato l’anello dell’arcivescovo di Canterbury”. Un protestante. “Io spero in un Papa latino-americano perché in America c’è la fede che in Europa non c’è più”. Io speravo in un Papa negro, per anni ho sperato in Milingo, poi si è tradito e ci ha tradito, e da allora non spero più in niente.
    * * *
    “Le eresie continuano a proliferare, che Cristo non sia l’unica via di accesso a Dio ma solo una della tante l’ha sostenuto un teologo della Pontificia Università Gregoriana, padre Dupuis, in un libro intitolato ‘Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso’”. Basta il titolo. “E’ stato censurato da Ratzinger, il che fra l’altro dimostra che è lui il vero Papa, che è lui a mantenere l’ecclesialità della Chiesa. La ‘Dominus Iesus’ non doveva essere un documento del Sant’Uffizio, doveva essere un documento del Papa. La ‘Dominus Iesus’ testimonia che in Vaticano, nonostante tutto, c’è la coscienza che le cose così non vanno. Da un po’ di tempo il Papa parla più di parrocchie e meno di movimenti, c’è il tentativo di ridare un ruolo al sacerdote, ma non basta tornare indietro, bisogna anche avere il coraggio di dire che si torna indietro”.
    * * *
    Baget Bozzo predica bene e razzola male. Anziché l’abito talare, la tonaca con la lunga fila di bottoncini che rese elegante perfino Nanni Moretti (“La messa è finita”, 1985), indossa il clergyman, che dovrebbe bastare la parola. Se c’è ancora qualcuno capace di mostrarsi possibilista gli si spieghi che è l’abito venuto in voga presso i pastori protestanti americani, scimmiottato in Italia dopo il solito concilio, per ragioni di mimetizzazione, per rendere i preti somiglianti a sindacalisti però di quelli che non hanno fatto carriera, a insegnanti cinquantenni precari, ovvero a impiegati poveri, ciò che i preti, a forza di sembrare tali, so-no effettivamente diventati. Se non si vuole che le religioni si equivalgano anche gli abiti devono differenziarsi. Baget Bozzo ha portato la tonaca per due anni nell’europarlamento, resistendo alle ironie di Craxi, poi l’ha gettata alle ortiche quando è stato sospeso a divinis e in quel posto l’ha lasciata anche dopo essere stato riammesso. Percepisce il mio rimprovero silenzioso e mi porta a piccoli passi, a passi piccolissimi, a buffi passettini veloci, nella camera dove dietro la cyclette c’è il servitore muto con la giacca appesa. Sul bavero sinistro è applicata una croce normale, sul bavero destro una croce speciale, una croce smaltata di rosso presa a Santiago di Compostela, con il braccio inferiore a forma di spada. “E’ in funzione antiislamica, legata al culto di Santiago Matamoros”. (Lo statuone bellicoso che i mollicci preti spagnoli vorrebbero togliere dal santuario per non disturbare i loro amici moros, i maomettanos). Vabbè, è un’attenuante.
    * * *
    A proposito di Spagna. “I vescovi spagnoli stanno pagando il loro pacifismo perché Dio vede e giudica. I vescovi baschi si sono rifiutati di condannare l’Eta? Bene, ora la pagheranno con il matrimonio omosessuale… Io ho conosciuto Gonzales, ho conosciuto Mitterrand, ho conosciuto Delors, erano socialisti ma credevano in qualcosa, Zapatero non crede in niente, è un nichilista. A proposito di Italia. “Berlusconi difende la legge naturale. Forza Italia è il partito che difende le posizioni della Chiesa sulla vita, il partito grazie al quale è stata vietata la fecondazione eterologa”. A proposito di Mondo. “L’Onu e l’Europa sono nichiliste, Bush invece è cristiano”.
    * * *
    “Io non posso che essere un eremita, vivo qui nell’eremo”. L’eremo di Carignano. “Sono un cattolico di una chiesa dispersa ma ho un popolo, un popolo che non legge Ravasi, un popolo che se non ci fosse non ci sarebbe nemmeno il Foglio”.
    * * *
    La domanda per me fondamentale:
    come la mettiamo col porgere l’altra guancia, come facciamo ad essere guerrieri cristiani? “Porgere l’altra guancia non significa non poter combattere, il Vangelo distingue l’ordine religioso da quello politico, è Gesù che ha detto ‘Date a Cesare quel che è di Cesare’. Porgere l’altra guancia significa cambiare il proprio cuore. Il cristianesimo non ha mai negato la natura, fino al giorno del giudizio ci sarà il mondo, ci sarà il peccato. Il cristianesimo ha canonizzato i guerrieri, domani per esempio è san Venceslao”. No, san Venceslao è oggi. “E’ vero, è oggi. San Venceslao era il duca di Boemia, dovette partecipare a guerre, a duelli, perché ci sono dei diritti-doveri naturali a cui nessuno si può sottrarre”. La legittima difesa.
    A questo proposito avrei qui san Roberto Bellarmino:
    “Compito di un buon principe, al quale è affidata la protezione del bene comune, è impedire che le parti corrompano il tutto. Di conseguenza se non può conservare integre tutte le parti, deve piuttosto recidere una parte che lasciar perire il bene comune”.
    “Potresti ricordare anche Marco d’Aviano o san Giovanni da Capestrano, che lottò contro gli eretici hussiti e predicò la crociata. I turchi avevano preso Costantinopoli e stavano risalendo i Balcani per aggredire il cuore dell’Europa. Giovanni percorse tutta l’Europa per mettere in piedi un esercito, che risultò un esercito raffazzonato, senza alcuna preparazione militare, tanto che i suoi comandanti, sfiduciati, volevano patteggiare coi turchi. Giovanni si oppose, insistette per la guerra e nel luglio del 1456, a Belgrado, contro ogni aspettativa i turchi vennero sconfitti e l’Europa salvata”. Pertanto quei rabbini israeliani, quelli che hanno firmato il documento in cui c’è scritto “Chiunque venga per uccidere, uccidilo per primo”, hanno torto a considerarci smidollati in quanto cristiani.
    Noi siamo smidollati in quanto smidollati, Cristo non c’entra.
    “La pace non è mai stata un principio assoluto per la Chiesa. Nella sua storia non c’è mai stato un intervento come quello di Giovanni Paolo II contro la guerra in Iraq. La singola obiezione di coscienza la capisco ma la Chiesa prima d’ora non ha mai detto a un intero popolo di non combattere. Nemmeno ai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Oggi i cristiani sembrano diventati una categoria a parte, un branco di pecorelle beate, né grazia né natura. In questa posizione c’è molto gnosticismo antico, secondo me la linea pacifista è gnostica, contiene una componente eretica, è la negazione della legge naturale. C’è anche qualcosa di eversivo perché se si impedisse l’uso della forza cadrebbe l’ordine civile”.
    * * *
    Le porte dell’inferno prevarranno? “Non prevarranno”. Nel Vangelo di Luca, dove dice “Il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra”, non mi ricordo mai se alla fine della frase c’è un punto interrogativo o un punto e basta. “C’è un punto interrogativo”. E quindi Matteo e Luca si contraddicono: le porte dell’inferno non prevarranno ma forse non rimarrà la fede sulla terra. “Non si contraddicono: le porte dell’inferno non prevarranno ma forse, a credere, rimarrano in pochissimi”.
    * * *
    Che tristezza, cambio argomento proponendo a Baget Bozzo di andare a pranzo in qualche posto qui dei dintorni, tentativo fallito, lui a pranzo mangia solo pesce bollito e una mela, la sera più o meno lo stesso, si concede qualche strappo solo il sabato e la domenica. Tocca rimanere inchiodati allo scontro di civiltà, digiuni, senz’acqua né vino. Vengono i brividi, nello studio. Come mai il condizionatore a tutta birra in questa stagione? “Mi piace il freddo”. Forse capisce che il freddo piace solo a lui e si alza per spegnere o almeno abbassare l’aggeggio infernale.
    * * *
    “Hai letto il libro di Marco Politi?” Me ne guardo bene, tanti anni fa ero un ragazzo facile, cercavo di uniformarmi, insomma leggevo Repubblica, dovetti smettere di farlo proprio perché non sopportavo che il vaticanista fosse un nemico del Papa. Tutti i giorni a tirargli i piedi, uno stillicidio, una tortura cinese, cercavo di saltarla quella pagina ma non c’era niente da fare, ci andavo a sbattere anche senza volerlo. Come se la rubrica Judaica sul Sole 24 ore la tenesse David Irving, lo storico negazionista. Una rubrica anticattolica quotidiana, ci vuole anche una bella costanza. Tutto il resto del giornale non costituiva un problema. Non me ne importava niente di quello che scriveva Scalfari, mai letta una riga di Scalfari, mai nemmeno un attacco di editoriale, lo giuro, mai letta una riga di Scalfari come mai letta una riga di Andrea De Carlo, uno ha la barba e l’altro non ce l’ha ma questo e quello per me pari sono, nei rispettivi campi sono entrambi forme esemplari di midcult, mentre Politi non era così immediatamente riconoscibile ed evitabile, in fondo era uno che dava notizie e non opinioni da inzuppare da Babington nel tè delle cinque, volenti o nolenti toccava dargli un’occhiata, e mi accorgevo solo a metà articolo che la notizia era tendenziosa, maliziosa, velenosa, e che colui che firmava era un nemico della Chiesa, del Papa, di Gesù Cristo, della Madonna e di tutti noi cristiani. Oggi però non saprei, è da tanto che l’ho perso di vista. “Il suo è un bel libro, solo che tutta la Chiesa vi appare di sinistra”. Ecco, era da dire, è rimasto quello di una volta, per lui il tempo è passato invano, nemico della Chiesa, del Papa, di Gesù Cristo, della Madonna e di tutti noi cristiani.
    * * *
    Baget Bozzo va un po’ tradotto, sia quando parla che quando scrive. Ha pubblicato tanti libri, confesso di aver letto solo “Profezia” che mi è piaciuto ma di cui non ho capito nemmeno il sottotitolo: “Il cristianesimo non è una religione”. Boh. Nella premessa prova a spiegarlo: “Il cristianesimo è una ontologia mistica ed escatologica”. Io la parola ontologia non so mai che significhi, l’ho letta mille volte e tutte le volte devo andare a prendere il dizionario:
    “Scienza che studia l’essere in quanto essere”. Riboh. Capisco meglio René Girard quando dice che il cristianesimo è (anche) un’antropologia.
    L’ontologia proprio no, assomiglia inoltre a una parola orrenda, oncologia. Un consiglio fraterno: io l’ontologia la lascerei perdere, troverei un sinonimo. Eviterei anche di scrivere frasi come la seguente: “L’Uno e l’Unico rivela così la sua originaria molteplicità, la molteplicità come unità dell’unità”. Magari è un concetto importante, proprio per questo va reso in altra forma. Almeno provarci.
    * * *
    Per che cosa combattiamo? “Io combatto per difendere la linea della vita contro la linea della pace. La linea della vita è tradizionale, quella della pace è gnostica. Il Papa dovrebbe scegliere, non si può essere nello stesso tempo contro la fecondazione eterologa e contro la guerra. I pacifisti sono abortisti, nella loro pace c’è il contrario della vita. La Chiesa non può essere pacifista perché ha delle verità da difendere. La Chiesa non può ignorare il problema dell’ordine civile, non può pensare di declassare lo Stato e affidare tutto all’Onu, perché solo lo Stato porta la spada”. Lo spadone di Santiago Matamoros di cui abbiamo così bisogno.
    * * *
    Molto prima di Alain Besançon, che comunque va benissimo perché ripetere giova, e anzi non basta mai, Baget Bozzo ha scritto a lungo della falsa somiglianza tra cristianesimo e maomettanesimo, della favola bella di Abramo padre comune, insomma di tutta la rava e la fava panmediterranea. Noi papalini non possiamo definire la politica di Giovanni Paolo II come fa Ceronetti, nell’aggiornamento 2004 del suo vertiginoso “Viaggio in Italia” (Einaudi), come un “prolungato, ostinato filoislamismo woityliano”. Ma certo non riusciamo a capire il disegno, perché il disegno molto ben nascosto da qualche parte ci sarà, di un pontificato iniziato con tutt’altro tono sotto il segno di Maria, il segno più cattolico che ci sia. “Ma l’islam non è il problema, il problema è precedente, sta nella caduta dottrinale, nel disarmo spirituale che ha fatto perdere il senso dell’unica vera religione. La Chiesa si è socializzata e secolarizzata”. Protestantizzata. “Secolarizzata, che è peggio che protestantizzata. Proprio mentre sale una domanda di spiritualità, perché la gente avverte il mistero per se stesso. L’islam prolifera nel vuoto, non a caso il maggior numero di conversioni avvengono in Francia che è il paese più scristianizzato”. Ma siccome le porte dell’inferno non prevarranno, qui dall’eremo di Carignano si vedono anche segni buoni? “Si intravede una rinascita cattolica che però passa attraverso i singoli, cioè in modo contrario a quello che il concilio auspicava. La Chiesa cattolica, che ripeto è viva per miracolo, per volontà di Dio a dispetto di una gerarchia ambigua, è sostenuta dai santi nascosti. Mentre l’ortodossia cattolica oggi si ritrova nella Chiesa ortodossa”. Sbatti e risbatti contro il soffitto basso della liturgia contemporanea, gli spiriti più sensibili finiscono sempre col sentirsi attratti dalla verticalità di Bisanzio, senza per questo doversi divincolare dall’abbraccio di Roma, siccome extra ecclesiam nulla salus. Fece così Cristina Campo dopo il ’68, rifugiandosi al Russicum di via Cattaneo, all’Esquilino: seminario pontificio ma con rito orientale.
    * * *
    Fuori la casa di Baget Bozzo l’aria e la luce di Carignano. Alti palazzi ottocenteschi, solidi, divisi da strade larghe, alberate. Salgo verso il culmine della collina, dov’è appoggiata la grandiosa chiesa a croce greca: Santa Maria Assunta di Carignano, progetto cinquecentesco di Galeazzo Alessi, l’architetto del milanese Palazzo Marino.
    Da piazza Carignano scendono strade sempre più ombrose mano a mano che affondano nel brulichio di Genova. Sulla larga facciata rossa incorniciata dalle torri grezze, non intonacate, sopra il portale c’è l’altorilievo della Madonna che assurge in cielo in mezzo a un volo d’angeli. Sotto il portale, seduta sulla soglia, oggi san Venceslao c’è una ragazza dai capelli neri.
    Non è frequente vedere una bella ragazza dai capelli neri, da sola, seduta sulla soglia di una bella chiesa.
    Direi anzi che è una scena statisticamente improbabile.
    Mi godo la preziosa visione ruotando panoramicamente a 360 gradi: Genova, il porto, il mare, e di nuovo la facciata dell’Assunta. E sopra la chiesa il cielo, solcato da nuvole in corsa. La ragazza dai capelli neri penserà che sono scemo o ubriaco. Sono un vecchio bagnino, invece, e pur non avendo difficoltà ad abbordare chicchessia in qualunque momento in qualunque luogo questa volta decido che no, non sporcherò con le mie confuse libidini questa visione di Carignano, con l’Assunta che sta per spiccare il volo ed esattamente sotto di lei la ragazza dai capelli neri che aspetta qualcosa o più probabilmente qualcuno, e intanto mi guarda mentre giro su me stesso.
    Fukuyama, Huntington, Novak e Putnam hanno i loro motivi per combattere (vedi Foglio 19 febbraio 2002), Baget Bozzo ha i suoi motivi per combattere (vedi sopra), io ho i miei motivi per combattere e sono l’Assunta di Carignano e la ragazza ignota dai capelli neri, seduta sulla soglia il giorno di san Venceslao.

    Camillo Langone su Il Foglio del 9 ottobre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La cupa speranza di....

    ….Maggiolini

    Como ha una stazione fascista e pulita.
    Anche l’aria è lavata perché piove, piano ma ostinato, quasi a impedire una soluzione di continuità tra lago e cielo, tra città sdrucciolevole in basso e boschi umidi sulle montagne intorno. Il treno da Milano a Como, diretto a Zurigo, era svizzero e puntuale mentre il treno che avrei dovuto prendere per arrivare a Milano era italiano e in ritardo di 75 minuti. Sono considerazioni che credo si facciano dagli anni Cinquanta, non da prima perché prima i treni arrivavano in orario, e in mezzo secolo sono state fatte così spesso da inflazionare il concetto (puntualità svizzera-ritardo italiano) fino a ridurlo a luogo comune, inservibile nelle conversazioni di un certo tono.
    E’ sempre una perdita quando una verità, anche piccolissima, diventa indicibile.
    * * *
    Monsignor Alessandro Maggiolini è seduto in uno studio silenzioso e buio del palazzo vescovile. La poca luce esce dalla lampada da tavolo, da cui pende una catenina su cui è fissata una piccola ancora. Ha un significato? (Glielo chiedo sperando che ce l’abbia, anzi mi sembra una domanda retorica, certo che ce l’avrà, sarà Cristo, sarà la Madonna, sarà lo Spirito Santo, sarà qualcosa o qualcuno da cui si spera la stabilità di questa nave senza nocchiero in gran tempesta). “Nessuno, me l’hanno regalata”.
    Io nel mio studio, sul tavolo, sugli scaffali delle librerie, sopra gli armadi o appeso ai muri, non ho nulla che non abbia un significato o una funzione. Se mi viene regalato qualcosa di insensato lo butto via subito e senza rimpianti. Ma non sono il vescovo di Como e nessuno mi chiede udienza per sapere come mai sulle quattro pareti della mia stanza c’è solo un attaccapanni in legno curvato.
    La prendo larga, partendo dall’ancoretta, per perdere tempo, per non arrivare al pericoloso dunque. Maggiolini se ne accorge, mi chiede di cominciare a fargli delle domande (delle domande un po’ più cruciali di quella sull’ancoretta). Come sta? “Un po’ meglio.” Monsignore è stato molto male e anche adesso non è il ritratto della salute: la pelata testoriana testimonia la chemioterapia a cui si è sottoposto per combattere un tumore (qui non si svela nessun segreto, tempo fa lui stesso ne parlò esplicitamente, per spiegare ai lettori l’interruzione della collaborazione al Giornale).
    * * *
    “Io della morte ho paura. La gente talvolta si stupisce e si scandalizza di questo ma io della morte ho paura”.
    Altrimenti non si curerebbe.
    “Mi curo fino a un certo punto, con la morte sto discutendo, sto litigando a fondo. Sulla morte ho scritto tre libri…”. Ecco, appunto, uno si intitola “Quasi sorella morte”. Perché quasi? O perché sorella? “Perché non sono capace di fare i predicozzi sulla sofferenza. Preferisco che sia il malato a prendere coscienza di ciò che sta vivendo, ed eventualmente dargli la mano. Ho paura del dolore, che è difficile da sopportare, e ho paura del giudizio di Dio. So che oggi va di moda la misericordia ed è fuori moda la giustizia ma mi pare che questo non sia Dio: Dio è misericordia al punto di esigere più giustizia della giustizia”.
    * * *
    L’alto clero difficilmente accetta di parlare e quando parla difficilmente dice qualcosa. Invece Maggiolini si è sempre sbilanciato come quando, molto prima dell’11 settembre, arrivò a dire che “non esiste un diritto di invasione dell’Italia né un dovere dell’Italia di lasciarsi invadere”, insomma è l’eccezione alla regola dell’omertà curiale.
    “Distinguerei fra quando parliamo tra di noi e quando parliamo con gli altri. Tra di noi c’è sempre più confidenza, con gli altri siamo più guardinghi. E’ anche la stampa che ci costringe a essere molto attenti, quando si dice una cosa poi la si vede sbandierata e usata in un senso o nell’altro.
    A parte il fatto che chi sta zitto fa sempre la figura dell’intelligente”.
    “Quando si parla tra preti e laici non si dice quasi niente, si ripetono clichè. Le faccio un esempio. Ho letto una scheda di una mia commissione diocesana dove si dice che bisogna mettere in luce il carisma della donna. Mi sono messo a pensare molto seriamente: la catechesi ai bambini la fanno le donne, la catechesi agli adulti la fanno le donne, le letture della messa la fanno le donne, la composizione delle preghiere dei fedeli la fanno le donne. Spesso anche la distribuzione dell’eucaristia viene fatta dalle donne”. Ma si può? Io non l’ho mai visto. “Sì, si può, con un permesso scritto del vescovo. Dopo queste riflessioni sono entrato in Duomo e mi sono detto per favore apri bene gli occhi, prova a guardare quanti uomini sono in chiesa in questo momento. Saranno stati il 4 per cento. Dovremmo mettere in luce il carisma della mascolinità, di quello della femminilità ne abbiamo a usura”.
    * * *
    In Francia non vogliono più i preti con l’abito talare nelle scuole, un problema che in Italia forse non si porrà, visto che tanti parroci, anticipando i nuovi giacobini, hanno gettato la tonaca alle ortiche per vestirsi da sindacalisti Cisl. Lei è per l’abito o per il monaco? “Se c’è il monaco c’è l’abito. Se c’è uno stile interiore di preghiera, di devozione, di sacralità, inevitabilmente ci sarà anche il tocco dell’abito. Ma su questo non sarei troppo duro, accetto qualsiasi abito decente purché si abbia il coraggio di farsi riconoscere come sacerdoti, con una crocetta”. Basta una crocetta? “Meglio la divisa, che è già un annuncio fatto. Un carissimo amico domenicano quando andava in viaggio ci teneva a indossare l’abito dell’ordine, specialmente in treno, perché sapeva che entrando in uno scompartimento vestito da domenicano sarebbe subito iniziata la discussione intorno all’argomento religioso”. Niente abito, niente annuncio, niente discussione: però Maggiolini porta il clergyman, che è una via di mezzo. “Ho sempre portato l’abito talare, ho smesso gradualmente da quando sono vescovo ma senza che questo avesse nessun senso di strafottenza, solo perché era più semplice”. Più semplice? “Però porto sempre la croce pettorale”.
    * * *
    Nella fascia superiore della parete dello studio sono appesi 100 cardinali Richelieu. Cento ritratti, cento quadri a olio di medio formato. Dico 100 ma potrebbero essere un po’ meno, non ho fatto in tempo a contarli, comunque sono un’enormità, disposti fitti su due righe sovrapposte su ogni lato dello studio. Dico Richelieu ma ovviamente non è lui, cosa ci farebbero 100 ritratti di Richelieu tutti nella stessa stanza, a Como? Però sono vestiti come Richelieu, con lo stesso abito rosso cardinalizio del cardinale all’assedio di La Rochelle, e anche di viso gli assomigliano e quindi si assomigliano tutti fra loro. Pertanto: cosa ci fanno 100 ritratti di cardinali somiglianti a Richelieu tutti nella stessa stanza, a Como? Ma sono poi cardinali? Ma sogno o son desto? La serialità dei quadri fa pensare a un Andy Warhol del Seicento, mentre il loro numero suscita un effetto ipnotico. Davanti a me, penzolante dalla lampada, continua a stare la piccola ancora senza significato, o con significato nascosto.
    * * *
    Nonostante i 75 minuti di ritardo del treno nazionale sono riuscito, un po’ di corsa ma meglio che niente, a visitare il Duomo (“il più armonicamente ibrido dei templi lombardi” scrive Gadda nelle “Meraviglie d’Italia”) e ad accendervi una candela. Una candela vera, di cera. Mi avrebbe deluso trovare candele elettriche nella chiesa numero uno di Maggiolini, mi avrebbe deluso ma non troppo stupito, ormai mi aspetto qualunque cosa, perfino i benedettini di San Giovanni Evangelista a Parma mi hanno tradito e si sono traditi (mai più, mai più avranno un’offerta da me) e peggio ancora hanno tradito la Madonna. Li avevo scelti perché chierici regolari e non secolari (cerco regole atemporali, il secolo ce l’ho già abbastanza sul collo), perché sempre vestiti col saio nero, perché davanti all’altare della Vergine c’era sempre un fitto brulicare di lumini. Da una domenica all’altra i lumini sono scomparsi. Al loro posto candele elettriche, quasi tutte spente perché un conto è fare un regalo alla Madonna un altro conto è farlo all’Enel. Questi monaci pregano tanto ma ragionano poco, non credo che potessero permettersi un tracollo delle offerte. Quindi sono fuggito in Duomo, infestato dai turisti ma ancora dotato di un paio di altari fiammeggianti. Non è che a Maggiolini faccia tutto questo discorso, pari pari come lo scrivo qui, ma quasi. Monsignore, mi dica, il mio è un delirio? “La sacralità ha sempre un margine di delirio. Se si vuole dare un senso alla candela il senso è questo: metto questa candela davanti alla Madonna perché continui a tener vivo il sentimento che provo per lei anche quando uscirò di qui e andrò, mettiamo, a fare la spesa. Visto in questo modo è poesia. Letteralmente è poesia”. Sì, poesia (della candela come poesia mi sono innamorato all’istante). “E’ poesia perché è un gesto fatto per niente, devozione pura. E’ come regalare delle rose a propria moglie nell’anniversario del matrimonio: le rose non servono a niente, sarebbe più utile regalare della frutta, ma proprio per questo il gesto è più bello, è puro simbolo. A me le candele elettriche sembrano davvero una presa in giro”.
    * * *
    Traditi dall’Africa di Milingo, dalla Spagna di Almodóvar e Zapatero, dall’Europa a maggioranza culattona, sembra che tutte le riserve spirituali siano bruciate. Con chi faremo la Resistenza Cristiana? Con l’America Latina? “La riserva è l’America Latina…”. Ah, bene. “…fino a quando lo sarà”. Un’aspirante suicida è meglio che stia lontano da Maggiolini, se a inizio frase mette una speranza è per toglierla alla fine, lasciando in uno sconforto ancora maggiore. “Non illudiamoci”. Non sia mai. “In quei paesi la vita morale lascia molto a desiderare”. E’ proprio quello che ce li fa piacere (lo penso ma non lo dico e anche le due-tre righe che seguono sono monologo interiore). Pure in Europa la vita morale lascia molto a desiderare, con una differenza: qui gli immorali (specie le immorali) sono depressi, laggiù gli immorali (specie le immorali) sorridono. “C’è il senso della preghiera. Alcuni popoli sono molto seri, altri sono meno attenti. Comunque non sarei troppo entusiasta della chiesa dell’America Latina perché con la teologia della liberazione ha perso gran parte delle sue caratteristiche, ha finito per cedere a una visione ideologica”. Ci siamo giocati anche loro. “Così sarà anche per l’Africa. Aspettiamocelo. Ci sono già fior di teologi che stanno rivedendo la teologia cattolica in questo senso. Ciò darà luogo a molte ostilità”. Ostilità dentro la Chiesa, tra le sue diverse componenti, ostilità fuori dalla Chiesa, tra religioni e irreligioni. Siamo quindi perduti? “Lo so che non le sto dando molte soddisfazioni ma entri in una chiesa, rimanga in fondo e guardi il colore delle chiome”.
    Bianche? “Bianche”. Io però Monsignore conosco un detto che fa così: quando la carne è frusta l’anima si fa giusta. E’ sempre accaduto che i vecchi fossero più devoti dei giovani, i ragazzi che oggi vanno nei multisala a ingrassarsi di coca e popcorn con l’andare degli anni, quando l’idea della morte farà capolino nelle loro teste vuote, cominceranno a venire in chiesa. Monsignore mi guarda con un sorriso di compatimento, scuote la testa, continua a elencare motivi di pessimismo. “A Milano ci sono 160 aule scolastiche vuote perché il 47 per cento degli studenti di scuola superiore non vuole usufruire dell’ora di religione. Bisogna essere pronti anche agli scacchi”. Non c’è proprio niente e nessuno in cui si possa sperare, i movimenti, i singoli, i santi? “Spero nella preghiera dopodichè spero nelle persone di buona volontà, persone che badino ai semplici e non agli intellettuali. La Chiesa cattolica è sempre stata una Chiesa di popolo e non di élite”.
    * * *
    Arruolarsi nella Resistenza Cristiana, chi lo avrebbe detto. Chi lo avrebbe detto dodici anni fa, quando felici e fessacchiotti andavamo a trans in via Stalingrado, quando andavamo a giocare alla roulette a Venezia sul Canal Grande, palazzo Vendramin Calergi scusate se è poco, e io vincevo sempre, cioè quasi sempre, mai grosse vincite ovvio, grazie a un mio sistemino tranquillo dedotto dai libri di Cesare Lanza, e chi vinceva più forte pagava il motoscafo del ritorno, chi lo avrebbe detto quando il pensiero dominante erano i tessuti delle camicie, trovarne di bellissimi e rarissimi, un oxford blu ad esempio, quando le Church si accumulavano nell’armadio tutte perfettamente lucidate ognuna col suo bravo tendiscarpa comprato in via Cerva a Milano. Quando il brivido era Vittorio Sgarbi, senza ancora un capello bianco, fotografato da Helmut Newton appena reduce dalla 24 ore del Majestic, sette donne in un giorno solo. Quando andavamo alla messa della Ghiaia, Reggio Emilia, anche per guardare il culo delle donne nell’atto di inginocchiarsi, e poi sul sagrato il problema era dove andare a mangiare, se nel posto dove fanno meglio i tortelli verdi o in quello dove fanno meglio i tortelli gialli. Quando i migliori stilisti della letteratura italiana scrivevano di guerre araldiche, “L’ombra di Moro” di Sofri, “Gibilterra” di Zeichen, o goliardiche, “La guerra degli Antò” di Silvia Ballestra. Quando il papa era una roccia polacca, quando Fukuyama parlava di fine della storia e noi subito a crederci, era così bella la favola. Se tutto fosse continuato liscio oggi sarei a Como a comprare sete, a rivedere Terragni e i maestri comacini, a infoltire una rubrica parallela a Maccheronica denominata Puttanesca, una guida letteraria alle professioniste come neanche Simenon e Graham Greene, a visitare villa Pisani Dossi, a imbarcarmi in direzione di Bellagio per cenare al Grand Hotel Villa Serbelloni. Mai avrei pensato di finirci per parlare con un vescovo malato, in una stanza buia, dentro una messinscena rubata all’Eliot più angosciante:
    “Quando i miracoli cesseranno, e i fedeli diserteranno…”.
    * * *
    Perché Dio ha smesso di suscitare santi? “I santi può essere che non si vedano ma che ci siano, i santi fanno di tutto per non mostrarsi”. Ma quei bei santi con le stimmate, le levitazioni, il dono dell’ubiquità? “Per conoscere i santi bisogna essere un po’ santi, e magari ci sono santi che fanno miracoli diversi ma li fanno, bisogna avere la pazienza di scoprirli”. Si vede che sono impaziente. “C’è da sperare, e non uso spesso la parola speranza…”. Non la usa quasi mai. “La uso poco. C’è da sperare che la vita religiosa che stiamo imbastendo si riveli così fatiscente che a un certo punto qualcuno dica meglio il martirio, che senso ha stare qui a cincischiare, meglio il martirio”.
    Ma il Colosseo è uno spartitraffico e di leoni non se ne vedono più nemmeno al circo. “Oggi il martirio lo si realizza con l’irrisione. Oggi la cella del martire è il mondo”.
    * * *
    Lo chiedo sempre: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? “A Natale uscirà un mio libro con questo titolo, pubblicato dalla Rizzoli con cui mi ha messo in contatto il caro Armando Torno”. Se nel titolo c’è la domanda, nel testo c’è la risposta? “No, non c’è, ho messo in luce che è una domanda capace di creare intorno a sé una serietà estrema. E’ ora di smetterla con i giochetti alla Von Balthasar”. Il teologo che parlò di inferno vuoto? “Precisamente disse che si doveva sperare che l’inferno fosse vuoto. Io so solo questo, che dopo quella frase si è cominciato a dire che l’inferno era una favola inventata per spaventare i bambini e da lì si è arrivati a questa melassa di cristianesimo in cui viviamo oggi. Non ci sono nemmeno più le eresie, perché per esserci le eresie da una parte ci vogliono delle certezze dall’altra. C’è soltanto una gran confusione”.
    * * *
    Questo mi ricorda Alain Besançon, che ha detto: “Quando una chiesa non sa più cosa crede, né perché lo crede, scivola verso l’islam senza rendersene conto. E’ quello che è accaduto in massa e in poco tempo ai monofisiti di Egitto, ai nestoriani di Siria, ai donatisti dell’Africa del nord, agli ariani di Spagna”. “Sì, non è la prima volta che chiese locali fiorenti scompaiono nel nulla, basta pensare alle comunità a cui scriveva san Paolo, agli efesini, ai colossesi, e poi alle chiese di Alessandria, Cartagine, Ippona… Sono rimasti solo dei ruderi”. Bisogna impegnarsi per non fare la fine degli efesini, per non diventare materiale per archeologi, ma su questo punto a Maggiolini non chiedo altro, sono già sufficientemente immalinconito e non vorrei sentire la risposta che diede ad Andrea Tornielli per il Giornale: “Mi chiedo se il nostro continente, con la cultura marcescente che lo invade, meriti ancora di esistere”.
    * * *
    Al ritorno la stessa storia dell’andata, solo che il dio delle ferrovie la srotola cominciando dalla fine: treno svizzero pulito e puntuale, treno italiano sporco e ritardato. Nel vagone svizzero profumato e abitato da una linda signora di lingua tedesca e da una coppia di innamorati italiani molto ammodo, nel vagone italiano dove qualcuno fumava anche se non avrebbe dovuto, dove italiani e stranieri viaggiavano in prima col biglietto di seconda, provo a leggere Marco Politi, “Il ritorno di Dio”. Non ce la faccio, non ho il papavero con me e non vorrei che il nervoso mi scatenasse il coccolone, non ho intenzione di morire in treno come Adriano Olivetti nel ’60. C’è perfino una prefazione di Eugenio Scalfari, che è come far scrivere l’introduzione al catalogo di Michelangelo da Laszlo Toth, l’ungherese demente che nel ‘72 prese a martellate la Pietà gridando “Sono io Gesù Cristo! Sono io Gesù Cristo!”. Apro quindi Pascal, il cui travaglio fatalmente offre un po’ di pace. “Poiché la natura ci rende sempre infelici in qualsiasi stato…”. Bene, bene. “Bisogna non si possa dire di un tale che è un matematico o un predicatore, ma che è un gentiluomo”. Ottimo, ben detto. “Tutto ciò che serve solo all’autore non vale nulla”. Sta parlando di me? Se questo articolo serve solo all’autore che l’articolo bruci, che l’autore muoia e non se ne parli più.
    * * *
    Allora concludo con Maggiolini, con quello che Monsignore ha detto alla fine dell’incontro. “Il fenomeno che si è verificato, la messa in comune di tutte le religioni, è derivato dal fatto che si è persa la dimensione della verità. La religione è diventata un’emozione, addirittura un umore. Se si studiassero le religioni una per una, con serietà, ci si accorgerebbe che è una sciocchezza e una mancanza di rispetto dire che una religione vale l’altra. Il dio di Maometto non si commuoverà mai, non si incarnerà mai, non morirà mai, perché è Allah, il Lontano. Il dio di Buddha non riuscirà mai a concretizzarsi in una personalità con cui entrare in contatto, perché è il nulla nel quale ci si perde. Se si studiassero le religioni molte delle attuali discussioni finirebbero, specie quelle sul musulmanesimo, perché sono un parlare di niente. Se si studiasse il cristianesimo si scoprirebbe che non è in primo luogo una dottrina o una morale o un rituale o una disciplina ma è un fatto, la resurrezione di Cristo”. Maggiolini poi dice, come Baget Bozzo, che il cristianesimo non è propriamente una religione, e a Como come a Genova questa non la capisco. Se la capissi non credo che la apprezzerei a dovere. Religione dal latino religare, ossia legare, è quello che ci vuole per mettere in forma un gruppo di umani stupidi e ferini. I dieci comandamenti sembrano indispensabili alla società come gli spaghi per il cotechino: niente spago niente cotechino, ma solo uno sfasciume macinato, carne da cannone, trippa per gatti. “Adesso arriva l’islam che va osservato con molta serietà ma bisogna anche guardare avanti e prepararsi all’arrivo dell’India, all’arrivo della Cina. Bisogna essere pronti”. Siamo pronti? “No, non siamo pronti. La Chiesa non è pronta a un confronto serio né con l’islam né con le altre religioni. A furia di voler andare d’accordo con tutti ha finito col trovarsi d’accordo con tutti”.
    * * *
    “Avanti di questo passo non troveremo più il coraggio e nemmeno la chiarezza per esprimere le nostre certezze. A me viene il patema d’animo quando ascolto preti che continuano a dire che c’è la speranza, che c’è il Signore che guida, sì, eccome, c’è la speranza, c’è il Signore che guida, però c’è anche Mauriac che ha scritto che l’ottimismo è la virtù degli imbecilli”.

    Camillo Langone su Il Foglio del 16 ottobre

    saluti

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