Gli italiani e l'Adsl: quanto ti voglio, quanto mi costi
di Toni De Marchi
Dice Lucio Stanca, ministro per l'Innovazione tecnologica, che il nostro è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di sviluppo della banda larga per Internet. Un'affermazione fondata sui dati del primo rapporto sulla banda larga in Italia realizzato dal Centro studi del ministero. Secondo questo rapporto, alla fine del 2004 saranno 5,5 milioni gli "individui" collegati in Italia con Adsl, fibra ottica o satellite. Tra il 2002 e il 2003 il tasso di incremento degli accessi al broadband italiano è stato del 135 per cento, e nell'ultimo anno si sono contati in media 30 mila nuovi abbonati alla settimana.
Nel rapporto, a dire il vero, non ci sono grandi novità. E semmai ci sono alcune ambiguità: come la definizione di "individui" che accedono alla banda larga. Non è chiaro, cioè, se si tratti di cinque milioni e passa di abbonamenti o piuttosto di persone che hanno potenzialmente accesso alla banda larga. Se così fosse, una famiglia conterebbe per almeno tre "individui" e il numero degli abbonamenti si ridurrebbe drasticamente.
Senza dire, poi, che in Italia è molto diffusa una tipologia di abbonamento poco conosciuta negli altri Paesi: il free, l'abbonamento senza canone. Il caso italiano è un tipico esempio di creatività zoppa. Diversa da quella tanto apprezzata da Giulio Tremonti quando era ministro dell'Economia, ma con le gambe altrettanto corte.
Quando Internet cominciò a diffondersi nel Bel Paese a qualcuno venne l'idea che si poteva far credere che la "grande rete" fosse un posto gratuito. A cominciare dall'accesso. Tant'è che gli abbonati paganti del dial-up si contano ancor oggi nell'ordine delle decine di migliaia, non dei milioni. O meglio: gli abbonati che sanno di pagare. Perché alla fine pagano tutti, solo che gli altri i soldi li lasciano un po' alla volta sulla bolletta del telefono.
Per l'Adsl è stato più o meno lo stesso: poiché gli abbonamenti stentavano ad arrivare, gli operatori si sono inventati il free, il gratuito. Ma anche qui si paga a minuto anziché a canone, e alla fine il risultato è che, alla prima bolletta salata, la gente smette di "surfare" in rete e la storia si chiude lì. Per questo sarebbe interessante sapere quanti di quei 5,5 milioni di ”individui” censiti da Stanca siano abbonati free e quanti siano "canonizzati". Perché della fedeltà dei primi, alla lunga, uno deve ragionevolmente dubitare, mentre i secondi lo sono a prescindere, avendo già pagato in anticipo.
Sarà forse per questa singolare dissociazione, questo iato tra essere e apparire che vorrebbe essere ingegnoso ma alla fine è solo furbo, che da noi i pochi paganti sono dei "troppo-paganti". Almeno a sentire le associazioni dei consumatori che puntano il dito in particolare sulle tariffe di alcuni operatori attivi sia in Italia che in Francia. Sul sito di Altroconsumo è pubblicato un interessante raffronto tra le tariffe praticate da Tele2, Tiscali e Telecom Italia di qua e di là dalle Alpi, con le tariffe di France Telecom usate come calibro di riferimento. Ebbene, tutte le tariffe italiane sono superiori a quelle che gli stessi operatori applicano in Francia attarverso le loro filiali. E a quelle della stessa società telefonica francese. Il confronto è abbastanza eloquente: l’italiana Alice Flat a 1200 kilobit al secondo costa 64,95 euro al mese, mentre il forfait Extense di France Telecom a 2048 kilobit costa 34,90. È vero che l’upload italiano è a 256 kilobit e quello francese a 128, ma la differenza resta.
La questione non sembra essere tutto sommato così peregrina, se la deputata diessina Beatrice Magnolfi ha ritenuto di riversare in un'interrogazione al ministro Stanca le perplessità e i dubbi dei consumatori. Una questione non solo di borsellino, ma secondo la Magnolfi tale da condizionare la stessa capacità tecnologica del nostro Paese e, scrive, capace di compromettere il «rapido recupero del ritardo competitivo sui temi dell'innovazione e della diffusione della società dell'informazione, così come definito nel protocollo di Lisbona in sede europea». Oltre alla Magnolfi, anche l'onorevole Francesco Lucchese, della governativa Udc, ha presentato un'interrogazione analoga, segno che la questione è trasversale.
Sotto accusa, naturalmente anche se non del tutto a ragione, è il cosiddetto ex-monopolista, cioè Telecom Italia. Ad essere arrabbiati con Telecom sono sia i consumatori (ma, diciamolo, qui c'è anche il riflesso di un risentimento antico di quando il telefono era ancora di nera bachelite) che i provider concorrenti i quali sfruttano almeno una parte della sua rete. Se non altro il cosiddetto "ultimo miglio", cioè il tratto di doppino telefonico che va dalla centrale alla casa dell'utente. Le tariffe all'ingrosso praticate da Telecom sarebbero troppo alte, è l'accusa. Ma se le ragioni dei consumatori sembrano comprensibili, non così quelle degli altri provider che comunque aplicano tariffe troppo alte.
È comunque un’accusa respinta da Pietro Labriola, responsabile del marketing operativo di Telecom Italia. «È falso: le tariffe che pratichiamo agli altri operatori» dice Labriola diventato famoso suo malgrado per essere stato intervistato dal Gabibbo proprio sui prezzi dell'Adsl «sono confrontabili se non più basse di quelle che fa pagare France Telecom». A controprova cita i dati, di fronte Ue, che dimostrano come le tariffe italiane sia per lo shared access che per il cosiddetto unbundling del local loop sono - udite, udite - in realtà inferiori a quelle europee. Inutile spiegarvi le differenze tra i due tipi di accesso: tuttavia la tariffa per il primo è di 2,80 euro al mese in Italia e di 2,90 in Francia, per il secondo rispettivamente 8,30 e 10,50 euro. In pratica gli operatori italiani non-Telecom pagano all’ingrosso a Telecom Itaia meno di quanto i loro colleghi francesi sborsano per lo stesso servizio a France Telecom. Eppure le tariffe dei concorrenti dell’ex monopolista restano alte, troppo alte alla luce. Soprattutto alla luce di questo dato.




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