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  1. #81
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    ovvio che sono i telespettatori
    ma se leggi ti fa capire anche dell'altro
    voci dicono di 4 milioni di euro

  2. #82
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    In Origine Postato da Malik
    Ovvio lo dici ora.

    Le voci...adesso siamo alle voci.


    Sei assurdo.
    detto da chi rompe e spara cazzate di continuo.. fa un po ridere
    comunque l'ho sentito in un canale satellitare
    non so se comparira nei giornali

  3. #83
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    In Origine Postato da jonny
    detto da chi rompe e spara cazzate di continuo.. fa un po ridere
    Non fa ridere.
    Farebbe ridere in un Paese normale; in questo nostro, invece, questi "tizi" sono i vincitori.
    Quelli di loro che, più o meno, si son resi conto del disastro conseguente al loro voto, si vergognano in silenzio; i più coraggiosi fanno professione di scuse.
    Questi, invece, sono convinti (addirittura) di sfotteri.

    Ci fosse ancora la buon'anima di Fellini, li avrebbe scritturati tutti come macchiette per un qualsiasi film grotteso.

  4. #84
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    La destra «riforma» il codice militare:
    galera per i giornalisti che raccontano la guerra

    di Toni Fontana

    (articolo)

  5. #85
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    In Origine Postato da MrBojangles
    La destra «riforma» il codice militare:
    galera per i giornalisti che raccontano la guerra

    di Toni Fontana

    (articolo)
    lo stavo appunto leggendo

  6. #86
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    In Origine Postato da jonny
    lo stavo appunto leggendo
    Sai; i "polveroni" (tipo Frattini in europa o Fini alla farnesina o le quotidiane balle bananas) sono MOLTO comodi, al regime, per far passare (se non li si sgama) tutte queste "cose" che MOLTO hanno a che fare con la P2 e poco con la Democrazia, con la Costituzione (che ripudia la guerra) e con la libertà di stampa e d'opinione.

    Chi glie le fa sapere, 'ste "cose", agli "esclusivi" utenti dell'informazione unica?

  7. #87
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    Predefinito Una riflessione...

    L’epoca dei giornalisti prigionieri della politica
    Una professione in crisi? Di notizie e della possibilità di darle.
    E di collaboratori che lavorano anche a 500 euro al mese

    Michele Sartori
    DALL’INVIATO AOSTA Stamattina Francesco Loscalzo è il ritratto della felicità. Notte brava al casinò, cinquanta euro investiti, cinquecento guadagnati. Le pupille gli fanno euro-euro: “Ti rendi conto? E’ un mese di lavoro”. Dài… “Giuro”. Ah, questi giornalisti strapagati. Francesco ha 24 anni, è il più giovane delegato al congresso della federazione della stampa a Saint Vincent, lavora da cinque anni alla Gazzetta del Mezzogiorno, sede di Potenza. Una gavetta che comincia a farsi lunga. Lavora a cottimo, raccoglie notizie, le scrive, dà una mano in redazione, a fine mese presenta la lista dei pezzi. Quanti? “Anche cento al mese”. Pagati? “Cinque euro e sedici centesimi netti la cronaca. Tra i 10 e gli 11 lo sport”. Una partita vale il doppio di un omicidio. Francesco è un precario, ma i suoi amici di scuola, quando lo incontrano per via Pretoria, lo fermano, adulatori: “Hai fatto carriera!”. Almeno sei letto. “Nooo. Mi vedono in tv, sullo sfondo di qualche ripresa…”.
    Michele Concina, inviato del “Messaggero”, sta sul picco opposto della carriera. Michele, come li vedi i giornalisti? “Un mistero. Ormai la maggioranza corposa è fatta di quelli che in redazione non si vedono mai”. Sfaticati? “Al contrario. Parlo del collaboratore da Montecuccoli a cinque euro la notizia, tenuto alla larga dalla redazione con le mitragliatrici. I giornali sono atomizzati. Restano i controllori del traffico, quelli che fanno cucina. Quelli che scrivono o sono i pochi famosi per qualche ragione, o la massa degli ignoti: delle non-persone”. E’ per questo che i giornali passano per brutti? “La mia teoria è questa: i giornali italiani sono brutti perché non c’è domanda di informazione di qualità”. Perché non c’è domanda? “Perché siamo arrivati alla seconda generazione di rincoglioniti dalla tv”.
    Paolo Serventi Longhi, alla fine largamente rieletto per la terza volta segretario della Fnsi, parla di “due giornalismi”: il mondo dei garantiti, quello dei precari. I giornalisti assunti a tempo indeterminato sono più o meno dodicimila, e sempre meno entusiasti: concentrati in redazioni scollegate dal mondo, “chiusi nel loro particolare, disillusi, scettici”. La galassia del collaboratore, del corrispondente a borderò, del contrattista a termine, del cococo, del cocopro, del free lance che suona bene e rende male, è il doppio, il triplo, chi la conta più, rappresenta “almeno i due terzi dei giornalisti italiani”. L’informazione si fa al risparmio. Si risparmia sul lavoro, non sui gadget, sulla qualità, non sulla quantità. “La qualità è subordinata alle esigenze commerciali”, sospira Serventi, “gli inserzionisti diventano i controllori dell’informazione”.
    “Embe? E io che ssò? Faccio parte dei nuovi giornalismi? ‘Ssò una free lance? Eh no! Io sono una libera professionista, e basta”, s’imbufalisce Cinzia Romano. Una volta stava all’Unità, alla cara vecchia Unità. Adesso si è messa in proprio con una agenzia di immagine. Cinzia, ti va bene? “Benissimo”. Ti piace? “Certo che sì. A parte certi clienti che non mi vanno giù”. Però li devi accettare. “In quei casi alzo i prezzi a livelli sproporzionati”. E loro? “Pagano, purtroppo”. Purtroppo? Ma insomma, visto da qui il “nuovo giornalismo” non equivale necessariamente a precariato.
    Il giornale si continua a vendere poco, le tv sono di pessima qualità, la pubblicità è l’oggetto di un sanguinario arraffa-arraffa, il giornalista è crollato nella scala sociale, nella considerazione, nel rispetto, nella credibilità, tutto vero, e un po’ come al solito. Ma al congresso – mai come questa volta, dice chi ha partecipato ai precedenti – l’attenzione è puntata oltre, alla “politica”. Si usa questo termine perché è il preferito dall’opposizione interna alla Fnsi, dalle correnti più di destra: è politica, cioè, occuparsi di tutto ciò che va al di là dei contratti, del sindacalismo in senso stretto. Carlo Parisi, presidente del sindacato calabrese, dichiara orgoglioso: “Noi non abbiamo mai aderito a scioperi con sapore politico”. Perché? “I giornalisti sono lavoratori con famiglie a carico, non missionari”. Si intuisce la distanza dal giornalista “cane da guardia” del potere. Qua, nemmeno un bau.
    E’ politica, dunque, l’indignazione di Elisa Anzaldo, Tg1, che a metà congresso affronta il tema “autonomia e indipendenza dell’informazione”, che ridere. Lo fa giusto mentre è presente in prima fila il ministro Gasparri. Gasparri via via si innervosisce, si agita, sfila il telefonino e si concentra in misteriose chiamate, Elisa lo rimbrotta, il ministro se ne va indignato, incidente diplomatico… Elisa, ma che dicevi di così sconvolgente? “Mah, sai, partivo dalla considerazione che il Tg1 è sempre stato, mettiamola così, sensibile ai governi in carica. Ma adesso non rappresenta neanche il governo”. E non è bene? “Magari”. Perché? “Perché rappresenta il presidente del consiglio. Abbiamo toccato il fondo dei fondi. Tant’è che siamo stati definiti un monumento al servilismo”. Da Fassino? “Da Marco Follini”. Nel momento dello scatto d’ira di Gasparri, poi, Elisa stava sventolando una delibera disciplinare dell’ordine lombardo dei giornalisti. Un ammonimento ad Emilio Fede. Fede aveva inviato una lettera di censura ai suoi giornalisti: perché dopo la legge-Gasparri “nessuno ha avuto la dignità di dire grazie” al ministro.
    Elementare, Watson: quella lettera è la prova provata di chi è stato favorito dalla “Gasparri”. Povero ministro. Sommerso dai “buuuh” all’uscita. Definito da Raffaele Fiengo “Ministro dei Beni di Berlusconi”.
    “Politica” è occuparsi dei conflitti di interessi, delle interferenze politiche, della privatizzazione della Rai, dei poco rassicuranti movimenti finanziari attorno ai grandi quotidiani, dei sospetti “codici etici” che stanno dilagando, della legge sulla diffamazione o di quella straordinaria riforma del codice penale militare approvata in senato, che ammannisce il carcere a chi diffonde notizie sulle missioni militari all’estero. “I poteri forti preferiscono i giornalisti embedded”, riassume il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca. Serventi Longhi annuncia “una nuova vertenza nazionale sull’informazione in Italia”. E lo slogan più gettonato negli interventi? E’ “riprendiamoci la professione”: che vuol dire tornare a trovare notizie (e magari, dopo, a darle).

  8. #88
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    Predefinito Re: Una riflessione...

    In Origine Postato da MrBojangles
    L’epoca dei giornalisti prigionieri della politica
    Una professione in crisi? Di notizie e della possibilità di darle.
    E di collaboratori che lavorano anche a 500 euro al mese

    Michele Sartori
    DALL’INVIATO AOSTA Stamattina Francesco Loscalzo è il ritratto della felicità. Notte brava al casinò, cinquanta euro investiti, cinquecento guadagnati. Le pupille gli fanno euro-euro: “Ti rendi conto? E’ un mese di lavoro”. Dài… “Giuro”. Ah, questi giornalisti strapagati. Francesco ha 24 anni, è il più giovane delegato al congresso della federazione della stampa a Saint Vincent, lavora da cinque anni alla Gazzetta del Mezzogiorno, sede di Potenza. Una gavetta che comincia a farsi lunga. Lavora a cottimo, raccoglie notizie, le scrive, dà una mano in redazione, a fine mese presenta la lista dei pezzi. Quanti? “Anche cento al mese”. Pagati? “Cinque euro e sedici centesimi netti la cronaca. Tra i 10 e gli 11 lo sport”. Una partita vale il doppio di un omicidio. Francesco è un precario, ma i suoi amici di scuola, quando lo incontrano per via Pretoria, lo fermano, adulatori: “Hai fatto carriera!”. Almeno sei letto. “Nooo. Mi vedono in tv, sullo sfondo di qualche ripresa…”.
    Michele Concina, inviato del “Messaggero”, sta sul picco opposto della carriera. Michele, come li vedi i giornalisti? “Un mistero. Ormai la maggioranza corposa è fatta di quelli che in redazione non si vedono mai”. Sfaticati? “Al contrario. Parlo del collaboratore da Montecuccoli a cinque euro la notizia, tenuto alla larga dalla redazione con le mitragliatrici. I giornali sono atomizzati. Restano i controllori del traffico, quelli che fanno cucina. Quelli che scrivono o sono i pochi famosi per qualche ragione, o la massa degli ignoti: delle non-persone”. E’ per questo che i giornali passano per brutti? “La mia teoria è questa: i giornali italiani sono brutti perché non c’è domanda di informazione di qualità”. Perché non c’è domanda? “Perché siamo arrivati alla seconda generazione di rincoglioniti dalla tv”.
    Paolo Serventi Longhi, alla fine largamente rieletto per la terza volta segretario della Fnsi, parla di “due giornalismi”: il mondo dei garantiti, quello dei precari. I giornalisti assunti a tempo indeterminato sono più o meno dodicimila, e sempre meno entusiasti: concentrati in redazioni scollegate dal mondo, “chiusi nel loro particolare, disillusi, scettici”. La galassia del collaboratore, del corrispondente a borderò, del contrattista a termine, del cococo, del cocopro, del free lance che suona bene e rende male, è il doppio, il triplo, chi la conta più, rappresenta “almeno i due terzi dei giornalisti italiani”. L’informazione si fa al risparmio. Si risparmia sul lavoro, non sui gadget, sulla qualità, non sulla quantità. “La qualità è subordinata alle esigenze commerciali”, sospira Serventi, “gli inserzionisti diventano i controllori dell’informazione”.
    “Embe? E io che ssò? Faccio parte dei nuovi giornalismi? ‘Ssò una free lance? Eh no! Io sono una libera professionista, e basta”, s’imbufalisce Cinzia Romano. Una volta stava all’Unità, alla cara vecchia Unità. Adesso si è messa in proprio con una agenzia di immagine. Cinzia, ti va bene? “Benissimo”. Ti piace? “Certo che sì. A parte certi clienti che non mi vanno giù”. Però li devi accettare. “In quei casi alzo i prezzi a livelli sproporzionati”. E loro? “Pagano, purtroppo”. Purtroppo? Ma insomma, visto da qui il “nuovo giornalismo” non equivale necessariamente a precariato.
    Il giornale si continua a vendere poco, le tv sono di pessima qualità, la pubblicità è l’oggetto di un sanguinario arraffa-arraffa, il giornalista è crollato nella scala sociale, nella considerazione, nel rispetto, nella credibilità, tutto vero, e un po’ come al solito. Ma al congresso – mai come questa volta, dice chi ha partecipato ai precedenti – l’attenzione è puntata oltre, alla “politica”. Si usa questo termine perché è il preferito dall’opposizione interna alla Fnsi, dalle correnti più di destra: è politica, cioè, occuparsi di tutto ciò che va al di là dei contratti, del sindacalismo in senso stretto. Carlo Parisi, presidente del sindacato calabrese, dichiara orgoglioso: “Noi non abbiamo mai aderito a scioperi con sapore politico”. Perché? “I giornalisti sono lavoratori con famiglie a carico, non missionari”. Si intuisce la distanza dal giornalista “cane da guardia” del potere. Qua, nemmeno un bau.
    E’ politica, dunque, l’indignazione di Elisa Anzaldo, Tg1, che a metà congresso affronta il tema “autonomia e indipendenza dell’informazione”, che ridere. Lo fa giusto mentre è presente in prima fila il ministro Gasparri. Gasparri via via si innervosisce, si agita, sfila il telefonino e si concentra in misteriose chiamate, Elisa lo rimbrotta, il ministro se ne va indignato, incidente diplomatico… Elisa, ma che dicevi di così sconvolgente? “Mah, sai, partivo dalla considerazione che il Tg1 è sempre stato, mettiamola così, sensibile ai governi in carica. Ma adesso non rappresenta neanche il governo”. E non è bene? “Magari”. Perché? “Perché rappresenta il presidente del consiglio. Abbiamo toccato il fondo dei fondi. Tant’è che siamo stati definiti un monumento al servilismo”. Da Fassino? “Da Marco Follini”. Nel momento dello scatto d’ira di Gasparri, poi, Elisa stava sventolando una delibera disciplinare dell’ordine lombardo dei giornalisti. Un ammonimento ad Emilio Fede. Fede aveva inviato una lettera di censura ai suoi giornalisti: perché dopo la legge-Gasparri “nessuno ha avuto la dignità di dire grazie” al ministro.
    Elementare, Watson: quella lettera è la prova provata di chi è stato favorito dalla “Gasparri”. Povero ministro. Sommerso dai “buuuh” all’uscita. Definito da Raffaele Fiengo “Ministro dei Beni di Berlusconi”.
    “Politica” è occuparsi dei conflitti di interessi, delle interferenze politiche, della privatizzazione della Rai, dei poco rassicuranti movimenti finanziari attorno ai grandi quotidiani, dei sospetti “codici etici” che stanno dilagando, della legge sulla diffamazione o di quella straordinaria riforma del codice penale militare approvata in senato, che ammannisce il carcere a chi diffonde notizie sulle missioni militari all’estero. “I poteri forti preferiscono i giornalisti embedded”, riassume il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca. Serventi Longhi annuncia “una nuova vertenza nazionale sull’informazione in Italia”. E lo slogan più gettonato negli interventi? E’ “riprendiamoci la professione”: che vuol dire tornare a trovare notizie (e magari, dopo, a darle).

    D'accordo in tutto e per tutto con lo schifo che emerge dalla descrizione dell'ambiente giornalistico in un articolo di questo tenore. Ma, da che mondo è mondo, in Italia, il giornalismo è sempre stato di razza padrona. Segue sempre i poteri politici pedissequamente. Oggi non è cambiato nulla. L'unica cosa che è cambiata è che oggi chi si oppone al potere politico di oggi al massimo rischia il posto. Chi si opponeva ieri al potere poitico di ieri nelle redazioni e nella Fnsi correva il rischio di perdere la vita. Come Walter Tobagi.

    McManus

  9. #89
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    Predefinito Re: Re: Una riflessione...

    In Origine Postato da McManus
    D'accordo in tutto e per tutto con lo schifo che emerge dalla descrizione dell'ambiente giornalistico in un articolo di questo tenore. Ma, da che mondo è mondo, in Italia, il giornalismo è sempre stato di razza padrona. Segue sempre i poteri politici pedissequamente. Oggi non è cambiato nulla. L'unica cosa che è cambiata è che oggi chi si oppone al potere politico di oggi al massimo rischia il posto. Chi si opponeva ieri al potere poitico di ieri nelle redazioni e nella Fnsi correva il rischio di perdere la vita. Come Walter Tobagi.

    McManus
    Non so cosa leggi tu; io ho letto (finchè è stato in vita) Montanelli.
    Che non corrisponde affatto alla tua descrizione.
    Io leggo di tutto; persino la stampa bananas. E non ci vuole poi tanto a "identificare" la "penna a gettone".
    L'opinione che, POI, ne traggo, però, è SOLO ed ESCLUSIVAMENTE mia.

    Ed il tuo "da che mondo è mondo" può valere (con tutti i distinguo) fino alla discesa in campo; se non vi ci entra proprio, 'sta cosa, in testa ....

  10. #90
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    Predefinito Re: Re: Re: Una riflessione...

    In Origine Postato da MrBojangles
    Non so cosa leggi tu; io ho letto (finchè è stato in vita) Montanelli.
    Che non corrisponde affatto alla tua descrizione.
    Io leggo di tutto; persino la stampa bananas. E non ci vuole poi tanto a "identificare" la "penna a gettone".
    L'opinione che, POI, ne traggo, però, è SOLO ed ESCLUSIVAMENTE mia.

    Ed il tuo "da che mondo è mondo" può valere (con tutti i distinguo) fino alla discesa in campo; se non vi ci entra proprio, 'sta cosa, in testa ....
    Abbiamo - incredibile - qualche cosa in comune… Anch'io ho letto (fin che è stato in vita) Montanelli. Ed è stato l'unico, sottolineo l'unico, a cantare fuori dal coro. Non a caso è finito gambizzato (a Tobagi è andata peggio). Anche oggi io leggo di tutto, compresa la stampa bananas, compreso il Manifesto (che ritengo l'unico giornale comunque coerente con se stesso fino all'autodistruzione, come è stato per il caso della falsa vittoria di Kerry). E le "penne a gettone" sono al servizio dell'una o dell'altra faccia della medaglia di un potere che resta sempre uguale a se stesso, come nella peggior tradizione gattopardescca.

    Ora mi dirai, dal momento che leggi di tutto, che sono al servizio di Berlusconi anche i noti killer del giornalismo Gian Antonio Stella e Francesco Merlo… O l'intera redazione di Repubblica. O de l'Unità. Sulla tv (che guardo il meno possibile) il tg3 è stato espugnato, prossimo direttore Rossella.
    Siamo seri. Tutti questi, sono comunque organi di "informazione" al servizio di padri e padrini politici. O di qua o di là, l'importante è "starci". E chi non ci sta? Tace, anche se non acconsente.

 

 
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