….Allawi
Roma. Iyyad Allawi in persona ha voluto ieri dare il via alle operazioni di terra dell’esercito americano e iracheno dentro Fallujah, denominate “Phantom Fury”.
Dopo una notte di combattimenti alla periferia e una giornata di bombardamenti, verso le 18 ora locale, all’inizio del coprifuoco, il leader iracheno ha lanciato il segnale dalla base operativa dei 15 mila assedianti, all’esterno della città:
“Dopo l’entrata in vigore del coprifuoco le operazioni contro i terroristi possono iniziare”.
Il gesto di Allawi è più che simbolico: per mesi il dibattito internazionale si è arenato proprio sulla direzione delle operazioni militari.
Francesi, tedeschi e spagnoli hanno sempre insistito perché non fosse affidata agli americani.
Ora Allawi, che l’Onu ha nominato premier iracheno, va direttamente sul terreno di battaglia per dare l’ordine di attacco. Una chiarezza esemplare che rafforza la posizione di George W. Bush e Tony Blair e rende sempre più insostenibile la posizione di Kofi Annan (contrario all’attacco) e delle forze politiche che continuano “a stare alla finestra”, come dice Allawi.
E’ questa un’assunzione di responsabilità sul piano interno e su quello internazionale.
Ieri infatti, Iran e Arabia Saudita sono usciti allo scoperto con due palesi ingerenze nella crisi irachena, a fianco degli insorti.
Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Hamid Reza Asefi, ha detto: “Una soluzione militare non è un modo appropriato per risolvere i problemi di sicurezza dell’Iraq”.
Le accuse di manovre oscure che da mesi il governo iracheno rivolge agli ayatollah iraniani sono così comprovate.
Gravissima la presa di posizione di 36 famosi ulema sauditi che hanno emesso una fatwa a favore di al Zarqawi:
“La resistenza irachena contro le truppe americane non è terrorismo, ma jihad che va sostenuto”.
In Arabia Saudita non esiste la libertà d’espressione e una dichiarazione del genere non può essere siglato da tanti ulema se non è approvato ufficiosamente dal governo: anche da Riad, dunque, arriva la conferma di complicità e incitamenti all’azione dei terroristi che rispondono, con Zarqawi, con un’identica proclamazione del jihad.
Dentro la roccaforte di Fallujah non ci sono soltanto gli uomini di al Qaida, ma anche le rappresentanze di tutte le componenti dell’eversione sunnita, appoggiate in primo luogo dal Comitato degli Ulema di Baghdad, che continua a emettere comunicati identici a quelli degli ulema sauditi.
Fallujah, infatti, è il luogo in cui sono rappresentate tutte le componenti del blocco sociale ristretto che costituiva la base di consenso popolare del regime di Saddam. E’ una città sunnita, posta sulle vie di comunicazione dove passava il contrabbando di petrolio, che godeva quindi di una diretta e ricca ripartizione di redditi illegali in un’economia di tipo malavitoso ramificata (compreso il racket dei rapimenti di donne e bambini).
Proprio questa composizione sociale atipica, oltre al terrore sparso a piene mani da al Zarqawi, spiegano perché siano falliti sinora tutti i tentativi americani di mediazione e di
“irachizzazione” del controllo della città.
Fallujah non è Najaf, città santa sciita, in cui i terroristi di Moqtada al Sadr erano un corpo estraneo tra una massa di fedeli che riconosce soltanto la leadership dell’ayatollah al Sistani, al cui volere si sono infatti poi assoggettati anche gli estremisti, consegnando le armi e mettendosi sulla strada della creazione di una fazione politica.
Fallujah è una città di fuorilegge che vogliono rimanere tali perché la normalizzazione, la fine dei combattimenti e le elezioni segnerebbero la fine dell’egemonia dei clan malavitosi che la controllano. Per questo è oggi una città deserta – tre quarti dei civili sono fuggiti – e in mano alle bande dei terroristi, più poche decine di migliaia di abitanti.
E sempre per questo Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa statunitense, ha detto che l’offensiva lanciata ieri per la conquista della roccaforte “richiederà tempo”.
Questo fa dell’assedio e della presa di Fallujah un “unicum” nella storia dell’esercito americano.
La controffensiva su Hue, nel 1968, non è infatti comparabile: allora gli Stati Uniti contendevano la città all’esercito nordvietnamita secondo schemi classici di guerra di carri armati e di plotoni frontali di fanteria.
Fallujah è invece controguerriglia pura, guerra urbana, contro un esercito senza divisa, frammentato in più fazioni senza un comando centrale che usa tecniche di combattimento innovative, inclusi gli attentatori suicidi.
E’ una Stalingrado della Mesopotamia alla cui conquista è partito un esercito americano che non ha mai combattuto una battaglia urbana di queste dimensioni e quando l’ha fatto, ha sempre perso.
Anche per questo è una battaglia cruciale.
Il Foglio del 9 novembre
saluti




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