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Discussione: Il tempo delle streghe

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    Predefinito Il tempo delle streghe

    Non c’è verso. Se parli di politica politicante, abbracci e baci, siamo tutti amici e compagni: la sinistra comprende le ragioni della destra e la destra quelle della sinistra. Ma se provi ad alzare il tono della discussione e li inviti ad abbandonare le abbatuffolate poltroncine del già visto e del già detto, ecco che te li ritrovi tutti insieme, uniti e compatti, dietro il muro del politicamente corretto.
    Tu tiri fuori una parola che appartiene alla tua fede e alla tua libertà di professarla – per esempio: “peccato” – e loro ti dicono che sei un integralista, un fondamentalista, un bacchettone indegno di conservare un ruolo nella società dei giusti.
    Come hanno detto al professore onorevole Rocco Buttiglione, cacciato dalla Commissione europea in base alle sue idee personali e al suo credo cattolico.
    E se poi ti azzardi a sollevare un’idea forte che mal si concilia con la moneta corrente del pensiero laico militante, ecco la trappola: afferrano il tuo concetto per la coda e lo spiaccicano come una gatta morta contro il muro di una dottrina indottrinata, perché non sopportano né scandali né eresie.
    C’è un rimedio?
    Leggiamo i giornali di questi ultimi giorni. Tu vai a Milano per un dibattito sulla cacciata della strega cattolica e speri che finalmente anche il Corriere della Sera cominci a guardare dentro la mostruosità di un atto così illiberale. In fondo, tra quelli che hanno firmato l’appello del Foglio – un appello con il quale si esprime “rammarico e preoccupazione” per la defenestrazione di Strasburgo – c’è anche Piero Ostellino che di quel giornale è stato direttore ed è ancora un autorevole editorialista. Invece no.
    Il Corriere si limita a scrivere che sabato 6 novembre a Milano “è nato il movimento di Rocco Buttiglione”.
    Poi apri Repubblica e vedi che il suo direttore, Ezio Mauro, ha pure intervistato Buttiglione. Ha preso diligentemente appunti e ha riportato fedelmente le risposte.
    “L’omosessualità non c’entra. E pensare che sia un peccato non è un delitto”. “La mia fede mi impone di rispettare la libertà di tutti”. E giù tutte le sacrosante distinzioni tra morale e legge, tra etica e diritto. Ma il giorno dopo, zac.
    Volti pagina e arriva Francesco Merlo il quale scrive, sullo stesso giornale, che “Buttiglione è entrato in Europa come fosse una sezione di partito, una vociante sagra paesana che tollera e mischia tutti i toni e tutte le banalità”. Uno scandalo? Macchè.
    “L’affare Buttiglione simboleggia ormai il peggiore precipitato residuale della politica italiana. Qui non siamo e mai siamo stati alle divisioni tra clericali e anticlericali, come predica qualche sciamano o addirittura tra liberali e illiberali. Qui ci dividiamo tra i fiori dello zolfo e la feccia del calcarone, tra la cupidigia del marcio e il distanziamento dalla pentola degli stregoni politici che sono stati e ancora sono il peggio della nostra storia”.
    La società dei giusti, marcia come una falange chiusa nelle proprie certezze. E se qualcuno osa stringersi attorno allo “strano cristiano” con nessun altro scopo se non quello di difendere il suo diritto alla fede – o, se si vuole, all’eresia – è semplicemente “un crociato”.
    Così taglia corto Merlo, pur con parole rispettose.
    Gli fa eco il Manifesto, si accoda, con ben altri tamburi, l’Unità.
    La strega può essere accompagnata tranquillamente al rogo. Tanto, chi oserà alzare un dito? Chi avrà mai il coraggio di sbattere ancora una volta la testa contro il muro del conformismo?
    Chi avrà ancora la forza di scavalcare la muraglia cinese del politicamente corretto?
    “La luce taglia le tenebre ma le tenebre non l’afferrano”, ricordava qualche anno fa Guido Ceronetti. E chi può dargli torto? A volte hai la sensazione di scrivere sull’acqua, e ti sembra persino inutile predicare –kantianamente predicare – che una cosa è la coscienza cristiana e un’altra cosa è la dimensione pubblica e laica dell’agire politico.
    Ma cerchi di non arrenderti e mostri onestamente le preoccupazioni per un’Europa che, mentre boccia un commissario di fede cattolica, accoglie il turco Tayyip Erdogan, capo del partito integralista islamico, accettando così la cancellazione di una legge penale contro l’adulterio, cancellazione fatta all’ultimo minuto proprio per avere quell’accoglienza.
    E hai voglia di dire che l’Occidente ha smesso di pensare immerso in un soffocante relativismo etico e politico; o di ricordare che senza una identità forte non c’è alcuna speranza di contrastare quel nemico che preme alle porte delle nostre città: il fondamentalismo islamico, con i suoi tagliatori di teste e i suoi kamikaze.
    Niente. Loro ti rispondono – altro capitolo della vulgata – che sei un clericale, un convertito, lo “stregone di uno strano Dio”.
    E ti sfotticchiano. E ti dileggiano. E ti insultano.
    E ti fanno dire le cose che non hai detto.
    Succedeva a Giobbe, nell’antica via degli empi, richiamata da René Girard in un suo bellissimo saggio sul capro espiatorio, sulla violenza nel sacro e contro il sacro.
    Giobbe cercava di esporre le sue ragioni. Cercava di sostenere, con la forza della sua mente, che Dio lo flagellava perché lui era un uomo probo e voleva da lui un’estrema prova di fede e devozione.
    Ma le sue argomentazioni non riuscivano a prevalere.
    Perché i suoi amici – gli amici che fingevano di consolarlo, come Helifàz di Tema o come Tzofàr di Naama – restavano tenacemente aggrappati alla banalissima idea secondo la quale, se lui era finito in quelle disgraziate condizioni, “seduto sulla polvere e sulla cenere”, non poteva esserci altra causa se non il peccato: Dio ti punisce perché non hai rispettato i suoi comandamenti.
    E il luogo comune era così forte che anche la moglie si rivoltò contro di lui, uomo “povero di anni e carico di malanni”.
    Fino a spingerlo all’estremo peccato:
    “Ma perché resti ancora così tenace nel crederti puro? Perché non maledici il Signore e muori?”.

    E’ molto lastricata di giornali, in questo secolo, la via degli empi. Prendiamo la Stampa, quotidiano di Torino. L’altro ieri finalmente si accorge che in Italia si discute della crisi della cultura laica e del ruolo dei cattolici. E che fa? Apre un dibattito. E, per un gentile omaggio alla polifonia, schiera tre interventi schieratissimi allo scopo di fucilare, si fa per dire, “i nuovi apologeti: una pattuglia di difensori della fede – scrive il primo articolista - con un’idea assai vaga di Dio”.
    E giù i nomi, “nomi grossi”: da Marcello Pera a Ernesto Galli della Loggia, da Paolo Mieli a Giuliano Ferrara. “Atei o devoti?”, si chiede il secondo articolista. E subito passa a spiegare “cosa si cela dietro l’ambigua formula”.
    Ma l’arma più pesante, sulla via degli empi, la impugna Repubblica, sentinella della laicità e garante di ogni ortodossia laicista. Non direttamente, ma per interposta persona. Scende in campo nientemeno che il professore Pietro Scoppola, storico della sinistra cattolica, e che fa? Invoca la condanna della Chiesa.
    Perché “la religione che ritorna potentemente in scena può essere elemento di pace ma può anche innescare drammatici conflitti quando assume i caratteri del fondamentalismo”. “Una condanna lungimirante”.
    Per stroncare sul nascere una “tendenza a valersi, per fini politici, di un cattolicesimo non cristiano o dichiaratamente ateo”.
    Certo, a Scoppola puoi ben rispondere.
    Gli puoi persino rimproverare il fatto di avere tirato in ballo l’Action Française di Charles Maurras “e i suoi umori reazionari, nazional-cattolici, allo scopo di bollare e discriminare intellettualmente una limpida e chiara battaglia intellettuale”.
    Lo ha fatto Giuliano Ferrara. “Noi – ha aggiunto il direttore de il Foglio – non mettiamo il becco in affari ecclesiastici e non siamo interessati, se non per elementare e laica curiosità e attenzione giornalistica, alle questioni delicate che in un clima di fine regno si pongono i cattolici nel mondo e in Europa. Ma se pensiamo che il radicalismo e il populismo di Zapatero siano un altro modo per trasformare il secolarismo benedetto in ideologia intollerante, pensiamo di poterlo dire liberamente”.
    ”Accusare il Foglio di essere ‘devoto’ è già profondamente ridicolo, ma accusarlo obliquamente di promuovere ‘un cattolicesimo intollerante, antiliberale, antisemita’ è addirittura grottesco e, credimi, offensivo per la comune intelligenza delle cose e per quella dei lettori”.
    Nelle risposte a Scoppola – non solo quella di Ferrara ma anche quella di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, giornale della Conferenza episcopale – salta agli occhi il nome di José Luis Rodriguez Zapatero. Cioè di quel signore, primo ministro in Spagna, che ha spavaldamente ritirato le truppe dall’Iraq dopo la strage terrorista dell’11 marzo a Madrid; e che piglia sempre più quota in Europa come esponente di un socialismo secondo il quale la democrazia consiste nel riconoscimento di un semplice teorema, da lui medesimo teorizzato e virgolettato:
    “Se la maggioranza ha un’opinione, quella è la verità”.
    Un cattolico come Scoppola dovrebbe farlo, politicamente parlando, a fettine.
    E tu te lo aspetti. Ti aspetti quantomeno che riveli il nullismo politico ed etico di una tale concezione della democrazia social-populista.
    O che dica finalmente una parola severa sull’iniziativa presa dal governo spagnolo di equiparare il matrimonio omosessuale a quello, tradizionale, tra uomo e donna.
    Con la conseguenza – non virtuale, ma fattuale – di abolire per legge il matrimonio e di concedere a ogni coppia, con una modifica del codice civile, il diritto di avere figli a proprio modo, naturalmente o producendoli artificialmente in laboratorio.
    Ti aspetteresti insomma che lo storico cattolico, dica dal suo pulpito che da ora in poi non esistono più coniugi legali: non più marito e moglie, non più famiglie, ma aggregati prodotti con diverse metodologie, dall’amore alla provetta.
    E invece no.
    Il muro di conformismo eretto a protezione di Luis Zapatero e della sua revolucion ciudadana non lo consente. Anzi. Lo storico Scoppola alza attorno al premier spagnolo un secondo scudo.
    “La storia della Spagna – scrive – fin dall’Ottocento è spesso storia di radicalismi estremi, le guerre ‘carliste’ per la successione al trono alla morte di Ferdinando VII diventano guerre di religione fra liberali e clericali. Non vi è nella storia spagnola la presenza moderatrice del cattolicesimo liberale”.
    Ed è per questo, secondo Scoppola, che “la Chiesa spagnola non sembra affatto orientata a rientrare nella spirale tradizionale
    del conflitto”.
    “Insomma – conclude - il caso spagnolo ha un suo carattere proprio e non può essere assunto per dimostrare l’esistenza, a livello europeo, di una iniziativa anticattolica”.
    “Il caso spagnolo ha un suo carattere proprio? Ma scherziamo?”.
    Si domanda smarrito e allarmato Dino Boffo nel suo editoriale sulla prima pagina di Avvenire.
    E tu, povero lettore, ti chiedi se per caso un demone – il demone della mistificazione – non si sia impadronito definitivamente di un gran bel numero di giornali e giornalisti.
    Se il “gergo dell’ipocrisia”, lo chiama così Edmund Burke, non sia ormai la lingua preferita di chi non vuol vedere e non vuol sentire.
    Perché i custodi del pensiero comune sfuggono, e non li afferri neanche quando le situazioni si rovesciano e tu credi di ritrovare, nell’intramarsi quotidiano delle idee e dei fatti, non la prova ma addirittura la controprova di quanto avevi sostenuto.
    Ricordi? Quando dicevi che il radicalismo populista di un grande irresponsabile come Zapatero avrebbe svuotato l’Europa di ogni identità e avrebbe accelerato la corsa verso la rovina, loro rispondevano che no, il nemico era nell’altro mondo, nell’Iraq invaso dagli americani, nella Falluja dove trovavano rifugio le bande di quelli che tagliano le teste in nome di Allah.
    E allora tu, un giovedì, 4 novembre, gli stendi sotto gli occhi, proprio così, il cadavere di Theo van Gogh, il regista olandese assassinato ad Amsterdam con una coltellata al petto solo perché stava girando un film con una ragazza musulmana che narrava la ferocia riservata alle donne dal fondamentalismo islamico. L’assassino, Mohammed B., gli ha tagliato la gola “come una pagnotta” e gli ha lasciato un foglio infilzato nella pancia. “Questa è una lettera a una fondamentalista atea, Ayyan Hirshi Ali”, c’era scritto. “Lei non è la prima e non sarà l’ultima di coloro che hanno aderito alla crociata contro l’Islam. Col suo rinnegare, Lei non ha solo voltato le spalle alla verità, ma sta pure marciando nei ranghi dei soldati del male”.
    Roba da fare tremare i polsi. Ecco, ti dicevi: almeno stavolta il muro dell’indifferenza sarà squarciato.
    La grande stampa, quella che non deve lesinare la mezza lira, manderà certamente i suoi inviati ad Amsterdam per capire come mai il multiculturalismo, tanto praticato dai bravi governi olandesi, abbia potuto produrre un disastro come questo.
    Qualcuno scriverà finalmente che il dramma olandese corre parallelo a quello iracheno e che l’occidente deve trovare la forza di unirsi contro la minaccia dei radicali islamici di guidare verso il califfato la umma musulmana.
    Macché. Due o tre cronachette formalmente inappuntabili. E poi qualche brodino sparso qua e là, nelle pagine interne.
    Di sollevare un dibattito, nemmeno a parlarne.

    Ti aspettavi molto anche da un altro fatto, un’altra controprova: l’affaire Mattiello.
    Il caso cioè di Dario Mattiello, 37 anni, brillante capo della segreteria del vicepresidente del Senato professor Domenico Fisichella, licenziato dopo otto anni perché un settimanale ha pubblicato una foto che lo ritraeva, con la sorella, al “Villaggio Gay” del Testaccio, a Roma.
    Ma come è possibile, ti chiedevi. E ti ritornavano in mente le compunte e solidali dichiarazioni arrivate dalla cittadella del benpensantismo nei giorni in cui c’era da accompagnare al rogo la strega Buttiglione, colpevole di avere detto che secondo il suo credo cattolico il matrimonio fra omosessuali è peccato:
    “Avete visto? Quell’oscurantista è un intollerante. Cacciatelo da Bruxelles perché è un pretacchione e finirà per discriminarvi”. Insomma, ti aspettavi che i giornali si mobilitassero e che tutti gli editorialisti di dichiarata fede laica e libertaria, sfoderassero senza indugi le proprie penne per denunciare il gesto di Fisichella e l’impacciata difesa di una così alta carica dello Stato.
    Invece nulla. Ancora una volta la grande stampa è stata invasa dal venticello caldo – così piacevole, così rassicurante – che spira dai palazzi della politica.
    Ha ripiegato sulle interviste di rito e la storiaccia è finita lì. Incorniciata da un ritratto in bella scrittura di Francesco Merlo per il quale Buttiglione rimane

    “un discriminatore drammatico e filosofico”. “Mentre la discriminazione di Fisichella rimane comicità da avanspettacolo, una situazione dove ci può scappare la pernacchia. Cos’altro si può fare davanti a un signore che reagisce a una foto come talvolta si reagisce alla parola cornuto?...Ma dietro quella foto c’è un regista e c’è un cast di sceneggiatori: Rocco Buttiglione e i suoi intellettuali confratelli”.

    Ripiegata per benino la paginata di Merlo, ti chiedi: ma esiste la speranza di uscire dal pantano della politichetta e della manipolazione, dove ciascuno accetta solo le idee che coincidono con la propria realtà?
    Per la verità qualcuno ogni tanto ci prova.
    Ci ha provato, per esempio, Francesco Rutelli, leader della Margherita, che in una lunga intervista al Foglio ( che ho postato , ndr) ha affrontato temi forti, non banali. E ha parlato, anche in termini coraggiosi, senza fumisterie politicanti, della forza del cristianesimo e del suo conflitto con la scienza.
    Ci provano, sui loro giornali, Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia, Paolo Mieli, Gian Enrico Rusconi, Pigi Battista o Miriam Mafai, che scrivono di queste cose senza alcuna devozione
    al pensiero unico.
    Ma quando, fuori dalla palazzina del Corriere della Sera, Galli della Loggia affronta un dibattito con il cardinale Joseph Ratzinger – una discussione cristallina su natura, civiltà e libertà - allora la grande stampa torna a distrarsi.
    Perché il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dice che “il potere dell’uomo è cresciuto fino alla capacità di fabbricare se stesso ma non altrettanto è cresciuto il suo potere morale, la sua capacità di intendere ciò che gli accade”.
    Mentre il laico Galli Della Loggia ricorda che “i diritti umani vengono banditi, svuotati del loro rapporto storico con le radici giudaicocristiane che li hanno resi possibili”.
    E tutte due le cose messe insieme sono indigeribili per una società decostruita, che non vuole perdere per nessun motivo al mondo né le proprie illusioni né il privilegio che l’eugenetica, cioè la ricerca del bello e del buono, offre ormai a buon mercato.
    A cominciare dal privilegio di scegliere, con la fecondazione assistita, il bambino con il ricciolo più bello o col nasino più accattivante e di gettare nello scarico del lavandino gli altri cinque, dieci o venti embrioni, superbamente scartati.
    E guai se gli ricordi che a ciascun embrione corrisponde una vita umana.
    O se li inviti a intervistare il signor Angelo Loris Brunetta, un talassemico di Genova che ha avuto il coraggio di dire, a Porta a Porta, “Brunetta c’è ed è felice di esserci: se mia madre avesse fatto ricorso all’eugenetica, probabilmente il mio embrione, cioè io, sarebbe stato affogato in una tubatura idraulica”.
    Guai. Perché all’improvviso spunta fuori un torquemada dell’inquisizione laicista per dirti che appartieni alla destra clericale e che usi la religione della vita come instrumentum regni, un mezzuccio cioè per conquistare potere politico per te o per chi sta dietro di te.
    Povera religione. Così odiata, ma anche così invocata.
    Soprattutto quando si tratta di puntellare i miti che cadono, le certezze che si sgretolano.
    In America stravince George W. Bush?
    Bene, è pressocché inutile mostrare a partiti e giornali, che hanno tifato oltre ogni ragionevole dubbio per il candidato democratico, i dati di fatto e dimostrare per tabulas – si diceva così una volta –perché Kerry non poteva vincere.
    Ed è tempo perso spiegargli perché le analisi sul jihad cristiano di Bush sono campate in aria o ricordargli che i conservatori negli Stati Uniti sono maggioranza non da ieri ma da decenni e che un repubblicano di antica fede, con una guerra in corso, difficilmente avrebbe cambiato cavallo.
    Perché loro, i liberal del political correct vanno ai loro posti di combattimento e ti sparano, fino a stordirti, la loro verità.
    Eugenio Scalfari, su Repubblica, evoca schiere di “teocon” americani contrapposte a due avversari insieme: l’Impero del Male (con le maiuscole) e il terrorismo internazionale.
    Non si discosta di un millimetro Piero Ostellino, sul giornale concorrente, il Corriere della Sera. Sostiene che Bush,
    “appellandosi al radicalismo dei valori delle comunità evangeliche e cattoliche, ha portato la religione all’interno dello Stato”.
    “Così facendo, però, “ha degradato la Chiesa”, guarda un po’, “a instrumentum regni”.

    Giuseppe Sottile

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Il caso del cattolico che vuole....

    ….decidere cosa devono pensare i laici

    Nella sua stravagante richiesta di scomunica dei laici che, secondo lui, “strumentalizzano” l’idea religiosa, il professor Pietro Scoppola, da sempre pontefice ideologico dei “cattolici democratici”, insiste nella condanna dell’integralismo, “di ogni integralismo religioso o laico”.
    Il termine non è nuovo e, paradossalmente, è lo stesso che è stato a lungo impiegato dalla sinistra per denunciare, appunto, l’integralismo della sinistra democristiana, proprio quella guidata da Giuseppe Dossetti cui Scoppola fa riferimento.
    Storicamente l’integralismo è legato al rifiuto della Chiesa di farsi rinchiudere nell’ambito della religiosità privata e individuale, secondo i precetti laicisti prevalenti in Europa nella seconda metà dell’Ottocento.
    Dopo la fase difensiva di Pio IX, questa battaglia viene portata da Leone XIII sul piano dell’offensiva sociale con la pubblicazione, nel 1891, della Rerum novarum.
    Questa celeberrima enciclica, scrive Emile Poulay, “diventa anche il testo base del cattolicesimo integrale: che si conferma di conseguenza intransigente, con forti risvolti sociali.
    Contro la borghesia e la sua rivoluzione che ha provocato il disordine sociale da cui nascerà necessariamente il movimento socialista, la chiesa si presenta come la difesa del popolo cristiano, delle categorie meno abbienti e più sfortunate, ed anche dimenticate dal nuovo ordine borghese”.
    In effetti è il cattolicesimo integrale a interessarsi della vita operaia e contadina, e a creare la rete delle associazioni, dei sindacati, delle cooperative cattoliche che saranno la base sociale e organizzativa dell’azione sociale e della democrazia cristiana. E’ proprio questa volontà di dare rappresentanza diretta a interessi popolari e proletari che portò la sinistra marxista, che ne pretendeva il monopolio, ad accusare di integralismo la sinistra cattolica.
    Oltre a quello sociale c’è un integralismo politico che segna la continuità tra Dossetti e Scoppola. Si tratta della tendenza ad assegnare i ruoli in commedia a tutti, dall’alto di una presunta superiorità etica. Dossetti assegnava alla sinistra marxista dei suoi tempi la funzione di stimolare la riflessione e la consapevolezza sociale nella Dc, che avrebbe poi provveduto a interpretare e gestire le loro stesse esigenze. Contro questa funzione subalterna a priori, naturalmente, protestarono vivacemente non solo Palmiro Togliatti e Pietro Nenni, ma anche il Mondo di Pannunzio.
    Ora Scoppola vuole decidere, da buon cattolico democratico, che cosa debbano credere i laici. Paradossalmente dopo aver passato la vita a dialogare e a flirtare con il “dissenso” cattolico, oggi si mette a fustigare quello che gli appare come un inaccettabile
    “dissenso” nei confronti del nuovo dogmatismo laico del politicamente corretto.
    Non stupisce tanto che indichi come eredi dell’Action Française i sostenitori laici del diritto di parola e di pensiero dei cattolici. L’abitudine a descrivere come fascisti i propri avversari politici di qualsiasi specie non è, in fondo, una specialità di Scoppola, ma un vezzo dilagante nella vulgata antifascista.
    Quella che è davvero straordinaria è la pretesa di decidere da cattolico quale debba essere il comportamento dei “veri” laici, unito al paradosso di minacciarli di scomunica, sempre in base al precedente dell’Action Française.
    Nel mondo cattolico non sembra che la predica di Scoppola abbia convinto più di tanto, almeno a giudicare dall’argomentata reprimenda pubblicata in prima pagina dal direttore di Avvenire. A far eco alla sua denuncia degli “integralismi” (altrui) è però sceso in campo l’ex vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, che non ha trovato di meglio che definire “scribi e farisei” come gli integralisti dei tempi di Gesù Cristo.
    Ne consegue, immediato, l’anatema.
    Scribi e farisei duemila anni fa, come Charles Maurras nel secolo scorso, pretendevano di essere gli interpreti della vera fede, i primi in sintonia con l’autorità religiosa del loro tempo, il sinedrio ebraico, il secondo in polemica sempre più aspra con la cattedra romana.
    Oggi è difficile pensare che Marcello Pera o Giuliano Ferrara intendano presentarsi come interpreti autentici di una religione, alla quale non aderiscono nemmeno.
    Lo fanno invece, e in modo che è sotto molti aspetti integralistico, il professor Scoppola e Monsignor Bettazzi, che oltre a insegnare ai cattolici, vescovi compresi, come si deve essere cattolici, pretendono anche di insegnare ai laici come debbono essere laici. Chi non corrisponde alla loro visione, spiegano, merita anatema e scomunica perché sarebbe integralista.

    Sergio Soave

    saluti

 

 

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