….malato
Roma. Un’influenza, poi una colica, poi un collasso, poi un tumore, poi una malattia ematica, poi ancora una colica, biliare. Il bollettino medico di Yasser Arafat si è trasformato più volte nella giornata di ieri, inframezzato da messaggi (e immagini) di fonti vicine al rais che o rassicuravano i palestinesi sulle condizioni di salute del loro leader o accusavano Israele di aver costretto quest’uomo di 75 anni nel ritiro spartano e malsano della Muqata.
Nel frattempo la moglie di Arafat, Suha, è arrivata in Cisgiordania da Parigi, dove vive dall’inizio della seconda Intifada, mentre migliaia di manifestanti si riunivano nei Territori per avere notizie del rais e per manifestargli tutto il loro sostegno.
Non è facile stabilire quali siano le reali condizioni di salute di Arafat né è chiaro se possa essere curato a Ramallah o se debba esser trasferito in un ospedale più attrezzato in Giordania, o se, com’è stato detto in serata, debba andare addirittura a Parigi. Quel che è certo è che la situazione si è aggravata di molto nelle ultime ore e che tutti – sostenitori, nemici, osservatori – si interrogano sul futuro, sul futuro senza Arafat.
Negli ultimi anni, soprattutto dopo il fallimento dei negoziati con Israele nel 2000 e lo scoppio della seconda Intifada, il rais aveva perso popolarità presso i palestinesi, ma è comunque restato l’unico in grado di esercitare una certa autorità.
Riempire il vuoto di potere sarebbe la prima sfida che i palestinesi si troverebbero ad affrontare.
Si è già parlato di un “triumvirato di reggenza” – composto da Abu Mazen, da Abu Ala e dal semisconosciuto presidente del Parlamento, Saim al Zanoun – che dovrebbe garantire una continuità di potere e una successione ai vertici dell’Autorità nazionale palestinese, ma il periodo di transizione si prospetta caotico e, nella peggiore delle ipotesi, violento. Pur con Arafat ancora al comando, mantenere l’ordine era già diventato piuttosto complicato. Con la sua morte verrebbe a mancare l’ultimo argine nella lotta, interna ad al Fatah, tra la vecchia generazione di gerarchi – che veniva dall’esilio di Tunisi – e quella nuova, nella quale si potrebbero scatenare lotte e competizioni per creare un’area di consenso e di preminenza. C’è anche una questione immediata e pratica, che potrebbe rivelarsi drammatica: il funerale del rais. Arafat ha chiesto di essere sepolto a Gerusalemme nel Nobile Santuario, sul Monte del Tempio, luogo sacro per cristiani, ebrei e musulmani.
La gestione di questo periodo di transizione ha conseguenze dirette sui due soggetti maggiormente coinvolti: Israele da un lato e mondo arabo dall’altro, in particolare Egitto e Giordania.
Se dovesse crearsi una leadership palestinese stabile nel breve periodo, il disimpegno unilaterale da Gaza – voluto dal premier israeliano Ariel Sharon e approvato martedì dalla Knesset – potrebbe subire un rallentamento.
Alla base del progetto unilaterale, infatti, c’è la convinzione di Sharon di non avere un interlocutore in campo palestinese: se si costituisse un’autorità, invece, Israele subirebbe pressioni internazionali (e al suo interno, da parte di chi osteggia il piano di ritiro) per ritornare al tavolo di negoziazione della road map. Se, invece, il fronte palestinese non riuscisse a garantire l’ordine, il disimpegno dagli insediamenti di Gaza subirebbe, con tutta probabilità, un’accelerazione, a patto che il vicino Egitto s’impegni in una collaborazione costruttiva con Gerusalemme per trovare una soluzione al vuoto di potere.
Come agiranno Giordania ed Egitto
A livello regionale, il prevalere di una situazione di caos potrebbe portare un maggior coinvolgimento di Egitto e Giordania, soprattutto in Cisgiordania. Se a Gaza, infatti, esiste una figura (pur ambigua) di riferimento, Mohammed Dahlan, che gioca un ruolo predominante nel garantire la sicurezza, la Cisgiordania appare in balìa di poteri locali, “signori della guerra” che perseguono obiettivi individuali, spesso sanguinosi.
Una recrudescenza di attacchi e la mancanza di controllo faciliterebbero l’entrata in Cisgiordania dell’Hezbollah iraniano: è questo un rischio che Egitto e Giordania non sono disposti a correre, per cui attiverebbero una collaborazione costruttiva con i servizi di sicurezza israeliani per arginare la deriva iraniana all’interno dell’Intifada.
Nel caso fosse l’anarchia a prevalere, quindi, Gaza potrebbe risultare più governabile rispetto alla Cisgiordania, con un conseguente indebolimento della coerenza politica tra queste due zone: lo scollamento dall’autorità centrale sarebbe deleterio per il processo di pace. Del resto Arafat, dallo scoppio della seconda Intifada, non ha più investito sulla creazione di un potere centrale aggregante e ha lasciato che la Cisgiordania risultasse dominata da ambizioni locali e bande armate.
E’ questa forse l’eredità più drammatica del rais, che, in crisi di potere e di autorità, ha causato un grave danno alla sua causa, al suo primo desiderio di sempre, rivendicato anche in mezzo alle macerie del suo quartier generale: “Vedrò lo Stato palestinese”.
saluti




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