Dal libro di Gianfranco Miglio: Io Bossi e la Lega
Il “federalismo” leghista, pagina 48.
“Quando I miei amici leghisti si proclamavano “federalisti”, io domandavo loro, un po' ironico, che cosa ciò volesse dire. Mi rispondevano candidamente: “Non lo so”, oppure facevano confusi riferimenti alle “autonomie”, alla liberazione dall'egemonia del Sud, e via di questo passo, Anzi, ho il sospetto che, nella mente del segretario e dei suoi collaboratori - stante l'ignoranza di ciò che sia un vero ordinamento federale - quest'ultimo si confonda con l'esigenza di un generico “cambiamento” delle posizioni personali di potere. Del resto I quattro anni che ho passato accanto ai vertici del movimento (e ci stavo notoriamente come esperto della riforma costituzionale) non una sola volta - dico una sola volta - Bossi, oppure uno dei suoi “colonnelli” mi hanno domandato una qualsiasi informazione su un qualsiasi punto dell'ordinamento federale che noi auspicavamo. Il “federalismo” era, per il segretario e per i suoi accoliti, uno strumento per la conquista del potere, una specie di “piede di porco” con il quale scardinare le difese degli avversari. Più volte alcuni “colonnelli” si sono domandati, conversando con me, se l'attuazione della “rivoluzione federalista” corrispondesse realmente all'interesse del movimento.”
Pagina 71: “La politica non si fa certo con le belle maniere e con i “minuetti”; ma, quando saremo emersi da questa vicenda, ci renderemo conto che il bullo di Cassano Magnago ha rappresentato il momento più clamoroso - ma anche il più triviale - della crisi. Un'esperienza che un Paese serio non dovrebbe ripetere più.”




Rispondi Citando
