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Discussione: La strega e il....

  1. #1
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    Predefinito La strega e il....

    ....senatore

    Il professor Domenico Fisichella continua a tacere su una circostanza per lui e per tutti noi imbarazzante.
    Un suo stretto collaboratore nel lavoro istituzionale, Dario Mattiello, è stato licenziato perché fotografato al gay village del quartiere romano di Testaccio.
    Così recita la denuncia circostanziata del fatto, firmata da Daniele Scalise nel Foglio e corredata della foto incriminata da noi pubblicata ieri in prima pagina.
    Una smentita avrebbe risolto le cose, se verificata, mentre il silenzio del vicepresidente del Senato le complica, e parecchio. Intanto per un motivo specifico.
    Per quanto possa essere fiduciario un rapporto di collaborazione nello staff della segreteria politica di un’alta autorità istituzionale, il solo sospetto, denunciato in modo chiaro e legittimo da un giornalista, che quel rapporto sia stato interrotto per una inclinazione moralistica relativa alla personalità dell’interessato, e al suo uso del proprio tempo libero, ha l’inconfondibile sapore della discriminazione.
    E siccome di discriminazione, contro gli omosessuali o contro la professione di coscienza di un cristiano si è molto parlato e si sta parlando molto nel nostro paese e in Europa, sarebbe encomiabile che il senatore Fisichella chiarisse, se siano chiaribili, le cose.
    Poi c’è un aspetto più generale della faccenda.
    Noi abbiamo sostenuto che la battaglia di interdizione contro il commissario designato dal governo italiano per Bruxelles, Rocco Buttiglione, fosse inquinata dal pregiudizio politicamente corretto. Marco Pannella ha ribadito di aver considerato fin dal primo momento “ineccepibili” le dichiarazioni che hanno poi portato alla liquidazione del commissario di cultura e formazione e confessione cristiana-cattolica, e di aver insistito su una questione non di legittimità per lui a svolgere il suo mandato ma di “opportunità”.
    Come dicono certi chirurghi, però, l’operazione è riuscita benissimo, tutto era “ineccepibile”, ma il paziente è morto.
    Il caso Fisichella è la controprova culturale.
    Se fosse viva una sensibilità civile politicamente corretta, intonata alla nostra legislazione sui rapporti di lavoro e alla carta dei diritti europea e al trattato costituzionale appena firmato, il nostro paese oggi sarebbe in tempesta, e la sinistra laica e cattolica chiederebbe conto in modo chiaro, visibile, del comportamento dell’alta carica istituzionale.
    Il che non è, salvo una lodevole interpellanza dell’onorevole Franco Grillini e una lettera pervenutaci dal deputato della margherita Roberto Giachetti.
    Speriamo che, anche per dimostrare la buona fede anti-discriminatoria e lo zelo mostrato nel caso Buttiglione per la tutela delle minoranze, il vicepresidente del Senato sia chiamato a rispondere e a chiarire le cose.
    In qualunque paese civile il suo silenzio sarebbe preso come una dimostrazione di arroganza, e se ne verrebbe giù il teatro per i fischi.

    Ferrara su Il Foglio

    saluti

  2. #2
    Gin Pì... Nun ce lassà...
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    La sinistra, ancorché laica e cattolica(?!?), è attualmente impegnata a festeggiare per motivi molto più concreti. E come darle torto?

    Fisichella può attendere.

  3. #3
    Iterum rudit leo
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    Credo che il senatore Fisichella sia libero di scegliere i parametri che preferisce per selezionare i propri collaboratori. Anche se, personalmente, dubito che sia questa la ragione del licenziamento (o cmq che sia la sola ragione).

  4. #4
    Gin Pì... Nun ce lassà...
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    Predefinito

    In origine postato da krentak
    Anche se, personalmente, dubito che sia questa la ragione del licenziamento (o cmq che sia la sola ragione).
    E' un Suo parere o ha qualche argomento valido a riprova di quanto afferma?

  5. #5
    Iterum rudit leo
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    Più che altro mi sembra difficile immaginare che dopo otto anni di stretta collaborazione ci sia voluta la foto di un settimanale per scoprire le inclinazioni sessuali del Mattiello.

  6. #6
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    Predefinito L'affaire....

    ....Mattiello

    Roma. Diciamo che non deve essere stato facile per Dario Mattiello, 37 anni, brillante capo della segreteria del vicepresidente del Senato Domenico Fisichella, rialzarsi in piedi dopo essere stato investito da un tram targato Fisichella.
    Diciamo che dopo otto anni di lavoro con una persona che stimi e che immagini ti stimi, dopo otto anni di rapporti intensi e quotidiani, di fiducia, simpatia e fedeltà, vedersi liquidati con freddezza, umiliati senza possibilità di replica, accusati di un delitto inespresso e fantasioso, beh, non è facile tirare un lungo e profondo respiro, rialzare lo sguardo, uscire dal torpore che ti provoca la mortificazione e reagire senza sguaiataggini.
    Mattiello è tornato da poco da un blitz spagnolo, uno dei tanti dopo un’estate da inferno durante la quale ha perso il lavoro e ha rischiato di perdere anche una buona parte di se stesso.
    In un pub della periferia romana, fuori dal raccordo anulare, accompagnato da una birra e sperando che nessun altro fotografo lo colga in chissà quale posizione sconveniente, parla e ricorda quel che è successo.
    A dire la verità più che un’intervista sembra una puntata di “Ai confini della realtà”.
    E’ che Dario Mattiello aveva commesso l’imprudenza di passare una serata con gli amici al Gay Village, un ampio spazio all’aperto della Roma vacanziera, luogo dove la sera vanno perfino i bambini rompicoglioni con tanto di mamme rompicoglioni e di papà ancor più rompicoglioni.
    Dove vanno coppiette eterissime, giovincelli pronti al rimorchio con la persuasione – non del tutto ingiustificata – che le pischelle che frequentano i luoghi gay sono prede più facili, più rilassate, più desiderose di uno sguardo e di un complimento che non arriva quasi mai.
    Poi ci sono brillanti lesbiche paffute e altre smilze ed elegantissime, maschietti incerti e mariti con il prurito del settimo anno, studenti insonni e finocchie in disarmo, attori stracchi e cantanti sgolati.
    Di tutto. Di più. Quel tutto che nella notte estiva romana si assomma, si mischia, si confonde e solo all’alba sembra placarsi. Su una pista si balla.
    Dei bei ragazzoni sudano, luccicano di sudore, si tirano via le t-shirt e un paio (ma non siete obbligati a guardare) si sbaciucchiano.
    Un altro (Dario Mattiello, nel nostro caso) tutto vestito e solitario passa in cerca del gruppo di amici e amiche perduti da qualche parte.
    Dall’alto di un muretto un fotografo immortala la scena e il giorno dopo vende il servizio a un settimanale.
    Nella foto il vicepresidente-integerrimo-che-dio-l’abbia-ingloria ravvisa un volto conosciuto e sobbalza: Ohibò, ma quello non è il dottor Mattiello che è anche il mio capo della segreteria? Ah, reo! Licenziar lo dobbiamo.
    E così fu.
    Anno di grazia - ma più che altro di disgrazie - 2004.
    Dottor Mattiello, quando è nato tutto questo?
    “Il martedì seguente all’uscita di Panorama, il 6 luglio, quando ho incontrato il presidente Fisichella”.
    Che è successo quella mattina?
    “Verso le undici, undici e mezza siamo rimasti soli in ufficio e lui ha tirato fuori dalla borsa il numero di Panorama (che io avevo solamente sfogliato senza accorgermi della foto) e mi ha detto: ‘Ma lei ha visto questa foto?’. E’ scandalizzato, stupefatto, sbigottito. Mi dice: ‘Lei non può andare in questi posti, lei è un personaggio pubblico, non può farsi fotografare in ambienti del genere’. Tento di spiegare: ‘Ma io non sapevo niente… Non sapevo che mi stessero fotografando… Ero lì casualmente, con un gruppo di amici ed amiche che stavo cercando perché li avevo persi di vista… Era l’inaugurazione’. Lui è stato estremamente… insomma… grandi rimbrotti, non mi vengono nemmeno le parole… una ramanzina molto forte, un invito a starmene a casa per tre giorni per far decantare la vicenda e l’invito a presentargli una relazione scritta in cui dar conto con chi ero e con chi non ero, cosa ci facevo lì, insomma il racconto della serata per iscritto”.
    Cosa provò quella mattina?
    “Ero sconvolto. Mi sembrava di vivere in un sogno. Non riuscivo a darmi conto dell’importanza che questa cosa poteva avere per lui. Comunque ho cominciato a preparare questa relazione anche se la cosa mi pesava un poco perché significava raccontare la mia vita privata, il mio tempo libero… Comunque, cercavo di salvare il salvabile”.
    Doveva fare anche i nomi delle persone che l’avevano accompagnata. Roba da Stasi tedesco-orientale o da Securitate di Ceausescu.
    “Certo, ho dovuto chiedere alle persone che erano con me il permesso di inserirle in questa lista, in questo resoconto. Erano quattro, cinque persone…”.
    Come hanno reagito i suoi amici?
    “Erano tutti esterrefatti. Hanno detto quasi tutti di sì, anche se poi la cosa non è stata più necessaria perché la situazione è precipitata”.
    In che maniera?
    “Con il presidente non abbiamo avuto nessun contatto fino
    alla domenica. Quel giorno ho chiamato un altro collaboratore di segreteria. Gli ho parlato brevemente e poi, mentre stavo come
    di consuetudine chiamando Fisichella alle otto di sera – da anni ci sentivamo verso quell’ora della domenica per pianificare gli impegni della settimana successiva - lo stesso collaboratore con cui avevo parlato prima mi chiamò per avvisarmi che venerdì 9 luglio era partita una lettera che, successivamente al mio rientro dalla Spagna, ho visto essere una lettera di licenziamento. Sinceramente, fino ad allora ho pensato che il ‘mio Presidente’, dopo lo sconcerto iniziale, avrebbe chiuso la vicenda, semplicemente invitandomi a una maggiore prudenza. In quel momento mi sono cadute le braccia. Come un pugile suonato, ho eseguito automaticamente quanto mi veniva richiesto. Mi è stato detto di riconsegnare il tesserino del Senato e il permesso del parcheggio, cosa che ho fatto il martedì successivo incontrandomi con un’altra collaboratrice d’ufficio. Poi sono scappato. L’unica cosa che mi è venuta in mente in quel momento è stato cercare di dimenticare, allontanarmi da quest’esperienza traumatica”.
    Lei mi diceva che ha avuto la percezione, il dubbio di aver fatto qualcosa di sbagliato.
    “Non avrei mai pensato che una mia foto sarebbe potuta finire sui giornali per questo motivo. Non era né voluta né desiderata. Era una semplice casualità e quindi, a quel punto, visto che ti succedono tutte queste cose, visto che un tuo superiore che stimi la considera una cosa talmente inaccettabile, ti chiedi se non hai fatto davvero qualcosa di male. Poi con il tempo rifletti e ti rendi conto che non hai fatto assolutamente nulla, che quello era un locale pubblico, che era una festa pubblica, frequentata da gente conosciuta, giovani, meno giovani, coppie etero, coppie omo… ma questo lo realizzi solo con il tempo. Lì per lì sei travolto. Non sai cosa fare”.

    Un lavoro full time, 50 ore alla settimana
    Che rapporto aveva con Fisichella?
    “Credo in questi anni di essere stato al suo fianco molto degnamente. Nei giorni in cui non veniva al Senato ci sentivamo tre o quatto volte e spesso ci vedevamo anche a casa sua dove andavo a portargli del lavoro, la posta… Nei giorni di Senato eravamo lì dalle 9 alle 20, prima che arrivasse lui e fin dopo che lui se ne era andato. Era un lavoro full time, cinque giorni su cinque, alcune volte – se c’era seduta – anche il sabato. Roba da più di cinquanta ore alla settimana. Del resto il mio lavoro di caposegreteria era molto delicato”.
    Che tipo di contratto aveva?
    “Un contratto di collaborazione coordinata e continuativa iniziato nel 1996 e rinnovato, con la nuova legislatura, nel 2001. In realtà, si trattava di un rapporto di lavoro subordinato, con tutti i crismi di quella tipologia contrattuale, dal ferreo controllo orario alle esigenti direttive di lavoro sino al controllo sulle singole operazioni affidatemi”.
    Come ha conosciuto Fisichella?
    “Alla Luiss dove sono stato suo studente in due corsi. Nel ‘96 ho collaborato intensamente alla campagna elettorale e avendo lui bisogno di un capo segreteria, pensò a me. Mi ha poi riconfermato nel 2001”.
    In questi anni non c’è mai stata occasione in cui lui abbia espresso giudizi sgradevoli, fatto un riferimento pesante che segnalasse una sua propensione omofoba?
    “Mai. Non abbiamo mai parlato in questi termini. Il nostro è stato sempre un rapporto professionale, intenso ma mai privato. Essendo un maestro della cultura liberale non avrei mai immaginato che fosse questo l’atteggiamento nei confronti dell’universo e poi non avrei mai potuto immaginare che questo fatto specifico avrebbe potuto provocare quella reazione”. Torniamo al fatto. Un collaboratore della segreteria le annuncia l’arrivo di questa lettera. Lei che fa?
    “Io, semplicemente, parto. Vado in Spagna e a metà settembre, al mio ritorno da una ‘vacanza forzata’, trovo il mio licenziamento”.
    Come si sente?
    “Malissimo. Sono stravolto. Metto in discussione me stesso, tutto quello che ho fatto. Viene fuori un sentimento di ingratitudine nei confronti di una persona che per otto anni avevo servito diligentemente e che mi ripaga con questa moneta senza per altro neanche parlarmi”.
    Non l’ha più sentito?
    “No. Non mi ha mai più chiamato”.
    Quand’è che realizza di essere vittima di una violenza inaccettabile, qual è il passaggio successivo? Quando si capisce di essere colpevolizzati di una colpa che non si ha? Insomma, quando è avvenuto lo scatto che l’ha fatta ribellare?
    “Lo scatto è avvenuto in settembre. Dopo un primo periodo in cui ho riflettuto con maggiore distacco sui fatti e sugli eventi e anche su sollecitazione di alcuni familiari e di alcuni amici che mi dicevano che questa cosa non poteva passare senza che nessuno ne sapesse nulla e senza andare a vedere chi avesse ragione, allora mi sono convinto. Se a luglio avevo il dubbio di aver fatto ‘qualcosa di male’, ora non era più così. Tra l’altro questo è ulteriormente confermato dalle attestazioni di solidarietà che sto ricevendo anche all’interno del Senato. Non so come spiegarglielo: inizialmente è qualcosa più grande di te, non sai come gestirla. Poi hai del tempo, rifletti e dici: ma perché io devo far passare una cosa del genere? Ma tutto questo ha un costo per me. Mi costa una fatica enorme. Uno stress enorme”.
    Anche perché non l’ha scelto ma è stato costretto.
    “Non ho scelto niente. E’ tutto capitato contro la mia volontà”.

    Familiari e amici
    Come hanno reagito i suoi familiari, i suoi amici? Ha trovato qualche muro?
    “No, sono stati tutti solidali. A mia madre in una prima fase non l’ho detto. C’era un motivo. Un motivo serio”.
    Può parlarmene?
    “Sì. Quando è successo ‘il fattaccio’ mio padre era morto da appena tre mesi. Tra l’altro Fisichella era venuto al funerale di mio padre. Insomma, mia madre non meritava un ulteriore colpo”. Come ha reagito sua madre?
    “Meglio di quanto mi aspettassi. Ha capito che era stata commessa un’ingiustizia. All’inizio pensavo che anche in lei avrebbe prevalso un atteggiamento borghese, visto che da lì noi proveniamo. Un atteggiamento di paura, di colpa, di cosa dirà la gente…”.
    Invece?
    “Invece no. Anche se c’è uno stress familiare forte. Mia madre è una donna di sessantacinque anni che ha subito da poco un lutto terribile”.
    Gli amici come si sono comportati?
    “Gli amici sono stati tutti molto solidali. Le conversazioni con gli amici mi hanno spinto a uscire. Sono stati loro a dirmi che non potevo far passare questa cosa come se non fosse successa, perché altrimenti non me ne sarei mai liberato. Non è rimuovendola, mettendola da parte che sarei potuto andare avanti”.
    Com’era la vita di tutti i giorni? Ci pensava a quel che era successo?
    “Non smettevo di pensarci. Tutto il giorno. Tutte le notti. Perché di notte non dormivo. Non ci riuscivo proprio. Finché ho dovuto ricorrere ai sonniferi per aiutarmi. Il silenzio della notte e il pensiero di questa cosa non mi facevano proprio dormire”.
    Ora come va?
    “Ora sto lentamente ritrovando un equilibrio”.

    Nel mondo, in questi mesi, sono successe alcune cose che evocano, sia pure in lontananza, la sua vicenda. In Spagna viene riconosciuto il matrimonio gay.
    In Italia c’è Rocco Buttiglione che viene incolpato per aver espresso un’opinione che definiva l’omosessualità un peccato.
    “Io penso che Buttiglione abbia distinto tra il piano morale personale e quello politico. Non posso togliere a Buttiglione il diritto delle sue opinioni e non credo che sarebbe stato un commissario bacchettone. Credo che su quella vicenda Ferrara non abbia torto. Sulla questione spagnola, io sono a favore delle unioni civili ma non del matrimonio gay. Sono a favore dell’idea che due persone dello stesso sesso, se hanno voglia di convivere, abbiano parità di diritti rispetto a due persone di sesso diverso e che ciò sia legalmente sancito. Il matrimonio, storicamente e culturalmente, è un’altra cosa”.
    La cosa bizzarra è che su una dichiarazione opinabile di Buttiglione e una volgarotta di Tremaglia sia scoppiato subito l’inferno mentre su un fatto, un fatto concreto e tangibile di Fisichella, tanti cuoricini sensibili abbiano fatto e continuino a fare molta fatica a svegliarsi. Come se lo spiega lei?
    “Non me lo spiego. Non so proprio che dirle. Anche a me pare piuttosto strano, ma non so spiegarlo”.
    Mi viene da pensare, anzi ci giurerei, che Fisichella contasse sul fatto che lei non avrebbe mai osato ribellarsi.
    “Non so cosa possa aver pensato Fisichella, ma so quello che è successo. So quello che ho faticato prima di capire cosa fare e quel che ancora devo faticare”.

    La lettera del 9 luglio
    Nella lettera di licenziamento che cosa c’è scritto?
    “La lettera non era nemmeno indirizzata a me, ma al servizio del personale del Senato. In quella lettera del 9 luglio si comunica che con decorrenza 6 luglio io sono “cessato dal servizio”. A me è stata mandata una fotocopia di quella lettera con un’altra di accompagno”.
    Perché al servizio del personale del Senato?
    “Perché il mio stipendio, come quello di tutti i collaboratori, era pagato dal Senato. Io ero un “collaboratore” a tempo pieno assunto dal Sen. Fisichella, con una retribuzione commisurata
    “per relationem” a quella del personale dipendente del Senato, e corrisposta in via amministrativa dagli uffici per offrire un servizio come tanti altri ai senatori membri dell’Ufficio di presidenza. Il mio era ‘de facto’ un lavoro subordinato”.
    Cosa si aspetta che succeda adesso?
    “Che una terza parte dica chi ha torto e chi ha ragione. E dunque dica, accertando se vi sia stata una discriminazione nei miei confronti, come io credo, se è legittimo liquidare un dipendente perché fotografato a sua insaputa e in atteggiamenti assolutamente normali in un luogo pubblico gay. Se la presenza in un locale pubblico conta più di otto anni di servizio onorato. Se, in conseguenza, nel mio paese possa sentirmi libero nell’esercizio dei miei diritti”.

    Daniele Scalise su Il Foglio del 11 novembre

    giusto per non nascondersi dietro a un dito

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Fisichella, la strega e il....

    ....computer del Senato

    Roma. Altro che funzionario stimato, piuttosto un attaccabrighe, uno smargiasso e magari un po’ cochon.
    Dopo giorni di silenzio Fisichella, in una nota di agenzia, dice di essersi dovuto liberare del suo capo segreteria perché utilizzava “in esclusiva uno dei due computer attribuiti dal Senato in dotazione alla segreteria particolare, precludendone ogni impiego da parte degli altri collaboratori.
    Successivi accertamenti hanno permesso di individuare ricorrenti collegamenti di tale computer con siti del tutto estranei agli
    interessi di un ufficio pubblico, e in particolare, per la sua delicatezza, di un organo costituzionale”.
    E aggiunge: “ovviamente i contenuti di tali collegamenti non sono stati verificati per rispetto della privacy.
    Tale computer è ora in custodia presso gli uffici dell’amministrazione del Senato”. Il vicepresidente del Senato si mostra inciprignito per il ricorso alla stampa e accusa Mattiello di aver “determinato situazioni di difficoltà e perfino di incompatibilità nei rapporti di collaborazione e personali anche con altri componenti della mia segreteria particolare. Tutto
    ciò con disagio sotto il profilo funzionale”.
    Fisichella sostiene che “pur non esistendo alcun obbligo di motivazione per la conclusione di una collaborazione di tipo fiduciario, il sottoscritto non ha formalmente motivato non su tale premessa ma per evitare di recare un qualunque danno al dott. Mattiello nella ricerca di un nuovo lavoro”.
    Avrebbe licenziato Mattiello per il suo stesso bene.
    Cosa risponde Mattiello?
    Stordito ma deciso a non chinare la testa, ha scritto una lettera
    aperta al suo ex datore di lavoro che il Foglio pubblica in esclusiva:
    “Caro Presidente, leggo con dolore la sua nota di agenzia di quest’oggi. Vi leggo anche numerose imprecisioni, certamente non volute e tuttavia bisognose di rettifica. Preliminarmente
    mi permetta di dichiararmi deluso dalla conduzione dell’intera vicenda. Infatti il nostro rapporto ha viaggiato sui binari della
    correttezza assoluta. Mi stupisco nel sentirLa affermare l’esistenza di disagi funzionali.
    Chiunque sa della perfetta sintonia di lavoro realizzatasi in otto anni di collaborazione trascorsi sotto il Suo assiduo duplice
    ruolo di erogatore di direttive di lavoro e di controllore inflessibile di risultati. La condizione per la quale sono stato legato a Lei
    da un contratto di collaborazione coordinata e continuativa non può certo averLa tratta in inganno sulla mia effetiva subordinazione
    nell’effettivo rapporto di lavoro. A tal proposito, caro Presidente, voglio ricordarLe che questo rapporto di lavoro è retto dal
    diritto civile. Io, sfortunatamente, non sono un dipendente del Senato, sono stato un Suo dipendente. L’uso del computer a cui fa riferimento con accenni obliqui su eventuali impieghi non istituzionali che respingo recisamente e in piena coscienza, è avvenuto nell’ambito di un rapporto di lavoro privato.
    So che il personal computer da me utilizzato era quello assegnatoLe dal Senato, e per questo, Le ricordo è stato finalizzato alla gestione delle Sue attività.
    Per altro, quel computer, insieme ai titoli di accesso al Senato, io l’ho perso di vista fin dal 6 luglio scorso. Non so se nel frattempo,
    sia stato utilizzato impropriamente.
    Aggiungo che esso è sempre stato nella mia disponibilità
    prevalente ma non esclusiva. In ogni caso è certo che esso servisse non un ufficio pubblico bensì le esigenze di svolgimento di
    attività inerenti un contratto di lavoro privatistico.
    Quanto agli intenti conciliatori che avrei manifestato e contraddetto, caro Presidente, non avrei avuto dubbio di attivarli
    insieme a Lei se dopo avermi ‘scacciato’ avesse avuto la forza morale di convocarmi.
    Ciò non è avvenuto e, come certo non Le sfugge, la procedura civile in materia di processo del lavoro pretende l’esperimento di
    un tentativo di conciliazione.
    A quello soltanto mi sono riferito doverosamente.
    Non le nascondo che le Sue ‘avances’ conciliative, fattemi pervenire attraverso canali interni al Senato hanno confermato il Suo disprezzo nei miei confronti consistendo nell’invito a non dar corso a procedure legali in cambio di certe somme di denaro, purché non insistessi nelle mie ‘stupidaggini’.

    Il tentativo di mascherare una discriminazione
    Caro Presidente, il Suo licenziamento nei miei confronti è illegittimo perché discriminatorio. Prima della pubblicazione di quella foto il nostro rapporto personale, ancorché ancorato a schemi formali precisi, si poteva definire molto buono e intenso e non minato da riserve di alcun genere.
    Successivamente alla foto, Lei personalmente mi ha invitato a fare le valigie. Per il solo motivo di quella foto come Lei non ha mancato di far sapere a numerosi funzionari del Senato.
    La prego, non cerchi di mascherare la discriminazione con presunte carenze professionali.
    Ancora una volta chi ci ha conosciuti insieme è testimone in piena coscienza di una intesa semmai invidiata, mai messa in
    discussione.
    Quanto alle carenze di motivazione del licenziamento, Presidente, non dica di avermi voluto proteggere. Come sa, la legge protegge il lavoratore.
    Creda, mi affido più volentieri al principio di legalità che non alla protezione politica!
    Mi abbia con immutata cordialità, Dario Mattiello.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito

    Come volevasi dimostrare, il senatore Fisichella ha chiarito che l'allontanamento del Mattiello non ha avuto nulla a che fare con le sue (presunte) inclinazioni sessuali. Ora, stai a vedere che non si può nemmeno licenziare un collaboratore insoddisfacente solo perchè presumibilmente omosessuale.

  9. #9
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    Predefinito Il macho La Russa a Mattiello....

    ....sde vuoi vieni con me

    Roma. Per dire come dentro An è stata presa da alcuni screanzati l’intervista di Domenico Fisichella al Corriere sulla vicenda di Dario Mattiello, il collaboratore licenziato dopo essere apparso in una foto al Gay Village, ieri bastava vedere quei due parlamentari, copia delle dichiarazioni del vicepresidente del Senato in mano. Uno citava, con voce impostata e solenne: “Io sono un autorevolissimo ambiente della presidenza del Senato…”.
    L’altro declamava, dopo opportuno inchino: “Io sono un professionista della scienza e della filosofia…”.
    E un terzo, su un divano del Transatlantico, sghignazzava: “Quello
    era venuto per sdoganare noi, adesso ci tocca sdoganare lui per
    dargli una verniciata liberale”.
    E giù risate. Screanzati senza amor di patria, appunto.
    Dice invece Ignazio La Russa:
    “Voglio fare una difesa vera di Fisichella, in maniera simpatica”.
    E difesa fa, il coordinatore di An. Con tanto di sorpresa finale.
    “Finora sono rimasto in silenzio perché volevo capire. Ora leggo questa intervista al Corriere dove Fisichella chiarisce che non c’è stato alcun licenziamento in seguito alla foto. Evidentemente c’era un rapporto non positivo con il suo collaboratore”, attacca La Russa. Aggiunge: “Credo che sia stato fatto troppo rumore sul licenziamento, e non ho motivo di dubitare che se fosse arrivato il giorno prima della foto nessuno se ne sarebbe occupato. Dunque,
    piena solidarietà a Fisichella per le critiche ricevute”.
    E se fotografassero un suo collaboratore al Gay Village?
    “E che ne sa che non sia già stato fotografato? Certo che non sarebbe stato un elemento di valutazione della sua attività lavorativa con me. La verità è che a parole nessuno è omofobo,
    pochi dichiarano apertamente un pregiudizio nei confronti dei gay”.
    La Russa garantisce che lui non è di questi, anche se spiega, premette e chiarisce: “Ho sempre dichiarato di non condividere le pretese degli omosessuali di poter aspirare a un rapporto di coppia che, in quanto a diritti, somigli a quello tra marito e moglie o a una convivenza eterosessuale.
    E l’assoluta contrarietà alla possibilità di adozione di un bambino da parte di coppie gay o lesbiche”.
    Di più: “Non ho nessuna simpatia per manifestazione di esibizionismo dello status di omosessuale, come avviene quasi
    sempre nei Gay Pride”.
    E persino: “Mi troverei in difficoltà se un omosessuale cercasse
    di ‘indottrinare’ mio figlio sulle ‘opportunità’ di avere tutte le esperienze in campo sessuale”.
    Scansato il rischio di trasformare l’infante Geronimo in una specie
    di squaw Pelle di Luna, veniamo al dunque e alla sorpresa larussiana sul caso Mattiello.

    Quei baci a Buontempo
    “Ho sempre detto di avere diversi amici omosessuali e di nutrire per molti di loro profonda stima. Non solo per le capacità
    professionali – in certi campi mediamente superiori a quelle degli eterosessuali – ma per alcuni anche per le loro qualità umane.
    Ma mi rendo conto che queste enunciazioni, finché rimangono solo delle dichiarazioni, possono lasciare il tempo che trovano.
    E’ come quella famosa battuta: sono razzista, ma ho qualche amico negro…”.
    E allora? “Bisogna riempirle di contenuti. Credo di poter fare un gesto concreto, insieme alla solidarietà a Fisichella, per mettere fine a questa interminabile telenovela”.
    Sarebbe? “Sono sinceramente disposto – ovviamente se l’interessato lo desidera – a proporgli l’inserimento nel mio staff, anche perché mi hanno detto che è profondamente capace nel suo lavoro”.
    E se accetta? “Entrerebbe di certo nel mio staff”.
    Onorevole La Russa, se la invitassero al Gay Village lei andrebbe? “Non lo preferirei ai posti che frequento abitualmente,
    ma in ogni modo avrebbe un vantaggio: se vado accompagnato da una donna, difficile che qualcuno la insidi...”.
    Non è detto. E poi, qualche maschietto presente potrebbe trovare che lei è un bel bocconcino.
    La Russa, circondato dagli onorevoli Strano e Bocchino, ci pensa un secondo: “Dice? Non credo. Comunque mi saprei difendere”.
    E se andasse qualcuno del suo staff? “Nessun problema”.
    Un ultimo incredulo sospiro larussiano: “Ingiusto: nessuno può dubitare della visione liberale del professor Fisichella”.
    Davanti alla Camera, quelli delle Iene baciano Teodoro Buontempo.
    Che si presta, ma visto che i televisi insistono avverte:
    “Adesso però non ci prendete gusto!”.

    saluti

 

 

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