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Discussione: Il compagno Mussolini

  1. #1
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    la Terra, quarta via, presso l'Unione Nazionale per la Giustizia Sociale - Fronte Cristiano. NO AL NAZISMO DISUMANO; NO AL FASCISMO LIBERTICIDA; NO AL CAPITALISMO SFRUTTATORE; NO AL COMUNISMO ATEO.
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    Predefinito Il compagno Mussolini

    http://www.storiain.net/artic/artic3.asp
    Acceso anti-interventista nel periodo precedente il primo conflitto mondiale, il giovane socialista fece una improvvisa virata e passò sull’altra sponda.
    IL COMPAGNO MUSSOLINI TRADI’ IL PARTITO PER AMOR DI GUERRA
    di MARCO UNIA
    Mussolini traditore! Frase scritta sui muri di cento paesi e città. Mussolini traditore! Frase sussurrata nell’Italia della repressione fascista. Mussolini traditore! Grido collettivo che accompagna il linciaggio di piazzale Loreto.
    Ma traditore di chi, traditore di cosa? Molti, conoscendo i trascorsi socialisti di Mussolini pensano si tratti di un accusa nata con la fondazione del fascismo. Un compagno di sinistra amato e rispettato che improvvisamente svolta dalla parte opposta, passa dal bene al male, abbraccia per interesse la causa del nemico. Eppure, qualcosa non torna in questa ricostruzione: difficile da sostenere sul piano esistenziale e contraddetta della cronologia degli eventi. Mussolini è un traditore già nel 1914, ma il primo movimento fascista, quello dei fasci di combattimento, è del marzo 1919. E allora perché quest’accusa tremenda, che attacca il duce in quel presunto senso dell’onore di cui lui e i suoi compagni si fanno tanto vanto? Non il fascismo ma un'altra insana passione lo separa dal socialismo: è l’amore per la guerra che sboccia in Mussolini nel 1914. In quest’articolo cercheremo di narrare la storia di questa dolorosa e improvvisa separazione.
    Allo scoppio della prima guerra mondiale, nell’estate del 1914, l’Italia si attesta su una posizione di neutralità, rifiutando di intervenire a fianco degli alleati della Triplice . Il nostro governo ritiene che Germania e Austria abbiano iniziato una guerra offensiva e pertanto non si sente vincolato al rispetto di un accordo che vale soltanto in caso di aggressione di uno degli alleati. La questione formale si intreccia poi anche con questioni politiche: gli imperi centrali non godono certo di grandi simpatie nel nostro paese e molti pensano che l’Italia non sia pronta a combattere una guerra di vaste proporzioni. Giolitti e i suoi seguaci, maggioritari in parlamento, ritengono inoltre che gli eventuali vantaggi di una guerra non siano tali da compensare i pericoli e gli sforzi che occorrerebbe fare. I cattolici sono coerentemente per la pace, così come lo sono i socialisti La posizione neutrale dell’Italia sembra pertanto destinata a durare fino alla fine del conflitto, che molti si immaginano comunque breve, visto che la Germania dopo poche settimane è già alle porte di Parigi.
    Tuttavia, l’apparente saldezza della posizione neutrale nasconde a malapena il grande lavoro di logoramento e pressione che viene esercitato da più parti. Dall’estero in primo luogo: gli imperi centrali prima sbraitano e minacciano per richiamare l’Italia al proprio dovere di alleato, poi iniziano ad avanzare proposte di compensi più o meno grandi per ottenerne l’intervento; Inghilterra e Francia rilanciano la posta, aumentando la ricompensa in cambio dell’ingresso del nostro paese nella loro alleanza. Le sirene della guerra iniziano poi a spirare anche all’interno: qualcuno, specie a destra tra conservatori liberali e nazionalisti sostiene la necessità d’aiutare gli imperi, altri a sinistra iniziano a guardare con malcelata simpatia la Francia e i suoi alleati. L’iniziale neutralità ha però reso difficile il dialogo con Austria- Ungheria e Germania, che già dal risorgimento non godevano certo delle simpatie di molti nostri connazionali e con i quali ci sono molti punti di disaccordo, soprattutto sui confini orientali e sul dominio dell’Adriatico.
    Cresce invece l’interesse per le forze dell’Intesa, sia per ragioni pratiche che per simpatie storiche e affinità ideali. Questa è la situazione in Italia nell’estate del 1914.
    In questa situazione politica estremamente fluida e arroventata, il partito socialista italiano pare ben saldo sulle sue posizioni. La linea è netta: rifiuto della guerra e neutralità assoluta per l’Italia. Il fatto che i cugini francesi e tedeschi abbiano appoggiato la guerra non scalfisce le certezze dei socialisti italiani, perché sono gli altri ad aver sbagliato. Mussolini, all’epoca direttore dell’Avanti e uomo carismatico del partito è altrettanto sicuro e fermo nelle sue posizioni neutraliste. Così scriveva in un articolo intitolato Abbasso la guerra!:
    “ Il proletariato d’Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un’altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi; agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga, dunque, dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai Comuni e dalle Provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e strade d’Italia: “abbasso la guerra!”
    Se Mussolini si mostrava così certo delle sue idee, a sinistra erano in molti a iniziare a dubitare che la neutralità assoluta fosse la scelta giusta. L’aggressione del Belgio neutrale da parte dei tedeschi, le simpatie verso la Francia e l’odio per l’Austria iniziavano a insinuare il dubbio su questa scelta di pace.
    Bissolati, espulso pochi anni prima dal PSI e ora leader dei socialisti riformisti fu il primo a mettere in dubbio la bontà della scelta e sostenere che forse l’intervento dell’Italia doveva essere preso in considerazione, se questo fosse servito a concludere la guerra e a creare un nuovo mondo migliore. Bissolati e i suoi compagni ritenevano che la sconfitta degli Imperi fosse il presupposto per un avvenire più luminoso dell’umanità:
    “ Guai per l’ulteriore sviluppo delle idee democratiche e per il futuro maturarsi del socialismo se l’impero del Kaiser e le ambizioni mostruose dell’Austria dovessero ottenere un successo. L’impero germanico e quella grande gabbia di popoli che è l’Austria costituirebbero un pericolo permanente alla pace del mondo…”
    Se i socialisti riformisti interpretavano la guerra in una prospettiva di storia universale, i repubblicani italiani la inquadravano all’interno della storia nazionale e pertanto erano naturalmente portati a schierarsi contro gli Imperi. L’odiata Austria, sotto il cui dominio vivevano ancora i nostri connazionali di Trento e Trieste, doveva essere combattuta per portare a compimento la sospirata unità nazionale. Lo schieramento a fianco di Francia e Inghilterra era poi coerente con le idealità mazziniane di difesa delle democrazie contro ogni forma di autoritarismo (anche se molti dimenticavano che nell’Intesa era presente anche la retrograda e zarista Russia).

    Simbolica immagine di Mussolini
    quando era direttore dell’Avanti
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  2. #2
    W Charles A. Lindbergh 21.5.1927
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    Predefinito PARTE SECONDA

    Anche i democratici e la massoneria si schierarono a favore della guerra e con essi molte delle riviste d’opinione più importanti del periodo, da Lacerba a La Voce e perfino l’Unità, il giornale democratico di Salvemini. A sinistra la svolta più clamorosa fu quella promossa dai socialisti rivoluzionari della sezione milanese, di cui facevano parte Alceste e Amilcare de Ambris, Bianchi, Masotti. Fino ad allora i sindacalismo aveva interpretato la guerra come l’espressione dell’imperialismo borghese e per questo si era sempre attestato su un radicale pacifismo, ma la prima guerra mondiale ne modifico l’orientamento, come dimostrano queste parole pronunciate da De Ambris ad un comizio nel 1914:
    “Siamo e saremo sempre contro ogni calcolo di egoismo nazionale, dovremo perciò insorgere e negare il nostro sangue per qualsiasi mira di conquista territoriale o di allargamento del prestigio statale, poiché tutto ciò è per lo meno estraneo al nostro interesse. Ma no è ugualmente estraneo al nostro interesse il permettere che trionfi o sia soffocato un principio di libertà necessario alla preparazione del nostro avvenire.. Se domani la grande lotta richiedesse il nostro intervento per impedire il trionfo della reazione feudale, militarista, pangermanica, potremo noi rifiutarlo? O pure non sentiremo risuonare nei nostri cuori, come furiosi colpi di campane a martello l’epica invocazione lanciata da Balnqui nel 1870, quando i tedeschi valicarono le frontiere?”
    I rivoluzionari erano dunque disposti a combattere una guerra a fianco dei borghesi e addirittura accanto ai nazionalisti dell’estrema destra. Certo, gli scopi per cui combattere erano differenti, ma si stava creando un nuovo e imprevisto accordo sull’uso della guerra come strumento di realizzazione della propria politica. A sinistra solo i socialisti resistevano al fascino della guerra e rimanevano ancorati alla volontà della propria base, ai naturali istinti pacifisti del proletariato. Radicali, democratici, socialisti riformisti e un gruppetto di sindacalisti rivoluzionari si proponevano invece come élites politiche che intendevano guidare il proletariato verso nuovi obbiettivi che per la loro grandezza e difficoltà non potevano essere immediatamente compresi dalla base. Nell’immediato la partecipazione al conflitto avrebbe comportato lutti e sofferenze per il proletariato ma dopo di essa un nuovo avvenire avrebbe arriso al popolo dei diseredati. Il compito che questo ristretto gruppo di uomini politici e di intellettuali si assegnava era di riuscire a persuadere, ed eventualmente costringere, le masse ad andare a combattere non per i risultati tangibili e immediati ma per quelli a venire. Frustrati dall’incapacità di erodere il consenso del PSI e insoddisfatti del loro ruolo nella nazione, essi intravedevano nella guerra quella grande occasione che gli avrebbe permesso di modificare la situazione politica, sociale e personale del paese. Il mito della guerra come grande occasione di cambiamento era pronto per essere sfruttato nelle sue componenti.
    Molti esponenti politici di sinistra che si erano espressi a favore dell’intervento erano vicini a Mussolini per amicizia o per condivisione di prospettive politiche e forse per questo a partire da agosto iniziarono una serie di indiscrezioni su una sua possibile conversione.
    Il giornale d’Italia e L’azione socialista dissero che Mussolini era ormai a favore della guerra, ma che non osava prendere posizione per non giocarsi la carriera politica all’interno del proprio partito. Dopo aver fatto alcune ammissioni durante incontri presso le sezioni, Mussolini a settembre reagì a questi sospetti inasprendo la propria linea pacifista intransigente. La guerra, strumento del capitalismo che costringe i fratelli proletari a battersi l’uno contro l’altro per affermare il primato della borghesia, doveva essere respinta a tutti i costi. L’Italia non doveva partecipare al conflitto e ogni tentativo di distinguere tra ideali buoni e cattivi, nazioni amiche e nemiche era “artificio e menzogna”
    Ma una simile presa di posizione no servì per arginare le polemiche, perché in fondo in Mussolini si agitava davvero una incertezza e forse agiva anche quel tatticismo politico doppiogiochista di cui veniva accusato da tante parti. Le accuse, dopo le prese di posizione di settembre, divennero anzi sempre più forti e cattive. Mussolini venne apostrofato come un “uomo di paglia” incapace di esprimere la volontà dei propri pensieri, un “Amleto” incapace di decidersi all’azione, un uomo politico disonesto nelle sue prese di posizione. Voci su voci si rincorrevano e anche per questo la direzione socialista indisse una riunione per il 18 ottobre a Bologna: d’altronde per il partito era indispensabile che la linea neutralista fosse sostenuta da tutti, dovendo già lottare contro le pressioni che giungevano dall’esterno.
    Il 18 stesso Mussolini cambiò ancora una volta idea. Dichiarò la necessità di abbandonare la politica della neutralità assoluta in un articolo pubblicato sull’Avanti e intitolato “ dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. Nel suo scritto sosteneva che le formule dovevano tenere conto dell’evolversi degli avvenimenti, che era necessario fare delle distinzioni tra le diverse responsabilità e che bisognava anche tenere presente la questione degli irredenti. Non parlava apertamente della necessità di partecipazione al conflitto europeo ma dichiarava che il partito avrebbe valutato la possibilità di appoggiare una decisione del governo in tal senso.
    L’articolo suscitò scandalo e risentimenti, anche perché Mussolini utilizzò l’Avanti per scopi politici personali, con l’intenzione di mettere la direzione di fronte al fatto compiuto e di imporre la propria volontà: se questo era il progetto, egli fallì però miseramente. La riunione di Bologna, alla quale parteciparono tutti i membri della direzione e molti tra i più influenti rappresentanti del partito, fu altamente drammatica, anche se all’inizio si ricercò una mediazione tra le diverse opinioni. Mussolini si ritrovò completamente isolato ma ciò nonostante ogni decisione venne rimandata al giorno dopo, per dare il tempo ad alcuni esponenti del partito di formulare un ordine del giorno che conciliasse le diverse posizioni e chiudesse la crisi evitando rotture definitive. Il giorno dopo però, non appena Della Seta iniziò a leggere il documento preparato nella notte assieme a Lazzari, Bacci e Morgari, Mussolini interruppe l’oratore esclamando: “ non ci sto.”
    A questo punto la strada era ormai segnata: il documento venne infatti approvato a maggioranza assoluta e Mussolini rassegnò le dimissioni da direttore dell’Avanti. La cocente sconfitta non poteva essere attenuata dai complimenti che gli giungevano dagli altri esponenti della sinistra interventista: Mussolini era ancora nel partito socialista e con il suo gesto aveva sperato di assumerne il controllo politico, mancando però l’obbiettivo.
    Ed ecco che per la prima volta la parola traditore iniziò a circolare tra il proletariato socialista, che vedeva il proprio capo più amato convertirsi alla causa della guerra. Mussolini, secondo una vulgata popolare alimentata ad arte dalla dirigenza del partito e dall’Avanti, era un traditore che aveva abbandonato il proletariato in favore della borghesia e che ormai da mesi tramava per mandare il paese in guerra. D’altronde i gesti di
    Mussolini non fecero che confermare queste prime impressioni, soprattutto la decisione di fondare un nuovo giornale con cui portare avanti la propria battaglia all’interno del PSI.
    Questa scelta era l’esito ad un tempo dell’ignoranza di Mussolini e della sua emarginazione politica: abituato a far sentire la propria voce dalle pagine dell’Avanti, Mussolini non conosceva la logica della base e con la defenestrazione dalla carica di direttore era rimasto completamente isolato all’interno del partito e l’idea di fondare un giornale gli apparve così come la soluzione di malti dei suoi problemi. Ma così non fu ne poteva essere e anzi, come sostiene lo storico Renzo De Felice, quello fu uno dei più gravi errori strategici compiuti dal futuro duce:
    “ …se Mussolini si propose di conquistare alle sue tesi il partito con Il Popolo d’Italia egli commise uno dei più gravi errori di tutta la sua lunga carriera politica, un errore che dimostra chiaramente come dalla tribuna dell’Avanti egli non avesse, pur dominandolo, saputo stabilire un vero contatto con il partito, lo avesse guidato, cogliendo e interpretando, come nessun altro, alcune sue esigenze più vive (specie nelle élites) ma, in ultima analisi, non ne fosse riuscito a comprendere, dall’alto del suo idealismo, la psicologia più intima ed elementare, quella che, per altro, è la forza e la debolezza dei partiti di massa”
    La fondazione del nuovo giornale segnò praticamente la chiusura di ogni rapporto con i militanti del PSI. Per quanto Mussolini continuasse a proclamarsi socialista la nascita de Il popolo d’Italia era un affronto alla disciplina del partito e alla coesione interna che non poté essere tollerato. D’altronde non era stato lo stesso Mussolini negli anni precedenti l’assertore di una politica dura contro ogni socialista non in linea con le decisioni della direzione? E così egli venne ripagato con la sua stessa moneta, anche perché in molti iniziarono a pensare che dietro la nascita del giornale vi fossero finanziatori occulti che intendevano in tal modo destabilizzare la compattezza di vedute all’interno del PSI.
    Anche in questa occasione i sospetti della base non erano poi così infondati: Mussolini era in effetti finanziato in modo più o meno diretto da persone interessate a mettere zizzania all’interno del partito. Il primo a fornirgli i finanziamenti nonché la tipografia, alcuni redattori e l’agenzia di raccolta pubblicitaria fu Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino, il quale vedeva in Mussolini una valida spina nel fianco dei socialisti. E tra l’altro, stando alle sue dichiarazioni, Naldi agiva per conto del marchese di San Giuliano, il ministro degli esteri italiano interessato ad indebolire le posizioni neutraliste della stampa cattolica e socialista.
    Inutile per sostenere la battaglia politica di Mussolini all’interno del PSI il nuovo giornale ebbe comunque un grande successo editoriale. Il giorno della prima uscita- il 15 novembre 1914- Il popolo d’Italia andò esaurito in mattinata. E non si trattò di un successo effimero, perché in pochi mesi la tiratura passo dalle originarie trentamila copie fino a punte di ottantamila.
    Il successo del giornale indusse però la direzione del PSI ad affrettare i tempi, con la convocazione per il 24 novembre di un assemblea della sezione milanese a cui apparteneva Mussolini. Alla presenza di alcuni dei maggiori dirigenti nazionali, da Lazzari a Serrati- che aveva preso il posto di Mussolini all’Avanti- a Bacci e Ratti venne messa ai voti e approvata a grande maggioranza l’espulsione dell’uomo di Predappio dal PSI. Quasi nessuno della base, ma neppure delle élites rivoluzionarie del partito seguì Mussolini nella sua uscita dal partito, a differenza di quello che era accaduto in precedenza nei casi di espulsione di un leader del partito. Le scelte di Mussolini non trovavano appoggi nel PSI e nonostante ciò lui continuava a dirsi socialista:
    “ E quando verrà l’ora, voi mi vedrete ancora, lo vogliate o no, al vostro fianco, perché non dovete credere che la borghesia sia entusiasta del nostro interventismo: ringhia, teme qualche cosa, suppone che il proletariato quando abbia le baionette possa servirsene per qualche suo scopo sociale. Non crediate che io mi separi gaiamente da questa tessera. Strappatemela pure: ma non mi impedirete di essere in prima fila per la causa del socialismo. Viva il socialismo. Viva la rivoluzione.”
    Se la scelta del PSI era sta quella di mantenere tradizionalmente legati socialismo e pacifismo, Mussolini proponeva invece l’associazione tra guerra e rivoluzione. Al di là dei proclami però il suo progetto appariva il più irrealizzabile tra tutti quelli della sinistra interventista, che se non altro erano portati avanti con un maggior respiro storico e politico. In che modo infatti la guerra avrebbe potuto favorire un esito rivoluzionario e socialista? Combattendo fianco a fianco con i borghesi, la rivoluzione non si sarebbe certo potuta fare durante la guerra, se non a prezzo di una umiliante sconfitta, come accadde in Russia; ma non si sarebbe potuta fare ragionevolmente neppure dopo, chiedendo al proletariato di combattere una nuova battaglia subito dopo gli enormi sacrifici sostenuti; l’unico beneficio sarebbe potuto venire da una guerra vittoriosa che avrebbe visto la borghesia e i socialisti trovare nuove intese per la condivisione del potere, ma in tal caso l’opzione corretta era quella riformistica di Salvemini e non quella rivoluzionaria di Mussolini. L’illusione che la posizione interventista potesse garantire maggiore margine d’azione alle forze di sinistra fu d’altronde ben presto disillusa dallo svolgersi degli avvenimenti. Gli interventisti di sinistra diedero certo un contributo importante con i loro comizi e le loro manifestazioni per sostenere la scelta bellicista della guerra. Allorquando il primo ministro Salandra si dimise nel maggio 1915- quando già aveva firmato segretamente il patto di Londra con le potenze dell’Intesa- gli interventisti ne imposero la riconferma e con essa ottennero la sospirata entrata in guerra dell’Italia. Ma per gli interventisti di sinistra “le gloriose giornate di maggio” furono dei fuochi fatui, che fecero per un attimo balenare nei protagonisti la speranza di aver conquistato un diverso peso politico nel paese, magari proprio a discapito di quei socialisti che continuavano ostinatamente a dirsi neutralisti.
    Il primo ministro Salandra e il ministro degli esteri Sonnino si affrettarono invece a dimostrare che ogni illusione era mal riposta e che la realtà era ben diversa: la destra liberare e conservatrice che aveva sostituito alla guida del paese i riformisti giolittiani non aveva alcuna intenzione di aprire alla sinistra dei cosiddetti sovversivi e rivoluzionari. Se il progetto degli interventisti era quello di guadagnare rilevanza politica, il risultato fu invece quello di consegnare il paese nelle mani di una destra conservatrice che ora non poteva neppure essere apertamente contestata perché il paese era impegnato in una guerra lunga e difficile. Salandra aveva utilizzato per i suoi scopi gli interventisti e ora si affrettava a scaricarli con molta rapidità:

    Una manifestazione per chiedere
    l’entrata nella Prima Guerra mondiale
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  3. #3
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    Predefinito PARTE TERZA

    “A livello governativo egli la escluse [la sinistra rivoluzionaria e democratica ] da ogni responsabilità. A livello locale cercò di esautorarla in ogni modo, annegandola in organismi controllati dal governo, dai liberali e da organizzazioni ligie all’autorità. A livello di base, con la scusa della pacificazione degli animi e della serietà del momento, cercò di limitarne al massimo la libertà di espressione e di propaganda, servendosi abbondantemente della censura contro i suoi organi di stampa. Nell’esercito, infine, fu intransigentissimo. I militari repubblicani e socialisti rivoluzionari furono considerati alla stessa stregua degli anarchici, dei socialisti, degli antimilitaristi, segnalati dalla polizia ai comandi militari e accortamente distribuiti nei corpi in modo da non poter costituire un pericolo.”
    Della triste condizione in cui si erano cacciati gli interventisti di sinistra fece esperienza diretta anche Mussolini durante la sua permanenza nell’esercito, seppure le pagine del suo diario sia improntante ad un forzato ottimismo della volontà. Rispetto agli altri intellettuali e uomini politici interventisti, peraltro la carriera militare di Mussolini inizia con un certo ritardo perché mentre gli altri sono già al fronte egli rimane a Milano. Le interpretazioni sul perché di questo ritardo furono e restano contrastanti: alcuni ritennero che Mussolini non facesse il debito sforzo per ottenere l’arruolamento anticipato, altri invece ritengono che la sua volontà sia stata frenata dagli alti comandi. Bissolati ad esempio che ha cinquantotto anni e che per un certo tempo è stato suo compagno nel PSI gli chiede “di lasciare la penna e prendere il fucile”. Comunque sia, Mussolini viene chiamato con la sua leva il 31 agosto 1915 e assegnato all’undicesimo bersaglieri. E poi venne destinato al trentatreesimo battaglione e mandato sul Monte Nero il 15 settembre. Da lì si spostò alle pendici del Monte Vrsig e dello Jawoeck dove avrebbe trascorso l’autunno e la maggior parte dell’inverno. La sua unità non fu mai impegnata in vere e proprie battaglie ma di certo Mussolini poté ben presto costatare come il mito della guerra eroica che lui e i suoi compagni interventisti avevano diffuso fosse assolutamente falso, rispetto ad un conflitto in cui la morte colpiva in modo anonimo e casuale e la vita trascorreva in estenuanti attese in trincea. Una banalità della morte che Mussolini dissimulava continuamente riferendo delle sue mirabolanti fortune nell’evitare questo e quell’altro colpo fatale ma che faceva trasparire sullo sfondo l’assoluta insensatezza del conflitto. La guerra non accresceva lo spirito dell’uomo e nemmeno il suo potere: la richiesta di essere ammesso a frequentare il corso di allievi ufficiali venne respinta dallo stato maggiore e confermata da Salandra che così rispondeva al ministro della guerra in merito alla promozione di Mussolini:
    “Peraltro sempreché V.E. ritenga, per le ragioni esposte nella sua lettera del 13 corrente n.12583, che non possa avere luogo la nomina anzidetta, parmi opportuno che si indugi per quanto è possibile nel prendere un provvedimento negativo”. Impedito nell’avanzamento di carriera, Mussolini dovette fronteggiare altre difficoltà nella sua permanenza nell’esercito, a cominciare da problemi di salute che lo colpirono dopo pochi mesi. Le successive agiografie fasciste fecero infatti dimenticare le assenze per malattia concesse al duce durante il primo e il secondo anno di guerra anche perché c’era il sospetto che la concessione delle licenze fosse favorita da appoggi altolocati. Se risulta difficile capire quanto veramente venisse minato il suo fisico duramente questi primi mesi di guerra, di certo sappiamo che fu turbato il suo spirito, tanto che molti suoi commilitoni lo ricordano cupo e taciturno. Certamente doveva ferirlo il profondo odio che nei suoi confronti nutrivano diversi soldati semplici, che vedevano negli interventisti come lui i responsabili del massacro in cui si era andata a cacciare l’Italia. L’esempio eclatante di quest’atteggiamento fu il modo con cui un suo commilitone gli diede la notizia della morte di Mussolini, dopo avergli chiesto conferma della sua identità e aver ricevuto risposta affermativa: “ Benone, ho una buona notizia da darti: hanno ammazzato Corridoni. Gli sta bene, ci ho gusto. Crepino tutti questi interventisti.”
    Non tutti i soldati lo odiavano, anzi alcuni, specie tra i gradi intermedi provano rispetto per l’uomo ma certo la paura di essere vittima di qualche colpo a tradimento balenò nella mente di Mussolini che riferì di trame socialiste per ucciderlo, anche se non fornì mai una prova certa di tale complotto.
    In alcune circostanze, Mussolini mostrò il suo lato più cinico e spietato, lasciando esterrefatti anche i suoi superiori per la gratuità della violenza, ad esempio quando uccise con una granata alcuni austriaci che stavano tranquillamente fumando di notte nella loro trincea e si erano solo dimenticati che il rossore della sigaretta poteva dirigere il fuoco nemico su di loro. Quando il capitano gli chiese il perché del gesto, dato che quei ragazzi nemici non costituivano un pericolo ma stavano solo fumando e “parlando della loro fidanzate”, Mussolini non seppe rispondere che con una macabra ironia: “ Signor Capitano e allora andiamo tutti a spasso in galleria, a Milano, che è meglio”.
    La sua permanenza al fronte non durò comunque a lungo, perché già nel febbraio del 1917 venne congedato per ferite. A differenza di tanti suoi futuri compagni fascisti però, Mussolini non si guadagnò l’esonero in una azione coraggiosa contro il nemico ma per un banale incidente occorso durante una esercitazione. IL 23 pomeriggio infatti stava effettuando con altri soldati dei tiri di aggiustamento con un mortaio quando una bomba esplose all’interno dell’arma (probabilmente per il surriscaldamento dovuto ad eccesso d’uso) provocando cinque morti e diversi feriti.
    Mussolini non fu mai in pericolo di vita, anche se fu ferito da numerose schegge, soprattutto alla coscia, alla mano e alla clavicola. Fu immediatamente trasferito all’ospedale di Ronchi dove nei giorni seguenti subì alcune operazioni e dove ricevette numerose visite di solidarietà, compresa quella, non si sa se fortuita o meno, del re Vittorio Emanuele III, che poi la solita epica fascista paragonò all’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano. Le ferite e la relativa infezioni lo tormentarono per qualche tempo, ma già ad aprile egli era trasferito a Milano e un mese dopo poteva ricevere tranquillamente visite.
    Con la ferita di guerra la breve carriera militare di Mussolini era terminata, ma il futuro duce si impegnava nel valorizzare al massimo quanto gli era capitato per crearsi intorno un alone di leggenda: si presentava come un uomo miracolosamente risorto dalla morte e soprattutto come un uomo che aveva messo la sua vita in pericolo per il bene della patria. Riprendeva intanto il suo ruolo di direttore del giornale, anche se ora era chiaro che tutta la sua attività editoriale era finalizzata ad ottenere vantaggi politici. Su questo fronte egli mutò significativamente le proprie convinzioni socialiste e già prima di Caporetto fu tra i principali protagonisti della trame complottiste che ruotavano attorno al generale Cadorna. Il progetto di colpo di Stato prevedeva l’esautorazione del parlamento e l’instaurazione di una dittatura militare con a capo il generalissimo, che però non si concretizzò per il rifiuto di quest’ultimo ad assumere la guida del paese.
    Tuttavia la vera svolta nella politica e nella vita di Mussolini coincise con il disastro di Caporetto. La disfatta del 24 ottobre – l’avanzata delle truppe austriache in territorio italiano e lo sbandamento dell’esercito in ritirata, rappresentò a dire il vero un momento di svolta per tutte le forze politiche italiane. Alla catastrofe seguì infatti il moto di disperata resistenza che si concretizzò con il consolidamento del fronte del Piave, dove fu posto termine all’avanzata austriaca.
    Per un istante parve che la nazione intera trovasse una sua unità d’intenti e che la guerra difensiva potesse finalmente coalizzare lo spirito nazionale. In realtà anche questa “unione sacra” si rivelò episodica e di facciata. In effetti dopo Caporetto vi fu una reazione, ma questa andò nella direzione di una ulteriore spaccatura del paese piuttosto che di una sua coesione. La borghesia reagì con impeto patriottico, sentendosi in qualche modo responsabile per la scarsa partecipazione con cui in precedenza aveva affrontato la guerra e attribuendo la responsabilità della disfatta soprattutto al proletariato. I partiti che avevano voluto la guerra, l’ala destra dello schieramento liberale e i nazionalisti interventisti attribuirono la disfatta alle mene del pacifismo interno, scagliandosi contro i neutralisti, in particolare contro i socialisti. Il PSI, che pure con Turati e Treves aveva chiamato a raccolta i lavoratori nella difesa della patria, fu accusato di trame complottiste miranti alla sconfitta dell’Italia o a suscitare la rivoluzione.
    I partiti della sinistra interventista, spaesati dall’andamento della guerra che loro stessi avevano voluti e posti di fronte al pericolo della sconfitta o di una pace senza annessioni, finirono per l’allinearsi sulle posizioni più oltranziste della destra. Invece che chiedere che il popolo partecipasse maggiormente alla guerra, la sinistra interventista iniziò a chiedere provvedimenti che andavano nella direzione opposta. Progetti di dittatura, richieste di censura, attacchi ai socialisti furono all’ordine del giorno e associazioni di resistenza interna guidate da esponenti della sinistra furono particolarmente attive nella delazione e denuncia di pacifisti additati come complottisti.
    Su questa stessa scia si mosse Mussolini, il cui pensiero politico andò totalmente distaccandosi dal socialismo ma anche da ogni ideale libertario e democratico. Fu tra i primi che già nel dicembre del 1917 iniziò a mettere in dubbio il progetto di concordia nazionale, asserendo che in tal modo si lasciava troppo spazio all’azione corrosiva della propaganda socialista, indebolendo così la forza dell’esercito. Così parlava in un articolo del 22 novembre:
    “Noi respingiamo questa nuova, più grande, più pericolosa menzogna, che come l’altra della libertà per tutti potrebbe condurci ad altre tristi giornate. Concordia si, ma per la resistenza e la vittoria. Fuori di qui ci sono gli stranieri e i nemici. Ma il governo invece di prendere una buona volta di fronte questi nemici- in questo momento propizio- li tratta con i guanti. E’ pieno di riguardi per loro. Guai a toccarli. Censura. E quelli non disarmano.!
    Mussolini invece stava diventando un vero e proprio specialista nell’attacco ai presunti nemici della nazione. E questi nemici era per lui soprattutto gli ex compagni di ieri, i socialisti contro cui lanciava continuamente attacchi da “Il popolo d’Italia”. Il traditore accusava i socialisti di tradimento verso la nazione, di sabotaggio ai danni dell’esercito e del paese. A suo parere occorreva utilizzare le maniere forti contro questi nuovi nemici, i capri espiatori per errori tattici e militari commessi al fronte ma che nessuno aveva il coraggio di riconoscere.
    Contro i socialisti, Mussolini non esitava a chiedere l’istituzione della censura e di provvedimenti altamente restrittivi e si spingeva anche a chiedere la chiusura del Parlamento e l’instaurazione di una dittatura: “ una della condizioni per vincere la guerra è chiudere il Parlamento”
    E’ lo stesso Mussolini d’altronde a confermare il suo abbandono del socialismo, a cui sostituisce un confuso ma efficace “trincerismo” ovvero uno spirito e un pensiero rivolto a chi combatte e a chi ha combattuto. Secondo Mussolini la guerra aveva infatti posto fine alle differenze di classe, alle quali si erano sostituite le differenze tra chi aveva combattuto e sostenuto la guerra e chi l’aveva invece osteggiata o era rimasto a caso. Una volta compresa l’impossibilità di riguadagnare la fiducia della base del PSI e di strapparle consensi con una politica da socialista interventista, Mussolini cambiava dunque il proprio progetto. Da abile politico intuiva che i soldati sarebbero stati una forza consistente e nuova nell’Italia del dopoguerra e cercava di accaparrarsene le simpatie proponendo un progetto politico a parole modellato sulle loro esigenze. Si trattava di una mossa astuta e funzionale e che però rivelava ad un tempo le mire di conquista dell’uomo, che non era interessato a perseguire precisi ideali quanto a guadagnarsi un prezioso seguito politico. L’effettiva transizione dal socialismo al combattentismo fu proclamata da Mussolini il 1 agosto 1918:
    “Oggi dopo quattro anni, dalla testata di questo giornale scompare il sottotitolo socialista. Un altro lo sostituisce che mi piace di più e che i lettori- io credo- apprezzeranno di più. D’ora innanzi questo giornale sarà il giornale dei combattenti e dei produttori.”
    Il socialismo era definito da Mussolini come un pensiero obsoleto appartenente al periodo prebellico mentre la trincerocrazia era l’esito moderno della guerra stessa. I combattenti, senza distinzioni di classe, era la nuova base a cui Mussolini affidava il compito di ricostruire e guidare l’Italia nel dopoguerra. Pochi erano i punti fissi del suo programma, come nulli saranno quelli del movimento dei fasci da combattimento che il futuro duce costituirà proprio alla fine della prima guerra mondiale. L’idea di fondo era che chi aveva combattuto aveva diritto di guidare il paese e che questi diritti erano incontestabili: per affermarli era lecito il ricorso alla violenza politica e la soppressione di ogni istituto democratico.
    La transizione era dunque perfettamente compiuta e anche sul piano personale Mussolini andava sempre più allontanandosi dal suo passato socialista. Nel 1918 lui e la sua famiglia si trasferirono, dopo la nascita del terzo figlio, in un nuovo appartamento a Milano al numero 38 di Foro Bonaparte. Un appartamento alto borghese, con molte più pretese di quello in cui erano vissuti precedentemente, nonostante la crisi economica in cui versava Il popolo d’Italia.
    Ma a Mussolini in questa fase non mancava certo i sostenitori, tra cui magari si trovavano anche quell’alta borghesia industriale e agraria che poi sovvenzionerà generosamente il partito fascista in chiave antisocialista. Il cambiamento d’abitudini fu notato anche dalla sorella di Mussolini, che si stupì di vedere mutato anche l’aspetto fisico del futuro duce, ora convertito a vestiti di buon taglio, fiore all’occhiello, colletto impeccabile e che sembrava ormai un perfetto borghese. E per finire, il duce si prendeva anche la licenza di un altro tradimento, quello della moglie Rachele a cui ormai preferiva stabilmente la compagnia di Margherita Sarfatti che sarà una delle sue più abili e sincere promotrici. Ma anche l’ignara Sarfatti nel 19138 sarebbe stata vittima della vocazione al tradimento del Duce, che non si preoccupò di promulgare le leggi razziste che colpivano anche la sua ex amante ebrea.

    BIBLIOGRAFIA
    Mussolini il rivoluzionario, R. De Felice - Einuadi, Torino, 1965
    Mussolini, Pierre Milza, - Carrocci, 1999
    A proposito di Mussolini, D. Mack Smith - Laterza, Bari, 2004
    Mussolini. Un dittatore italiano, R.J. Bosworth - Mondadori, Milano, 2004


    In cilindro e marsina: il socialista
    è passato dalla parte dei borghesi
    Prosit


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    Predefinito MUSSOLINI

    E'un dato di fatto che lo schierarsi delle classi inferiori francesi tedesche austriache etc. con la rispettive borghesie allo scoppio della prima guerra mondiale avvaloro' le tesi di Mussolini che la rivoluzione sociale passava attraverso la Nazione ed i suoi interessi intesi globalmente non solo economici.

    I Partiti socialisti europei allo scoppio della guerra dovevano proclamare lo sciopero generale ed invece i proletari si presentarono alla caserme regolarmente.

    Mussolini e la Sarfatti con lui (quest'ultima ci rimettera' un figlio
    volontario a 16 anni negli Alpini - medaglia d'oro ) perorarono per questo la campagna interventista che trovo' finanziatori francesi interessati
    ( rappresentati dall'editore del Resto del Carlino) ma questo non signfica che Mussolini prese soldi per cambiare idea.Prese soldi perche' aveva mutato idea fondando il Popolo d'Italia.

    Era un interventista puro.Purtroppo poi la guerra , ancorche' vinta. fu un disastro sotto tutti i punti di vista.Perdemmo 670 mila uominin piu' 400 mila mutilati piu' 1 milion 500 mila feriti ed in cambio guiadagnammo solo contenziosi priam di tuitto con il mondo tedesco e con il mondo slavo.ma cio' nnon fu colpa d Mussolini ma bensi' di queglin uomini politici italoiani che alla fine
    svendettero gli interessi italiani agli inglesi ed ai francesi prima di tutto non facendo rispettare gli accordi di Maggio del 1915.

    Ne uscimmo con le ossa rotte e con un mare di debiti oprattutto verso gli Stati Uniti che poim Mussolini riusci' a ridurre sensibilmente.Ma nel 1929 ecco ilò belp ragalo dagli USA: la grande deressione che mette l'Europa in ginocchio ,Hitler al potere e di qui il secondo tempo della guerra mondiale preparata a Versailles e in tutte le vicende anni 20 e 30.Mussolini non ha ceracta la guerra ,ma la guerra ha cercato lui che ha fatto di tutto e di piu' per farla evitare al nostro continente ma tutti lo
    imputeranno nuovo Cristo sul Golgota. Europa !

    Buona domenica

    EUROPA ADDIO ! Gli eterni nemici hanno vinto !

 

 

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