Risultati da 1 a 3 di 3

Discussione: Modernità

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Modernità

    E' la modernità il vostro nemico

    Ma davvero è in corso una reazione anticristiana in Europa? Davvero la bocciatura di Buttiglione (certamente un episodio sgradevole per il nostro paese) deve essere vista come un caso di persecuzione dei cattolici?
    Il Parlamento europeo ha dato spesso prova di estrema political correctness, soprattutto quando eraa maggioranza socialista, ma non mi pare che sia questo il caso.
    Il nostro simpatico commissario probabilmente non ha convinto non perché sia cattolico, ma perché - sicuramente a torto – non è sembrato dare sufficienti garanzie che la sua fede cattolica non gli avrebbe impedito di rispettare il pluralismo liberale che si suppone viga nell’Unione europea.
    Forse se avesse risposto con meno Kant e più chiarezza politica, le cose sarebbero andate diversamente.
    Ma, si dice, tutto ciò rimanda ad un atto molto più grave, il rifiuto di menzionare le radici cristiane nella costituzione dell’unione.
    Su questo punto il Foglio ha condotto una campagna che mi ha lasciata molto perplessa.
    E’ legittimo sostenere l’opportunità di citare le radici cristiane; ma è assolutamente infondato inferire che l’opinione contraria equivalga a negare l’esistenza o l’importanza di quelle radici.
    Si può essere convinti del fatto storico e culturale che l’Europa nasce cristiana, e che la civiltà europea deve al cristianesimo più che a qualunque altra delle sue numerose radici storiche e culturali, senza perciò pensare che sia il caso di inserire questo riferimento in una costituzione, che non è un discorso storico, ma un disegno istituzionale. Non c’è niente di anticristiano nel non citare espressamente le radici cristiane, la cui esistenza non può non essere riconosciuta da tutti, mentre il loro rilievo per il funzionamento delle istituzioni non è da tutti giudicato nello stesso modo.
    Si può pensare per esempio che il liberalismo, in parte erede del cristianesimo, che si esprime direttamente nell’architettura istituzionale degli Stati e – si spera –anche in quella dell’unione, lo ha sostituito nel ruolo di ossatura dell’identità storico-culturale dell’Europa. Una posizione del tutto rispettosa verso il cristianesimo, ma che considera che molta acqua è passata sotto i ponti delle città europee dal tempo in cui si poteva effettivamente dire “Christentum oder Europa”.
    Detto ciò, mi rendo ben conto che il nocciolo del problema sta altrove: è quello che con la solita precisione ha indicato Sofri nell’articolo del 15 scorso, e riguarda il modo in cui ci poniamo nell’immane conflitto che è in corso nel mondo. Il Foglio pensa, con una chiarezza che non è frequente in Italia e nemmeno in Europa, che si tratti di una guerra mondiale, non meno gigantesca e pericolosa della seconda o della terza e che in questa guerra, come in quelle, la vita e l’identità dell’occidente sia a rischio; e crede pure che la Chiesa cattolica sia un alleato essenziale in questa guerra, per rafforzare gli elementi di identità che invece il relativismo liberal indebolisce.
    Condivido interamente la prima proposizione, ma non condivido la seconda.
    Credo che siamo in una guerra terribile scatenata dal fanatismo di una parte dell’islam e credo che l’occidente sia a rischio di sopravvivenza; e sebbene veda, come tutti, i guasti e i difetti del nostro modo di vita, non credo affatto che il mondo sarebbe migliore se non fosse dominato, come oggi è, dai valori e dai modelli occidentali. Concordo anche sul fatto che i paesi europei, con l’eccezione ovvia dei britannici, stanno gravemente sottovalutando il problema e stanno colpevolmente e futilmente giocando sugli errori americani per trarne dubbi e malintesi benefici. Da ciò deriva il disagio che provo nel mio campo politico, quello della sinistra, che per miope tatticismo, ma purtroppo anche per limiti culturali di fondo, ha preso e continua a prendere posizioni del tutto inadeguate. E lo dico pur riconoscendo i nobili sforzi di Piero Fassino per arrivare ad una posizione un po’ più ragionevole.
    Eppure provo altrettanto disagio nel vedere il Foglio cadere in questo che considero un errore altrettanto grave: pensare che la capacità di risposta dell’occidente si rafforzi rafforzando gli elementi identitari più tradizionali (quando non conservatori) a scapito di quelli liberali.
    Intanto, come matter of fact, non mi pare che la Chiesa cattolica sia un così saldo alleato contro l’islam. Spesso e volentieri la Chiesa ha cercato e coltivato l’alleanza con l’islam (certo non quello fanatico) contro la modernità occidentale, per esempio sulla questione della limitazione delle nascite e dei diritti delle donne.
    E il terzomondismo - padre legittimo dell’attuale ideologia noglobal - è cattolico ancor più che di sinistra.
    La Chiesa è con tutta evidenza piuttosto filopalestinese e filoaraba. Anche con qualche buon motivo, quale quello di evitare di farsi trascinare in una guerra di religione.
    E c’è bisogno di ricordare che gran parte del mondo cattolico è percorsa da forti sentimenti antiliberali e anticapitalisti, che hanno prodotto non rare convergenze con la sinistra movimentista?
    Ma lasciamo stare le questioni di fatto, che sono poi le più opinabili.
    Stiamo alle idee, che sono il nostro pane, e che solo potranno (forse) consentirci di vincere la guerra al terrorismo.
    Che i cattolici identifichino l’identità europea, o quella occidentale tout-court, con il cristianesimo cattolico, e lo considerino quindi un baluardo essenziale in questa battaglia, è del tutto comprensibile. Meno comprensibile che siano dei non cattolici a farlo, esprimendo l’impossibile desiderio di essere dei “cristiani militanti”. Ma per militare – e noi ex-comunisti lo sappiamo bene – ci vuole la fede, una fede profonda. Non si può militare senza fede: si rischia l’eccesso, e perfino qualche volta il ridicolo. Dovrebbe bastarci parteggiare, con passione e razionalità.
    Parteggiare per i valori dell’occidente, sapendo che non sono Verità Assolute ma il meglio che la storia ha prodotto, e che lo sono anche perché pretendono di valere per tutti, e non solo per noi che siamo nati in questa parte del mondo. I nostri valori sono la libertà individuale, l’eguaglianza dei diritti, il pluralismo etico e istituzionale (che non è relativismo), e noi sappiamo che possono reggere solo se si estendono a tutto il pianeta.
    Però sono un risultato storico, che va preso come un insieme. Non possiamo prendere la libertà individuale e lasciare il mercato, come vorrebbero fare alcuni a sinistra. E non possiamo prendere il mercato e la libertà individuale e lasciare la libertà delle donne, come vorrebbero fare alcuni a destra.
    E neanche possiamo prendere la libertà, il mercato, la democrazia e lasciare il dominio della scienza o la libertà sessuale o l’autonomia degli individui.
    Voglio dire che, se è giusto prendersela con il relativismo e con il multiculturalismo malinteso, è un eccesso di spirito militante fare equazioni affrettate tra laicismo liberal e nichilismo. Ovvero tra le proposte laiciste di Zapatero e il poco eroico ritiro dall’Iraq. Ho fortemente disapprovato il ritiro; non ho ragioni per disapprovare o approvare il resto, nel senso che non so quale fosse la situazione precedente, per esempio, dell’insegnamento della religione cattolica o del finanziamento delle scuole cattoliche. Può darsi che ci fosse un privilegio per i cattolici. In tempi ormai lontani, quando ero responsabile culturale del nuovo Pds, ho sostenuto una durissima battaglia (che oggi appare vana) per il riconoscimento e il finanziamento delle scuole private. Non credo di essere imputabile di atteggiamenti laicisti o anticonfessionali. Ma, ovviamente, la mia battaglia era per la scuola privata e non per la scuola cattolica in quanto tale, che non ritengo debba avere privilegi di sorta.
    Altra cosa è la questione del matrimonio gay. Non mi entusiasma. E anch’io non capisco bene quale sia la molla che spinge ad avanzare questa rivendicazione. Tuttavia mi sto chiedendo quali sono gli argomenti che giustifichino il rifiuto, e non ne ho ancora trovati di buoni. L’accesso di un nuovo largo gruppo di persone al matrimonio non può essere inteso in nessun modo come un indebolimento del matrimonio stesso; se mai ne sarà un rafforzamento. Il nichilismo non c’entra nulla; l’argomento che si sfascerebbe la famiglia e quindi la società assomiglia troppo a quelli usati contro il divorzio per essere credibile. Il divorzio non ha sfasciato la famiglia; non lo farebbe neanche il matrimonio gay. La famiglia è cambiata profondamente nella sua storia, e in particolare negli ultimi cento anni. Ciò che appare come causa di cambiamenti molto spesso ne è l’effetto e il sintomo.
    Appellarsi a un modello fisso di famiglia non ha senso.
    La verità è che ci accade di provare ripugnanza di fronte a comportamenti che sconvolgono i nostri schemi mentali (in questo caso l’idea tradizionale – ma già per tanti aspetti arcaica – del matrimonio).
    La ripugnanza è legittima, ma non può essere la base di giudizi morali né tanto meno di scelte legislative.
    Discutiamone.
    Ma, se vogliamo restare nell’ambito dell’occidente, e non privare di coerenza e di efficacia la nostra difesa della civiltà occidentale, dobbiamo usare argomenti rispettosi della priorità dei principi di libertà e di eguaglianza dei diritti.
    Gli argomenti di stile comunitarista – tipo: che cosa diventerà il nostro mondo se... –hanno il loro peso, possono essere presi in considerazione, ma devono necessariamente cedere il passo.
    E’ questa la differenza specifica della civiltà occidentale.
    Si può e si deve essere attenti alle ragioni della famiglia e delle comunità, convinti dell’importanza dei corpi intermedi nella società, e del bisogno degli individui di nascere e crescere dentro relazioni affettive e sociali non giuridicizzate e non politicizzate. Si può e si deve richiedere che le risorse collettive sostengano le comunità a partire dalla famiglia.
    Altra cosa è mettere la conservazione e l’autoconservazione della famiglia e di una qualunque comunità (anche di quella nazionale) al di sopra dei principi di libertà, di eguaglianza dei diritti, di pluralismo.
    Non si può essere, sino a prova contraria, liberali e comunitaristi insieme. E, del resto, bisognerebbe riflettere che la deriva multiculturalista non è che l’altra faccia e il contraddittorio effetto del comunitarismo, anche se l’una è (prevalentemente) di sinistra e l’altro è (prevalentemente) di destra.
    Non si può essere liberali e comunitaristi; e nemmeno si può essere liberali e antimoderni.
    Qui vengo al nodo principale, quello della procreazione assistita e della “sindrome Frankenstein” che essa provoca in molte persone, di destra e di sinistra, cattolici e laici.
    Una malattia da cui avrei creduto immune il Foglio.
    La legge che Sofri definisce “brutta e cattiva”, e che io definisco semplicemente inapplicabile, sarà probabilmente sottoposta a referendum. Non credo che sia da temere la divisione del paese; sarà invece, nonostante l’inevitabile propaganda e lo scatenamento ideologico di entrambi gli schieramenti, l’occasione per una discussione pubblica, di cui c’è bisogno. Su questo, credo, siamo d’accordo.
    E sul resto? Non dirò certamente –né lo dice la bioetica da voi detta “faustiana” – che l’embrione sia materia indifferente (o ricciolo di materia, se si vuole soccorrere con una leziosa immagine il debole pensiero).
    Direi così: l’embrione è vita umana ma non vita personale.
    E quindi è dotato di un intrinseco valore morale, e deve essere tutelato.
    Ma, non essendo vita personale, il suo valore morale non è assoluto.
    In parole povere, questo significa che si può intervenire sull’embrione “per buone ragioni morali”. Nel caso dell’aborto, questo punto di vista si traduce nel fatto che non ci si limiti a depenalizzare l’aborto (con varie ipocrisie come nella legge tedesca, che lo considera reato ma non punibile), ma si stabiliscano dei limiti alla libertà riconosciuta alla donna di abortire. Nel caso della genetica, la discussione pubblica dovrebbe per l’appunto vertere su questo punto: quali sono le buone ragioni morali che possono giustificare una manipolazione dell’embrione? Permettere alla medicina di guarire gravi malattie, consentire a coppie sterili di essere genitori, sono ragioni morali sufficientemente buone rispetto al valore dell’embrione? Io penso di sì. Si può pensare di no. Quello che proprio non c’entra è tutto questo armamentario polemico – un po’ orrorifico, ammettiamolo – sulla fabbrica dei figli, sull’eugenetica, ecc., che alla fine approda ad una generale demonizzazione della tecnica, contrapposta alla natura. Come se nella specie umana fosse possibile distinguere la natura dalla tecnica.
    L’uomo ha una vocazione tecnica, e non solo a partire dall’Ottocento. Ce l’ha dalla sua nascita, sia che la raccontiamo col mito evoluzionistico, sia che la raccontiamo col mito religioso. I nostri progenitori, il primate che ha sollevato un osso usandolo come uno strumento o un’arma, o Adamo che ha preso la mela e non ha rispettato i limiti posti alla sua vita nel giardino della natura, hanno compiuto una scelta irrevocabile.
    L’uomo è tecnica, tutta la nostra vita è artefatto, non solo nel mondo sviluppato ma anche nei luoghi più arretrati. E’ ora di rassegnarsi: non siamo pastori dell’essere, ma scienziati e tecnici. O meglio, l’essere sta nella scienza e nella tecnica, e nelle forme di vita che su queste basi si sono sviluppate.
    Temere l’espansione della tecnica nella vita è dunque un controsenso. Non c’è ragione per temere la tecnica, o la mentalità scientifica, più di quanto temiamo in generale la natura umana. Anzi, oserei dire che i maggiori pericoli nella storia dell’umanità non sono venuti dalla scienza e dalla tecnica, ma semmai dalla religione e dalla politica.
    E’ in questi campi che la natura umana ha dato il peggio di sé.
    La storia della ricerca non è miracolistica, ma non è certo tra i prodotti peggiori dello spirito umano.
    Frankenstein non è lo scienziato, Frankenstein siamo noi umani, il demoniaco che è in tutti gli uomini e le donne.
    Questo è del resto uno dei punti principali del confronto con l’islam (e del conflitto interno all’islam): se vogliamo affidare lo spirito umano a tecnici e scienziati, o a sacerdoti.
    Che senso ha dunque appellarsi ai processi naturali o peggio al diritto naturale? Ferrara ha insistito molto, in questa polemica, sulla sorpresa che la venuta naturale di un figlio dovrebbe costituire. Certo, è bella la sorpresa. Ma presuppone una coppia felice, non solo senza problemi di sterilità e di salute, ma anche senza problemi economici, e senza problemi di pianificazione familiare per qualunque ragione: per esempio il lavoro della donna. In sostanza, la “sorpresa” presuppone la famiglia di parecchi decenni fa, prima che le donne si mettessero a lavorare, a coltivare delle ambizioni, e quindi riducessero drasticamente (anche troppo) la loro disponibilità ad avere figli.
    Basterebbe interrogare le nostre madri, però, per sapere che la sorpresa si traduceva molto spesso in un incubo mensile.
    Le donne, e talvolta con loro gli uomini, hanno sempre fatto tutto quello che hanno potuto per controllare le nascite, per pianificarne la successione.
    Adesso, semplicemente, hanno più mezzi e più sicuri.
    Anche per questo, oltre che per tanti altri motivi legati alla modernizzazione, è molto cambiato il sentimento delle donne e degli uomini verso l’avere figli. Nell’allentarsi dei legami sociali, nella caduta delle grandi fedi collettive, nello spaesamento di una vita non protetta dall’ordine tradizionale, la relazione affettiva e morale con i figli è diventata un luogo quasi esclusivo, comunque fondamentale, del senso della vita, qualcuno direbbe del sacro. Pensare che nella ricerca anche ossessiva del figlio si esprima una visione strumentale e reificata, e non invece – nelle forme più o meno banali che la vita reale ci consente – una profonda ricerca di senso, significa non comprendere uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo.
    Peccato che non lo capisca la Chiesa, che rischia così di tagliarsi fuori da sola dalla coscienza contemporanea.
    E’ più strano però che non lo capisca chi vuole essere paladino e mercenario della nostra civiltà occidentale.
    L’orrore per la tecnica, la nostalgia per una natura originaria, è solo una forma del rifiuto della modernità, che ci accompagna da quando è incominciata la civiltà industriale, distruggendo forme di vita che erano durate per molti secoli.
    Il libro di Buruma e Margalit, “Occidentalism”, che non dice cose nuove ma le dice con chiarezza, ha indicato come sono proprio queste idee occidentali, formatesi con Rousseau e il romanticismo, diffuse poi in mille rivoli nel pensiero conservatore e antimoderno – cristiano, slavofilo, apocalittico, più tardi naturista e new age – che sono passate nel fanatismo islamico a costituire un’immagine distorta e demonizzante dell’occidente.
    Certo che la modernità ha dei costi. Costi spesso dolorosi.
    Non dovremmo però fare l’errore di vedere solo i costi del modo di vita attuale, e solo i benefici di quelli passati.
    All’idea ingenuamente illuministica del progresso non serve contrapporre un’idea ingenuamente romantica della decadenza. La condizione umana è sempre un misto di male e bene: anche la caduta, come ci insegna il cristianesimo più profondo e sensibile, non è stata solo l’inizio del peccato, ma l’inizio della storia umana, cioè della storia specificamente morale. Parlare di storia morale significa mettere in primo piano la libertà morale dell’individuo. Questa è la nostra storia, queste sì sono le radici cristiane dell’Europa, che si sono sviluppate ben oltre i limiti teologici o anche culturali del cristianesimo.
    Proprio da questa prospettiva, pensare di determinare per legge che cosa è lecito e che cosa non lo è in un campo come la generazione, e quindi l’identità personale e corporea di uomini e donne, è un assurdo, è il vero peccato contro la natura divina dell’uomo.
    La legge dovrebbe soltanto porre dei limiti minimi, garantire la salute, provvedere strumenti di controllo. Ma mai in modo tale da coartare le scelte soggettive. Altra cosa è la discussione pubblica, che dovrebbe essere molto più vasta e profonda di quanto avvenga oggi nel nostro paese.
    Claudia Mancina

    CLAUDIA MANCINA insegna Etica dei diritti alla facoltà di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma e fa parte della direzione dei Democratici di sinistra, dopo essere stata responsabile delle politiche culturali del Pds e membro della segreteria dal 1994 al 1996.
    Il suo ultimo libro è “Oltre il femminismo. Le donne nella società pluralista” (Il Mulino, 2002).

    Da Il Foglio del 21 ottobre

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Ferrara risponde: siamo laici....

    ….appassionati non militanti senza fede

    Questo intervento di Claudia Mancina è una lettera al Foglio, splendida.
    E’ chiara, priva di pregiudizi, appassionata nel dissenso, fondata su una percezione delle cose che affratella l’autrice al giornale e alla sua linea editoriale, civile, politica, etica sulle questioni che contano.
    Vorrei pubblicarla e basta, con i ringraziamenti.
    Oppure rispondere semplicemente:
    quello che l’autrice della lettera-intervento pensa è evidente di per sé, c’è soltanto da riflettere, ogni commento sarebbe di un’imbarazzante prolissità, inutile. Scelgo invece di rispondere punto per punto, convinto che con un interlocutore di questo livello e stile, in un panorama culturale e di stampa incline alla piccola manipolazione e alla piccola propaganda, è decisivo discutere e ridiscutere, a beneficio nostro e dei nostri lettori, fino allo spossamento, fino all’estenuazione.
    Parto dalle affermazioni della Mancina che secondo me, ma potrei sbagliarmi perché Mancina è una lettrice attenta delle cose che critica, non corrispondono alla linea di interpretazione dei problemi espressa sulle colonne del giornale che state leggendo. Con la premessa, che la Mancina merita: può essere che noi abbiamo adoperato talvolta un linguaggio equivoco, che si presta ad essere descritto come lei lo descrive.
    Ma ecco le cose in cui non ci riconosciamo.
    1 - “Reazione anticristiana” e “persecuzione dei cattolici” non sono formule nostre, sono esagerazioni in cui non siamo caduti.
    Nel caso Buttiglione ci siamo limitati, ma con la solita forza polemica che cerchiamo di usare per non associarci ai tiepidi o ai bolliti, a denunciare il tradimento di un sacro principio liberale da parte di coloro che hanno bocciato il commissario designato sulla base delle sue idee personali e del suo credo cattolico, incuranti della distinzione tra morale e legge, tra etica e diritto. Che ci sia, nell’ideologismo il quale ha portato a questo scempio di un’ovvietà liberale, un sostrato di inimicizia verso il cattolicesimo, quando è impersonato da suoi seguaci non multiculturali, non decisamente aperti a un’interpretazione relativista e indifferenziata del senso e del valore delle religioni, e della loro religione, ci sembra di poterlo affermare con sicurezza.
    Attenzione, però, solo per la precisione: Buttiglione può non stare simpatico a molti, ma anche nell’espressione del suo credo non ha brandito la croce in forma intimidatoria, ha espresso opinioni e convincimenti compatibili con il pensiero cattolico ecumenistico, postconciliare.
    Sarà per etichetta un integralista, ma non si è comportato come tale. Inoltre non abbiamo mai considerato illegittimo il voto che lo ha bocciato, ci limitiamo a considerarlo contraddittorio con le premesse pluraliste e liberali di chi lo ha espresso, e ce ne rammarichiamo per il suo significato ideologico e politico.
    2. - E’ vero come dice Mancina che una costituzione è un disegno istituzionale piuttosto che un discorso storico, e che dunque le radici cristiane possono o no essere menzionate ma partendo da questo standard, che noi avremmo trascurato dicendo che la esclusione di quelle radici equivale a un rinnegamento dell’identità. Ma a noi l’identità meramente istituzionale dell’Europa che si sta costruendo non piace da ogni lato, non solo quello dell’indifferenza per la storia e in particolare per le radici cristiane di questa storia. Noi siamo per questa alternativa: o nessuna costituzione, come fanno gli inglesi, e l’Europa come zona di libero scambio, punto e basta, come amerebbero gli inglesi; oppure una costituzione come quella americana, che va letta insieme con la dichiarazione di indipendenza, dunque una costituzione consapevole della necessità di fornire, con il linguaggio moderno e acconcio e diverso da quello di Jefferson e compagnia, un’identità vera e profonda: dalla libertà economica ai diritti generali della persona, dalla separazione tra Chiesa e Stato fino al riconoscimento di qualcosa, nel sentimento del nostro tempo e anche nella storia, che sia capace di legare, secondo il significato etimologico di “religione”, una comunità di popoli e di paesi. Non è facile trovare la soluzione, ma bisogna trovarla, soprattutto oggi, nel momento in cui, come la Mancina riconosce con formidabili espressioni, è in corso nel mondo “un immane conflitto” che ci riguarda. Osservazione: non noi “clericali”, ma i profeti tonitruanti del laicismo neorisorgimentale hanno sempre invocato, che so, l’antifascismo come “religione civile” degli italiani. Segno che religione può non essere una parola inutile, dopotutto, anche in bocca a dei laici integerrimi.
    3. Mai detto nel Foglio che “la Chiesa cattolica è un alleato essenziale” dell’occidente di fronte all’immane conflitto in corso. Abbiamo criticato il Papa e i suoi sulla guerra in Iraq e su molte altre cose, con parole idonee a non cancellare l’amore intellettuale e umano che portiamo al protagonista della liberazione dell’Europa dal comunismo, all’uomo dei mea culpa e della Sinagoga e anche all’uomo della resistenza al secolo. Questa resistenza ci sembra un valore in sé, una contraddizione che testimonia il meglio della secolarizzazione di tipo liberale, la quale perirebbe nel conformismo ideologico se nessuno le si opponesse con ragioni forti, controverse, discutibili, ma il cui diritto di cittadinanza non deve essere negato. Questo è un punto molto importante: la linea del Foglio per come la si costruisce con mille difetti giorno per giorno è totalmente autonoma dal pensiero della Chiesa, che apprezziamo, quando lo apprezziamo, per la sua forza intellettuale, per la sua persuasività razionale, mai dogmatica, su questo o quel tema, perché non è detto che quel che si pensa in Vaticano o alla curia di Bologna sia meno interessante di quel che si pensa nelle school of government di Harvard o dalle parti del Dams di Umberto Eco e Gianni Vattimo (spesso è vero il contrario). La funzione della Chiesa cattolica nello scontro di civiltà, nella guerra santa jihadista e in tutto il resto, compresa la bioetica, la stabiliranno i suoi pastori, come desiderano e come ritengono doveroso per loro in base alla fede e alla dottrina, noi partiamo da un punto di vista integralmente razionale e laico, comprendendo nella ragione la possibilità della religione (non siamo un reperto del museo sovietico dell’ateismo, pur avendo una posizione chiaramente non confessionale). Per usare le parole di Mancina, noi non “militiamo senza fede”, questa è la caricatura che Repubblica fa delle nostre posizioni per sciatteria e per malizia; noi “parteggiamo con passione e razionalità”, esattamente come vuole il nostro interlocutore, e se su questo ci fosse qualche equivoco testuale, preso da quello che scriviamo, preghiamo Mancina di segnalarcelo perché nel suo intervento non ci sono prove a riguardo.
    Questo per le precisazioni indispensabili alla discussione, per adesso. Ma domani, per questioni di spazio in una seconda parte della risposta, affronteremo la vera questione posta dalla nostra Claudia Mancina, quando dice in sostanza che “il liberalismo ha sostituito il cristianesimo nel ruolo di ossatura dell’identità storico culturale dell’Europa”, per poi specificare che cosa questo per lei significhi in dettaglio a proposito di legislazione zapaterista sull’insegnamento della religione nelle scuole, e sulla procreazione assistita, il matrimonio omosessuale, la scienza e la tecnica e i nostri desideri, cioè alcune delle cose più appassionanti al mondo di cui si possa discutere con una persona così spontanea e seria.
    A domani. Non vedo l’ora.

    L’elefantino

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Non rinunciamo a definire il bene....

    ...e il male

    Come abbiamo scritto ieri, uno dei più bei risultati della campagna del Foglio sui temi dell’occidentalismo, della modernità, della bioetica, del rapporto tra religione e politica e questioni contigue è aver sollecitato una persona libera e colta come Claudia Mancina a scrivere un articolo così profondamente ragionevole, così autenticamente dialogante, perché fondato su una identità forte (la sua) che discute con un’altra identità per lo meno precisa (la nostra), insomma l’articolo pubblicato ieri in queste colonne. Ieri abbiamo cercato di sfrondare la discussione di aspetti inveritieri ed equivoci (forse anche per colpa nostra), spiegando quel che non abbiamo mai detto e quanto sia comica la caricatura delle nostre posizioni fatta in modo sciatto o malizioso (non da Mancina).
    Oggi cerchiamo di spiegare, nella forma di un commento testuale all’articolo che ci rimprovera un supposto antimodernismo, quello che vogliamo affermare o significare.
    Dice Mancina. Il Foglio cade nell’errore “di pensare che la capacità di risposta dell’occidente si rafforzi rafforzando gli elementi identitari più tradizionali (quando non conservatori) a scapito di quelli liberali”. Aggiunge:
    “Parteggiare per i valori dell’occidente, sapendo che non sono Verità Assolute ma il meglio che la storia ha prodotto, e che lo sono anche perché pretendono di valere per tutti, e non solo per noi che siamo nati in questa parte di mondo. I nostri valori sono la libertà individuale, l’eguaglianza dei diritti, il pluralismo etico e istituzionale (che non è relativismo), e noi sappiamo che possono reggere solo se si estendono a tutto il pianeta. Però sono un risultato storico, che va preso come un insieme. Non possiamo prendere la libertà individuale e lasciare il mercato, come vorrebbero fare alcuni a sinistra. E non possiamo prendere il mercato e la libertà individuale e lasciare la libertà delle donne, come vorrebbero fare alcuni a destra. E neanche possiamo prendere la libertà, il mercato, la democrazia e lasciare il dominio della scienza o la libertà sessuale o l’autonomia degli individui”. E conclude, per questa parte: il Foglio sbaglia nel “fare equazioni affrettate tra laicismo liberal e nichilismo, ovvero tra le proposte laiciste di Zapatero e il poco eroico ritiro dall’Iraq”.

    Diciamo noi. E’ un equivoco affermare che mettiamo il matrimonio omosessuale o altre riforme radicali di tipo laicista di Zapatero in connessione con il ritiro spagnolo dall’Iraq.
    La connessione l’abbiamo stabilita tra la regola numerica di Zapatero (“Il mio socialismo ciudadano consiste in questo, che se la maggioranza dice una cosa, quella è la verità”, intervista a Time magazine) e la decisione immediatamente post elettorale di ritirarsi dall’Iraq nonostante e insieme a causa dei duecento morti di Madrid per mano del terrorismo jihadista.
    Il punto è decisivo. La legislazione laicista oltranzista del governo socialista, con tutte le altre connessioni eventuali che si possano stabilire in maniera non “affrettata”, viene dopo, e come il ritiro, che viene prima nel giudizio, ha qualche relazione indiretta ma importante con la regola della democrazia numerica.
    L’individuo inteso come numero, in quella Europa che avrebbe sostituito il liberalismo al cristianesimo senza problemi, secondo Mancina, lo abbiamo visto ad Auschwitz, quando un uomo non è più un uomo ma un numero iscritto nel suo polso.
    Nell’occidente come lo pensiamo noi, la conta è numerica e individuale ed eguale per tutti, ma l’individuo o persona supera il numero, esige una definizione intersoggettiva, il rispetto delle differenze che i numeri cancellano, una base non ideale ma razionale e materiale, qualcosa di molto simile a un comandamento morale discusso e illuminato anche dalla ragione, come volevano due grandi intellettuali europei, che pensavano meglio del compianto Jacques Derrida e altri decostruzionisti: Tommaso d’Aquino e Mosè Maimonide.
    Leo Strauss diceva che “la modernità è diventata un problema”, sebbene riconoscesse che il mondo liberale moderno era una benedizione per l’uomo, e aggiungeva che una delle molle per capire le cose è “una sincera nostalgia per il passato”, intendendo per passato non ideali o valori polverosi ma il solido e roccioso pensiero che viene prima del moderno, cioè antichità e medioevo, e aggiungeva che gli uomini assennati hanno il dovere di interrogare i grandi libri senza il pregiudizio progressista un po’ stupido, senza l’idea che quel che viene dopo è necessariamente meglio di quel che c’era prima e che i grandi filosofi o sapienti li dovremmo giudicare dall’alto certi di una nostra naturale superiorità cronologica (si chiama storicismo radicale).
    Noi, cara Mancina, siamo tanto convinti che la storia sia un fattore importante della nostra cultura e identità che usiamo pochissimo e in modo sorvegliato la parola “valori”, che è metastorica e ha un fondo idealistico e un’ambiguità moralistica.
    Siamo come lei convinti, parole a parte per un momento, che i valori o criteri da lei elencati siano decisivi e che si tengano insieme, con la ovvia precisazione che se prendi il mercato prendi anche le regole le quali lo rendono possibile, e se prendi la libertà individuale prendi anche le regole che la rendono possibile, ciò che lei ha trascurato di dire e che è rilevante nella discussione. Ma l’elemento cruciale è un altro. Mancina dice che questi valori sono “il meglio” della storia occidentale anche perché
    “pretendono di valere per tutti” e “possono reggere solo se si estendono a tutto il pianeta”.
    E’ una professione di ortodossia neoconservatrice che non ci sentiremmo di sottoscrivere.
    Noi non divinizziamo la democrazia, che è churchillianamente la tecnica peggiore di comando politico ad eccezione di tutte le altre. La consideriamo indispensabile, con le sue regole e il suo sostrato e correttivo liberale (la tutela delle minoranze, l’educazione, il ruolo delle élite), ma non la divinizziamo: non siamo clericali in nessun senso.
    Pensiamo invece, molto semplicemente e in base a vecchie idee straussiane su cui per lo meno al direttore di questo giornale tocca di lavorare e studiare da vent’anni, che se c’è un “meglio” come Mancina scrive, e Mancina è persona d’onore e non una relativista qualunque, deve esserci un criterio per dire e fare “meglio” o “peggio”, e questo criterio è una certa definizione di ciò ch’è “bene” come adeguamento dell’intelletto alla cosa, alla realtà, e di ciò ch’è “male”.
    E’ una conversione, la nostra, come quella della principessa Alessandra Borghese o quella più discussa di Curzio Malaparte? No, è una conversione nel senso che è la decisione di usare la ragione in modo non strumentale e tecnico, guardando alla sostanza delle cose che sarà inafferrabile e difficile da definire, ma senza la quale non esisterebbe nemmeno la loro forma.
    Ecco perché noi non vogliamo sostituire valori tradizionali o conservatori a quelli liberali, allo scopo di rafforzare l’occidente. Vogliamo bensì che l’occidente non si proibisca di pensare le cose, non si ritiri nella gabbia del linguaggio al di fuori del quale non ci sarebbe nulla, e non s’illuda che il criterio di valore per giudicare del meglio e del peggio, cioè del bene e del male, possa essere semplicemente numerico o spaziale, cioè l’estensione a tutti e in tutto il pianeta dei diritti universali.
    Ci vuol altro per resistere nell’immane conflitto in corso, questo pensiamo.
    E come alchimisti andiamo in cerca della pietra filosofale, per capire come si fa a ragionare quando si ha il potere di clonare un uomo, quando si ha il potere di sterminare l’umanità intera, quando si ha il potere di selezionare in vitro il genere umano, quando si ha il potere di eliminare i malati o gli esseri sgraditi per qualunque motivazione di chi si trovi a “desiderarli”, ma la cerchiamo ancorati alla ragione antica, oggettivistica dicono i filosofi tecnici, contro la ragione strumentale, tecnica, soggettivistica, quella dell’uomo che si crede signore di tutte le cose.
    In questo c’è una naturale alleanza con la narrativa della rivelazione, che può essere catechesi, dottrina ossificata e inanimata, ma anche una splendida sposa della ragione.
    Posso dire “sposa”, come diceva il gay Michelangelo della facciata di Santa Maria Novella?
    O devo dire coniuge, come vuole il governo Zapatero, per non discriminare i diritti omosessuali?
    Mi accorgo che in questa febbrile scrittura a flusso, e nell’entusiasmo della discussione, ho esaurito lo spazio che mi sono concesso, e allora sul resto, sul dettaglio (si fa per dire) della bioetica e della procreazione assistita, sull’istruzione religiosa, sul matrimonio omosessuale e su altre cose dette con precisione da Claudia Mancina, al lettore spossato toccherà domani un’altra puntata ancora del commento.
    Mancina non è Aristotele, io non sono Averroè, ma facciamo del nostro meglio per non sfigurare.

    (continua domani, sabato)

    saluti

 

 

Discussioni Simili

  1. 'A modernità
    Di Mike Suburro nel forum Fondoscala
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 12-08-13, 22:24
  2. Riconoscimento e modernità
    Di carla fabiani nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 23-11-08, 17:34
  3. Modernità
    Di nichilista nel forum Destra Radicale
    Risposte: 37
    Ultimo Messaggio: 09-06-08, 11:36
  4. La modernità del comunitarismo
    Di Der Wehrwolf nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 23-05-06, 09:41
  5. Nazionalismo e Modernità
    Di Arancia Meccanica nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 26-11-03, 23:07

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito