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La religione
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Premessa
I pareri sulla religiosità degli Zingari sono molto discordi. Per esempio, il Predari afferma: "nessun sentimento è in essi di religione, nemmeno sotto forma di qualche superstiziosa immagine; quindi una facilità strana ad informarsi al culto, qualunque sia, del paese in cui vivono... Lo zingaro manca persino nella usa lingua di un vocabolo che esprima l'idea di religione" (Predari, 1841, p.149).
Altri sostengono che "lo zingaro non seppe assurgere all'idea di una Mente regolatrice dell'Universo e gli mancò la nozione della divinità, vivendo sempre nella cerchia dell'istinto, non vede la necessità di piegare la sua intelligenza alla comprensione delle idee astratte..." (Colocci, 1889, p.163).
Questa convinzione può derivare dal fatto che gli Zingari non hanno mai avuto una religione ufficiale, adeguandosi sempre ai culti dei paesi con i quali hanno avuto contatti. Il Benimeli ammette che gli Zingari "in realtà sono più superstiziosi che religiosi, però in mezzo alla loro più assoluta ignoranza hanno, come la maggior parte degli uomini, un'anima naturalmente religiosa" (Benimeli, 1965, p.38).
Leblon afferma che "la fede zingara poggia su una visione mitica di un mondo diviso tra forze oscure e contrarie, benefiche o malefiche, in perpetua lotta di influenza" (Leblon, 1964, p.3). Le due forze sono impersonate in Dio e nel diavolo: "riconoscono due princìpi: o Del, Dio creatore, principio del bene; o Bengh, il diavolo, principio del male. Ambedue potenti e sempre in lotta tra loro. Questi princìpi non sono astratti ma al contrario materializzati negli elementi della natura". Questa materializzazione non va intesa in modo assoluto, ma come una tendenza a vedere nei fenomeni naturali manifestazioni di Dio e del diavolo, i quali hanno un deciso carattere spirituale.
Dio.
Dio è universalmente designato con il termine Devel o Del (dall'antico indiano devà, devata= divinità). E' una persona spirituale, della quale gli Zingari non sanno, o meglio, non vogliono dare una precisa definizione; si rifiutano di pensare Dio in forma sensibile al punto da dichiarare peccato il rappresentare Dio in forme concrete. Gli attributi che gli danno sono: grande (baro), santo (hailigo, sunto) e nostro (maro). Alcuni Zingari pensano ad un Dio buono, che governa tutto l'universo con amore; non concepiscono l'inferno come una condanna, ma solo come un periodo di purificazione.
Altri, invece, pensano che l'inferno sia la continuazione "delle pene e dei dolori della stessa vita terrena". I Gitani credono che Dio abbia un carattere vendicativo e malefico, ma ciò può essere giustificato, se si pensa al gusto pauroso delle manifestazioni religiose presenti in Spagna.
Il rapporto con Dio è un fatto personale: tutti si rivolgono a Lui pensando al padre. E' una esperienza intima che non può essere spiegata dalla razionalità, essenziale per lo Zingaro.
La devozione.
Gli Zingari non hanno mai stabilito luoghi e forme di culto, esiste solo la pietà familiare. "Il culto degli zingari è molto povero e manca un sacerdozio proprio, manca il tempio, manca il calendario religioso (...). Quindi, tutto il culto sembra esplicitarsi nella preghiera spontanea, individuale, immediata, non legata a formule, a tempi ed a luoghi determinati" (Belloni, 1968, p.25).
Lo Zingaro assume sempre un comportamento di profondo rispetto, cercando di non infrangere l'ordine della natura stabilito da Dio. "Le preghiere, generalmente molto semplici e ingenue, sono formule di domanda, talvolta persino di pretesa: io ti pregherò ancora, se tu mi esaudirai; se tu ti ricorderai di me, io mi ricorderò di te" (Nicolini, 1969, p.98).
Di solito, nelle invocazioni si chiede ciò che riguarda la salute, la fortuna e la libertà. "Atti di culto vengono pure tributai alle anime dei defunti, rivolgendo loro preghiere, offrendo libagioni, accendendo ceri, venerando la tomba, proprio perché il legame del sangue continua anche dopo la separazione della morte" (Nicolini, 1969, p.99).
Lo spirito del male.
Il principio del male è il Bengh (indostano: beng= rana; sanscrito: bleka= ranocchio). Il Beng è l'antagonista di Dio, però è inferiore a lui. Come Dio, così il Bengh è indefinibile: gli Zingari dicono solo che egli non ha natura umana, anche se, talvolta, si presenta sotto le spoglie di un uomo. E' molto difficile che essi parlino di questo argomento, temono anche di pronunciarne il nome e usano sinonimi come il brutto, il cattivo, quasi che, per la potenza evocatrice della parola, il chiamarlo per nome possa provocarne la presenza.
Gli Zingari credono che accanto alla natura demoniaca del Bengh, ci siano altre forze come i Mulè (che vengono a tormentare i vivi) e le Hexi (esseri stregati). Presso i Rom sussiste anche la credenza nelle Ursitory, che impassibili dirigono la sorte degli uomini.
La superstizione.
Al dualismo Devel - Bengh corrisponde la contrapposizione fortuna- sfortuna, baxt-bibaxt (dall'antico indiano bhaga= sorte), effetti delle disposizioni benevola del Devel o malefica del Bengh. Lo Zingaro usa portare con sé immagini sacre e amuleti.
L'amuleto più diffuso è il "sacchetto di cose sante". E' un sacchetto di tela o di pelle, che lo Zingaro porta appeso al collo e che si procura dalle 'sante'. La 'santa' (hailighi gagì) è una fattucchiera, alla quale gli Zingari si rivolgono in caso di bisogno: per la guarigione di un malato per la liberazione di un carcerato.
La 'santa' assicura la sua mediazione, purché il richiedente abbia fiducia in Dio; è sempre una 'gagì' (una non zingara), ritenuta una potente mediatrice presso Dio. Il ricorso alle 'sante' serve a superare le difficoltà, infondendo quella fiducia necessaria per affrontare pericoli ed ostacoli.
Il timore superstizioso che circonda i morti è molto forte: gli Zingari danno molta importanza ai sogni, in cui appaiono i defunti, in quanto ritengono che vengano per dare loro avvertimenti, che devono essere eseguiti con la massima prontezza. Ma di questi sogni potranno parlare solo dopo lo scoccare del mezzogiorno. Gli Zingari praticano anche la magia verbale che si traduce in formule cariche di una grande forza di coercizione.
Se uno Zingaro chiede ad un altro di dirgli la verità, o di compiere una data cosa scongiurando sulla testa dei suoi figli o sulla memoria dei suoi morti, questi non potrà esimersi dal farlo. Naturalmente, tutto ciò non vale se la richiesta viene da un non-zingaro.
Moralità.
Lo Zingaro è fondamentalmente religioso, anche se non aderisce con piena consapevolezza a nessuna religione positiva. Tutto ciò che risponde alla volontà divina è principio di amore e di vita. Lo Zingaro vede nell'amore la ragione della sua vita, infatti si ritiene del tutto giustificato agli occhi di Dio quando ha assolto il suo impegno verso il prossimo. Va evidenziato che il prossimo, per lo Zingaro, è l'uomo del suo stesso sangue, non lo straniero, il gagiò. questo non vuol dire che non provi sentimento di forte e sincera amicizia per i gagè, l'ospitalità è sempre sacra per gli Zingari.
Dalla contrapposizione dei due mondi (Zingaro e non-Zingaro) deriva una diversa valutazione: mentre è male uccidere, derubare ed ingannare uno Zingaro, queste azioni non sono avvertite come colpe se rivolte verso i gagè, poiché lo Zingaro reputa il nostro mondo immorale, spinto dall'egoismo e da interessi materiali. Le relazioni con la propria gente si caratterizzano invece per la spontanea generosità. Non c'è differenza tra povero e ricco; chi ha, dà. E' la legge del mondo nomade fondata sulla comunione dei beni: non esiste proprietà personale, né eredità.
Gli Zingari e il Cristianesimo.
Gli Zingari non accettano né il mistero del Cristo come vero Figlio di Dio incarnato e morto, né il mistero della Trinità. Non comprendono nemmeno il bisogno della Redenzione: ogni uomo soffre già nella vita a causa delle proprie colpe e in questo modo si riscatta davanti a Dio.
Con entusiasmo hanno accolto la devozione alla Madonna, che essi chiamano 'Madre di Dio', che si manifesta nel culto per la sua immagine, nei pellegrinaggi ai suoi santuari, nelle generose offerte. Accanto alla Madonna sono venerati alcuni santi, ad esempio santa Rita da Cascia e sant'Antonio da Padova.
"Gesù è il Deverolo, il Divino: inconsciamente gli attribuiscono pre- rogative divine, senza però riconoscerlo come figlio di Dio" (Karpati, 1962, p.109). Il Vangelo è praticamente incompreso. Restano ancora vive alcune leggende che deformano la narrazione evangelica della nascita e della morte di Gesù. Da loro, la Sacra Scrittura è stata considerata un libro di magia. Hanno accolto dalla religione cristiana quegli elementi che rispondevano alla loro visione religiosa del mondo e della vita e che soddisfacevano insieme al bisogno di forti emozioni. Alla partecipazione entusiasta a determinate manifestazioni religiose segue una palese indifferenza per gli impegni della vita cristiana quotidiana.




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), mangiare le pietanze amate dal defunto, pronunciare il suo nome, danzare o cantare. A volte, per ingraziarsi la sua benevolenza, lo si ricorda in modo speciale nel rito chiamato Pomana, che si svolgeva sei settimane e un anno dopo la morte: nel corso di un banchetto una persona della stessa età del morto ne recitava il ruolo, usando il suo stesso modi di vestire, di parlare, di mangiare. 