Memorie di un appestato. Parla il giudice processato dal suo ex cancelliere
Palermo. Via Tunisi è una stradina che s’affaccia sul mercato popolare del Capo, dove i nomi di vicoli, piazze e catoi ricordano ancora i Beati Paoli, gli anni ribaldi dei roghi e i povericristi, come la Vecchia dell’aceto, che la Santa Inquisizione dava alle fiamme anche per una strampalata accusa di stregoneria. Si chiama via Tunisi, ma potrebbe essere ribattezzata via dei Magistrati Atturrati. Perché al numero 8, il primo palazzo antico per chi arriva da via Volturno, ci abita Pietro Giammanco. Mentre al numero 6, trenta metri più avanti, in direzione di via Pignatelli Aragona, c’e la casa di Giuseppe Prinzivalli.
Li ricordate?
Giammanco e Prinzivalli erano due magistrati onorati e riveriti. Ora sono semplicemente due uomini bruciati.
L’antimafia militante, quella dei puri venuti a Palermo per schiacciare gli impuri, li ha tenuti per anni appesi all’albero dei sospetti. Poi ha acceso le braci di un processo senza fine e li ha rosolati per benino, a fuoco lento, senza risparmio di rancori e crudeltà.
Atturrati, appunto.
Certo la giustizia – si dice così, no? – alla fine ha trionfato. L’assoluzione è arrivata, e con formula piena.
Ma la loro pelle, nel frattempo è diventata nera per le piaghe e la vergogna.
E non c’è medicina - racconta Prinzivalli al Foglio – “che possa farti dire: ecco, questo è un bel giorno”.
Via Tunisi ti racconta la stessa storia. Fino a dieci, undici anni fa era considerata una strada ad alto rischio: impietosa zona rimozione, soldati armati fino ai denti sul marciapiede, la gente che non poteva fermarsi un istante con l’auto sotto il portone di casa, “per colpa” del procuratore capo della Repubblica di Palermo, Giammanco, e del procuratore capo della vicina Termini Imerese, Prinzivalli, che abitavano lì e, dato il rango, avevano diritto all’Acca24, come si dice in gergo; cioè a una vigilanza strettissima, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Oggi è una via normale di Palermo: doppia fila quando e come vuoi, niente zona rimozione, senza soldati né uomini di scorta. Eppure Giammanco e Prinzivalli abitano ancora lì. Non hanno mai traslocato. Sono stati semplicemente bruciati. Atturrati. Giammanco, dopo essere stato prosciolto in istruttoria, ha lavorato per qualche anno in Cassazione. Poi ha capito che non tirava più aria e se n’è andato in pensione.
Lo stesso ha fatto Prinzivalli. Ha resistito un po’ e poi, nel 1996, quando si è reso conto che gli avevano già acceso la legna sotto i piedi, ha lasciato il palazzo di giustizia giurando che non ci avrebbe mai più messo piede.
Invece lo hanno costretto per undici anni a salire e scendere, come imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, le scale di tribunali e corti d’appello.
Fino a venerdì scorso, quando la Cassazione ha riguardato le carte del processo e ha deciso, una volta per tutte, che le dichiarazioni dei pentiti – pazientemente raccolte dai coraggiosi magistrati che volevano incastrarlo – altro non erano che una recita da teatrino parrocchiale. Anche le pietre avrebbero potuto accorgersi che dietro quelle accuse c’era veleno e nulla più.
Ma Prinzivalli – a differenza del suo amico Giammanco, che non si è seduto nemmeno sul banco degli imputati – ha avuto la sventura di incontrare Antonina Sabatino.
Che era stata cancelliere, nella stessa corte d’Assise dove lui era sostituto procuratore generale. Ma poi studiò per vincere il concorso e diventare giudice. E quando fu nominata presidente del collegio chiamato a processare, in quel di Caltanissetta, il suo ex superiore, non ebbe alcuna esitazione.
Anzi. I difensori dell’imputato sollevarono subito una questione di opportunità, parlarono anche di legittima suspicione e la invitarono cortesemente a farsi da parte.
Ma lei andò avanti decisa e tagliente. Fino alla condanna: dieci anni di carcere.
“Sì, la conoscevo bene”, ricorda Prinzivalli. “Non avevamo rapporti stretti, ma nemmeno posso dire che ci scontravamo, che eravamo sciarriati, come si dice da noi. E nemmeno posso dire che un cancelliere, diventato giudice, debba per forza recitare il ruolo del cattivo. No, il fatto che avessimo lavorato insieme, io da magistrato e lei da cancelliere, c’entra poco e non spiega tutto”. Su questo punto Prinzivalli non cede. La sua vicenda – “un fuoco grande”, continua a chiamarlo – non può essere ridotta alla storiaccia, per quanto paradossale di un risentimento o di un rancore.
Era il tempo, sostiene, in cui la sinistra giudiziaria per dare la spallata definitiva alla Prima Repubblica, aveva bisogno di avere le mani libere e di eliminare ogni fastidioso organo di controllo. Il primo della lista, si capì subito, era Corrado Carnevale, detto l’ammazzasentenze perché ai metodi sbrigativi e persecutori dell’antimafia chiodata, tentava di opporre le ragioni del diritto. Seguivano gli altri. E tra gli altri c’era Prinzivalli, che dopo la sentenza del “Maxi ter”, uno stralcio del primo maxiprocesso a Cosa nostra, quello istruito da Giovanni Falcone, fu non a caso definito, dagli ayatollah del palazzo di giustizia, il “Carnevale secondo”.
Un altro ammazzasentenze, insomma.
“Certo, forse alla signora Sabatino stavo antipatico: lei veniva da una scuola che mal digeriva il mio garantismo”, continua Prinzivalli.
“Ma si possono appioppare dieci anni di carcere per un’antipatia, per quanto incarognita? Certo, dall’inizio del processo ho capito subito che c’era un atteggiamento particolare. Vedevo che i miei avvocati, Roberto Tricoli e Vittorio Mammama, facevano una domanda e lei non l’ammetteva; proponevano una prova e lei non l’ammetteva, chiedevano di sentire un teste e lei non l’ammetteva. Però erano in tre, nel collegio: ero antipatico a tutti e tre? E poi c’è stata la Corte d’appello, che ha solo ridotto la pena a otto anni, mandandomi la visita fiscale a casa, quando ero già ammalato di tumore. E poi c’è stata la richiesta di una misura di prevenzione: hanno detto che ero socialmente pericoloso. Questo accanimento aveva un solo scopo: io ero, mio malgrado, un simbolo e colpendo me volevano dare un altro segnale ai pochi garantisti ancora in circolazione. Ecco da dove è nato questo processo da inquisizione, forse l’unico processo a un magistrato in cui la difesa non ha tenuto le arringhe finali. I miei avvocati ave-vano ricusato la Sabatino, la Corte d’appello aveva ammesso che c’era animosità nei miei confronti, ma l’aveva lasciata al suo posto. E lei ha continuato, divenendo ancora più aggressiva. Fino al momento in cui i miei difensori si sono spogliati per protesta della toga e hanno rinunciato alle arringhe. Allora il tribunale mi nominò un difensore d’ufficio e gli diede tre giorni per studiare un processo lungo due anni e otto mesi. Lui si alzò e disse solo che chiedeva la mia assoluzione. Non poteva fare altro, poveretto. Ma i giudici, con la Sabatino in testa, mi appiopparono dieci anni”.
“No, la tesi dell’antipatia non regge. La verità è che io ero garantista e loro volevano mettere sotto processo la mia sentenza, quella del maxi-ter. Trovarono pendagli da forca, prezzolati, come quel Marino Mannoia che vive in America sotto garanzia di impunità, pronti a dire di me ogni scempiaggine. Ci fu, per esempio, quel certo signor Cancemi, Salvatore Cancemi, che mi accusò di avere ricevuto ‘na vurza china i piccioli’, una borsa piena di soldi, per aggiustare il processo e scrivere nella motivazione che non esisteva la responsabilità verticistica della commissione di Cosa Nostra. Disse che glielo aveva confidato Totò Riina, il boss dei corleonesi, l’uomo delle stragi. Dimostrammo allora che non era vero, che la tesi della Cupola, come struttura che tutto vede e tutto decide, non era stata toccata dalla mia sentenza. E allora i miei giudici cambiarono idea e tentarono di sostenere che i mafiosi mi avevano pagato per smontare il teorema Buscetta, in base al quale i boss rispondono di un delitto anche se non è provato il loro consenso. Dissero che io e Corrado Carnevale eravamo complici, che addirittura eravamo stati in contatto per smontare sentenze di comune accordo. Fecero fuori me a Caltanissetta, come hanno fatto fuori Carnevale a Palermo. Io oggi, a 73 anni, sarei primo presidente della Corte d’appello, e avrei un mio peso sull’amministrazione della giustizia a Palermo. Invece, da otto anni, sono solo un povero pensionato che se incontra un collega viene salutato a stento, solo per carità di patria”. “Certo, c’era il clima di emergenza. In quegli anni, parlo dei primi anni Novanta, i morti ammazzati per le strade non si contavano nemmeno. Ma l’emergenza è propria di uno stato di polizia, non dello Stato di diritto. Il giudice è il servo della legge, non deve lottare contro la mafia. Certo, con questa o quella legge, si possono adottare pene più severe o allungare i termini di custodia cautelare Ma nessuno può mai imporre ai giudici di comportarsi come combattenti o di trasformare Buscetta in un vangelo buono per tutti i processi. Sarebbe la fine. A parte il fatto che la nostra sentenza non fu assolutoria, infliggemmo secoli di carcere e sette ergastoli. Ciò nonostante, eravamo però riusciti ad affermare una questione di diritto: che la responsabilità penale è una responsabilità personale. Niente di più”.
“In questi anni ho conosciuto la pavidità, la paura degli uomini. Io che ho seguito i miei principi senza lasciarmi mai influenzare dal clima di emergenza o dalla logica del branco, ne ho avuto la prova provata; perché ho perso per strada quasi tutti i colleghi, anche quelli che prima mi erano stati amici. Ricordo che nel processo di primo grado, quando decisero di infrangere persino il sacramentale segreto della camera di consiglio, chiamarono a testimoniare il mio ex giudice a latere del Maxiter, Fabio Marino, un bravo ragazzo. Ancora oggi non mi sento di criticarlo. Eppure lui ebbe il coraggio di tirare fuori in aula tre foglietti per dimostrare alla corte che alcune parti della motivazione della sentenza, la motivazione ‘incriminata’, le avevo aggiunte io, scrivendo a mano. Disse che i tre fogli li aveva ritrovati per caso nel bunker dell’Ucciardone, dopo anni e anni dalla conclusione del processo. Ma io tuttora non gliene voglio: in quel momento chi avrebbe mai rischiato di difendere uno come me, un appestato?”. “Era il clima, mi dicono. E forse chi lo dice non sbaglia. Ma quando mi fecero la perquisizione in ufficio non c’era un motivo vero, serio, per farmela: eppure mi notificarono quell’atto, firmato pure da Fausto Cardella e Ilda Boccassini, i pm dei processi Andreotti a Perugia e di Mani pulite a Milano, all’epoca applicati a Caltanissetta per seguire i processi sulle stragi di Palermo. Nel decreto c’era scritto che mi contestavano il fatto di avere smontato, per conto di Cosa nostra, le responsabilità penali della terribile cupola mafiosa. Dunque la prova, se di prova si poteva parlare, era la sentenza, che era pubblica. Che senso aveva dunque la perquisizione, che cosa cercavano? Forse l’unico scopo era di sbattere il mio nome sulle prime pagine dei giornali. Pensate: un procuratore che subisce una perquisizione, non solo in ufficio ma pure a casa. Che vergogna. Fui sputtanato subito”.
“Umiliazioni ne ho subite. Le pare poco la storia della misura di prevenzione, manco fossi stato un bandito di strada? Per anni non sono uscito a cena coi miei familiari. Già il cognome era diventato pesante e se la gente li vedeva con me, finivano per imbarazzarsi. La prima cena con i miei figli l’ho fatta l’altro ieri, dopo l’assoluzione. Un momento di gioia? Certo, ma ormai chi crede più a queste cose? La verità è che ci hanno cucinati per benino. E ora, mi dica lei: una giustizia che consente forzature così scellerate può ancora chiamarsi giustizia?”.
saluti




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