Tasse: perche'prima le imprese?
di Renzo Rosati
5/11/2004
Il presidente della Confindustria fa il suo mestiere: si batte perché la prima fetta dei (finora solo promessi) sgravi fiscali vada alle imprese e non ai cittadini. Ha inoltre ragione a chiedere l'abolizione dell'Irap: è iniqua. Ma nel 2003 c'è stata un'indigestione di utili e di dividenti. E per le grandi imprese un'aliquota nominale media del 42% scende con vari sgravi al 29: quanto un cittadino a medio reddito
Luca Cordero di Montezemolo va capito.
Come presidente della Confindustria non può che battersi perché la prima fetta dei (finora solo promessi) sgravi fiscali vada alle imprese e non ai cittadini: è il suo lavoro. Gli industriali ricordano il recente appello di Carlo Azeglio Ciampi: «La nostra economia perde da anni terreno in termini di competitività e quote di mercato, la produttività non aumenta».
Per rovesciare questa tendenza, dicono ora gli industriali, bisogna che il governo prima riduca le tasse alle aziende e solo dopo, e se sarà avanzato qualcosa, ai privati . Ma hanno ragione?
PER L'IRAP INDICATORI CHE NON REGGONO
Sicuramente fanno bene a lamentarsi dell'Irap, l'Imposta regionale sulle attività produttive varata dal centrosinistra in anni di boom economico e basata su indicatori che non reggono più: per esempio sul fatturato in rapporto al numero di dipendenti ma non sul profitto. L'Irap, oltre a essere iniqua, si è trasformata in un boomerang, perché punisce l'occupazione e magari le spese per la ricerca, due campi già in crisi.
Fin qui le ragioni della Confindustria.
Ma se esaminiamo le cifre del sistema industriale più da vicino, scopriamo statistiche sorprendenti. L'ultimo rapporto di agosto 2004 di R&S, la società di ricerche della Mediobanca, considerato la più affidabile, segnala che nel 2003 c'è stata per i grandi gruppi industriali un'indigestione di utili e di dividenti, riscossi questi ultimi molto spesso dalle holding controllanti delle società operative.
UTILI MOLTIPLICATI PER 11
Riferiti alle 1.945 maggiori aziende italiane censite dalla Mediobanca, gli utili sono stati di 10 miliardi di euro, contro 928 milioni di perdite nel 2002.
Un miglioramento pari a 11 volte tanto. I dividendi hanno toccato 14,3 miliardi di euro: +85,4%.
I gruppi pubblici hanno versato all'azionista di controllo cedole per 3,5 miliardi (+45%), ma sono anzitutto i soci di maggioranza dei privati ad avvertire la differenza, con un totale di 2,07 miliardi contro i 181 milioni del 2002.
Anche in questo caso il rapporto è di 11 a uno rispetto all'anno prima. A fronte di tutto ciò il personale si è ridotto di 24 mila unità.
BENEFICI FISCALI
E le tasse? Le grandi imprese hanno denunciato un'aliquota nominale media del 42%; ma tenuto conto dei vari benefici fiscali concessi in questi anni, hanno sborsato concretamente il 29 per cento. In pratica, quanto un privato cittadino a medio reddito. Questo grazie al meccanismo dei crediti, degli incentivi e delle svalutazioni portate in detrazione tra società controllori e controllanti.
PIÙ STIPENDIO, PIÙ PRODUTTIVITÀ
Resta un ultimo dato, quello degli stipendi. Ebbene, la retribuzione media mensile lorda di un dipendente - non sul campione ma sul totale delle imprese nazionali - è di 1.533 euro. Contro, per esempio, i 2.099 della Francia e i 2.200 della Germania. Ma anche contro i 1.935 euro dei Paesi Bassi e i 1.866 della Svezia. Questi paesi non sono citati a caso: nelle annuali statistiche sulla competitività figurano davanti all'Italia.
Forse questa graduatorie di competitività non sono da prendere per oro colato (sono le stesse che danno il Botswana davanti all'Italia e alla Cina), ma i numeri parlano da soli. E ci sarebbe da aggiungere che in Francia, Germania, Svezia le aziende pagano al fisco più che in Italia.
Dunque di che cosa si lamentano gli industriali?
Certamente le piccole e medie imprese stanno messe peggio delle circa 2.000 big. Soprattutto perché, non disponendo delle complesse catene societarie delle grandi, possono scaricare meno tasse. Per esempio, su di esse l'incidenza dell'Irap è paradossalmente maggiore. Ed è a questa massa di aziende che si riferisce Montezemolo quando dice: «Non riesco più a tenerle».
Però, dati alla mano, appare arduo difendere la tesi cara alla Confindustria, ma anche a molti politici - tipo quelli di An - secondo la quale occorre tagliare prima le tasse alle aziende e poi ai cittadini. Piuttosto bisognerebbe mettere nelle tasche dei consumatori qualche soldo in più: senza denaro disponibile, è arduo rilanciare i consumi.
Forse le aziende italiane puntano al made in Italy solo sui mercati esteri? In questo caso dovrebbero però migliorare la qualità e l'appetibilità dei prodotti rispetto alla concorrenza straniera.
Comunque, per restituire al Paese un po' di voglia di consumo le strade non possono essere che due. O aumentare gli stipendi, ma da questo orecchio le aziende non ci vogliono sentire. O ridurre le tasse.
Tagliare posti di lavoro, pagare poco i dipendenti e poi immaginare che tutti si precipitino festosi allo shopping di Natale è un po' troppo.
Se poi si pretende anche di mangiare per primi la torta fiscale....


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