Lo scorpione monta sulle spalle dell’animale per guadare il fiume, sa che se affonderà su di lui il pungiglione lo farà fuori, ma sa che subito dopo averla avuta vinta annegherà con lui tra le rapide. L’animale è Berlusconi, gli scorpioni sono Fini, Casini e anche un po’ il vecchio Bossi.
Fini ha posto da tempo una giusta questione di redistribuzione dei pesi della coalizione nel governo, ma persegue l’obiettivo con la delicatezza di un rinoceronte, prima imponendo l’autolesionistica eliminazione a freddo di Tremonti, poi e soprattutto rinnegando il patto elettorale antitasse sottoscritto dal premier, e curando il proprio rafforzamento nel partito, che ormai lo sopporta a stento, attraverso il rilancio di un banale clientelismo assistenziale e una fuga verso gli onori personali della Farnesina.
Casini (con quel brav’uomo che si comporta da omarino e risponde al nome di Follini) è crisaiolo un giorno, il giorno dopo vara il suo “lodo”, cioè la sempiterna alleanza con An per garrotare Berlusconi, imporgli pesi sempre meno sostenibili, liberandosi le mani per il solito piatto, prevedibile, gioco di sponda istituzionale.
Bossi, che è più uomo di passione politica ma ha la vocazione a stabilire confini impossibili, vuole semplicisticamente una regione del nord, sapendo che la perderebbe con il suo candidato come è avvenuto in Friuli. Che la vuole a fare?
Dio solo sa quante gliene abbiamo dette a Berlusconi per non aver saputo scegliere il tempo del rilancio, per non aver chiuso imperativamente la verifica quando era necessario, anche con una crisi e con la seria determinazione a fare le cose per bene, secondo promessa e verità della situazione, sfruttando in anticipo i dati della realtà: la corsa dell’economia americana dopo il taglio delle tasse, la necessità di scuotere l’Europa facendo asse liberista con i Blair e i Gordon Brown, emancipandosi già durante il semestre italiano di presidenza dalla cerimoniosità inutile della politica europea di Frattini, sostenuta dall’onesta ma inservibile retorica costituzionale così cara alla presidenza della Repubblica. Insomma, quante gliene abbiamo dette per non aver esercitato la leadership, che in politica è tutto.
Resipiscente, ora il Cav. rovescia il tavolo di un cattivo accordo sulle tasse, e almeno simbolicamente vuole la certezza che il taglio Irpef si faccia dal 2005.
Poca roba, una scossa insufficiente, ma meglio di niente per non finire la corsa ingloriosamente.
Intanto però la garrota si stringe, si stringe, giorno dopo giorno. E gli scorpioni vanno allegramente verso la catastrofe, mentre il fiume s’ingrossa dello scontento nazionale, con la bella soddisfazione di aver affondato il pungiglione.
Ferrara su Il Foglio
saluti




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