….flop
Roma. Una festa rovinata, questa. E montagne di carta straccia da nascondere dietro le ribattute, bollettini trionfali azzardatissimi, per l’euforia di due sondaggi sbagliati.
Si tifava Kerry, doveva vincere Kerry, e allora si titolava Kerry, anche con l’aria di chi la sa parecchio lunga, e con la vanità di quelli che hanno già capito tutto, da tempo. I
l Manifesto ha aspettato mezzanotte, incrociando le dita, e appena è uscita la storia dei trecentoundici grandi elettori per Kerry, contro i duecentotredici per Bush (un exit poll modificato nel giro di mezz’ora), ha sparato impaziente la copertina dei sogni: “Good Morning America”.
Finalmente l’America si è svegliata, finalmente soffia un venticello di libertà, come quello che fa svolazzare la cravatta di John Kerry sorridente e portato in trionfo (nella grande foto di prima pagina del Manifesto) da decine di mani che applaudono, accarezzano e sollevano. Un sommario esultante, poi, a grandi caratteri festosi:
“Con una valanga di voti gli americani cacciano Bush dalla Casa Bianca. Venti milioni di elettori in più rispetto al 2000 portano Kerry alla presidenza. Nella notte gli exit poll decretano la sconfitta dell’uomo della guerra preventiva: 311 voti elettorali a Kerry, solo 213 a Bush”.
Per qualche ora è stata l’ora della festa, per la cacciata di George Bush: come notava Roberto Zanini nell’editoriale di prima pagina della prima edizione del Manifesto, intitolato “L’altro paese”, “le elezioni che gli Stati Uniti hanno votato e il resto del mondo guardato col fiato sospeso hanno preso una direzione, ed è quella del cambio alla Casa Bianca.
Erano un referendum su George Bush, sulla sua persona come sulla sua politica, sul destino non ancora manifesto della potenza unica e sul futuro prossimo del resto del mondo”.
E’ successa una cosa sorprendente in quel referendum, secondo il Manifesto:
“Gli americani sembrano votare come europei qualsiasi, inutilmente ostacolati da un sistema elettorale grottesco – più forti delle cause, delle legioni di legali sguinzagliati nei seggi, della guerra sporca che i neocons hanno condotto fin dentro i seggi”.
Invece è andata che gli americani non sono affatto europei qualsiasi, e il Manifesto (che aveva scritto: “Si sta profilando un risultato netto, salutato come una salvezza”) ha cambiato la prima pagina, la foto, il titolo, il sommario, l’editoriale, l’editorialista. Anche vignetta.
Era già stata stampata e venduta quella delle grandi occasioni, di Vauro: due statue cadute dal piedistallo, una dietro l’altra e con il braccio alzato nella stessa posizione, con la stessa smorfia autoritaria, Hussein e Bush. A terra, spezzati.
Alle dieci del mattino invece, la vignetta di riserva in edicola: i soliti missili americani su Fallujah, con due iracheni rassegnati all’incertezza e alle macerie, e proprio niente da ridere.
Peccato, perché era una pagina bellissima, con tutte le mani in aria e la cravatta di Kerry, anche se certo non chic come quella del Riformista, che essendo molto raffinato non si è fatto trascinare dall’entusiasmo ma con sereno distacco ha avvertito i lettori che “Le cancellerie europee” sono “già pronte al ribaltone” e che “Downing St. ha contattato il transition team di Jfk, Parigi revisiona”.
Il Riformista era già molto oltre la vittoria di Kerry, si preoccupava dei rapporti tra gli Stati, ed essendo un po’ Vanity Fair ma soprattutto Vanity Blair, avvertiva che “nelle capitali si ripensa la politica estera”.
A leggere con attenzione era anche possibile rinvenire qualche parola italiana tra i “democrats”, gli “unwilling”, il “transition team” e il “making of a president”:
“La scena è la stessa di quattro anni fa, ma stavolta la fine è diversa. Poco dopo la mezzanotte italiana dalle urne americane sembra spirare una brezza che riscalda gli animi dei democratici e lancia lo sprint di John Kerry alla Casa Bianca”.
Quando lo sprint è svanito, il Riformista ha scosso the head e ha scambiato di posto gli articoli: Downing St. e il transition team a sinistra, the making of a president a destra, e al posto della brezza che riscalda gli animi dei democrats, una più sincera e meno anglosassone “crisi di nervi”.
Da New York Furio Colombo, sull’Unità, dava le sue “Lezioni americane”, come Calvino, descrivendo lo stato di trepidazione dell’America buona, quella di Kerry. Scrive Colombo:
“Lo stato d’animo di tanti americani, mentre a decine di milioni vanno a votare, ce lo hanno descritto, la sera e la notte del 1° novembre, centinaia di fiaccolate in tante città e sobborghi americani, un rito insolito alla vigilia di una giornata elettorale, più tipico dei momenti di paura, del desiderio di stare e sentirsi insieme. Si fa intorno alle prigioni per scongiurare un’esecuzione. Non aveva mai avuto, prima d’ora, un senso o una intenzione politica”.
Si scongiurava Bush, racconta Furio Colombo, mentre Kerry
“ascoltava e batteva le mani come tutti gli altri”. Con grande modestia, infatti, Kerry evitava di battere le mani in quel modo incredibile che pochi conoscono, e il direttore dell’Unità ne ha colto ottimi auspici.
Come Vittorio Zucconi, sulla Repubblica, che prima di modificare alla svelta il proprio articolo da Washington, non ha resistito e ha cominciato trepidante:
“Ancora flebile e incerto, l’ago della bussola elettorale americana vibra verso Kerry, e la possibile, sensazionale vittoria di quel senatore che dieci mesi or sono, all’inizio delle primarie, sembrava condannato a non vincere neppure la candidatura del partito”.
Presto “per far gridare al successo storico i democratici e far preparare a George Bush le valigie per il ritorno definitivo nell’amato ranch texano”, ha scritto Zucconi e poi cancellato, ma intanto dall’altro lato della pagina lo rassicurava Alberto Flores D’Arcais:
“C’è chi inizia ad abbracciarsi, altri invitano alla calma, qualcuno teme un nuovo ‘scippo’ repubblicano ma nell’aria vibra qualcosa, si percepisce quella classica atmosfera che elettrizza la folla quando sente odore di vittoria”.
Secondo Flores D’Arcais decine di agenti lì accanto stavano già facendo le prove per la sfilata presidenziale. Poi però non l’ha più scritto, ma certo ci si sperava, e Federico Rampini era certo che “la spallata dei giovani” fosse la spallata giusta:
“La nuova America che ha polverizzato i record di affluenza alle urne è in parte quella che ha decretato il successo della Nouvelle Vague di cinema impegnato: il fenomeno ‘Fahrenheit 9/11” di Michael Moore”. “E’ la nazione di MoveOn, il movimento della società civile pacifista e anti-Bush cresciuto su Internet”.
Rampini ha scritto che l’altroieri “gli americani hanno sentito tutta l’importanza storica di questa elezione. In tanti hanno voluto riprendersi il diritto di decidere il futuro del proprio paese”.
Forse è andata così, ma i sondaggini sbagliati hanno confuso parecchi, su quale lato della spallata fosse, e allora ci si dava anche un po’ di arie:
“Proiettati in campo nazionale questi sondaggi assegnerebbero a John Kerry il 50 per cento dei voti, lasciando a Bush il 49 per cento. Sarebbe la conferma di un trend storico del quale abbiamo più volte scritto in questi giorni, e che ci è sembrato più affidabile del miglior rilevamento” scriveva Gianni Riotta sul Corriere della Sera di ieri.
Che, edizione dopo edizione, riusciva a titolare anche l’ultima con un amletico: “Bush o Kerry, duello all’ultimo voto”.
Una festa proprio rovinata.
Annalena Benini su Il Foglio del 3 novembre
saluti




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