...smemorato
Roma. Nei primi mesi del 1943, quando le nostre sorti militari sul fronte italiano volgevano al peggio, molti generali degli alti comandi, nei salotti, spiegavano che il Duce aveva perso la guerra.
A nessuno di questi veniva in mente che una parte sostanziale della colpa della disfatta fosse loro, dal momento che avevano mandato i soldati male equipaggiati in imprese improbabili, condannandoli così alla sconfitta.
A nessuno di questi veniva in mente che tacere sarebbe stato più dignitoso, dal momento che era stato proprio il Duce a concedere loro quei posti negli alti comandi, e addossargli tutte le colpe, nell’ora della sconfitta, poteva apparire un’abile mossa per cavarsi d’impaccio e cercare di rifarsi un’immagine, ma non era degno di chi gli aveva giurato lealtà.
Ecco, questo paragone viene inevitabilmente alla mente nel sentire Romano Prodi, presidente uscente della Commissione europea, mentre dice che il programma che l’Europa si era data nel 2000, con la carta di Lisbona, è stato un fallimento.
Il progetto, allora lanciato, di superare o almeno eguagliare dal punto di vista economico gli Stati Uniti al fine del quinquennio non si è affatto concretizzato.
La colpa, secondo Prodi, è da attribuire ai governi dei paesi membri, che hanno fatto ampio uso del diritto di veto, nei riguardi dei progetti portati avanti dalla Commissione, e a esempio cita il blocco al progetto di legge sui brevetti europei, ormai vecchio di 15 anni. Wim Kok, ex primo ministro olandese, incaricato di esaminare la strategia di attuazione della carta di Lisbona, afferma che questa è fallita perché aveva un eccesso di obiettivi. Può anche darsi che l’Olanda possa tentare di tirarsi fuori dal fiasco circa l’obiettivo di realizzare uno sviluppo economico, tecnologico e occupazionale tale da sopravanzare gli Stati Uniti. Ma a capo della Banca centrale europea, negli anni decisivi, c’è stato il laburista olandese Wim Duisemberg, che ha adottato una politica monetaria restrittiva, portando l’euro a una quotazione irreale che ha gravemente compromesso la competitività delle esportazioni europee.
A Lisbona, Romano Prodi c’era.
E fu lui che, come presidente della Commissione, lanciò, con un’orgogliosa presa di posizione, la sfida delle nuove tecnologie agli Stati Uniti.
E fu sempre lui ad avere una parte preponderante nello scrivere la carta e i suoi ambiziosi obiettivi, la cui mancata realizzazione adesso descrive come un “grosso fallimento”.
D’altra parte, era evidente già allora che sarebbe stato meglio porsi traguardi meno retorici e più concreti: il gap tecnologico dell’Europa era molto rilevante e l’approvazione della legge europea sui brevetti non avrebbe cambiato di molto le cose. Gli ambiziosi progetti di creazione di uno spazio finanziario europeo comune sono falliti, ed è vero che ci sono stati dei veti (tedeschi e svedesi, per la precisione), ma il presidente della Commissione vi si è adattato.
Le linee di resistenza di Francia e Germania, su questi temi e su quelli della liberalizzazione dei mercati dell’energia e delle telecomunicazioni, sono più o meno le stesse ed è all’asse franco-tedesca, che Prodi si è costantemente appoggiato. Per di più non si trattava di lanciare sfide agli Stati Uniti, ma di realizzare con loro una collaborazione: si trattava di muoversi verso la Russia e l’Asia, considerando la realtà dei mercati globali in cui c’è spazio per le grandi operazioni.
Del resto è contraddittorio combattere contro le biotecnologie, in nome del protezionismo agricolo europeo, e nello stesso tempo lanciare una sfida tecnologica. E’ contraddittorio sostenere che bisogna armonizzare le imposte verso l’alto e pretendere di sviluppare la competitività. I vincoli erano molti, ma la Commissione avrebbe potuto, almeno, cercare di concentrarsi sulle cose fattibili.
E fra queste, vi era e vi è, certamente, la politica delle grandi infrastrutture, che poteva dare slancio all’Europa sia mediante gli investimenti sia mediante lo stimolo alla ricerca scientifica e tecnologica che tale politica poteva generare.
Se è tanto difficile unificare l’Europa dei mercati, per le regole, si poteva (e si potrebbe) quanto meno cercare di unificarla dal punto di vista logistico.
L’introduzione dell’euro fu un banco di prova per la Commissione europea. Il test è andato male. Vari economisti dicevano “attenti al rischio di inflazione”, la Commissione si è dedicata a dichiarare ai quattro venti che, invece, questo pericolo non esisteva. Essa non solo non ha messo in guardia sui rischi del cambio, ma, nei mesi successivi, ha sostenuto che l’operazione aveva avuto successo, mentre i prezzi erano aumentati e la massa dei consumatori si è trovata, di colpo, più povera. Facile dare la colpa ai governi dei paesi membri, come se l’euro lo avessero coniato loro, di metallo, anziché di carta, come si sarebbe dovuto, trattandosi non di una moneta divisionaria, ma della nuova unità monetaria.
Il presidente Prodi ha definito “stupido” il patto di Amsterdam, ma non ha fatto nulla per renderlo intelligente.
E non si è neppure reso conto che, depurato del velo monetario, dovuto alla perdita di valore del debito pubblico dei paesi europei, in conseguenza dell’inflazione, in realtà il bilancio aggregato dell’area euro nel 2000 non era in deficit dello 0,9 per cento ma in surplus dello 0,1, nel 2001 non era in deficit dell’1,7 ma appena dello 0,5 e nel 2002 non aveva un disavanzo del 2,3 ma solo dell’1,1 mentre nel 2003 il deficit non era il 2,7 ma solo un modesto 1,3.
Con questa politica fiscale di redini strette, la politica monetaria restrittiva di Wim Duisenberg , le alte aliquote europee di imposte dirette come era possibile attuare gli obiettivi di Lisbona?
Francesco Forte su Il Foglio del 26 ottobre
saluti




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