Una recensione di Cacciari (banana anche lui?) sul film di Michael Moore
Spero ardentemente di sbagliarmi, ma credo che il film-documentario di Moore non toglierà il sonno a Bush. Vi si mescolano troppe prospettive, troppe suggestioni, senza che nessuna venga presentata con forza davvero persuasiva. L’approccio grottesco al personaggio-Bush e al suo clan minaccia, anzi, d’occultare la denuncia dell’impressionante intreccio tra politica e affari che domina l’amministrazione Usa.
Se Bush è quel vacanziere (senza bandana, comunque) “distratto” a volte per le incombenze di qualche vacuo messaggio televisivo, come farà ad apparire “pericoloso“? (A proposito, come la mettiamo da noi col “conflitto di interessi“? è sufficiente che siano papà, mamma, fratelli e avvocati di fiducia a presiedere aziende e consigli di amministrazioni, perché questo automaticamente non si dia?). Se il falco Wolfowitz è quel tipo che si lecca il pettine prima dell’uso, potrà mai essere impegnato in “missioni” universali per la redenzione dei popoli? Insomma, l’insistenza sulla “catastrofe estetica” rappresentata da Bush e dal suoi depotenzia tutta la dimensione storica e politica su cui un documentario di questo genere avrebbe dovuto puntare.
Che cosa spiega la svolta neoimperiale della politica estera americana? Questa, che è il vero interrogativo, non trova nel film che risposte approssimative e contraddittorie. Le martellanti immagini della fraterna amicizia che lega i Bush ai sauditi (famiglia Bin Laden compresa); i documenti sui fantastici profitti realizzati e attesi per la guerra in Iraq da parte del sistema industriale pro-Bush; dichiarazioni repellenti di uomini d’affari del tipo: «la guerra non sarà un bene per le persone, ma lo è per i soldi», eccetera - tutto ciò induce a una interpretazione “neo-materialistica” della attuale politica americana, che credo profondamente erronea, ma, peggio ancora, contro-producente ai fini della competizione elettorale in corso. Non è soltanto né anzitutto per il petrolio o le commesse militari che si fa la guerra. E neppure i peggiori governi di destra, neppure quello di Bush, sono riducibili a meri comitati di affari. Fosse così semplice! Se non si comprendono le ragioni strategiche e l’ideologia che sorreggono la geopolitica americana, e non è qui che affonda la critica, qualsiasi denuncia è destinata ad apparire superficialmente moralistica..
Meno primi piani di Bush-Stupor (Stupor è il più stupido degli dei del Pantheon latino) e più spazio invece a straordinarie testimonianze come quelle dell’ex capo dell’antiterrorismo, R. A. Clarke. Mancano del tutto, poi, quelle voci che avrebbero potuto far comprendere l’essenziale dimensione religioso-ideologica che impregna tutti gli atti di questa amministrazione; mancano le voci in diretta dei Perle e dei Wolfowitz, magari in controcanto con quella di qualche liberal capace di parlare all’opinione pubblica americana.
La guerra in Iraq non è per impossessarsi di poco più del 2% della produzione mondiale di greggio, né per gli affari della ricostruzione.
La guerra in Iraq, decisa ben prima del 9/11 (e nel denunciare questo, così come le impudiche menzogne sulle armi di distruzione di massa o sugli - inesistenti - legami tra Saddam Hussein e Bin Laden, il film è efficace - ma chi potrebbero ormai ingannare?) fa parte di un programma complessivo di ristrutturazione degli equilibri politici mediorientali, fondato su “valori” unilateralmente stabiliti e non negoziabili. Siamo di fronte a una politica autenticamente rivoluzionaria. Sulle tragiche conseguenze che una tale decisione potrebbe avere (e sta già avendo), sui costi economici e umani che essa potrebbe comportare anche per gli Usa, il film poco o nulla dice. Certo, ci si sofferma anche troppo sullo strazio della madre che ha perduto il figlio in Iraq. Ma questo è l’orrore di tutte le guerre. Nessuna immagine di sofferenza potrà di per sé “contrattaccare” allo spietato e cinico unilateralismo della propaganda neoconservatrice: c’è stato 9/11, siamo in guerra, per sconfiggere il nuovo Nemico ogni mezzo è lecito. Osi è in grado di dimostrare all’opinione pubblica che questa politica è sbagliata, oppure ogni considerazione “umanitaria” finirà con l’esser spazzata via dalla Grande Icona delle Twin Towers.
Moore ha ragione: è del tutto evidente come Bush giochi, con quella stessa spregiudicatezza che gli permise di “vincere” in Florida, sull’effetto paura. Allarme rosa, rosso, arancione, rosso di nuovo; gente che vede nel supermercato sotto casa un possibile obiettivo di Al Qaeda; altri che non si fidano più neppure del cugino. Ma con questo? Se la destra ha bisogno di un clima di paura per convincere l’opinione pubblica al propri disegni, ma dall’altra parte si risponde dando anche solo l’impressione di sottovalutare la minaccia terroristica, o di ritenere strumentale l’enfasi su di essa, l’esito della bella sfida è scontatissimo: stravincerà la destra.
Sarebbe stato necessario insistere invece proprio sulla radicalità, novità e ubiquità del terrorismo, per tentare di convincere che la politica neoconservatrice lungi dal combatterlo efficacemente, rischia di diffonderlo e radicalizzarlo ancor più. Sarebbero servite immagini e interviste dal mondo islamico, di esponenti dell’Islam non “fondamentaliste”, per far apparire il “fondamentalismo” dell’attuale governo americano e la sua incapacità a operare politicamente all’interno delle differenze e contraddizioni del mondo politico, culturale e religioso islamico.
Moore ironizza sulla fragilità dell’opposizione democratica, e temo abbia ragione. Ma se non è con il volto da piccolo lord invecchiato di J. F. Kerry che si combatte l’arroganza “liberatrice” del clan Bush, lo sarà ancor meno suggerendo l’idea, che campeggia nel finale, che i veri sconfitti di questa guerra, come di tutte le guerre, sono alla fine i poveri, i disoccupati, gli emarginati. Idea molto brechtiana - ma dubito fortemente capace di mietere sulle scene del teatro politico americano gli stessi successi ottenuti sulla Croisette di Cannes.
Da La Repubblica, 25 agosto 2004
Insomma anche per chi è stato un sostenitore di Kerry come me (si vota il meno peggio ahimè) Moore è poco più che un Moretti fallito, in grado solo di urlare qualche verità ovvia a tutti, qualche inesattezza e qualche menzogna in un mix che ha rigettato gli usa dritti dritti tra le braccia di Bush




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