rimarranno solo vuote parole. a proposito, qualcuno ha visto fino ad ora un colono evacuato? io no, eppure è da un anno che se ne parla, dal libano gli israeliani si ritirarono in 3 giorni
Ripeto sono sicuro, non se ne farà niente, state a vedere


rimarranno solo vuote parole. a proposito, qualcuno ha visto fino ad ora un colono evacuato? io no, eppure è da un anno che se ne parla, dal libano gli israeliani si ritirarono in 3 giorni
Ripeto sono sicuro, non se ne farà niente, state a vedere
Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO


" L’ennesimo errore dei palestinesi
Da un articolo di Barry Rubin
Lo scorso 4 ottobre è passato ingiustamente inosservato un fatto importante: la pubblicazione sul The New York Times di un articolo, firmato dal consulente legale dell’Olp Michael Tarazi, che conteneva un’affermazione politica di primissima importanza. Un articolo che non sarebbe mai potuto comparire senza l’approvazione della dirigenza dell’Olp e un ampio consenso fra i suoi quadri. Il titolo, “Due popoli, uno solo stato” , dice tutto.
La posizione dell’Olp è dunque tornata pubblicamente e ufficialmente quella che era negli anni ’60 e ’70. Il suo obiettivo dichiarato: l’eliminazione di Israele.
Sarebbe un errore minimizzare la novità della cosa dicendo che questo è sempre stato l’intento implicito dell’Olp. Il fatto che adesso l’Olp renda esplicita questa posizione segnala un cambiamento davvero rilevante. Questa scelta costituisce un’ulteriore prova che le possibilità di far avanzare il processo di pace con questi interlocutori sono illusorie. Dichiarazioni, delegazioni, Road Map e quant’altro possono contribuire alla pace nel lungo periodo, ma nel contesto immediato sono vani esercizi di wishful thinking.
La chiave per comprendere la storia del conflitto arabo-israeliano degli ultimi cinquant’anni è che l’Olp non è mai stato un autentico movimento nazionalista. Se lo fosse stato, il problema sarebbe stato risolto già da un pezzo. Per l’Olp, distruggere Israele è più importante che edificare uno stato palestinese indipendente o alleviare le sofferenze del popolo palestinese. Questo è il motivo per cui Yasser Arafat respinse l’offerta israeliana a Camp David e la proposta di Clinton, benché entrambe offrissero la possibilità di fondare uno stato indipendente e vitale con capitale a Gerusalemme. In effetti non è mai stata seriamente considerata l’assoluta irrazionalità di tale comportamento dal punto di vista di un genuino nazionalismo palestinese. Un nazionalista vuole che il suo popolo viva in un paese che sia suo, dove sviluppare la propria identità e il proprio benessere. Pretendere il “diritto al ritorno” dentro Israele fa a pugni con qualunque forma di nazionalismo palestinese. Se l’obiettivo fosse davvero quello di costruire uno stato palestinese forte e stabile, che viva in pace a fianco di Israele, bisognerebbe fare di tutto per dissuadere i profughi dall’andare a stabilirsi in Israele. Perché mai lo stato palestinese dovrebbe regalare a qualcun altro questa gente, con le sue risorse e le sue potenzialità? Ma, sapendo che Israele respingerà un tale “ritorno”, allora ciò che si ottiene pretendendolo è il rinvio della fine dell’occupazione, altra violenza, altre vittime e miliardi di dollari di aiuti. La pretesa del ritorno – i documenti dell’Olp lo affermano esplicitamente – serve a rovesciare Israele dall’interno e porlo sotto un governo palestinese. In questo caso i “ritornati” non sarebbero persi dalla Palestina, ma anzi protagonisti di ben altro ritorno allo stato palestinese, portando tutto Israele con sé.
Ma anche questo sottile piano “in due fasi” è troppo per l’Olp, che dunque è tornata alla richiesta esplicita di un unico stato unitario come inizio del processo anziché come risultato di anni di sovversione. Non occorre un genio per capire le conseguenze di una tale “soluzione”. Battaglia quotidiana per il potere, spargimenti di sangue, guerra civile farebbero sembrare una quisquilia quel che accade oggi.
Per prendere sul serio lo schema che Tarazi propone in tutta serietà bisognerebbe presumere che la dirigenza palestinese diventasse a un tratto così umanitaria, così liberale, così democratica da sacrificare le proprie ambizioni e cambiare totalmente il proprio comportamento tradizionale. L’attiva promozione di terrorismo e odio anti-israeliano in cui è impegnato quel movimento lascia ben poche speranze.
In fondo, e sfortunatamente, questa nuova campagna dimostra che, quando anche Israele si ritirasse dalla striscia di Gaza o accettasse uno stato palestinese in Cisgiordania, avrebbe solo inizio una nuova fase nella quale la dirigenza palestinese pretenderebbe come passo successivo la demolizione di Israele.
Tarazi vuole far credere che questa pretesa palestinese sia qualcosa cui i palestinesi sono stati costretti dalla politica d’Israele. In realtà, è ciò che i leader palestinesi vanno ripetendo da anni in privato, anche nel pieno del processo di pace.
La richiesta esplicita di smantellare Israele anziché cercare di costruire uno stato palestinese al suo fianco scaturisce anche dalla valutazione attuale che fanno i palestinesi. E’ un “diritto al ritorno” agli slogan degli anni ’60 e ’70 che nasce dalla combinazione di intifada perduta, vittoria nell’arena della propaganda internazionale e rifiuto di un reale compromesso di pace .
Ed è anche l’ultimo di una lunga serie di errori da parte dei palestinesi. Per ogni persona in occidente che è disposta ad assecondare i palestinesi nella loro pretesa di distruggere Israele, ve ne sono altre cinque o dieci che sono disposte ad accettare solo la presunta posizione nazionalista palestinese: credono ai palestinesi quando dicono di volere soltanto una patria per se stessi, ma non accetteranno l’idea che quella patria debba comprendere anche Israele. A maggior ragione i governi e i politici occidentali. La nuova linea dell’Olp rischia di tradursi in un disastro sul piano delle pubbliche relazioni, annullando quelli che sembrano essere i grandi successi dei palestinesi nella battaglia per l’opinione pubblica.
Lo stesso Tarazi svela l’ipocrisia di fingere che la nuova posizione politica palestinese sia una sofferta scelta politica ancora in discussione, quando conclude: “La sola questione è quanto tempo ci vorrà, e quanto le due parti dovranno ancora patire” prima che gli ebrei israeliani si rassegnino al risultato finale.
Come sanno bene i veri moderati palestinesi, definire il conflitto in questi termini serve solo a garantire che, indipendentemente da chi guida Israele, la lotta andrà avanti per molto tempo, con molte altre sofferenze, e che i palestinesi non avranno uno stato per molti anni ancora.
(Da: Jerusalem Post, 12.10.04)
"
La dirigenza palestinese attuale, dall'OLP ad HAMAS, vuole la distruzione dello Stato di Israele e NON la pace.
Shalom


dal sito del Corriere della Sera
" La scelta del coraggio
di ANTONIO FERRARI
Non ha voluto parlare con nessuno. Quel che aveva da dire, il primo ministro Ariel Sharon l'aveva già detto, nell’accorato discorso di lunedì. Dal prossimo anno, non ci saranno più ebrei nella Striscia di Gaza. Da generale, che ha ormai preso la sua decisione, ritenendola la più giusta pur sapendo che sarebbe stata lacerante, Sharon ha atteso imperturbabile che il rito di un voto tra i più importanti dell'intera storia di Israele si consumasse. Soltanto un piccolo tic nervoso, quel tormentare insistentemente la cravatta azzurra, segnalava la tensione dello storico momento, dopo 17 ore di un dibattito parlamentare che uno dei più stretti collaboratori del premier ha definito «un autentico dramma». Un dramma che si è consumato nel Likud, il partito di Sharon, e ha fatto affiorare, assieme all’opposizione al piano di smantellare tutti gli insediamenti della Striscia di Gaza, risentimenti ed egoismi, come quello del ministro Benjamin Netanyahu, che ieri sera ha visto sfumare la possibilità di un rapido ritorno al vertice del potere.
Netanyahu sapeva che avrebbe dovuto votare a favore, seppur contro coscienza, essendo lui il vero referente governativo dei coloni. Anche perché, se avesse votato contro, avrebbe nuociuto all'immagine rassicurante che ha cercato di ricostruire in tutti questi anni. Tanto, pareva convinto che, alla fine, una mossa del leader gli sarebbe stata fatale.
Sharon l'osservava in silenzio, pienamente consapevole che nulla, ma proprio nulla, avrebbe potuto costringerlo a tornare indietro: a costo di frantumare il suo partito, di cambiare alleanze, di subire nuove minacce. La scelta aveva un prezzo altissimo, e il premier ha deciso di pagarlo, recuperando un prestigio che soltanto alcuni anni fa era impensabile. Lui, che fu accusato di favoreggiamento per la strage di Sabra e Chatila; lui, che aveva predicato e sostenuto la politica degli insediamenti, ha deciso che il bene supremo del Paese imponeva una brusca virata. Quando, lunedì, ha accusato numerosi coloni d'essere vittime di un «complesso messianico», non ha fatto altro che citare uno dei grandi leader conservatori del passato, quel Menachem Begin che ebbe il coraggio, assieme all'egiziano Sadat, di firmare la pace di Camp David e di smantellare tutti gli insediamenti nel Sinai.
Sono cambiati i tempi, ma la storia ritorna. E in questo momento Sharon si sente probabilmente come il suo vecchio maestro. Nel momento che richiedeva coraggio, il generale lo ha dimostrato. Il voto di ieri non risolve il problema israeliano-palestinese, forse non basterà neppure per riavviarlo in maniera convincente. Ma quanto è accaduto ha rotto uno dei tabù che sembravano impossibili da cancellare.
Ora Netanyahu lancia l'ultimatum: quello di un referendum, altrimenti entro due settimane si ritirerà dal governo. Ma Sharon non ha alcuna intenzione di cedere. Da ieri, la sua popolarità è in decisa ascesa. È uscito dalla Knesset convinto di aver fatto, da soldato, il suo dovere.
Antonio Ferrari "
www.corriere.it
Shalom


Begin ha evacuato il Sinai.In Origine Postato da Pieffebi
dal sito del Corriere della Sera
" La scelta del coraggio
di ANTONIO FERRARI
Quando, lunedì, ha accusato numerosi coloni d'essere vittime di un «complesso messianico», non ha fatto altro che citare uno dei grandi leader conservatori del passato, quel Menachem Begin che ebbe il coraggio, assieme all'egiziano Sadat, di firmare la pace di Camp David e di smantellare tutti gli insediamenti nel Sinai.
Sono cambiati i tempi, ma la storia ritorna. E in questo momento Sharon si sente probabilmente come il suo vecchio maestro. Nel momento che richiedeva coraggio, il generale lo ha dimostrato. Il voto di ieri non risolve il problema israeliano-palestinese, forse non basterà neppure per riavviarlo in maniera convincente. Ma quanto è accaduto ha rotto uno dei tabù che sembravano impossibili da cancellare.
Sharon, l'allievo di Begin, evacuera' (speriamo di no) Gaza.
Di questo passo, l'allievo di Sharon evacuera' Tel Aviv...![]()


... e poi hai pure la faccia tosta di criticare il fascismo per le leggi razziali...In Origine Postato da multietnico
ALLORA SI CHE POTREMO AVERE LA PACE![]()
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C'entra, c'entra...In Origine Postato da multietnico
certo.cosa c'entrano le leggi razziali con la terra dei palestinesi?bevi meno vischi,che sei nato in italì![]()
Sia per te, sia per i tuoi nonni ideologici (quelli che hanno scritto le leggi razziali) gli Ebrei sono un nemico per la pace... anzi, sono IL NEMICO della pace![]()


Grazie Sharon!!!
Se non ci fosse lui il mondo e la pace sarebbero tremendamente minacciati!
Va bene, pfb?
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Inizi a capire come stanno le cose, ancora un piccolo sforzo e mi diventi un liberalconservatore (new) filo-sionista
e..... finalmente ti si apriranno completamente gli occhi
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Shalom![]()


C'entra.In Origine Postato da multietnico
CHE C'ENTRANO Mò GLI EBREI,IO PARLO DEGLI ISRAELIANI......
E NEMMENO TUTTI,SOLO I NAZISIONISTI ALLA SHARON
Il "naziSionista" Sharon ha la fiducia della maggioranza degli Ebrei.
Israele vive e prospera grazie agli aiuti, economici e politici, delle comunita' Ebraiche sparse in tutto il mondo![]()


Ma neppure loro vogliono evacuare Tel Aviv...In Origine Postato da multietnico
SE LO DICI TU...A ME RISULTA CHE CI SONO EBREI CHE A SHARON LO CONSIDERANO UN CRIMINALE![]()
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