



23:00 circa
I fascisti occupano quasi tutta l’Italia centro settentrionale Mussolini è al Teatro Manzoni con la moglie Rachele e la figlia Edda a vedere la rappresentazione del “Cigno” di Molnar. Uno squadrista avvisa il duce che “tutto e pronto”. Mussolini si precipita a casa e chiama al telefono il segretario del partito, Michele Bianchi, i fascisti sono alle porte della capitale
27 ottobre 1922
Ore 19:00
Vittorio Emanuele arriva a Roma deciso a non cedere alla “bravata di quattro facinorosi”
Si riunisce d’urgenza il consiglio dei ministri e si preparano i manifesti e i telegrammi per i prefetti per la proclamazione dello stato d’assedio.
28 ottobre
5:00
I cittadini apprendono dal proclama firmato da tutti i ministri che “di fronte ai tentativi insurrezionali, il governo, dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi e a qualunque costo l’ordine
In mattinata
I generali Diaz e Pecori Girali vengono chiamati da Vittorio Emanuele a Villa Savoia per fare il punto della situazione e nel caso di mobilitare l’esercito. Il re si fa un quadro preoccupante della situazione, e incomincia a pensare che la cosa migliore è evitare spargimenti di sangue.
Viene inviato l’ordine di provvedere alla difesa della capitale al generale Pugliese, comandante di presidio di Roma.
Facta lascia il Consiglio per andare a Villa Savoia, dove il re lo attende per la firma del decreto, ma il re si rifiuta di firmarlo.
I nazionalfascisti De Vecchi e Federzoni intervengono rassicurando il re che la crisi sarà risolta senza dover ricorrere a misure d’eccezione e salvando il prestigio della corona. Federzoni si offre da intermediario tra il governo e i fascisti telefonando a Mussolini, e assicurando che in caso di spargimenti di sangue il re abdicherà comportando una serie di complicazioni difficilmente riparabili e invitandolo a venire personalmente a Roma.
Si decide la revoca dello stato d’assedio, la notizia fa subito il giro della capitale
14:00
Iniziano le consultazioni per la costituzione di un nuovo governo, viene decisa la soluzione con un ministero Salandra-Mussolini
Vengono inviati due telegrammi a Mussolini per convocarlo a Roma, ma le linee telefoniche sono interrotte
Mussolini riceve la notizia ma non accetta
Salandra rinuncia all’incarico
150
Il generale Cittadini telefona a Mussolini comunicandogli che il re gli conferisce l’incarico di
formare il governo
17:00
Mussolini riceve formalmente la conferma per telegramma, e si prepara a partire per Roma
29 ottobre
100
Il treno che trasporta Mussolini arriva a Roma, in una giornata di pioggia
11:10
Il duce arriva al Quirinale dalla parte di via XX settembre, accompagnato dagli on. Finzi, Chiostri, Acerbo, Greco, Polverelli e infine anche Bianchi.
Mussolini si presenta al re con queste parole
<<…Chiedo perdono a Vostra Maestà se sono costretto a presentarmi ancora in camicia nera, reduce della dalla battaglia, fortunatamente incruenta che si è dovuta impegnare. Porto a Vostra Maestà L’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria e sono il fedele servitore di Vostra Maestà>>.
Subito dopo presenta immediatamente la lista dei ministri (vedi “il governo Mussolini)
Il colloquio con sua maestà durò mezz’ora, era pssato mezzogiorno, quando Mussolini riapparve al portone del Quirinale. Ritorna poco dopo al Hotel Savoia mentre per la strada la gente lo acclamava.
120
Il duce saluta dall’albergo i romani: <<Fascisti! Cittadini! Il movimento fascista è vittorioso su tutta la linea. Sono venuto a Roma per dare un governo alla nazione. Tra poche ore non avremo soltanto un ministero: avremo un governo!>>
Alla fine del mese fu dichiarata la smobilitazione nazionale (30 ottobre) invitando tutti i cittadini e i fascisti della marcia su Roma a tornare alla loro vita quotidiana, il giorno dopo fu organizzata una sfilata di fronte al Milite Ignoto e al Quirinale per celebrare la vittoria


Interessante: con lapide posta il 28.10.1923 da Mussolini in ricordo della "marcia su Roma" e inoltre l'elenco delle Squadre d'azione degli squadristi italiani.
http://groups.msn.com/ardiscononordi...95004367018096


Scusate, ma ho visto solo adesso il 3d di SPQR!
Se è possibile, i moderatori, potrebero spostare la mia discussione qui.
A noi!!!


EIA EIA ALALA'........EIA EIA ALALA'........EIA EIA ALALA'........
![]()
Saluto al Duce !!!
A NOI !




e vai di NOSTALGIA....![]()
BOIA CHI MOLLA CAMERATI !!!


![]()
IL GENERALE RASTRELLI
Carlo Rastrelli, nasce a Napoli il 2 luglio 1893. Promotore del movimento fascista napoletano, fa parte del primo direttorio del fascio napoletano di combattimento e di due federazioni, investito della carica di Fiduciario di Zona.
Partecipa, quale ufficiale di Stato Maggiore, alla preparazione del convegno di Napoli ed alla Marcia su Roma. Passa dallo squadrismo alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale sin dalla sua costituzione nel febbraio del 1923.
A seguito dell’armistizio del settembre 1943, aderisce alla Repubblica Sociale Italiana rivestendo l’incarico di Commissario Prefettizio de L’Aquila.
Nel dopoguerra, sottoposto a giudizio di epurazione e prosciolto in istruttoria con formula piena, viene eletto consigliere comunale di Napoli, nelle liste del Movimento Sociale Italiano, e nominato vice sindaco della città.
Muore a Napoli il 24 giugno del 1954.
e per festeggiare degnamente,
Il discorso fatto del DUCE a Perugia il 23 Ottobre 1923, in occasione del I anniversario della Marcia su Roma
Popolo di Perugia! Popolo dell'Umbria tutta!
Non ti stupire se io comincio il mio discorso con un atto di contrizione. Non mi vergogno di dirti che questa è la prima volta nella mia vita che vengo nella tua mirabile e bellissima città, la quale mi è balzata incontro con la sua cordialità profonda, mentre il suo cielo purissimo, la sua aria trasparente, il suo orizzonte chiaro, dolce e quasi senza confine, mi spiegano come questa terra sia quella che ha celebrato a volta a volta l'eroismo e la santità.
Questa è l'ultima tappa del viaggio di celebrazione della marcia su Roma. Abbiamo ripercorso in pochi giorni il cammino di molti anni e forse di molti secoli. In questa tappa, nella mia duplice qualità di capo del Governo e di capo del fascismo, voglio porgere il mio saluto, il ringraziamento fraterno a coloro che lavorarono con me in quella che fu un'ora suprema nella storia della nazione. Parlo degli uomini del Quadrumvirato.
E comincio da te, generale Emilio De Bono (applausi vivissimi), guerriero intrepido di molti anni e di molte battaglie, col petto onusto dei segni del valore, giovane malgrado la lieve neve che incornicia il tuo volto maschio e fiero. (Le camicie nere gridano alti «alalà!»). Chiamo te, Cesare De Vecchi, combattente decoratissimo, mutilato della grande guerra e mutilato anche della nostra guerra, solido e fedele come le montagne del tuo vecchio Piemonte. Parlo a te, Italo Balbo, uomo della mia terra, vorrei quasi dire della mia razza se io non mi sentissi intimamente, vorrei dire ferocemente, uomo di una sola razza: la razza italiana. (Applausi vivissimi). Tu, giovane, hai combattuto brillantemente nella nostra santa guerra di redenzione e sei stato insieme coi tuoi compagni uno di coloro che ha più potentemente contribuito a trasformare il movimento di squadre in un movimento di riscossa impetuosa e invincibile. Né ultimo tu sei, o Michele Bianchi, uomo della lunga e tempestosa vigilia, uomo che vidi con me il 23 marzo 1919 a Milano, quando in numero esattamente di cinquantadue, dico cinquantadue, ci riunimmo a giurare che la lotta che noi avevamo intrapresa non poteva finire se non con una trionfale vittoria.
E dopo i capi del Quadrumvirato io voglio anche ricordare quelli che condussero le colonne verso Roma. Erano fra di loro dei generali come Ceccherini, come Fara, come Zamboni, uomini e nomi ben noti a tutto l'Esercito italiano. E vi erano anche i comandanti delle nostre squadre. Voglio ricordare anche tutti i gregari, i morti e i superstiti e fra i primi quel vostro perugino che morì sulla soglia di Roma. Voglio ricordare tutti quelli che ad un dato momento dimenticarono famiglia, interessi, amori, e non ascoltarono che il grido che prorompeva dal mio e dai lord animi: il grido di «Roma o morte!». (Ovazione entusiastica della folla. Si grida ripetutamente: «Roma! Roma!»).
Chi poteva resistere alla nostra marcia? Noi preparammo tutti gli eventi, con tutte le sagge regole della strategia militare e politica. La nostra lotta non era diretta contro l'Esercito, al quale non cessammo mai di tributare l'attestato della nostra più profonda e incommensurabile devozione. (Applausi vivissimi. Grida di: «Viva l'Esercito!»). Non era diretta contro la monarchia, la quale ha la tradizione della nostra razza e della nostra nazione. (Applausi e grida di: «Viva il re!»). Non era diretta contro le forze armate della Polizia, soprattutto non era diretta contro i fedeli della Benemerita, coi quali noi avevamo in molte località combattuto assieme la buona battaglia contro gli sciagurati dell'antinazione. (Applausi). Non era nemmeno la nostra battaglia diretta contro il popolo lavoratore; questo popolo che per qualche tempo è stato ingannato da una demagogia stupida e suicida, questo popolo lavoratore in quei giorni non interruppe il ritmo solerte e quotidiano della sua fatica. Assisteva simpatizzando al nostro movimento, perché sentiva oscuramente, istintivamente che sbarazzava il terreno da una classe di politicanti imbelli. Noi facevamo anche l'interesse del popolo che lavora. (Applausi).
Contro chi dunque abbiamo noi diretto la nostra impetuosa battaglia? Da venti anni, forse da trenta anni, la classe politica italiana andava sempre più corrompendosi e degenerando. Simbolo della nostra vita e marchio della nostra vergogna era diventato il parlamentarismo con tutto ciò che di stupido e demoralizzante questo nome significa. Non c'era un Governo; c’erano degli uomini sottoposti continuamente ai capricci della cosiddetta maggioranza ministeriale. Chi dominava erano i capi della burocrazia anonima, i quali rappresentavano l'unica continuità della nostra vita nazionale. Il popolo, quando poteva leggere i cosiddetti resoconti parlamentari ed assistere al cosiddetto incrocio delle ingiurie più plateali fra i cosiddetti rappresentanti della nazione, sentiva lo schifo che gli saliva alla gola. (Applausi).
Era diretta la nostra battaglia soprattutto contro una mentalità di rinuncia, uno spirito sempre più pronto a sfuggire che ad accettare tutte le responsabilità. Era diretta contro il mal costume politico-parlamentare, contro la licenza che profanava il sacro nome della libertà.
E chi ci poteva resistere? Forse i pallidi uomini che in quel momento rappresentavano il Governo? Roma in quei giorni mi dava l'idea di Bisanzio: discutevano se dovevano o non applicare il loro ridicolo decreto di stato d'assedio, mentre le nostre colonne formidabili ed inarrestabili avevano già circondato la capitale. Non costoro potevano coi loro reticolati, con le loro mitragliatrici, che al momento opportuno non avrebbero sparato (Applausi), non costoro potevano impedire a noi di toccare la mèta. E meno ancora i vecchi partiti. Non certamente i partiti della democrazia, frammentari, segmentati all'infinito; non certamente i partiti del cosiddetto sovversivismo che noi abbiamo inesorabilmente spazzato via dalla scena politica italiana e nemmeno il partito del dopoguerra, il cosiddetto Partito Popolare Italiano, che ha rivaleggiato col socialismo quando si trattava di fare della demagogia per mercato elettorale. (Applausi).
Ora tutti questi partiti dispersi e mortificati vivono della nostra longanimità. Né noi, o cittadini, o camicie nere, intendiamo di sacrificarli. La nostra è una rivoluzione originale e grandiosa, che non ha fatto i tribunali straordinari e non ha fucilato nessuno. Non è necessario del resto fare una rivoluzione secondo gli stampi antichi. Ci deve essere una originalità nostra, fascista e latina. Del resto il consenso del popolo è immenso. La forza delle nostre legioni è intatta (Applausi), per cui se qualche uomo o qualche partito pretendesse di ritornare ai tempi che furono, quell'uomo e quel partito saranno inesorabilmente puniti.
Camicie nere! Cittadini!
Noi non possiamo, non vogliamo più tornare al tempo in cui si elargiva una triplice amnistia ai disertori, mentre i mutilati non potevano circolare per le strade d'Italia. (Applausi). Né si deve più tornare al tempo in cui i partiti e la cosiddetta democrazia affogavano il popolo nel mare delle loro interminabili ciarle. Meno ancora si può tornare al tempo in cui era possibile mistificare le masse lavoratrici mettendole contro la patria o fuori della patria. Ebbene, sia detto qui, in questa piazza meravigliosa e in quest'ora solenne: le sorti del popolo lavoratore sono intimamente legate alle sorti della nazione, perché il popolo lavoratore è parte di questa nazione. Se la nazione grandeggia, anche il popolo diventa grande e ricco; se la nazione perisce, anche il popolo muore. (Applausi vivissimi).
Non è senza un profondo disgusto che noi rievochiamo i tempi del dopoguerra. L'Esercito che tornava dalla battaglia di Vittorio veneto non ebbe la grande, la meritata soddisfazione di occupare Vienna o Budapest. Non già per esercitarvi atti di prepotenza, perché i nostri soldati dovunque sono stati hanno lasciato un buon ricordo incancellabile, ma perché era giusto che i nostri battaglioni vittoriosi sfilassero nelle città che erano state capitali del nemico battuto. (Applausi).
Giacché questo non si osò di fare perché il profeta di oltre oceano andava inseguendo le utopie dei suoi quattordici punti, almeno fosse stato concesso ai nostri reggimenti vittoriosi di sfilare per le strade di Roma imperiale perché avessero avuto nel tripudio di tutto il popolo e di tutta la nazione il senso augusto della nostra vittoria! (Applausi vivissimi). Nemmeno questo si volle! Ora questi tempi sono passati.
Taluni politicanti che non si muovono da Roma, che di questa città fanno centro della loro vita e pretenderebbero fare centro dell'Italia il palazzo di Montecitorio girano poco. Non si muovono da Roma. Se avessero l'abitudine di circolare in mezzo alle moltitudini italiane, si convincerebbero che è ora di deporre le loro speranze, si convincerebbero che non c'è più niente da fare, si convincerebbero di una realtà che pareva fino a ieri la più stupenda ed irraggiungibile delle utopie. Questa realtà, o cittadini, è. Il capo del Governo gira tranquillamente in mezzo alle moltitudini italiane ed ha da loro attestazioni di consenso sempre più grande. (Applausi, ovazioni entusiastiche).
Chi oserà dire, sia pure l'avversario in malafede dichiarata, chi oserà dire che il Governo di Mussolini poggia soltanto sopra la forza di un Partito? E non era assurdo che si pretendesse da taluni di dare alla celebrazione della marcia su Roma il carattere esclusivo di una manifestazione di Partito? Non è una manifestazione di Partito, non è solo il fascismo che celebra la marcia su Roma. Sono accanto a noi mutilati e combattenti che rappresentano, lo ripeto, l'aristocrazia della nazione. (Applausi). E accanto a noi la massa imponente dei nostri operai dei campi, dell'industria, dei sindacati, delle nostre corporazioni. E soprattutto è con noi la moltitudine del popolo italiano, senza distinzione di età, di classi, di categorie: tutto il popolo italiano nel significato divino e potente di questa parola; il popolo italiano che da un anno a questa parte dà uno spettacolo superbo di disciplina e dimostra che la ciurma era sana. Solo i piloti erano deficenti e mancanti. (Applausi). E, o cittadini, non si poteva pensare di assumere la somma delle responsabilità senza prendere Roma. Roma è veramente il segno fatale della nostra stirpe, Roma non pub essere senza l'Italia, ma l'Italia non può essere senza Roma. (Applausi).
Il nostro destino di popolo ci inchioda alla storia di Roma. Noi prendemmo Roma per purificare, redimere ed innalzare l'Italia; noi terremo Roma solidamente fino a che il nostro compito non sarà totalmente compiuto. E state tranquilli, o cittadini, state tranquilli, o voi legionari delle camicie nere, che l'opera sarà continuata. Sarà continuata con una tenacia fredda, oserei dire matematica e scientifica. Noi marceremo con passo sicuro e romano verso le mète infallibili. Nessuna forza ci potrà arrestare, perché noi non rappresentiamo un partito o una dottrina o un semplice programma: noi rappresentiamo ben più di tutto ciò. Portiamo nello spirito il sogno che fermenta ancora nel nostro animo: noi vogliamo forgiare la grande, la superba, la maestosa Italia del nostro sogno, dei nostri poeti, dei nostri guerrieri, dei nostri martiri.
Qualche volta io vedo questa Italia nella sua singolare, divina espressione geografica: la vedo costellata delle sue città meravigliose, la vedo recinta dal suo quadruplice mare, la vedo popolata di un popolo sempre più numeroso, laborioso e gagliardo, che cerca le strade della sua espansione nel mondo.
Salutate questa Italia, questa divina nostra terra protetta da tutti gli Iddii. Salutatela voi, o uomini dalla piena virilità; salutatela voi, vecchi che avete vissuto e avete bene spesa la vostra vita; salutatela voi, o donne che portate nel grembo il mistero delle generazioni che furono e di quelle che saranno; salutatela voi. o adolescenti che vi affacciate alla vita con occhi e con animo puro; salutiamola insieme e gridiamo
Viva, Viva, Viva l'Italia!


L'onorevole Mussolini ha ottenuto un colloquio con il Prefetto, il quale lo esortava a recarsi subito a Roma. Egli però avrebbe detto che è deciso a non recarsi presso la Capitale anche se chiamato; se il Re intende affidargli l'incarico di comporre il ministero (unico mezzo questo per uscire dalla presente situazione e di impedire la marcia su Roma) non deve chiamarlo a Roma per consulto, ma con l'incarico preciso di formare il ministero. Mussolini non solo non voleva scendere a compromessi con la destra, accettare la collaborazione dell'on. Salandra, ma intendeva avere l'incarico dal Re senza muoversi da Milano. Il Prefetto sen. Lusignoli informò il Re della volontà di Mussolini e nella stessa mattinata perviene all'on. il seguente telegramma del primo aiutante di Vittorio Emanuele III: "Onorevole Mussolini - Milano - Sua Maestà il Re La prega di recarsi subito a Roma desiderando offrirle l'incarico di formare il Ministero. Ossequi".