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29 Luglio 2004
Iraq, per l'Ulivo la svolta sarà Kerry
di Maurizio Molinari su "La Stampa" del 29.07.2004
Centrosinistra italiano e democratici americani si assomigliano e se John Kerry dovesse arrivare alla Casa Bianca «ciò farà bene ai rapporti fra i due Paesi». Alla vigilia della conclusione della Convention di Boston il segretario dei Ds, Piero Fassino, e il leader della Margherita, Francesco Rutelli, tirano le somme degli incontri avuti con i consiglieri del candidato democratico, arrivando a prevedere una convergenza anche sulla presenza delle truppe in Iraq. «Abbiamo sempre chiesto e auspicato una svolta sull'Iraq - dice Rutelli - e questa arriverà se si insedierà un'amministrazione guidata da John Kerry». «Quando abbiamo chiesto cosa farà Kerry appena eletto ci hanno detto "alzerà la cornetta e convocherà una riunione fra tutti i leader", questo significa iniziare nella maniera giusta», aggiunge Fassino definendo la posizione del centrosinistra sull'Iraq «uguale a quella di Bill Clinton e Kerry» lì dove affermano che la priorità è stabilizzare il Paese. Rutelli identifica in Kerry la «svolta irachena» in ragione del fatto che la piattaforma democratica è in favore di «un'America che non va da sola» e cerca il consenso della comunità internazionale per affidare alla Nato la gestione della sicurezza dell'Iraq. «Sarebbe un quadro diverso nel quale si potrebbe discutere tutto - sottolinea Fassino riferendosi alla presenza di truppe italiane in Iraq -, ci siamo sempre detti a favore di partecipare a una missione sotto responsabilità delle Nazioni Unite». Il leader della Margherita guarda anche oltre il caso-Iraq: «Una vittoria di Kerry riavvicinerebbe l'Italia come Paese agli Stati Uniti, favorendo il rilancio di un rapporto indebolito dalle scelte di Berlusconi». I due leader non sembrano temere il rischio di spaccature a sinistra sull'Iraq e usano in proposito un linguaggio di estrema chiarezza, destinato a rassicurare i consiglieri di Kerry, già impegnati a pianificare i primi cento giorni di amministrazione nello scenario di una vittoria il 2 novembre.
Dagli incontri con quelli che potrebbero essere i volti di una futura amministrazione democratica - dall'ex capo di gabinetto di Clinton, John Podesta, all'ex segretario di Stato Madeleine Albright, dal senatore Joe Biden all'ex ambasciatore all'Onu Richard Holbrooke - emergono per Fassino e Rutelli «con chiarezza» le convergenze con il centrosinistra italiano. «Vanno dalla politica estera all'economia, dalla globalizzazione all'aborto, al rapporto Usa-Europa» dice il leader dei Ds. Rutelli va oltre, disegnando lo scenario di sfida alle destre: «La somiglianza sta anche nel fatto che come i democratici per vincere devono conquistare i voti degli elettori delusi da Bush, noi dobbiamo riuscire a essere credibili con quelli delusi da Silvio Berlusconi, e inoltre, così come i democratici hanno ritrovato qui a Boston l'unità, la nostra unità nel centrosinistra è un processo oramai divenuto irreversibile». In realtà proprio ieri il segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, ha fatto sapere di volersi candidare alle eventuali primarie del centrosinistra contro Romano Prodi, ma Fassino liquida il caso con una battuta: «Prima bisogna aspettare di avere le primarie, poi parleremo di candidature alle quali tutti, per definizione, possono presentarsi». Come dire: niente fretta.
Le convergenze fra la situazione politica negli Stati Uniti e in Italia si devono, osserva Fassino, anche alle «similitudini fra le destre, fra le scelte e gli errori compiuti da Bush e Berlusconi». E se i repubblicani potrebbero perdere la Casa Bianca in novembre, anche il governo Berlusconi, dice Fassino, «non andrà lontano perché è debole come dimostra il fatto che continua a ricorrere all'arma della fiducia», e quanto avvenuto sulle pensioni potrebbe avvenire sulla par condicio. Il terreno fatale per la maggioranza, assicura Rutelli, si avviano a essere i conti pubblici: «Il ministro Siniscalco parla di una manovra correttiva di 25 miliardi di euro, sebbene quella appena fatta di settemila ancora in parte non è stata coperta, e via via che emergerà la verità sulle vere cifre dei conti pubblici la maggioranza è destinata a esplodere perché esistono troppe differenze su investimenti e sviluppo fra i diversi partiti che formano la coalizione». In questa cornice, ammonisce il leader dei Ds, «è irresponsabile alimentare attese di riduzione fiscale perché le cifre sono inequivocabili».
http://www.asca.it/docs/news/politica/ASC0232.shtml
19:42 ELEZIONI USA: RUTELLI, KERRY HA PERSO PERCHE' SI E' SOLO CONTRAPPOSTO
(ASCA) - Roma, 3 nov - ''Le elezioni si vincono con le idee.
Bush ha vinto esponendo con convinzione le sue idee, che noi
riteniamo profondamente sbagliate. Kerry ha perso perche' si
e' limitato a contrapporsi alle idee altrui. A un forte
motore ideologico non si puo' contrapporre solo una
negazione''.
Lo dice Francesco Rutelli in una conversazione sul
'Riformista' di domani. Valori, protezionismo, guerra
preventiva, al cuore politico del bushismo come domani a
quello del berlusconismo, dice il leader della Margherita,
''non basta dire di no''. Aggiunge Rutelli: ''Si vince solo
con un progetto positivo e in questo senso da troppi anni
manca da noi una capacita' di leadership''.
Capacita' che invece Rutelli riconosce ai neocon
americani: ''Il neoconservatorismo - spiega - ha proposto un
modello ideologico che si e' fatto apparato di potere e ha
avuto una straordinaria e inaspettata presa negli ultimi anni
quattro anni. Da minoranza che erano, i neocon si sono
trasformati in sorprendente maggioranza anche perche' la
risposta democratica e' stata insufficiente. Basta vedere
quali erano i quattro temi principali sottoposti agli
elettori per gli exit polls: per i repubblicani c'erano i
moral values e la fiducia nella lotta al terrorismo,
dall'altra c'era l'economia on the wrong track, sulla strada
sbagliata, e la guerra sbagliata in Iraq. Insomma, i punti di
forza della campagna democratica erano la critica alla
economia e alla guerra. Non c'e' stato, come nella stagione
clintoniana, un motore positivo''.
http://www.agi.it/news.pl?doc=200411...ine.paesiarabi
PRESIDENZIALI USA: FASSINO, CON KERRY MONDO PIU' SICURO
(AGI) - Roma, 2 nov. - Con la vittoria di Jfk alla corsa per la Casa Bianca "credo possano cambiare molte cose: Kerry ha condotto tutta la sua campagna elettorale dicendo che vuole un Paese che non faccia da solo, capace di ricostruire la sintonia con la comunità internazionale, sintonia fortemente compromessa dall'amministrazione repubblicana". E' una delle ragioni per cui il segretario dei Ds Piero Fassino 'tifa' per il candidato democratico anche alla vigilia del voto per le presidenziali americane. Intervenendo ad una trasmissione su Sky tv, il leader della Quercia si dice convinto che con l'auspicata vittoria di Kerry "l'Europa avrà meno alibi" dal momento che "negli anni dell'amministrazione Bush si è un pò adagiata sullo status quo" e cioe' sull'affermarsi della teoria 'neocon' della guerra preventiva e dell'esportazione, con qualsiasi mezzo, della democrazia.
Naturalmente Kerry "non può risolvere tutti i problemi con un colpo di bacchetta magica ma il fatto che abbia promesso, qualora venisse eletto, di volersi subito mettere in contatto con i leader dei Paesi più importanti del mondo, depone a suo favore e lascia ben sperare sulla ricostruzione di un rapporto forte con l'Europa".
"Penso - spiega il leader della Quercia - che questo sia anche un nostro interesse: nessuno ha da guadagnare da un'America che vuole fare da sola. Abbiamo invece tutto da guadagnare da un'America che vuole esercitare il proprio ruolo di grande paese assieme alla comunita' internazionale. Se vince Kerry questo sara' piu' facile, soprattutto credo sara' possibile aprire una nuova fase nei rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea". E "il legame transatlantico e' decisivo per la sicurezza e la stabilita' degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e del mondo".(AGI) Red 021631 NOV 04 -
021634 NOV 04
http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=19539
Dopo la vittoria di Bush Fassino invita l’Ulivo a diventare propositivo
Non cambia il giudizio negativo sul presidente di guerra, “ma dobbiamo fare i conti con un’America guidata da lui”
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E si riparla di Nato in Iraq
Roma. Ha vinto Bush, segretario. In qualche modo è anche una sconfitta per il centrosinistra italiano. O no? “Liberiamoci dalle caricature – replica Piero Fassino – Non è che se vinceva Kerry vinceva il centrosinistra e siccome ha vinto Bush adesso ha vinto Berlusconi. Si votava per il presidente degli Stati Uniti, le vicende politiche italiane avranno altre occasioni per misurarsi con il grado di consenso dei cittadini”. Ma non c’è dubbio che voi tifavate per Kerry. “Naturalmente abbiamo guardato a lui con simpatia e fiducia, perché portatore di una proposta che a noi sembra più convincente e più in sintonia con il nostro modo di vedere le cose. In particolare su alcuni punti rilevanti. Sulla crisi irachena Kerry sostiene un approccio di tipo multilaterale riassunto nella formula ‘Bush vuole fare da solo, io dico mai gli Stati Uniti da soli’. Secondo, il programma economico, con una piattaforma più vicina ai valori e alle idee della sinistra europea. In terzo luogo, il valore della laicità. In questa campagna elettorale ha giocato un ruolo anche il ritorno del fondamentalismo religioso, che ha sostenuto Bush e si è tradotto in un attacco alla legge sull’aborto, alla ricerca sulle cellule staminali, alla negazione del diritto a una libera vita sessuale per ciascuno. Perciò consideravamo Kerry migliore di Bush”. Però alla fine le elezioni le ha vinte Bush. “Ed è giusto chiedersi perché abbia vinto lui. Non credo, come dice Berlusconi, perché ha ridotto le tasse: lo ha fatto soltanto con i super ricchi, a danno dei ceti medi. La vera campagna elettorale si è giocata sul grande tema della sicurezza dell’America. Tre presidenze americane sono cadute sul tema della guerra: Truman nel ’52 per la Corea, Johnson nel ’68 non si ricandidò per il Vietnam, Bush padre perse nel ’92 dopo la guerra del Golfo. Stavolta invece un presidente di guerra ha vinto”.
Sorprendente? “No. Quelle erano guerre che si svolgevano lontano, invece in questi anni gli americani la guerra l’hanno vista in casa. L’11 settembre è stata l’aggressione al cuore del cuore del cuore dell’America”. La paura ha fatto vincere Bush? “Non solo la paura, ma la domanda di sicurezza. La maggioranza degli americani pensa che, di fronte al pericolo, Bush sia più credibile. Questo dice che il tema della sicurezza non può essere sottovalutato. La campagna elettorale è stata: con Bush o contro Bush, come presidente che ha fatto la guerra. Kerry ha condotto una campagna generosissima, ma non ce l’ha fatta a evitare che fosse un referendum sulla guerra e su Bush, percepito come il presidente che si è misurato con il tema della sicurezza dei cittadini’.
Ricostruire il rapporto con l’Europa
Ma secondo Fassino, la sinistra italiana come vede davvero Bush? E come dovrebbe ora rapportarsi? Persino Raul Bova, parlando del suo film “Alien”, evoca i “mostri veri eletti in Usa”. “Incarnando la destra americana, che ha fatto la guerra e che rilancia il fondamentalismo religioso, non c’è dubbio che Bush sia vissuto come il portatore di un’idea del mondo molto lontana dalla nostra, da avversario politico, come è giusto che sia. Però questo non può tradursi nella negazione del suo ruolo di presidente degli Stati Uniti. Quando si vuole stabilire un rapporto con un paese democratico, si fanno i conti con coloro che sono stati chiamati dagli elettori a dirigerlo. Bush è il presidente, e con lui dobbiamo fare i conti. Non significa dargli ragione, ma confrontarsi liberamente con lui”. Dice pure, Fassino, che “rimane oggi intatto il problema che c’era 48 ore fa: come si ricompone la frattura tra il mondo e gli Usa che la guerra irachena ci ha consegnato. L’America da sola, per quanto potente, non ce la fa a mettere ordine nel mondo, ma sarebbe del tutto velleitario pensare di costruire un ordine del mondo a prescindere dall’America. Non appartengo a coloro che in Europa pensano sia meglio un’America che fa da sola, qualunque persona saggia deve proporsi di ricostruire un saldo rapporto tra Europa e Usa, essenziale per la sicurezza del mondo. Serve la volontà di entrambi: che Bush capisca che con l’Europa deve misurarsi, e occorre che l’Europa faccia i conti con Bush e non assecondi la sua solitudine”. Ora Bush è stato rieletto, la guerra al terrorismo durerà anni. La posizione del centrosinistra sull’Iraq resterà quella che si conosce?
(segue nell’inserto I)
(05/11/2004)




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