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Milano. Sono stati appena approvati, tra aspri scontri, in prima lettura dalla Camera (dopo che il Senato aveva già votato), i cosiddetti emendamenti federalisti della Costituzione.
Forse, nell’Italia della Seconda repubblica, le polemiche sono tanto accese perché si sono tagliate bruscamente le radici di riflessioni di lungo periodo sull’assetto istituzionale del nostro paese, disperdendo così “la giusta dimensione politico-amministrativa dei problemi”, osserva Gennaro Barbarisi, ordinario di Letteratura moderna alla Statale di Milano, che nel 1970 fu eletto nelle liste del Pci al primo Consiglio regionale della Lombardia e partecipò alla stagione degli statuti, della discussione con governo e parlamento sui poteri che lo Stato doveva delegare ai nuovi organi di governo decentrato:
“Mi ricordo le richieste che l’Assemblea regionale, perlopiù a grandissima maggioranza (spesso votavano contro i soli missini. Qualche volta i liberali), rivolgeva al governo e al parlamento. Per la diffusa consapevolezza del momento storico e la preoccupazione di una riforma menomata si andava più di una volta ben oltre alle richieste, fatte in questi giorni, per la cosiddetta devolution dei poteri”.
In effetti, leggendo ordini del giorno e testi dei dibattiti nel Consiglio regionale lombardo di quel periodo, si coglie bene la “determinazione decentralizzatrice” delle forze politiche d’allora.

In una seduta del 27 gennaio del 1972 il Consiglio lombardo a larghissima maggioranza chiedeva di ristrutturare completamente le “Direzioni generali del ministero della Pubblica istruzione dalla chiara finalità antiregionalista e antiautonomista”.
Un’analoga richiesta veniva rivolta per la “Direzione generale dei beni archeologici, artistici, ambientali”.
Si rivendicava, poi, “il ruolo della Regione quale momento programmatorio, deliberante e gestionale del processo di sviluppo educativo”.
Giuseppe Guzzetti, consigliere dc, in una riunione del 16 maggio del 1971, introducendo un ordine del giorno sul rapporto tra Stato e Regioni parlava di “trasformazione dello Stato centralizzato in Stato regionale”.
Di “competenza delle Regioni nelle materie indicate dalla Costituzione, piena ed esclusiva, senza riserve a favore dello Stato”.
Nella stessa seduta il consigliere dc Giuseppe Bertoja chiedeva (illustrando un altro odg), di “riconsiderare le Regioni nel contesto della riforma tributaria” perseguendo “una finanza regionale fortemente caratterizzata in senso autonomistico”.
In un altro odg del 10 febbraio 1972 si chiedeva “la totale abolizione per alcuni ministeri (e tra essi per quello della Sanità)”.

Una scorsa a quel dibattito consente di cogliere appieno la spinta autonomistica delle proposte di uno schieramento lombardo (e un fenomeno simile si registrava in tanta parte d’Italia) che non considerava affatto lacerante per l’unità nazionale il
“trasferimento totale” di funzioni decisive per scuola, sanità e anche fisco, dallo Stato alla Regione.
Forse la memoria di quei dibattiti consentirebbe oggi una riflessione più pacata.
Barbarisi osserva come il “non avere fatto riforme seriamente regionaliste, ha dato argomenti a movimenti di protesta come quello leghista”, e invita anche, in previsione dell’applicazione delle nuove norme di cosiddetta devolution indicate dalla riforma della Costituzione, a stare attenti alla questione del personale.
“Allora la Regione Lombardia risolse la questione del personale assorbendo il personale demotivato e legato al passato, degli enti di assistenza che venivano sciolti. Si determinò così una debolezza strutturale dell’istituzione che dura ancora”.

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saluti
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