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Discussione: Vampiri

  1. #1
    Knifnil fior di Zucca*
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    Predefinito Vampiri

    Dracula Mito e Leggenda

    La definizione di "vampiro" e di "vampirismo" è alquanto lunga e complessa. Sia che si parta dal punto di vista razionalistico e scientifico che da quello religioso, le ipotesi e le valutazioni sono numerose e mai univoche. Grosso modo, se ci si attiene a una definizione classica o "popolare", si può dire che quella del vampiro è una salma sepolta, non soggetta al normale processo di corruzione fisica. II vampiro, durante un arco di tempo determinato e immutabile (dal tramonto allo spuntare dell'alba), esce dalla sua tomba per nutrirsi di sangue, preferibilmente umano, o, in mancanza di questo, animale. Egli può, pertanto, essere considerato un "non-morto", un "Nosferatu". Secondo i parametri teologici, il vampiro non sarebbe che un involucro privo di anima, posseduto dal Diavolo. In altre parole, uno zombie satanico, un cadavere infernale. Giudizi e teorie spesso non combaciano, sicché, per alcuni, il vampiro può anche presentarsi come un corpo né vivo né morto, in possesso della sua anima, eternamente condannato a tornare nella tomba. Secondo Montague Summers, esperto "credulone", il vampiro non va considerato un diavolo e neppure un fantasma, bensì un essere in preda a una possessione demoniaca. Summers si sofferma sulla duplice natura del vampiro, sulla sua natura di individuo apparentemente vivo, capace di muoversi, di agire, di pensare, di esprimersi, bisognoso di cibo, ma cadavere a tutti gli effetti. ........omissis....................Le definizioni variano a seconda delle diverse credenze e superstizioni, per quanto, è doveroso sottolinearlo, dal Jean-Jacques Rousseau del Dizionario Filosofico al contemporaneo Colin Wilson, un elemento rimane invariato: l'evidenza dei fatti. Rousseau si basa su relazioni ufficiali e sulla testimonianza concorde di chirurghi, di uomini di chiesa e di giudici, mentre Wilson conclude una sua dissertazione sul vampirismo affermando che non si può relegare quest'ultimo tra le superstizioni e che i casi certificati sono talmente tali e tanti che sarebbe assurdo continuare a mantenere al riguardo una posizione scettica e razionalistica.

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  2. #2
    Knifnil fior di Zucca*
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    Seguendo questa linea, il vampirismo incarnerebbe molto più che una mera illusione, un bisogno patologico di sangue. Già un secolo fa Charles Nodier, pur considerando "una favola" l'esistenza dei vampiri, riconosceva trattarsi di una superstizione "universale", la qual cosa non può che indurci a riflettere. I vampiri, come si sa e come vedremo, sono

    sempre stati presenti nel folklore, nelle saghe, nelle leggende dei popoli primitivi. La persistente e generale diffusione del mito vampirico conferisce alla questione un carattere suscettibile di molte interpretazioni. Il tema del vampiro si incentra su due elementi chiave: la credenza secondo cui il sangue equivale alla vita (il classico e ripetutissimo Blood ís Life); il desiderio e la ricerca dell'immortalità. In questo duplice contesto, il sangue assurge a unico e impareggiabile elisir di vita eterna. Prima di entrare nel merito del caso Stoker, è d'uopo, ci pare, tracciare una specie di mappa geografica delle leggende vampiriche. Premettiamo che, se il sangue è vita, l'immortalità si consegue attraverso di esso. Orbene, poiché questo concetto corrisponde a una delle più primitive e ancestrali aspirazioni dell'uomo, non c'è da sorprendersi se i vampiri ci vengono incontro da ogni latitudine e longitudine del pianeta.

  3. #3
    Knifnil fior di Zucca*
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    Cominciamo dall'Africa. Qui incontriamo i vampiri sia nella tribù degli Ashanti - che li conserva gelosamente nel suo patrimonio folkloristico -, sia presso gli abitanti delle regioni montagnose dell'Atlante, dove la credenza nelle Donne-vampiro, che succhiano il sangue dalle dita, persiste tutt'oggi. Nel continente nero, esistono diversi tipi di vampiri, ognuno dei quali è identificato da un nome specifico. Tra questi l'Asasabonsam, un demone che, appollaiato sulla cima degli alberi, attira e dilania le sue vittime con le dita dei piedi; e ancora, l'Obayifo, considerato tra i più pericolosi, in quanto, dopo aver assunto forma umana, succhia il sangue dei bambini e percorre in lungo e in largo grandi distanze, distruggendo i raccolti. Di tutt'altra natura è il Loango, nome con cui si indica lo spirito irrequieto di uno stregone defunto, che, lasciata la sua tomba, si avventura alla ricerca di vittime del cui sangue si nutre, senza fare differenza tra uomini e animali. Le misure di precauzione usate in questi casi non differiscono granché da quelle tramandateci dalla tradizione transilvanica: il corpo del vampiro deve essere bruciato in una notte senza luna o inchiodato saldamente al suolo. È essenziale che il vampiro sia ridotto completamente in cenere, in quanto potrebbe rinascere da qualsiasi frammento o lacerto. Per quanto riguarda il continente nordamericano, possiamo rilevare come sia molto diffusa tra i Pellerossa la figura del vampiro. Qui, ci imbattiamo in un vampiro il quale, invece che nutrirsi di sangue, si alimenta di materia cerebrale, aspirandola per mezzo di un lungo naso - o proboscide - introdotta nell'orecchio della povera e disgraziata vittima. Nell'America del Sud, esiste una leggenda che non è molto diversa da quella in auge nella Grecia antica; leggenda secondo cui sarebbe possibile tramutarsi in vampiro ingerendo della carne di una pecora sbranata da un lupo. Interessante, in questo caso, la connessione tra vampiro e Lupo Mannaro. Il folklore cileno, a questo riguardo, pullula di esempi. In Cile, il vampiro assume le fattezze di una "Bella Donna" vestita di nero, che impugna in una mano una sciarpa rossa, e nell'altra un coltello, che pianta nel cuore delle sue vittime per poi berne il sangue. Alla "Bella Donna" si affianca (in altre regioni) il cosiddetto Pihuchen, specie di serpente alato che succhia il sangue a distanza, seguito dal Chucho o Chonchon, mostro dalla testa umana e dalle grandi orecchie, che gli servono da ali. Il mondo arabo, per passare a un altro continente, non ignora la tradizione vampirica, come dimostrano i racconti delle Mille e una notte, dove si parla di creature che infestano i cimiteri e le strade deserte, assaltando i viandanti solitari e nutrendosi del loro sangue. L'antica Assiria era anch'essa al corrente dell'esistenza di creature avide e assetate di sangue umano, quali il Muttaliku, specie di spirito condannato a girovagare su questa terra, l'Uttuku, essere non sempre e necessariamente maligno, e l'Ekimmu. Archeologi e assirologi hanno scoperto numerose tombe dove queste creature sono raffigurate. Alla cultura assira si deve, inoltre, la prima rappresentazione grafica di un vampiro copulante con una donna dal capo mozzo. A questo punto, la domanda è una sola: come si diventa Ekimmu?

  4. #4
    Knifnil fior di Zucca*
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    La risposta data dagli Assiri coincide con quella data, nel corso dei secoli, da altri popoli del pianeta. Gli Ekimmu non sono altro che gli spiriti maligni di coloro che, non essendo stati sotterrati secondo i dettami religiosi, o addirittura essendo rimasti privi di sepoltura, sono condannati a vagare dopo la morte. La stessa sorte è riservata a coloro che spirano in giovane età o che muoiono di morte violenta. Presso gli Aztechi, incontriamo le Civateteo, streghe-vampiro, assetate di giovane sangue, che si appostano agli angoli delle strade.

    Di estremo interesse i vampiri cinesi, tra i quali citiamo, ad esempio, il Ch'ing Shih, demone che si insedia nei corpi senza vita impedendone la decomposizione, e li induce a cibarsi di carne umana. Vale la pena di notare che l'idea di Montague Summers, secondo la quale il vampiro è un cadavere posseduto da forze demoniache, trova qui la sua fonte e il suo precedente asiatico. ..........omissis......................La stessa credenza, la ritroviamo nella Grecia antica, dove si riteneva che un cadavere potesse trasformarsi in vampiro, qualora un gatto (o un cane) si fosse avventato su di esso. Dall'antica Grecia, che citiamo come riferimento, passiamo agli Ebrei, presso i quali la Lilith babilonese, autentica vampira, si tramuta in Lilith madre dei demoni, prima moglie di Adamo, nonché, nel Medioevo, principessa dei "succubi" satanici. Sulla falsariga delle Lemures etrusche, anime di corpi capaci di tormentare i vivi, l'Oriente conosce le Cule, demoni femminili divoratori di cadaveri e bevitori di sangue. Dall'India ci viene il Vetala, un vampiro che si aggira tra i luoghi di cremazione alla ricerca di cadaveri da possedere. Parimenti, nella regione dello Jeypu (o Jaypur), si crede che i vampiri entrino nelle case adoperando una corda magica e calandosi giù per il camino. L'antichità, dalla Siria alla Libia, dalla Grecia all'antica Roma, ebbe le sue Lamiae. Le Lamiae erano creature dal volto di donna e dal corpo di drago. Possedevano una voce sibilante e, pur nutrendosi di cadaveri (alla stregua delle Gule), le loro "preferenze" cadevano sul sangue di fanciulli e di fanciulle. Euripide e Aristofane le considerano mostri perniciosi ed Orazio, nella sua Ars Politica, ne parla come di vampiri che bevono il sangue e consumano i corpi dei bambini. A Roma, c'era addirittura un corpo di sacerdoti esperti e chiaroveggenti addetti a combattere le Lamiae. Più o meno simili o apparentate alle Lamiae erano le mitologiche Empusae, per metà scimmie, dagli appetiti cannibaleschi, capaci di trasformarsi in cani, vacche o anche in leggiadre donzelle. Sotto quest'ultimo aspetto, attiravano i viaggiatori per poi divorarli vivi succhiandone il sangue. Sempre a proposito del rapporto vampiro-sesso, è interessante segnalare l'esistenza di una Afrodite Lamia. Se i vampiri cinesi sono, per molti versi, simili a quelli della Grecia, lo stesso non si può dire nel caso dei bevitori di sangue della Malesia, che possiedono qualità particolarmente originali. Il Bajang, ad esempio, è un demone di sesso femminile, il quale, trasformandosi in un gatto, si aggira nottetempo tra le case miagolando. La Langsuir, invece, è anch'essa un demone femmina, ma a forma di gufo, capace di generare altre creature della notte a lei consimili e note come Pontianak o Madianak. La Bajang può facilmente sedurre chi la cattura, dando poi vita a esseri che assomigliano a elfi. Per concludere questa rassegna, citiamo il Pennangalan, una testa senza corpo, collegata a uno stomaco grande come un sacco. Volando di notte, si nutre del sangue dei neonati. Secondo la leggenda, la prima Langsuir sarebbe stata una donna di straordinaria bellezza, che morì dando alla luce un Pontianak prematuro. La Langsuir porta di solito una veste verde, ha unghie lunghissime e chioma nera, che le arriva fino alle anche. Con la sua lunga capigliatura copre i due fori della testa tramite i quali succhia il sangue di bambini innocenti. Se catturata, basta tagliarle le unghie e la chioma e con queste riempire i due fori della testa, perché la sanguinaria vampira si trasformi in una brava casalinga avida di pesci. I Sumeri credevano nei vampiri e così i Tibetani. Per questi ultimi, i vampiri sono dei divoratori di morti e padroni dei cimiteri. Hanno gli occhi iniettati di sangue e la bocca verde (verde è anche la veste della Langsuir, e verde è il colore della putrefazione). L'antica Roma, sulla scia della tradizione greca e, tramite questa, dell'influenza orientale, non è parca di vampiri, anche se spesso risulta difficile distinguere tra questi, i fantasmi, i demoni, le streghe et similia. I Romani avevano delle Larvae che venivano celebrate, una volta all'anno, con una manifestazione sacra che durava tre giorni. In quei giorni, era vietato contrarre matrimonio e si credeva che i fantasmi dei morti circolassero lungo le strade. Alle Larvae, derivate dalle Lemures, i Romani aggiunsero la Mormos e la Strix (Strige), conosciuta, quest'ultima, dagli antichi Greci con il nome di Gellona. La Strix o Strige era un grosso uccello notturno che, volando sulle culle dei neonati, si avventava su di essi, succhiandone il sangue. La Mormos è descritta da Luigi Lavater, teologo protestante del XVI secolo, in De Spectris, Lemuribus et magnis atque insolitis fragoribus, come "una forma femminile di orrida apparenza, una Lamia simile alla Larva". Lo scrittore Punio, dal canto suo, non sfata la leggenda della Strix, ma non la considera un mostro: ........omissis..............Dalla Roma antica all'antica Grecia, dalla Cina alla Malesia, dal Sud America all'Africa e via discorrendo, vengono a galla leggende, miti e superstizioni. Il mito del vampiro, tuttavia, prende corpo e si consolida soprattutto nell'Occidente cristiano a partire dal Medio Evo fino al Rinascimento e da questo fino al XVIII secolo e oltre. Leone Allaci, nel suo trattato sul vampiro pubblicato a Colonia nel 1645, ritiene che quest'ultimo (da lui denominato Vrykolakas, secondo la terminologia greca), sia un uomo di cattiva reputazione, uno scomunicato il cui corpo è nelle mani del Diavolo. Allaci precisa che questo tipo di possessione completa è operata sotto divina autorizzazione. Sulla stessa linea Dom Augustin Calmet - nella sua famosa Dissertation sur les apparitions des esprits et sur les revenants et Vampires de Hongrie, de Bohéme, de Moravie et de Silésie (Parigi 1746 o 1749 o 1751) - concorda sul fatto che tre cose sono necessarie alla creazione di un vampiro: il vampiro stesso, il Diavolo e il permesso di Dio Onnipotente. Nel Medio Evo, la Chiesa Cattolica Romana proclama ufficialmente l'esistenza dei vampiri. Si cominciano a scrivere trattati eruditi sull'argomento, si aprono dibattiti e discussioni e i testimoni oculari abbondano. .....omissis.....È storicamente provato che in Occidente, e particolarmente in Europa, la credenza nei vampiri assunse maggiori proporzioni all'indomani dell'avvento del Cristianesimo, per acquistare un peso piuttosto evidente dopo la separazione tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa. L'esistenza dei non-morti affonda le sue radici nelle dottrine cristiane e nei cascami "vaganti" della cultura euro-pagana, e non è un caso che gli scrittori delle prime cronache citino esempi di "scomunicati" usciti post mortem dalle tombe. A questo punto, possiamo riferire la tesi della coppia Ornella Volta-Roger Vadim, per cui la trasmutazione del sangue di Cristo e la fede nei suoi poteri magici e divini, avrebbe contribuito a motivare, se non a incrementare, il "credo" vampirico. Gabriel Ronay ci fa notare come, a partire dal Rinascimento, nei paesi cristiani si assista a un notevole aumento dei casi di vampirismo; in questo periodo, però, il vampiro assume una veste diversa. Le dottrine rinascimentali, infatti, contrapponendosi al dogmatismo medievale, mettono in risalto la vitalità del corpo, piuttosto che quella dell'anima. Nel momento in cui il Protestantesimo rifiuta l'esistenza del Purgatorio e il concetto di "spirito errante", il vampiro non ha più un'anima da redimere, ma di lui non resta che un mero contenitore corporeo costretto a nutrirsi di sangue per continuare a esistere. A questo punto, il vampiro diventa oggetto e soggetto

  5. #5
    Knifnil fior di Zucca*
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    della stregoneria e della Magia Nera. San Clemente, citato dal Ronay, allude a "esseri umani posseduti", sicché, per la Chiesa, i vampiri sono, e rimangono, un classico fenomeno di possessione diabolica, che si cerca di spiegare e di definire in conformità agli

    insegnamenti cristiani. "Dal 1730 al 1735", scrive il Voltaire, "il tema più discusso era quello dei vampiri". In effetti, la più "popolare" epidemia di vampiri ha inizio sul finire del XVII secolo e si protrae fino al primo decennio del XVIII. Ma in Inghilterra, i primi casi di vampirismo erano già cominciati, addirittura, nel XII secolo, quando, allo scopo di calmare la popolazione, le autorità decisero di autorizzare la cremazione dei corpi dei sedicenti vampiri. .....omissis.........Alla luce di quanto detto, possiamo tentare, oltrepassando i limiti temporali del presente capitolo, di stendere una "cronologia" di base del "vampirismo storico":

    1337 Villaggio di Blow (in Boemia).
    1345 Villaggio di Lewin (Boemia).
    1560 Gilles Grangier (vampiro francese).
    1600 Clara Geisslerin (vampira tedesca).
    1672 Giuro Grande (vampiro dell'Istria).
    1691 Casi di vampirismo a Salem (Massachusetts).
    1701 Apparizione di un vampiro nell'isola greca di Micene.
    1720 Villaggio di Haidam (Kaidam), in Boemia.
    1725 Kislova (Slovacchia).
    1725 Huebner (vampiro ungherese).
    1730 Inchieste e processi in Boemia.
    1732 Villaggio di Meduegna.
    1738 Villaggio di Kisilony (Ungheria).
    1800 Epidemia di vampirismo in Prussia.
    1824 Antoine Leger (vampiro francese).
    1849 Caso del Sergente Bertrand (Francia).
    1870 Biechow (Polonia).
    1872 Vincenzo Verzeni (vampiro italiano).
    1874 William Rose (vampiro statunitense).
    1875 Un caso a Chicago.
    1890 La Chantelouve (vampira francese).
    1891 Esplode il caso Walsingham (USA).
    1892 Exeter (USA).
    1896 Epidemia di vampiri nella Nuova Inghilterra.
    1901 Victor Ardisson (vampiro francese).
    1912 Superstizioni vampiriche in Ungheria.
    1920 Casi di vampirismo in Romania.
    1925 Fritz Hartmann (vampiro tedesco).
    1926 Eleonora Zugun (vampira inglese).
    1931 Peter Kurten (vampiro tedesco).
    1933 Una vampira portoghese in... Francia.
    1949 John George Haigh (vampiro inglese).
    1969 Un caso di vampirismo nella città di Okara, nel Pakistan.
    1970 Extremadura (Spagna).
    1970 Presunti vampiri si aggirano nel cimitero londinese di Highgate.
    1972 Kuno Hoffmann (vampiro tedesco).
    1973 Demetrio Myciura (vampiro inglese).
    1974 Ennesimo caso di vampirismo in Romania.
    1975 Tracy Hobson (vampiro inglese).
    1975 Casi di vampirismo in Indonesia.
    1978 Ritorna il "vampiro di Highgate".
    1979 Richard Case (vampiro statunitense).
    1980 James Riva (USA).
    1982 Jerry Moore (vampiro statunitense).
    1983 Renato Antonio Cirillo (vampiro italiano).

  6. #6
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    Il Diario di Dracula

    Soltanto adesso, a questo punto della mia vita, ho la rivelazione improvvisa e incredibile della superiorità della creatura femminile, della forza tremenda del corpo di una donna. Più complesso, più forte, chiuso ermeticamente attorno al suo segreto, a una vita interiore che nell'uomo non c'è. Creatura ignota nella quale il mondo si memorizza e si ricrea. Ventre, memoria, sguardo di veggente, orrenda creatura con tre membri, il clitoride e i due seni, puntati contro di noi a minacciarci della perdita del nostro potere. Ho visto una volta i seni di una giovane donna, turgidi come due falli in erezione, e mi sono scoperto totalmente privo di forza. Ho eiaculato prima ancora di penetrarla, e allora lei mi ha guardato con un disprerco che non so descrivere, che non avevo mai visto negli occhi di una donna, umiliandomi, come nessuno mai. Solo più tardi è venuta la reazione. Furia. E desiderio di vendicarmi, di distruggere tanta bellezza, tanta sicurezza. Mi è accaduto poi di incontrare a Bucarest una femmina stupenda, la cui bellezza sembrava come concentrarsi in un'unica parte del corpo, la gamba. Troppo viva, quella gamba; il sangue sotto la pelle sottile pulsava con impeto nelle vene, e si vedeva in trasparenza sulle cosce. Quella vitalità era insopportabile; un'energia senza limiti che mi umiliava. Tutti i sensi erano in me raggelati dal soffio rovente che animava quel corpo, così vivo, così indipendente da eccitarmi pazzamente. Senza neppure toccarla, se non con lo sguardo, ho raggiunto l'apice del piacere. Avrei voluto sentirmi altrettanto vivo, rapirle il palpito, il ritmo pulsante del sangue; e allora ne lacerai la carne, e feci zampillare quel sangue in cui mi immersi riempiendomi finalmente di vita: un sangue vivo come una bestia, così pieno della sua forza da traboccarne e da nutrirne anche me. Eiaculai di nuovo, con un piacere ancora più intenso. Ma non sapevo più come giustificare il mio atto. Ovviamente non potevo rivelare nulla della mia scoperta, della mia esperienza così profondamente commossa e turbata; e allora inventai quella storia, molto nota, della donna che aveva cercato di ingannarmi affermando di essere stata ingravidata da me.

  7. #7
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    Il Vampiro nella Letteratura dell'800

    George Gordon Byron

    La rilevanza sociale dell'opera di George Gordon Byron (1788-1824) affonda le sue radici storiche in una ben consolidata tradizione culturale che guarda con simpatia l'eslege, il bandito, il raddrizzatore di torti alla Robin Hood, unita al mito del poeta maledetto (Villon), che a sua volta è figlio della sregolatezza del giullare. Del suo porsi in contrasto alla società di corte, che pure ne giustifica l'esistenza. Ogni gesto, ogni parola che esca dalla decenza, dalle regole non scritte di un comportamento corretto e conformista, è un atto informativo e comunicativo di grande rilievo. Per questo attira l'attenzione di tutti e la simpatia di molti; di quegli stessi che, pur approvando «in principio» tale comportamento, non avrebbero mai il coraggio o la forza di imitarli. …omissis……. Il romanticismo, con le sue fratture, con i suoi silenzi pregnanti di intensità emotiva, con le sue insofferenze, costituisce l'anello di congiunzione indispensabile tra la complessità sociale e culturale a struttura orizzontale, matematica, caratteristica dei secoli precedenti, ed una di tipo verticale, geometrico, in cui tutto può essere discusso, tipica della contemporaneità. È la fine delle grandi certezze. Il Byron, bello e cosciente di sé, è la figura inedia che personifica il tipo di essere umano legato a quel tempo. Lo è soprattutto per un particolare: non tanto per la sua bellezza introversa, torbida e volitiva, quanto per quel piede zoppo che ne fa un «segnato» dalla sorte, un essere «sublime» alla Burke. Ha in sé qualcosa di satanico, dove alla connotazione religiosa del Satana di Milton, si è sostituito un carattere sociale: ribelle alle costrizioni morali, trova nell'espressione poetica la sua forma di liberazione. Tra le sue figure tragiche appare anche quella del vampiro, in forza di una maledizione che lo fa tornare dall'oltretomba a perseguitare i suoi cari. Già nel Giaurro (1813), poema di vendetta e d'amore, Byron aveva messo in scena la sua idea di révenant, in forma di minacciosa reincarnazione del suo personaggio violentemente trasgressivo: «Dapprima, il tuo cadavere sarà strappato alla tomba, e mandato sulla terra sotto forma di vampiro; poi, turberà, spettrale, il luogo della tua nascita, e succhierà il sangue di tutta la tua gente; là, dalla figlia tua, dalla tua sorella, da tua moglie, succhierà, a mezzanotte, la linfa della vita, pur aborrendo dal banchetto che, necessariamente, dovrà nutrire il tuo livido cadavere; prima di spirare, le tue vittime riconosceranno il demone per il loro parente, mentre, te maledicendo, e maledetti, i fiori della tua stirpe avvizziranno sullo stelo». Il vampiro, pur con le sue lontane origini medievali e una solida tradizione orientale (è presente persino nelle Mille e una notte), è una precisa figura romantica. Il « Frammento» byroniano (del 1816) riprende la formulazione del vampiro impostata nel Giaurro e la sviluppa, adattandola a una perfetta concezione romantica di «eroe maledetto». L'incipit è dato dalla consueta occasione del viaggio, il tradizionale Grand Tour inglese: «Già da tempo avevo deciso di compiere un viaggio attraverso paesi che non fossero ancora meta di troppi visitatori; partii, dunque, nel 17.., in compagnia di un amico che designerò con il nome di Augustus Darvell... Alcuni particolari della sua vita privata avevano destato la mia attenzione, il mio interesse e persino suscitato la mia stima che non venne mai meno neppure di fronte alla riservatezza dei suoi modi e a certe manifestazioni del suo carattere, inquieto e singolare, che a volte assumevano l'aspetto di una vera e propria alienazione mentale». Il declino di Darvell, che deve morire per poter tornare dall'oltretomba a succhiare il sangue delle sue vittime, è descritto con gli stessi tratti di una malattia romantica: «Era in preda a un turbamento implacabile, questo era evidente e, tuttavia, non ero in grado di dire se questo nascesse da ambizione, amore, rimorso, dolore, da uno solo o da tutti questi sentimenti o fosse frutto, più semplicemente, di un temperamento morboso che presentava affinità con una vera e propria malattia». I sintomi sono quelli dell'anemia perniciosa, dell'astinenza da sangue, ma si confondono adeguatamente con lo struggimento interiore di un'anima romantica, tanto da suggerire una profonda analogia tra i due atteggiamenti: «La salute di Darvell che, a giudicare all'aspetto, doveva essere stata negli anni giovanili assai robusta, da qualche tempo andava lentamente declinando senza che apparentemente fosse intervenuta una malattia vera e propria. Non era affetto né da tosse né da etisia, tuttavia egli di giorno in giorno perdeva le proprie forze. Poiché era di abitudini morigerate, non accusava né debolezza né stanchezza, ma era certo che egli deperiva ogni giorno di più. Diventava ogni giorno più silenzioso e sofferente d'insonnia, in breve si aggravò al punto che io mi allarmai giudicandolo in serio pericolo». Darvell procede a tappe forzate verso il luogo desolato della Grecia in cui avverrà la sua caduta e la sua resurrezione post mortem: «La sua mente sembrava oppressa da un peso e il suo atteggiamento era così grave e solenne da non corrispondere affatto all'impazienza di dare inizio ad una escursione che io consideravo un piacere assai poco adatto a una persona di così scarsa salute».

  8. #8
    Knifnil fior di Zucca*
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    John William Polidori

    A dare forma letteraria al mito del vampiro romantico è anche John William Polidori (1795‑1821), giovane medico che morirà suicida (figlio di Gaetano Polidori, il primo traduttore italiano de Il castello d'Otranto di Horace Walpole). Al seguito di George Gordon Byron, in qualità di suo medico personale, il giovane Polidori è presente la fatidica sera del 16 giugno 1816 nella Villa Diodati, sul lago di Ginevra, quando un'animata conversazione sui temi del mistero e del soprannaturale sfocia in una sorta di scommessa a stenderne dei testi esemplari. Mary Shelley ne trarrà il suo Frankenstein, Byron quella storia di vampiri mai condotta a termine (il «Frammento») e Polidori, amareggiato e astioso nei confronti del suo Lord, con il quale intrattiene rapporti non facili e da cui sarà presto sbrigativamente licenziato, una brillante vendetta letteraria. Così Il vampiro (1819) di Polidori, modellato sul frammento byroniano, veste i panni del poeta col trasparente pseudonimo di Lord Ruthven e ne narra le poco esaltanti gesta in giro per l'Europa. I ruoli reali si invertono: Polidori si raffigura nell'io narrante, nel carattere positivo di Aubrey, giovane di nobile famiglia che non riesce ad opporsi alla violenza del vampiro per lealtà e ignoranza. Byron-Ruthven è il bel tenebroso, cui basta uno sguardo per incantare le signore, gran seduttore il cui scopo occulto non è, come credono le ignare vittime, il raggiungimento del piacere fisico, ma una necessità fisiologica ben più turpe: la suzione della preziosa linfa vitale. La scena culminante si svolge in Grecia, quando assistiamo alla morte di Lord Ruthven e all'imposizione ad Aubrey del giuramento di non rivelare a nessuno la notizia della sua morte, prima di un dato limite di tempo. ........omissis....Il racconto è ricco di significati simbolici, al di là della raffigurazione parodistica dei protagonisti: la stessa sensibilità romantica per l'individualità chiusa, misteriosa, assorta in solitarie meditazioni, è qui fatta derivare da ben altri motivi. È soprattutto la valenza «seduttore-vampiro» ad assumere un aspetto preminente nel racconto di Polidori e a suggerire un inquietante accostamento tra rapporto sessuale e vampirizzazione. La fanciulla indifesa, prima che dalla violenza del vampiro, è travolta dal suo fascino maschile: è l'idea romantica che prevale sulla tradizione dell'orrore, in ciò confermata dalla fuga finale di Lord Ruthven che, a differenza dei Dracula e dei Nosferatu, immancabilmente impalati o dissolti dalla luce del sole, resta vivo e libero di ripetere le sue malefatte. Una minaccia latente, un monito alle fanciulle troppo arrendevoli, una frecciata all'indirizzo dì Byron. Le vicissitudini editoriali de Il vampiro di Polidori non sono meno significative. Pubblicato per la prima volta sulla «New Monthly Magazine» nel 1819, il racconto fu attribuito erroneamente allo stesso Byron, contribuendo ad accrescere la fama del testo e a moltiplicarne gli effetti parodistici e dissacratori. Lo stesso Goethe, che aveva sperimentato il tema nella Braut von Korinth, ne lodò le qualità letterarie e lo giudicò una delle cose migliori del Byron, la cui sdegnosa smentita non impedì tuttavia al racconto di Polidori di entrare con pieno diritto nella storia della letteratura.

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    Lord Ruthwen di John William Polidori

    Se la prima vera trasposizione poetica del mito folklorico del vampiro si ha nel 1797 con la ballata Die Braut von Corinth (La sposa di Corinto) di Goethe, a codificare i tratti del vampiro letterario è il giovane medico personale e amico di Byron, John William Polidori. Invitato anche lui al celebre soggiorno nella villa Diodati di Ginevra nel 1816, insieme a Byron, a Shelley e alla sua futura moglie Mary e a Claire Clairmont, ex amante di Byron, partecipa alla sfida, lanciata da Byron stesso, di scrivere ognuno una storia di fantasmi. ...........omissis......... Byron abbozzò la storia di due amici che si recano in viaggio dall'Inghilterra alla Grecia, uno dei quali muore in circostanze misteriose e fa promettere all'altro che la propria morte rimarrà segreta. Quando il sopravvissuto ritorna in Inghilterra ritrova l'amico, vivo e vegeto, dedito ad incontri mondani e ad avventure amorose. Su questo frammento Polidori costruirà Il vampiro. Si tratta della storia dell'incontro tra il misterioso e affascinante Lord Ruthwen ed un «giovane gentiluomo» di nome Aubrey. I due intraprendono un viaggio (su modello del Grand Tour romantico) che li porterà a Roma e poi in Grecia. Già dal soggiorno romano, però, Aubrey si accorge delle nefandezze e delle bassezze di cui è capace il suo compagno, il quale si dà ad insidiare senza pudore le grazie di un'innocente fanciulla della buona società italiana, e decide di proseguire il viaggio da solo. Giunto in Grecia, vi si stabilisce e si innamora di Ianthe, che lo introduce ai misteri dell'amore candido e puro. Qui Aubrey ode per la prima volta i racconti popolari riguardo ai vampiri (le cui descrizioni lo impressionano fortemente per la somiglianza con l'aspetto e i comportamenti di Ruthwen) e qui ne subisce l'attacco. Ianthe muore uccisa, con al collo i caratteristici segni del morso vampirico. Anche Lord Ruthwen si reca in Grecia e trova l'amico nel delirio della febbre e del dolore per la perdita dell'amata. Decidono di proseguire il loro viaggio ma vengono aggrediti dai briganti (motivo tipico della letteratura romantica) che uccidono Ruthwen. A questo punto il Lord ottiene da Aubrey la promessa che la propria morte rimarrà segreta (motivo centrale del frammento incompiuto di Byron) per un anno e un giorno. Tornato a Londra però Aubrey non solo si vede ricomparire davanti Ruthwen, ad un salotto mondano, ma è costretto ad assistere impotente all'azione seduttoria del mostro nei confronti della propria amata sorella. Quando, ormai delirante e impazzito, egli riesce a denunciare la verità allo scadere del giuramento, è troppo tardi: «Lord Ruthwen era scomparso e la sorella di Aubrey aveva appagato la sete di UN VAMPIRO! ». Nella creazione della figura di Lord Ruthwen .......Polidori riesce ad usare Byron contro Byron.......insopportabile e litigioso compagno di viaggio e di vita. Il nome stesso del protagonista vampiro, Lord Ruthwen, allude scopertamente alle vicende che caratterizzarono la vita del poeta, essendo tratto dal romanzo autobiografico Glenarvon, in cui l'autrice Caroline Lamb, che per un certo periodo intrattenne una relazione con Byron, ritrae quest'ultimo nelle vesti del perfido e crudele Ruthwen Glenarvon, fatale alle sue donne fino a meritare l'intervento punitorio del diavolo stesso, consegnando alle pagine della letteratura tutto il suo risentimento e la sua delusione di amante tradita. Nell'aprile del 1819 la novella di Polidori appare sul «New Monthly Magazine» a nome di Byron, non si sa se per un malinteso del direttore della rivista o per l'ennesimo scherzo irriverente dell'autore, generando una serie di polemiche ed equivoci, il più macroscopico dei quali fu senz'altro la dichiarazione di Goethe che ci si trovava di fronte alla miglior opera che Byron avesse mai scritto. Nonostante l'esplicita ammissione della paternità del romanzo da parte di Polidori, almeno altri due racconti sui vampiri vennero attribuiti a Byron (Vampyre; or the Bride of the Isles, circolato a puntate in edizioni popolari prima del 1820 e Lord Ruthwen o i vampiri, stampato a Napoli nel 1826), segno che la connessione tra il revenant e l'eroe «byronico» cui il poeta aveva dato vita, con il proprio comportamento volutamente dissoluto e cinico, era avvertita chiaramente e collettivamente. Basta del resto confrontare il ritratto di se stesso che Byron tratteggiò nelle stanze di Lara (canto I, XVII-XIX), con le pagine del romanzo di Polidori in cui si introduce e si descrive la figura del vampiro, per notare nella scelta dei temi e degli aggettivi usati il palese riferimento ad un unico modello di eroe, l'eroe maledetto romantico. Omissis...........Il vampiro di Polidori è dunque inseparabile dalla temperie spirituale e dalla Weltanschauung pre-romantica e romantica, dal byronismo, dalla rappresentazione del dandy impenetrabile e seducente, dalla concezione dell'eroe maledetto e fatale, che rovina gli altri e se stesso. I motivi ricorrenti del racconto sono la forza, la potenza seduttoria, la distruttività del mostro-vampiro e del suo sguardo. Carattere principale di Ruthwen è, come nota V. Teti, l'ambiguità: egli è «generoso e ozioso, misterioso e vagabondo, affascinante e turpe». ...omissis...... Il tema della potenza e della capacità di fascinazione del vampiro, presente anche in ambito folklorico in quanto connaturato alla figura stessa del revenant, assume vesti idonee al momento storico in questione. Il vampiro della letteratura europea ottocentesca non poteva avere l'aspetto di un contadino serbo o greco, semplicemente perché questo non avrebbe colpito minimamente l'immaginario occidentale borghese. .....omissis...... II vampiro della letteratura mantiene il carattere di sovvertitore dell'ordine costituito, che avevamo evidenziato come nucleo fondamentale del vampiro folklorico, e dunque, nel pieno dell'età borghese, assume caratteri decisamente antiborghesi, anche dal punto di vista della propria estrazione sociale, quasi sempre aristocratica. Come nota Punter: « Ruthwen è in effetti modellato per certi versi su Byron, ma questo è meno importante, Ruthwen non è la rappresentazione di un individuo mitizzato ma di una classe mitizzata. Egli è morto e tuttavia non lo è, così come il potere dell'aristocrazia all'inizio del XIX secolo era e non era morto; egli esige sangue perché il sangue è l'occupazione dell'aristocrazia, il sangue sparso in guerra e il sangue di famiglia. Il vampiro nella cultura inglese, in Polidori, in Bram Stoker e altrove, è una figura fondamentalmente antiborghese. È elegante, ben vestito, un maestro nell'arte della seduzione, un cinico, una persona esente dai codici sociomorali predominanti». ....omissis..... In Francia il racconto fu ripreso e parafrasato da Charles Nodier, che ne trasse un romanzo e un dramma cui si ispirò l'opera in quattro atti Der Vampir, su musiche di H. A. Marschner, rappresentata con grande successo a Lipsia nel 1828 e di seguito in tutti i teatri tedeschi, a Londra e a Liegi. Del 1829 è l'adattamento teatrale ad opera di J. R. Planchè, dal titolo The Vampire or the Bride of Isles, in cui gli avvenimenti sono ambientati in Ungheria e Lord Ruthwen porta il titolo di boiardo valacco (prefigurando il Dracula di Stoker). Tra gli epigoni di Polidori più noti e più importanti, va ricordato E.T.A. Hoffmann che con il suo Vampirismus (1821), riprendendo anche Goethe e il filone poetico ispirato alla figura di Philinnio ricordata da Flegone Tralliano, reintroduce in letteratura la donna-vampiro, ......omissis. Ci troviamo dunque di fronte ad un nuovo contagio vampirico, questa volta in ambito letterario e artistico. Dopo averne discusso da un punto di vista filosofico, religioso, scientifico, morale o semplicemente per svago e diletto, l'Europa colta e ormai romantica fa del vampiro un personaggio, con tutte le implicazioni che la moderna semiotica riconosce a tale termine. Fa, cioè, del vampiro un «luogo poetico», un «luogo indefinitamente rinnovabile di produzione di senso», secondo la definizione di personaggio data da Anne Ubersfeld. ..............omissis

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    Storie di Vampiri
    Lord Ruthven e i suoi successori

    Se è su documenti di questo genere che si sostanzia la leggenda moderna del Vampiro, la sua immagine letteraria discende da una circostanza di tutt'altro genere, nella quale si trovarono coinvolti non più magistrati, ecclesiastici e boia, ma narratori e poeti. All'origine c'è una scommessa, dalla quale sarebbe nato il Romanzo dell'Orrore anglosassone. Il luogo è Villa Diodati a Ginevra. Nella splendida dimora, il giugno del 1816, è radunato un gruppo di intellettuali: i poeti inglesi Byron e Shelley, il primo in compagnia dell'amante Claire Clairmont e del segretario e medico personale John William Polidor4,il secondo dell'amante - e futura moglie - Mary Woll_Stonecraft Godwin, all'epoca diciannovenne; con loro, erano anche il letterato e uomo politico John Hobbhouse, il pittore Scrope Davies e lo statista italiano Pellegrino Rossi. «Quell'estate fu fredda e uggiosa», scriveva in seguito la giovanissima Mary, «e piogge interminabili ci costrinsero spesso in casa per giorni e giorni. Trovammo per caso alcuni volumi di storie di fantasmi, tradotti dal tedesco in francese... "Scriveremo ciascuno una storia di fantasmi" ; disse un giorno Lord Byron. E la proposta fu accettata.» Si cominciò dunque a discutere le varie trame, e ciascuno propose la sua: ma, per la maggioranza dei presenti, l'impegno si esaurì in lunghe conversazioni sui principi della Narrativa Soprannaturale. Lo stesso Byron, che aveva lanciato l'idea, si limitò a buttar giù lo schema e le prime pagine di una storia che lasciò interrotta. Ma due dei presenti - sia pure con intenti e impegno profondamente diversi - presero sul serio la scommessa. La prima fu proprio lei, l'amante-bambina di Shelley, che cominciò a scrivere quello che risulterà uno dei massimi capolavori della letteratura fantastica: quel Frankenstein pubblicato anonimo nel 1818, che oggi viene riconosciuto come capostipite tanto del Romanzo d'Orrore Soprannaturale, quanto della moderna Narrativa di Fantascienza. Il secondo a prendere sul serio la scommessa fu John William Polidori, il quale scrisse e pubblicò - sia pure con qualche ritardo e in modi stravaganti - una novella che diede vita anch'essa a un particolare modulo letterario: The Vampyre. In poco più di venti pagine, il racconto di Polidori ridisegna completamente il personaggio del Vampiro, così com'era noto dalle leggende dell'epoca. Da povero contadino ignorante, persecutore di vacche e parenti prossimi, frutto di superstizioni nate nei campi, Polidori lo trasforma in figura a tutto tondo, con il prestigio e il vigore di un archetipo. Il suo Lord Ruthven, tenebroso nobile inglese condannato dai suoi delitti a succhiare il sangue dei vivi, è - innanzitutto - un aristocratico: tratto questo profondamente originale rispetto alla tradizione vampirica precedente, fatta di villici analfabeti (in tutte le migliaia di documenti relativi al vampirismo, l'unico nobile citato fu un certo Barone Joseph von Wollschliiger, ritenuto origine di un focolaio di infezione vampirica manifestatosi nel 1750 nel villaggio prussiano di Jacobdorfs). Poi, non è un mostro ripugnante, un cadavere animato da una scintilla di vita satanica, che compie azioni disgustose e agisce in modo inconsapevole: al contrario, è un personaggio d'aspetto virile, intelligente e ricco di un fascino sottile e irresistibile, che attira le fanciulle come la fiamma le falene. Infine, non si limita a battere nottetempo desolate campagne picchiando all'uscio dei casolari, ma è perfettamente inurbato, e frequenta con disinvoltura la migliore società del tempo. Da questo schema deriverà la matrice sulla quale verranno modellate tutte le successive filiazioni letterarie del Vampiro, sia in veste maschile che femminile. La felice intuizione letteraria di Polidori sembra sia nata dal desiderio di dipingere una caricatura denigratoria di Lord Byron, con il quale era entrato in feroce contrasto, per rivalersi delle frustrazioni che l'eccentrico poeta inglese lo aveva costretto a subire. Lo proverebbe la scelta stessa del nome: Ruthwen Glenarvon si chiamava infatti una incarnazione «satanica» di Byron uscita poco tempo prima dalla penna di una sua amante delusa. Inoltre, non contento di prestare al suo Vampiro aspetto e atteggiamenti byroniani, Polidori fece pubblicare il suo racconto (nel 1819) a firma dello stesso Byron. Non si conoscono i motivi di questa scelta: probabilmente, l'intenzione era ancora una volta denigratoria. Se è così, l'effetto fu opposto: il racconto ebbe immediatamente un successo straordinario, e nessuno dubitò che fosse di mano del poeta. Venne tradotto in tutte le lingue d'Europa, e Goethe lo ammirò tanto da affermare che si trattava dell'opera migliore di Byron. Da quel momento, il Vampiro uscì dall'anonimato, rivendicò quarti di nobiltà, e fece il suo ingresso nell'Olimpo dei personaggi letterari. John William, il suo nuovo «padre letterario», non ne trasse però fortuna. Proveniente da una famiglia di qualche merito intellettuale - il padre Gaetano era stato segretario di Vittorio Alfieri, e una sorella, andata sposa a Gabriele Rossetti, fu madre del poeta Dante Gabriele - il giovane Polidori aveva stupito l'Inghilterra laureandosi a soli diciannove anni in medicina a Edimburgo, e sembrava destinato a una brillante carriera sia scientifica che letteraria. L'incontro con Byron gli fu fatale. Travolto dalla vita disordinata del poeta, che se lo trascinò appresso - fra continui litigi - per mezza Europa, quando questi lo abbandonò, non fu più in grado di risalire la china. Morì suicida nel 1821, a soli 26 anni, per non poter saldare un debito di gioco, inghiottendo «un sottile veleno di sua composizione». Gli sopravvisse il suo personaggio (nel frattempo Byron aveva smentito recisamente d'esserne l'autore) che, come si è detto, ebbe subito grande successo tra gli intellettuali d'Europa. In Francia, già nel 1820, Charles Nodier mise in scena a Parigi, con straordinaria fortuna, una pièce teatrale tratta dal racconto di Polidori, intitolata Le Vampire; qualche anno dopo, scrisse un seguito al racconto, Lord Ruthven et les Vampires, nel quale faceva morire il sinistro personaggio mediante il classico impalamento su una pubblica piazza di Modena. Nel 1828, poi, il suo dramma generò il libretto di un'opera dallo stesso titolo musicata dal tedesco H.A. Marschner, alcune delle cui arie, come la Chanson à boire du Vampire, divennero popolarissime (ma già nel 1801 un certo A. de Gasparini aveva messo in scena a Torino un dramma lirico intitolato Il Vampiro). In breve, quasi ogni autore romantico dell'Ottocento si cimentò con la sinistra figura del Principe delle Tenebre, con opere sia narrative che poetiche, spesso da annoverare tra i capolavori della Narrativa Fantastica. Vampirismus (1828) è il titolo di un racconto di E. TA. Hoffmann del ciclo dei Fedeli di San Serapione in cui si riattualizza il tema classico dell'Empusa. Variazioni vampiriche sono presenti in Nikolaj Gogol; che con Il Vij (1835) produce la sua novella più perfetta. Clarimonde, la morte amoreuse (1836) di Théophile Gautier è un racconto nel quale realtà e sogno si mescolano in una trama originale che piacque moltissimo a Baudelaire (nella cui poesia, peraltro, corrono potenti vene vampiriche). Molte ballate ispirate a Vampiri vennero incluse da Prosper Mérimée in La Guzla (1827), centone di composizioni liriche popolareggianti presentate (falsamente) come traduzioni dall'illirico; lo stesso Mérimée affermò di essere stato testimone oculare, nel 1816, di un caso di vampirismo a Varbesk, in Serbia. E l'ombra del Vampiro aleggia su tutti i Chants de Maldoror (1868) di Lautréamont. Intanto, in Inghilterra, patria del Romanzo Gotico, il Vampiro era entrato nei ranghi dei personaggi della nascente stampa popolare con una serie di dispense a puntate, Varney the Vampyre, pubblicate anonime ma dovute probabilmente a Thomas Preskett Prest e James Malcolm Rymer. In esse, a partire dal 1847, l'ennesimo nobile succhiatore di sangue trascinava per 868 pagine, suddivise in 220 capitoli, le sue atroci vicende di non-morto. Del 1872, infine, è il romanzo breve Carmilla dell'irlandese Sheridan Le Fanu, uno dei maestri riconosciuti della Narrativa Soprannaturale, nel quale tutta la tematica ormai classica del Vampiro - le nobili origini, il maniero perduto nella foresta, il sottofondo erotico (in questo caso legato a un sorprendente, per i tempi, tema lesbico), la vittima inconsapevole, la tradizionale fine cruenta - sono concentrati e riassunti. E proprio la lettura di Carmilla sembra abbia ispirato, alla fine del secolo, la nascita del più celebre Vampiro di tutti i tempi.

 

 
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