Non basta il pacifismo a vincere le elezioni
L’equazione secondo cui se la guerra va male va male anche il governo che la combatte, non è sempre vera. Non è ancora detto che lo sia nel caso americano, non lo è stato sicuramente nel caso australiano, dove l’opposizione laburista aveva giocato le sue carte sul ritiro del contingente dalla palude irachena entro Natale. La coalizione guidata dal primo ministro John Howard, che si è così guadagnato il suo quarto mandato diventando il più longevo uomo politico dell’isola-continente, ha vinto senza grandi difficoltà le elezioni di sabato. Così la guerra in Iraq, che era un po’ passata in secondo piano negli ultimi mesi, si è riaffacciata prepotente. I 900 uomini che gli australiani hanno mandato nel Golfo, primo paese a farlo dopo Usa e Gb, resteranno dove sono.
E’ pur vero che l’Iraq è lontano, che l’Australia non ospita una grossa comunità araba e che gli australiani, militari o civili, non hanno conosciuto la stessa barbara epopea attraversata da altri membri della coalizione, a cominciare dagli italiani. E sarà bene ricordare che i soldati erano duemila, che le polemiche non sono mancate e che Howard deve aver temuto più volte che la sua fede incrollabile nell’alleanza con Blair e Bush avrebbe potuto danneggiarlo. Ma il vecchio conservatore ha tenuto duro e rintuzzato le accuse, provenienti anche dalla sua stessa amministrazione, secondo cui la guerra in Iraq, osteggiata da buona parte dell’opinione pubblica giovanile e urbana delle grandi città, aveva reso l’Australia più insicura.
Forse questo è stato il punto vincente. In realtà l’Australia è un paese sicuro e il problema è semmai oltre le sue frontiere, come insegna la bomba di Bali o quella più recente all’ambasciata di Giacarta. L’altra carta vincente è stata, come spesso accade, l’economia. Mentre il mondo ha conosciuto rallentamenti e recessioni, l’Australia è riuscita a cavarsela bene, tanto che Howard intende andare avanti col suo programma di privatizzazioni. Quanto ai laburisti è il momento del mea culpa. Il «tutti a casa» può non bastare.




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