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Discussione: Caso Stefano Cucchi

  1. #1
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    Predefinito Caso Stefano Cucchi

    Il sottosegretario liquida così i misteri intorno alla morte del ragazzo romano
    "Era uno spacciatore ed era anche anoressico". Idv: "Dimissioni"


    Giovanardi: "Cucchi? Morto perché drogato"
    La famiglia: "Vogliamo solo giustizia"


    Il presidente della Provincia di Roma Zingaretti: "Si scusi o intervenga Berlusconi"



    Carlo Giovanardi





    ROMA - Il sottosegretario Giovanardi ne è sicuro: Stefano Cucchi è morto perché "anoressico, drogato e sieropositivo". Parole pesantissime, che per la sorella del ragazzo morto misteriosamente "si commentano da sole". Fra l'altro, la famiglia ha sempre smentito la sieropositività.

    Giovanardi non concede spazio al dubbio: "Era in carcere perché era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perché era di 42 chili". Così il sottosegretario alla Presidenza alla trasmissione "24 Mattino" su Radio 24.

    Giovanardi segue le politiche giovanili del governo e la lotta alla droga. E non ha alcun dubbio. Non ci sono responsabilità umane nella morte di Cucchi. Quel corpo pieno di lividi e fratture di cui è ancora ignota la causa, quelle cartelle cliniche apparentemente manomesse, quella coltre di dubbi che circonda la morte del ragazzo romano, per il sottosegretario, non significano nulla. Se c'è un colpevole, per Giovanardi, è la droga: "Che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c'è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così".

    "A Giovanardi che fa queste dichiarazioni a titolo gratuito - dice la sorella di Stefano, Ilaria, - rispondo semplicemente che il fatto che Stefano avesse problemi di droga noi non l'abbiamo mai negato, ma questo non giustifica il modo in cui è morto". "Non voglio aggiungere altro - conclude - la cosa che ha detto il sottosegretario si commenta da sola". Anche Giovanni, il padre di Stefano fa sentire la sua voce, rilanciando come la famiglia sia "sempre in attesa di giustizia".


    Controreplica del sottosegretario: "La droga ha svolto un ruolo determinante, perchè è stata la causa della fragilità di Stefano, anoressico, tossicodipendente e soggetto a crisi di epilessia, secondo le sue dichiarazioni: ma proprio le sue patologie non dovevano e non potevano indurre i medici a prendere per oro colato le sue presunte volontà".

    Le parole dell'uomo di governo provocano anche la reazione dell'Idv. Che, per bocca del senatore Stefano Pedica, attacca il sottosegretario: "Ha perso una buona occasione per tacere. Non si puo' fare sterile propaganda politica su un ragazzo morto per circostanze ancora tutte da verificare". Mentre il suo compagno di partito Massimo Donandi si spinge a chiedere le dimissioni del sottosegretario. Durissimo il Pd: "Parole vergognose, Giovanardi taccia e non sproloqui per ragioni propagandistiche sulla pelle di un ragazzo che non c'è più" dice il deputato Roberto Giachetti. Per il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, quelle di Giovanardi sono parole "disumane": "Si scusi o intervenga Berlusconi". Per Livia Turco si tratta di "parole inqualificabili", ed "è sconcertante che chi esalta il valore della vita in ogni occasione consideri la morte di uno spacciatore un fatto non importante".

    E della vicenda si potrebbe occupare anche Amnesty International. "Ho ricevuto richiesta di informazioni dall'ufficio londinese dell'organizzazione" rivela Luigi Manconi, presidente dell'associazione "A buon diritto" che ha seguito il caso fin dal primo momento e che ha messo sul proprio sito tutti i documenti del caso.

    (9 novembre 2009)



    Giovanardi: "Cucchi? Morto perché drogato" La famiglia: "Vogliamo solo giustizia" - cronaca - Repubblica.it

  2. #2
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Sotto inchiesta guardie penitenziarie e detenuti. A rischio anche i carabinieri
    Spunta un supertestimone. Polemica su Giovanardi che dice: "Morto perché drogato"


    Cucchi, i primi sei indagati
    Un uomo ha assistito al pestaggio


    di MARINO BISSO e CARLO PICOZZA





    ROMA - C'è un testimone chiave del pestaggio di Stefano Cucchi nella cella di sicurezza del Palazzo di giustizia. E ci sono i primi sei indagati per l'aggressione al trentunenne arrestato sano, con pochi grammi di droga, e morto sette giorni dopo con il corpo denutrito, disidratato, devastato da fratture e altri traumi. I magistrati oggi decideranno sulla riesumazione della salma. Sul decesso del giovane è tornato a parlare il sottosegretario Carlo Giovanardi: "Era in carcere perché tossicodipendente e spacciatore abituale". E ha incassato di nuovo critiche a valanga e richieste di dimissioni.

    I magistrati si concentrano sulle responsabilità di quattro agenti penitenziari che hanno avuto in custodia, il giovane negli interrati del Palazzo di giustizia il 16 ottobre, giorno della convalida dell'arresto. A metterli su questa pista non ci sono solo le confidenze consegnate da Cucchi ai compagni di cella, ma la testimonianza di un detenuto che, dallo spioncino della cella, ha assistito al pestaggio di Stefano dopo che era stato accompagnato in bagno. L'attenzione dei pm si concentra anche su qualche detenuto con cui Cucchi avrebbe potuto avere un alterco.

    I magistrati vogliono far luce inoltre su possibili percosse antecedenti l'arrivo in tribunale e nei giorni scorsi hanno sentito i carabinieri. Rischiano di essere indagati pure loro. Un'inchiesta interna dell'Arma ha ricostruito il ruolo dei suoi uomini escludendo responsabilità. Ma gli avvocati della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo e Dario Piccioni, insistono: "Chiediamo accertamenti a tutto campo: Stefano si presentò in tribunale già con il volto segnato".

    "Escludo che ci siano responsabilità di qualche collega", dice Daniele Nicastrini, segretario regionale della Uil penitenziari, "e non sono arrivati avvisi di garanzia. Qualcuno è stato convocato dai pm ma Cucchi era già in condizioni critiche prima che lo prendessimo in consegna". Oggi il magistrato scioglierà le riserve sulla riesumazione della salma. "Lo ha chiesto la parte civile per far eseguire alcune tac", spiega il coordinatore dei periti, Paolo Arbarello, "e noi non ci opporremo". Il secondo fronte dell'inchiesta, che interesserà i sanitari che non avrebbero assistito Cucchi in maniera adeguata, muoverà sull'ipotesi di omicidio colposo.


    Intanto, sulle frasi di Giovanardi ("Cucchi era in carcere perché spacciatore abituale; la verità verrà fuori: è morto soprattutto perché pesava 42 chili") sono piovute critiche da sinistra, destra e centro e una valanga di contestazioni su Facebook. "Quando in politica, come nella vita", attacca Lorenzo Cesa, segretario Udc, "manca ogni senso di umanità, si diventa barbari: oggi è Giovanardi il nuovo barbaro". "E pensare", dice Antonio Di Pietro, segretario Idv, "che Giovanardi ha le deleghe alle Politiche giovanili: si dimetta per manifesta incapacità". "È vergognoso", commenta Paolo Ferrero, segretario del Prc, "che chi si scandalizza per la sentenza sul crocifisso non abbia alcun rispetto per la vita umana".

    Cucchi, i primi sei indagati Un uomo ha assistito al pestaggio - cronaca - Repubblica.it

  3. #3
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Una lettera della madre di Marcello Lonzi "morto" nel carcere di Livorno

    Un altro caso Stefano Cucchi sei anni fa



    Sono Maria Ciuffi, la mamma di Marcello Lonzi.

    Mio figlio è morto a 29 anni nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003. Dopo il decesso il corpo di Marcello presentava numerose ferite ed ecchimosi come è facile constatare dalle fotografie facilmente reperibili su internet. Nonostante questo il referto dell'autopsia indicava che mio figlio era morto per "cause naturali".
    In questi sei anni e mezzo ho tentato di tutto per sapere finalmente la verità sulla morte di Marcello, ma ad oggi non c'è ancora nessun indagato. Dopo il caso di Stefano Cucchi, che presenta numerose analogie con quello di mio figlio, ho inviato una lettera al ministro Alfano per chiedere che oltre al caso di Stefano si occupi anche della morte di Marcello e di tutte le altre morti 'sospette', ma non ho ricevuto nessuna risposta.
    Per questo giovedì 12 novembre mi recherò a Roma davanti al Parlamento, dalle 9.00 in poi, per mostrare le foto di Marcello per chiedere se è possibile che un ragazzo ridotto in quelle condizioni possa essere morto per "cause naturali" e che finalmente, dopo sei anni e mezzo di lotte e di battaglie, sia fatta luce sulla morte di mio figlio visto che a breve si prospetta l'ennesima richiesta di archiviazione del caso.

    Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicini e mi hanno sostenuto in questi anni e mi auguro che possano essere al mio fianco anche venerdì.

    Maria Ciuffi

    Purtroppo vengo a sapere solo adesso che il venerdì non è un giorno lavorativo al Parlamento, quindi mi recherò in Piazza Montecitorio giovedì 12 novembre dalle 9.00 in poi

    Viva la Comune

  4. #4
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    L’intera documentazione clinica: scaricatela da qui (circa 12 Mb, in pdf)

    Pubblichiamo l’intera documentazione clinica su Stefano Cucchi, a partire dal referto del medico del 118 delle ore 5.30 del 16 ottobre, fino ai diari sanitari del reparto detentivo del Pertini e al certificato di morte del 22 ottobre. Lo facciamo col consenso scritto ed esplicito dei familiari di Stefano, dopo aver trasmesso il materiale alla Procura della Repubblica di Roma e aver informato della nostra iniziativa l’Autorità garante della privacy.
    Abbiamo deciso questo passo perché da questa documentazione emerge come una moltitudine di operatori della polizia giudiziaria, del personale amministrativo e delle strutture sanitarie, abbiano assistito – inerti quando non complici – al declino fisico di Stefano Cucchi e fino alla morte.
    Ed emergono, con cruda evidenza, le contraddizioni, ma anche le vere e proprie manipolazioni ai danni di Stefano Cucchi e dell’accertamento della verità. E risulta soprattutto che Stefano decide di non nutrirsi e di non assumere liquidi – causa della morte, secondo i sanitari – “fino a quando non avrà parlato con il proprio avvocato” (così è scritto di pugno di un medico). Non gli fu consentito.
    Quella notazione è una sorta di confessione del delitto da parte di chi non ha saputo o voluto impedirlo. Balza agli occhi, in altre parole, che sulla morte di Stefano Cucchi non c’è alcun “mistero”: in quella documentazione c’è tutto. Il caso di Stefano Cucchi è diventato occasione di una riflessione pubblica sul nostro sistema di giustizia e sulle nostre strutture penitenziarie. Non solo in Italia. Ho ricevuto una richiesta d’informazioni da parte dell’ufficio londinese di Amnesty International intenzionata a condurre una propria inchiesta indipendente sulla vicenda.
    (Abbiamo “cancellato” dalla documentazione nomi e cognomi del personale responsabile e alcune informazioni private su Stefano Cucchi, in nessun modo significative ai fini dell’accertamento della verità).



    Francesco Morelli
    Centro Studi di Ristretti Orizzonti - Granello di Senape
    Sede: Via Citolo da Perugia n° 35 - 35138 Padova
    Tel. e fax: 049.8712059 - mail:
    redazione@ristretti.it
    web: www.ristretti.it - @commerce: http://shop.ristretti.it
    Ultima modifica di _Riccardo_; 11-11-09 alle 14:06

  5. #5
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Centro Studi di Ristretti Orizzonti
    COMUNICATO STAMPA

    Nelle carceri italiane muoiono in media 150 detenuti l’anno, dei quali un terzo circa per suicidio (1.005 casi accertati, dal 1990 ad oggi), un terzo per cause immediatamente riconosciute come “naturali”, e il restante terzo per “cause da accertare”, che indicano tutti i casi nei quali viene aperta un’inchiesta giudiziaria.
    La morte di Stefano Cucchi, con l’emozione e l’indignazione seguita alla pubblicazione delle fotografie del suo corpo martoriato, ha avuto l’effetto di scoperchiare il “calderone infernale” delle morti in carcere, di far conoscere all’opinione pubblica un dramma solitamente relegato alla ristretta cerchia degli “addetti ai lavori”.
    Con il Dossier “Morire di carcere” abbiamo ricostruito centinaia e centinaia di vicende di detenuti morti, citando fonti, luoghi, nomi e circostanze. In alcuni casi i loro famigliari ci hanno inviato delle fotografie, come prova del fatto che le “versioni ufficiali” non raccontavano la verità, o la raccontavano parzialmente.
    Sono immagini che “parlano da sole”: morti per “infarto” con la testa spaccata, per “suicidio” con ematomi e contusioni in varie parti del corpo. Quello che non è possibile vedere, ma a volte emerge dalle autopsie (quando vengono disposte e poi è dato conoscerne l’esito), sono costole spezzate, milze e fegati “spappolati”, lesioni ed emorragie interne.
    Questo è quanto emerge dalle cronache, dalle perizie, dalle fotografie (quando ci arrivano) e questo è quanto ci limitiamo a testimoniare. Se ci sono responsabilità per queste morti e, nel caso, chi sono i responsabili, non spetta a noi dirlo, ma alla magistratura.
    Di seguito sono riportati 30 casi, tratti dal dossier “Morire di carcere” (alcuni corredati da immagini), casi che a nostro avviso richiederebbero un approfondimento nelle sedi opportune.

    IN ORDINE CRONOLOGICO

    30 gennaio 2002, Carcere di Poggioreale (Napoli)

    Raffaele Montella, 40 anni, napoletano, si impicca. Due giorni prima l’avevano “chiuso” dagli arresti domiciliari, per essersi allontanato dalla sua abitazione; era in attesa di giudizio per reati di droga. I suoi parenti non credono al suicidio: lui, prima di essere riportato in carcere, aveva detto: “Se torno in cella mi ammazzano”.

    1 marzo 2002, Carcere di Rebibbia (Roma)

    Stefano Guidotti, 32 anni, è trovato impiccato alle sbarre del bagno. Sono i tre compagni di cella a dare l’allarme, ma una serie di particolari fa sorgere dubbi ai carabinieri del centro investigazione scientifica di Roma, che conducono le indagini. A cominciare dalle escoriazioni presenti sul suo volto: ferite inconciliabili con l’ipotesi del suicidio. Poi alcune inspiegabili macchie di sangue sul pavimento. Infine il cappio - fatto con la cintura del pigiama – che per gli inquirenti non avrebbe potuto sostenere il peso del corpo. Ad alimentare il dubbio anche una lettera, ritrovata tra gli effetti personali di Guidotti: contiene progetti per il futuro, troppo lontani dall’idea di farla finita. Era detenuto per associazione mafiosa ed estorsione. Il P.M. Giancarlo Amato, titolare dell’inchiesta, per ora ha chiesto soltanto gli accertamenti di rito per un suicidio in carcere.

    24 aprile 2002, Ospedale “Maria Vittoria” di Torino

    Fabrizio Linetti, detenuto nel carcere delle Vallette, dice di aver ingerito un tagliaunghie. È una scusa (come accerterà l’autopsia) per andare in ospedale. Al pronto soccorso s’impadronisce di una specie di taglierino usato in ambulatorio. C’è una colluttazione con un agente penitenziario e Linetti riusce ad afferrare la pistola dell’agente, con la quale poi si uccide, quando vede inutile ogni tentativo di fuga. Un fatto anomalo, dicono gli inquirenti, perché Linetti non aveva alcuna possibilità di scappare, ma anomalo è anche il suicidio, che non sembra avere una giustificazione precisa.

    20 maggio 2002, O.P.G. di Reggio Emilia

    Kolica Andon, 30 anni, albanese, si uccide, dopo 35 giorni di sciopero della fame. La notizia trapela solo all’inizio di luglio. “Preferisco morire, piuttosto che restare qui dentro da innocente”: ora, quella frase ripetuta fino all’ossessione, suona ancora più terribile e accusatoria. Faceva sul serio, Kolica Andon, si è impiccato in una cella dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dov’era arrivato da pochi giorni, proveniente dal carcere di Mantova. Due settimane prima del suicidio una sua nipote, Maria, aveva lanciato un appello pubblico perché la posizione processuale di suo zio venisse rivista.

    30 giugno 2002, Carcere di Cuneo

    Mauro Fedele, 33 anni, muore in carcere. La versione ufficiale parla di “arresto cardiocircolatorio” ma Giuseppe Fedele, padre di Mauro, lancia accuse contro gli agenti di custodia. “Il corpo di mio figlio è pieno di lividi: ha la testa fasciata e ha segni blu su collo, sul petto, specialmente a destra, come uno zoccolo di cavallo; e poi sui fianchi e all’interno delle cosce, sia a destra sia a sinistra. È chiaro che lo hanno riempito di botte, forse con i manganelli, e che è morto per questo. Chiederemo che un nostro medico di fiducia assista all’autopsia, perché dopo quello che abbiamo visto non possiamo subire passivamente e credere a quello che ci hanno detto e cioè che Mauro è morto per arresto cardiocircolatorio. Il nostro avvocato presenterà una denuncia per omicidio, perché pensiamo che sia morto in seguito ad un pestaggio”.

    22 luglio 2002, Carcere di Torino

    Fabio Benini, 30 anni, muore per infarto cardiaco. Era stato trasferito da dieci giorni, proveniente dal carcere di Forlì, al centro psichiatrico del carcere “Le Vallette” di Torino. Soffriva di anoressia, aveva perso 50 kg negli ultimi mesi, collassava due volte al giorno, l’altra mattina l’hanno trovato morto nel suo letto.

    3 agosto 2002, Carcere di Bari

    Gianluca Frani, 31 anni, paraplegico, si uccide impiccandosi. L’uomo, che stava scontando una condanna di 8 anni e 9 mesi per un cumulo di pene relative ad una serie di reati, si è suicidato nel carcere di Bari, dove era stato trasferito due anni fa perché paraplegico. Uno dei pochi istituti di pena, secondo il ministero della Giustizia, dotato di un centro clinico per gente malata come lui.
    Ma la famiglia accusa: come può un carrozzellato - si chiedono i parenti - riuscire ad impiccarsi al tubo dello scarico del water senza che nessuno si accorga di nulla? Gianluca Frani aveva subito una lesione al midollo spinale nel ‘97: qualcuno gli sparò contro, proprio sotto casa, e man mano le sue condizioni erano peggiorate fino a costringerlo alla sedia a rotelle.

    5 ottobre 2002, Ospedale “Fazzi” di Lecce

    Sotaj Satoj, 40 anni, albanese, muore nel reparto Rianimazione dell’Ospedale di Lecce dopo tre mesi di sciopero della fame. Gli agenti continuano a piantonarlo per ore, da morto: credevano fosse un éscamotage per tentare la fuga. Era arrivato in Italia su un gommone, attraversando il Canale di Otranto. All’arrivo aveva trovato la Guardia di Finanza, che non aveva creduto fosse un “semplice” clandestino, sbarcato assieme ad altri 50, e che aveva pagato circa duemila dollari agli scafisti. Sul gommone c’era della droga e lui era stato arrestato, assieme ad altri sei connazionali, per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Per ribadire la sua innocenza aveva deciso di adottare l’unica forma di protesta possibile: lo sciopero della fame.

    27 novembre 2002, Questura di Roma

    Maurizio Scandura, 28 anni, tossicodipendente, muore nella camera di sicurezza di una Questura. Era stato arrestato al termine di un inseguimento culminato con una caduta, sua e dei due poliziotti che cercavano di fermarlo. Dopo la caduta sia Scandura sia i poliziotti erano stati medicati in ospedale e il giovane era stato dimesso con una prognosi di sette giorni, dopo che la TAC non aveva individuato alcun problema neurologico. Invece la mattina seguente i due agenti che avrebbero dovuto scortarlo in Procura, per il processo per direttissima, lo hanno trovato morto.

    4 dicembre 2002, Carcere di Modena

    Maria Laurence Savy, belga, claustrofobica, si impicca tre giorni dopo l’arresto. Il marito ha dichiarato che la moglie al momento dell’arresto ha scritto di suo pugno una dichiarazione, nella quale elencava i propri problemi di salute. La lettera, scritta in francese, sarebbe poi stata tradotta e letta. La stessa traduttrice - secondo le dichiarazioni di Cremonesi - avrebbe poi consigliato alla Savy di consegnarne una copia all’infermeria del carcere. Esiste davvero questo documento? Dov’è finito? L’interprete può confermare? È stato consegnato ai responsabili del “Sant’Anna”, agenti di polizia penitenziaria o personale medico? In caso affermativo, la successiva domanda sarà: la detenzione per tre giorni in cella singola e senza sorveglianza continua era compatibile con la claustrofobia e gli altri eventuali disturbi dichiarati dalla donna?

    1 maggio 2003, Carcere di Rebibbia (Roma)

    Marco De Simone, 41 anni, si impicca in una cella del reparto minorati psichici, 48 ore dopo essere arrivato a Rebibbia. Era stato dichiarato incompatibile con il regime carcerario. L’uomo, ha riferito il suo legale, era già stato ricoverato nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli e anche nel reparto psichiatrico dell’Ospedale “Sant’Eugenio” di Roma. Avrebbe dovuto scontare un cumulo di pene per un totale di 8 mesi e 15 giorni.

    13 agosto 2003, Carcere di Catanzaro

    Emiliano Mosciaro, 47 anni, muore di peritonite. Il 4 agosto telefona alla madre, per dirle che non si sente bene e che le cure dei medici del carcere non funzionano. Emiliano soffre di crisi depressive e quei dolori addominali, che accusa da qualche giorno, sono forse scambiati per effetti di una qualche forma di somatizzazioni. Il giorno dopo la telefonata alla madre Emiliano viene trasferito d’urgenza all’Ospedale di Catanzaro, su richiesta di un medico esterno che lo ha visitato in carcere. Troppo tardi. Mosciaro viene operato d’urgenza ma l’appendicite si è ormai trasformata in peritonite acuta, con stato di necrosi avanzata. Emiliano combatte per sette lunghi giorni con la morte, ma senza risultati positivi. Muore la mattina del 13 agosto.

    2 settembre 2003, carcere di Massa Carrara

    F.M., 29 anni, affetto da problemi mentali, muore nella sua cella durante la notte. Era entrato in carcere due giorni prima, dopo essere stato fermato da una pattuglia di carabinieri perché evaso dalla struttura in cui era agli arresti domiciliari. Il direttore del carcere dichiara alla stampa che si è trattato di un malore, determinato dal fatto che il ragazzo era dedito all’uso di sostanze stupefacenti, ma le sue parole sono smentite con forza dai parenti e dal tutore del giovane carcerato. “Non era un drogato - afferma l’avvocato Pasquali - era solo un ragazzo con problemi comportamentali e mentali, che non sapeva distinguere il bene e il male, le situazioni di pericolo e le azioni malvagie”. F.M. da bambino aveva subito un grave incidente stradale che gli aveva procurato una perdita di parte del lobo frontale del cervello, la sede della “capacità decisionale”. Un ragazzo comunque sano fisicamente, giovane, non dedito a droghe, la cui morte per malore “suona” in modo davvero strano.

    1 ottobre 2003, Carcere di Livorno

    Marcello Lonzi, 29 anni, muore in cella: sarebbe deceduto per collasso cardiaco, dopo essere caduto battendo la testa. La madre non crede a questa ricostruzione e sospetta si sia trattato di un omicidio, anche perché il corpo del figlio era coperto di lividi. Chiede al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, un aiuto per impedire che “venga nascosta la verità”. Marcello Lonzi stava scontando una pena di otto mesi, per un tentato furto, ed era in attesa di usufruire dell’indultino.

    Foto di Marcello Lonzi - morto per “collasso cardiaco”



    25 novembre 2003, Carcere di Civitavecchia

    Detenuto rumeno, 40 anni, muore a causa di profonde ferite alla testa. Secondo una prima ricostruzione l’uomo avrebbe battuto ripetutamente il capo contro le pareti della cella dove era rinchiuso. Venerdì della scorsa settimana il rumeno finisce in manette, con l’accusa di tentato furto, e quindi associato al carcere di Civitavecchia. Lunedì si tiene l’udienza di convalida dell’arresto. Il giudice per le indagini preliminari accoglie la richiesta di convalida dell’arresto e l’extracomunitario è costretto a rimanere in carcere. Qualche ora dopo, degli agenti di polizia penitenziaria lo ritrovano riverso a terra dentro la sua cella, con profonde ferite al capo. Subito viene trasportato all’ospedale San Paolo e le sue condizioni appaiono decisamente serie. Il rumeno si aggrava di ora in ora ed allora i medici del nosocomio locale decidono di trasportarlo in eliambulanza presso un ospedale della capitale, dove il suo cuore cessa di battere nella tarda serata di giovedì. La prima ipotesi che emerge è quella del suicidio. In pratica l’uomo si sarebbe scagliato più volte contro la parete.

    2 marzo 2004, Carcere di Firenze

    Detenuto marocchino viene ritrovato senza vita nella sua cella, steso nella branda, piegato di lato, con un rivolo di sangue alla bocca. La prima ipotesi che trapela dal carcere fiorentino è quella secondo cui l’uomo sarebbe morto per un’overdose di farmaci. Franco Corleone, garante dei diritti delle persone ristrette nelle libertà personali nel comune di Firenze, afferma: “È un fatto gravissimo, che mostra ancora di più la situazione critica delle carceri”.

    24 marzo 2004, carcere di Opera (Mi)

    Andrea Mazzariello, 50 anni, paraplegico e costretto su una sedia rotelle si impicca usando come cappio il cordone di un accappatoio, che usava come vestaglia. Era in carcere dal 10 febbraio scorso, quando gli era sopraggiunto un definitivo di pena. Vivendo su una sedia a rotelle era stato assegnato al Centro Clinico del Carcere di Opera, ma per motivi ignoti non gli veniva somministrata la morfina, che gli aveva prescritto il suo medico di base prima della carcerazione. Racconta l’avvocato Giuseppe Rapone: “Otto giorni fa sono andato a trovarlo e mi ha raccontato che non gli davano la morfina da quando era stato arrestato, ossia da 42 giorni. La morfina gli era stata prescritta dal suo medico quando era a piede libero, per calmare i dolori lancinanti alla schiena che lo costringevano sulla sedia, per questo si è tolto la vita”.

    1 luglio 2004, Ospedale di Barletta (Ba)

    Vincenzo Milano, 30 anni, muore all’ospedale di Barletta. Vi era stato trasportato, di urgenza, per essere curato delle ferite riportate durante la cattura - eseguita da una pattuglia della Polizia Municipale - dopo che aveva commesso uno scippo: trauma cranico e facciale e diverse ferite lacero contuse. Ora è giallo sulla sua morte, tanto che il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Luigi Scimè, ha aperto un fascicolo d’indagine rubricata con l’accusa di omicidio colposo. Poco dopo il ricovero Vincenzo Milano sarebbe entrato in un lungo e profondo sonno, da cui non si sarebbe più svegliato.

    15 dicembre 2004, carcere di Messina

    Francesca Caponnetto, 40 anni, si uccide gettandosi da una rampa di scale. La donna era uscita di cella per alcuni controlli medici, ma era sfuggita al controllo della polizia penitenziaria mentre saliva una rampa di scale e si è gettata nel vuoto. È deceduta poi al pronto soccorso del Policlinico. In cella la polizia non ha trovato nessun biglietto per spiegare l’estremo gesto.

    23 dicembre 2004, carcere di Secondigliano (Napoli)

    Domenico Del Duca, 26 anni, fine pena nel 2007, muore il 23 dicembre presso l’ospedale Cotugno, dove era arrivato, in coma, il giorno prima, proveniente dal secondo istituto di pena della città. Sulla sua morte è sino ad oggi regnato il completo silenzio. Del Duca, sieropositivo, era ricoverato nel centro clinico del carcere da settembre. Proveniva da un anno di internamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli, perché soffriva di disturbi mentali. La notte del 21 dicembre si è barricato in cella, per un motivo apparentemente banale, una sigaretta negata. Gli agenti di polizia penitenziaria decidono di fare irruzione e utilizzano gli idranti per riportare l’ordine.
    La cella viene inondata di acqua e ruggine, così come il suo occupante. Il ragazzo viene trasferito nella cella liscia, priva di ogni suppellettile, di un altro reparto. La mattina del 22 viene trovato in coma di primo grado dal medico di turno che ne dispone l’immediato ricovero in una struttura ospedaliera. Del Duca viene trasferito, sembra solo dopo alcune ore, presso l’ospedale Cotugno, specializzato per le patologie da Hiv, dove muore, il giorno successivo senza riprendere conoscenza. Il suo referto parla di morte causata da crisi cardio-respiratoria (polmonite fulminante?), ma sul corpo non è stata disposta alcuna autopsia, indispensabile per chiarire i fatti. Non risulta che la Procura di Napoli abbia aperto un’inchiesta, né che il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ne abbia disposto una interna per verificare le modalità dell’intervento degli agenti ed eventuali responsabilità.

    12 gennaio 2005, Carcere di Piacenza

    Mohamed El Mansouri, 30 anni, marocchino, si impicca nella sua cella della casa circondariale di Piacenza con l’elastico dei boxer. Si è suicidato nel giorno della ripresa del processo, per corruzione tra detenuti e guardie penitenziarie al carcere di Monza per introdurre alcol e droga, che lui stesso aveva in parte innescato con la sua denuncia. Il pm del processo monzese Flaminio Forieri, amareggiato per la tragica notizia, non collega necessariamente il suicidio alla vicenda di Monza. Ma, se di coincidenza si tratta, è senz’altro una coincidenza angosciante. Di certo c’è che l’extracomunitario si era fatto terra bruciata tra i detenuti dopo avere sporto la sua denuncia tanto che da Monza era stato trasferito prima ad Alessandria, poi a Cremona e poi ancora a Piacenza, perché tacciato di essere un “infame”.

    16 aprile 2005, Carcere di Rebibbia (Roma)

    Emanuela Fozzi, 26 anni, muore di varicella nel carcere di Rebibbia Femminile a Roma. La donna, malata di Aids, avrebbe contratto il virus della varicella e, proprio a causa del fisico debilitato e privo di protezioni, le sue condizioni di salute si sarebbero aggravate a tal punto da richiedere il ricovero urgente in ospedale. Tre mesi fa era stata dichiarata incompatibile con il carcere per le sue condizioni ma alla fine di aprile è morta. Nel carcere romano infatti sarebbe scoppiata una vera e propria epidemia: la malattia esantematica ha colpito 13 detenute, di cui tre ricoverate in tre ospedali di Roma, e due agenti penitenziari. “Quella donna non doveva essere in carcere - dice il Garante del Lazio per i diritti dei detenuti Angiolo Marroni - era stata dichiarata incompatibile con la detenzione, ma nulla è stato fatto. La responsabilità è di chi non ha ottemperato alla dichiarazione di incompatibilità con il regime carcerario”.

    31 maggio 2005, carcere di Venezia

    Andrea Fabris, 34 anni, viene ritrovato morto sul pavimento della cella, nel carcere maschile di Santa Maria Maggiore. Il detenuto padovano è stato trovato esanime poco dopo le 20.30, riverso a terra nella cella che condivideva con altri due detenuti: sul corpo numerose ecchimosi. Circostanze quanto meno singolari, che hanno immediatamente convinto la Pm di turno, Maria Rosaria Micucci, a disporre l’autopsia sul corpo del giovane con trascorsi da tossicodipendente e che si trovava in carcere in seguito ad un’inchiesta per droga. Come si è provocato quelle botte? La conseguenza di un’aggressione, avvenuta non necessariamente in cella, o invece le conseguenze del tutto casuali di una caduta dovuta ad un malore?

    24 ottobre 2005, Carcere Regina Coeli (RM)

    Antonio Schiano di Colella, 36 anni, tossicodipendente, detenuto da due giorni, muore in una “cella di osservazione” del carcere romano di Regina Coeli. La vicenda è stata resa nota dal Garante regionale dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni. Secondo le informazioni raccolte dal Garante, l’uomo è arrivato a Regina Coeli “con un referto dell’ospedale Sant’Eugenio, che certificava politraumi a suo carico”.

    27 ottobre 2005, Stazione Carabinieri di Mercatello (SA)

    Maurizio Calabrese, 41 anni, muore nella camera di sicurezza della stazione dei carabinieri Mercatello a Salerno in caserma. Presumibilmente la morte è dovuta a “cause naturali”. Lo riferisce una nota del comando provinciale dei Carabinieri, in cui si precisa che Calabrese era stato arrestato per furto nella serata di ieri e che stamane doveva essere processato per direttissima.

    3 novembre 2005, Carcere di Secondigliano (NA)

    Pietro Del Gaudio, 44 anni, detenuto a Secondigliano dal 17 agosto, nuore in ospedale a causa di uno sciopero della fame portato alle estreme conseguenze. Cinque giorni di ricovero, alla terapia intensiva del Cardarelli, non sono valsi a tentare di rimediare ai danni che la privazione volontaria di cibo gli ha causato. La causa è da ricercarsi nello sciopero della fame che il detenuto, secondo quando è stato possibile apprendere, aveva iniziato ai primi di ottobre. Sarà il magistrato della procura che ha in carico l’inchiesta ad accertare come mai il ricovero in ospedale è stato deciso dopo tanto tempo. Il motivo della protesta del detenuto sarebbe da ricercare nelle precarie condizioni igienico-sanitarie del carcere di Secondigliano, del padiglione di detenzione dov’era stato rinchiuso.

    16 novembre 2005, Opg di Castiglione delle Stiviere (MN)

    Katiuscia Favero, di 30 anni, viene ritrovata impiccata con un lenzuolo ad una recinzione, nel giardino interno della struttura: è un suicidio, secondo gli investigatori. Ma la madre non crede a questa versione: “Voglio sapere cosa hanno fatto a mia figlia. Io non credo che si sia suicidata, sospetto che sia stata uccisa”. Vuole la verità sulla scomparsa della figlia nella sezione Arcobaleno del manicomio giudiziario di Castiglione dello Stiviere. Non crede al referto ufficiale che parla di suicidio e chiede un’indagine approfondita: intanto, ha ottenuto l’autopsia (i cui risultati si stanno aspettando) e racconta al ministro i dubbi, raccolti in un dossier.
    “Mia figlia tra poco sarebbe tornata a casa, invece ho dovuto riportarla giù in una scatola di legno”, dice la donna. La ragazza era finita dietro le sbarre già minorenne, poi la sua vita si era complicata sempre di più, persa dentro la spirale della droga. Il 19 agosto 2004 era finita a Sollicciano, il carcere fiorentino. Qui aveva tentato il suicidio, al pronto soccorso aveva tentato di ferire un’infermiera con una siringa, c’era stata una piccola rissa. Poi la svolta che ha segnato definitivamente la sua vita tragica: “Fu violentata da tre addetti - dice la madre - ma il risultato della sua denuncia fu il trasferimento a Castiglione dello Stiviere”.

    20 novembre 2005, Carcere di Isili (NU)

    Rinaldo Ermatosi, cagliaritano di 36 anni, muore nel carcere di Isili in circostanze ancora tutte da chiarire: il decesso, secondo le prime ipotesi dei medici legali, potrebbe essere dovuto a broncopolmonite. Ma i familiari dell’uomo sostengono che non si drogasse e sollevano dubbi sui modi in cui l’amministrazione carceraria ha gestito le informazioni su quanto avvenuto.

    24 dicembre 2005, Carcere di La Spezia

    Romeo Cantoni, 37 anni, muore in carcere la notte tra il 23 e 24 dicembre 2005. “Oggi sarebbe dovuto uscire, per andare a San Patrignano, invece le sue ceneri sono state messe in un loculo alla presenza del figlio di 10 anni. Romeo è morto per cause “naturali”. Vi chiedo aiuto per poter dire a suo figlio che è stato fatto l’impossibile per salvarlo, come succede in una società civile… eviterò invece di raccontargli i soprusi, le umiliazioni, le botte e le ingiustizie adottate nelle carceri italiane per correggere ed educare chi ha sbagliato. (lettera firmata per la redazione, 28 dicembre 2005)

    14 maggio 2006, Carcere di Civitavecchia

    Habteab Eyasu, 36 anni, eritreo, si uccide impiccandosi in una cella di isolamento della Casa Circondariale di Civitavecchia. Il giovane si trovava nel carcere di contrada Aurelia da circa due mesi, rinchiuso nella sezione di Alta Sicurezza. L’immigrato, rifugiato politico, era in carcere per associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, immigrazione clandestina. Ma, secondo i congiunti e la comunità eritrea, era stato fermato in circostanze poco chiare. L’inchiesta della procura di Civitavecchia ha stabilito che Habteab si è impiccato.
    Nelle fotografie scattate all’ospedale di Civitavecchia Habteab Eyasu ha un ferita in fronte, e dietro la nuca una grande macchia rossa di sangue. Sara Tseghe Paulous, sua zia, arrivata appositamente dall’Arabia Saudita, mostra il cadavere del nipote e dice a chiare lettere: “Io ora voglio sapere cosa è accaduto. Non credo che si sia suicidato. Perché chi si suicida non ha queste ferite in faccia”.


    Foto di Habteab Eyasu - morto per “suicidio”


    29 gennaio 2007, Carcere di Monza

    Gianluca Concetti, 40 anni, muore in carcere. Ha allagato la sua cella, in preda all’ennesima crisi psicotica, ed è scivolato sbattendo violentemente la testa. Quando agenti e infermieri hanno aperto la porta della cella, per Gianluca Concetti non c’era più niente da fare. È morto sul colpo, lunedì pomeriggio. In carcere. Lui che, secondo i medici, in carcere non ci poteva stare per il suo stato di salute.

    10 luglio 2007, Questura di Milano

    Mohammed Darid, 32 anni, marocchino, viene ritrovato morto alle 6 del mattino nella “camera di sicurezza” della Questura di Milano. Era stato fermato la sera prima, in stazione Centrale, dagli agenti della Polfer per spaccio di stupefacenti e trovato. L’autopsia ha stabilito che non c’erano segni di violenza sul suo corpo e la morte è stata causata da un arresto cardiocircolatorio.

    15 ottobre 2007, carcere di Perugia

    Aldo Bianzino, 44 anni, viene ritrovato morto in cella all’alba di domenica 15 ottobre, nel carcere di Capanne, Perugia. Di sicuro si sa che era stato arrestato il venerdì prima, assieme a Roberta, la madre del più giovane dei suoi tre figli. È successo nel casale sopra Pietralunga, tra Città di Castello, Gubbio e Umbertide.
    Prima la perquisizione alle 7 del mattino, con il cane antidroga che non trova nulla nel casale. Ma poi, dietro un cespuglio spuntano alcune piante di marijuana. I giornali locali riportano cifre consistenti. Un centinaio di piante ma forse hanno fatto la somma con le piante maschio trovate in fosso secche e inutilizzabili. Di sicuro sappiamo che Roberta e Aldo sono stati portati al commissariato di Città di Castello per le formalità di rito e da lì trasferiti, con un mandato d’arresto spiccato dallo stesso pm che si occupa della morte di Aldo, al carcere di Capanne, struttura di media sicurezza, dove non c’è il regime duro dell’articolo 41, come a Spoleto o Terni. Struttura moderna, nuova, inaugurata da Castelli quand’era Guardasigilli di Berlusconi.
    Di sicuro si sa, l’ha detto la famiglia, che il comportamento degli agenti di Città di Castello sia stato corretto. Roberta e il suo compagno si sono persi di vista solo all’arrivo in carcere, pomeriggio di venerdì 13. Di sicuro, un avvocato d’ufficio li ha visti il giorno appresso, prima lui poi lei. Aldo stava in condizioni normali, solo era preoccupato per Roberta. Roberta che sarebbe stata rilasciata la mattina dopo. Di sicuro si sa che il medico legale avrebbe presto escluso l’ipotesi di una morte per infarto.
    Anzi, avrebbe riscontrato quattro emorragie cerebrali, almeno due costole rotte e lesioni a fegato e milza. Di sicuro, e di strano, si sa che non c’erano segni esteriori. Tanto da lasciare perplessi i consulenti incaricati della perizia. Di sicuro si sa che le ferite al fegato non sono idonee a cagionare la morte, spiega a Liberazione uno dei legali della famiglia. “Di sicuro sappiamo che è arrivato a Capanne in condizioni di assoluta normalità e da lì non è uscito”.

    23 giugno 2008, Carcere Sollicciano di Firenze

    Niki Aprile Gatti, 26enne, si impicca in cella. Fu arrestato il 19 giugno alle 23.00 a Cattolica con l’accusa di aver commesso una frode informatica, quindi rinchiuso nel carcere di Sollicciano (Firenze). Alle 11.00 del 23 giugno venne trovato senza vita, impiccato alla finestra del bagno con un paio di jeans e un numero imprecisato di lacci da scarpe. Ora, i genitori di Niki Aprile Gatti, 26 anni, che non hanno mai creduto all’ipotesi di suicidio del figlio, si oppongono alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm al procedimento che avrebbe dovuto fare luce sulla morte del giovane. Secondo i genitori del ragazzo, che vivono ad Avezzano (L’Aquila), la richiesta di archiviazione “contrasta con le pur scarne risultanze processuali che rivelano una carente attenzione per il detenuto alla luce delle caratteristiche che il caso presentava; si fonda su un esame parziale e insufficiente degli atti; esprime una valutazione operata in assenza di approfondimento investigativo e di verifica probatoria”.

    25 luglio 2008, Carcere di Genova

    Alla mamma aveva scritto una lettera drammatica: “Qui in carcere mi ammazzano di botte”. “Mi riempiono di psicofarmaci”. “Mi ricattano”, “Sto male”. Ieri lo hanno trovato senza vita riverso per terra, con una bomboletta di gas in mano, in un bagno del carcere di Marassi, a Genova. E adesso, la madre si rigira tra le mani quella lettera tremenda, mentre grida le sue accuse e il suo dolore.
    Manuel Eliantonio, 22 anni, originario di Piossaco, è morto l’altra mattina nella struttura penitenziaria dov’era rinchiuso da quasi cinque mesi. Ucciso, dicono al Marassi, dal gas butano respirato da una bomboletta di gas da campeggio. Suicidio? “Forse un incidente”, lasciano intendere dalla casa circondariale. Spiegando che il butano è spesso adoperato come droga dai detenuti.
    Ma la madre di Manuel, Maria, urla: “Mio figlio lo hanno ammazzato. Lo hanno pestato a sangue e lo hanno stordito con psicofarmaci. Lo hanno ucciso, e stanno cercando di coprire tutto”. Mostra l’ultima - nonché l’unica - lettera che il figlio le ha inviato dal carcere dov’era rinchiuso per una condanna a 5 mesi e dieci giorni. “Una storia da niente, resistenza a pubblico ufficiale”, dice lei.
    L’ultimo scritto di Manuel sono due paginette strappate da un quaderno a quadretti su cui c’è lo spaccato di una vita d’inferno. “Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito...”. E ancora: “Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare”. E ancora: “Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male”.

    Foto di Manuel Eliantonio - morto per “suicidio”



    22 ottobre 2009, carcere di Regina Colei (Rm)

    Verità su Stefano Cucchi. E in tempi rapidi. La invocano la famiglia, i legali e la politica. Tutti insieme oggi hanno convocato una conferenza stampa in Senato per chiedere di fare luce sulla morte del 31enne romano, fermato giovedì 16 ottobre nel parco degli Acquedotti perché in possesso di venti grammi di sostanze stupefacenti, e morto nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini giovedì 22, dopo essere passato per il Tribunale, il Regina Coeli e il Fatebenefratelli. Otto interminabili giorni durante i quali la famiglia ha tentato invano di vedere il loro caro e di parlare con i medici che lo avevano in cura.

    Foto di Stefano Cucchi - morto per…


  6. #6
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Da questo triste elenco di casi di morti nelle carceri italiane è evidente una cosa: i militanti antagonisti hanno il dovere di portare avanti una battaglia di controinformazione su ciò che avviene, quotidianamente, nelle nostre carceri. Aiutiamo i detenuti, per far capire ai loro aguzzini che devono smetterla di sentirsi degli impuniti, è ora che inizino a pagare per le loro malefatte.
    Quindi, niente Europa senza Fascismo. Per ardua e difficile che possa sembrare una simile strada, essa è la unica che si possa percorrere.
    Adriano Romualdi

  7. #7
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Italia, stop alle violenze in carcere

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    Un garante nazionale dei detenuti per vigilare sull'operato degli agenti penitenziari
    Dopo la morte di Stefano Cucchi, brutalmente picchiato dalla polizia penitenziaria, si torna a parlare della violenza nelle carceri. Le immagini del corpo martoriato del giovane hanno scosso l'opinione pubblica, riportando l'attenzione su un problema del quale si è scritto e discusso tanto, senza, però, mai arrivare a una soluzione.
    Arrestato, perché in possesso di una modica quantità di sostanze stupefacenti, Stefano è entrato in carcere in buone condizioni di salute, per non uscirne più. La sua morte si somma a quella di tante altre "misteriose" scomparse avvenute nei penitenziari nell'indifferenza e nell'omertà delle guardie carcerarie. In queste ore un'altra inchiesta è stata aperta per la notizia di un'altra morte in carcere, quella di Giuseppe Saladino, morto a 32 anni dopo la prima notte che passava in cella, per aver infranto gli arresti domiciliari.

    Peacereporter ha sentito sulla questione Susanna Marietti, responsabile dell'associazione Antigone, da anni impegnata nella difesa dei diritti dei carcerati.

    Il caso di Stefano Cucchi ha riaperto il dibattito sulla violenza nei penitenziari. Pensa che anche questa volta, nel giro di pochi giorni, tutto tornerà a tacere?
    Spesso è capitato che qualche settimana dopo il verificarsi di simili barbarie, la gente se ne dimenticasse, ma questa volta potrebbe non essere così. La determinazione della famiglia Cucchi potrebbe effettivamente riuscire a bucare il muro di silenzio che si crea intorno a questi episodi.

    Da molti anni Antigone denuncia il ricorso alla violenza nelle carceri. In che modo si potrebbe cambiare questa situazione?
    C'è molto da fare. Per prima cosa bisognerebbe evitare la creazione di una condizione di impunità in cui lo Stato e la polizia si rifugiano per coprire se stessi.

    Che cosa intende per condizione di impunità?
    Affermazioni come quelle del ministro La Russa che, senza sapere nulla, si è definito certo "del comportamento assolutamente corretto dei carabinieri" non aiutano a scoprire la verità.

    Da un punto di vista giudiziario come si potrebbe agire?
    Per prima cosa bisognerebbe velocizzare le pratiche dei procedimenti penali che, altrimenti, si insabbiano e cadono nel dimenticatoio. Stefano Cucchi purtroppo non è il primo a morire in carcere. Sorte analoga è toccata a Marcello Lonzi, morto in prigione nel luglio 2003. Il suo caso venne addirittura archiviato, ma nel 2006, grazie alla determinazione della madre, l'inchiesta è stata riaperta. Nell'ottobre 2007 è stata, invece, la volta di Aldo Bianzino. Arrestato perché scoperto a coltivare qualche pianta di marijuana, Aldo non è mai uscito dal carcere di Perugia.

    Che cosa rende così difficile indagare su queste morti?
    In realtà sono processi molto semplici. Le carceri sono strutture chiuse, non è difficile scoprire i colpevoli. Il problema è che non si vuole trovarli. Per la morte del giovane Federico Aldovrandi, gli agenti ritenuti responsabili del fatto sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per omicidio colposo. Una pena irrisoria. Questa impunità è un segnale preciso per le forze dell'ordine che si sentono libere di agire. Sono certi che nulla verrà loro fatto.

    L'introduzione di una figura come quella del garante nazionale dei detenuti potrebbe servire a far diminuire gli episodi di violenza in carcere?
    Abbiamo proposto la figura del garante nazionale dei detenuti per la prima volta a Padova nel 1998, ma da allora tutto è ancora fermo. Ci sono garanti a livello comunale, provinciale e regionale e funzionano molto bene.

    Che compiti svolge il garante?

    E' una figura indipendente che media tra l'istituzione carceraria e il detenuto. Ha inoltre una funzione preventiva perché, trattandosi di una persona terza, chi lavora in carcere sa di essere controllato. Fino a quando il garante non verrà riconosciuto a livello nazionale i suoi poteri rimarranno però limitati. Ora spetta alle singole strutture carcerarie decidere se aprire le porte ai garanti, ma, qualora venisse approvata la legge a livello nazionale, i penitenziari sarebbero costretti a far intervenire questo personaggio.


    Benedetta Guerriero

    PeaceReporter - Italia, stop alle violenze in carcere

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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Giustizia per Stefano! Giustizia per tutte le persone uccise dalle "forze dell'ordine" fuori e dentro le carceri!

  9. #9
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Caso Cucchi: «Il pestaggio è avvenuto in tribunale»
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    10 NOVEMBRE 2009

    Giovanardi a Radio 24
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    "Dai nostri archivi"
    L'avvocato di Stefano Cucchi: negati documenti per la difesa
    Caso Cucchi, gli infermieri del 118: non si è fatto visitare
    Il padre di Stefano Cucchi: all'obitorio era irriconoscibile
    È polemica per la morte sospetta del giovane romano Stefano Cucchi
    Alfano: «Sul caso Cucchi il Governo vuole scoprire la verità»


    «Dalle informazioni che abbiamo, confermo la presenza di un testimone del pestaggio di Stefano Cucchi nella cella di sicurezza del Palazzo di Giustizia a Roma. Si tratta di un detenuto». Lo ha detto l'avvocato della famiglia Cucchi Fabio Anselmo. L'avvocato ha detto che è imminente l'istanza di riesumazione del cadavere per svolgere una nuova autopsia. «Sappiamo cosa ha visto il testimone, chi sono le persone coinvolte. Ma in questo momento non possiamo dire di più», conclude l'avvocato Anselmo.

    L'avvocato ha anche precisato che «nelle cartelle cliniche emerge come Stefano abbia rifiutato cibo e acqua perchè voleva parlare con il suo avvocato e con una volontaria di una comunità terapeutica dove voleva rientrare, oltre che con suo cognato. Che fosse un tossicodipendente con grossi problemi di droga come ha detto Giovanardi è vero - ha aggiunto Anselmo - ma è evidente come i molteplici traumi alla colonna vertebrale abbiano debilitato il fisico fino al decesso di Stefano. Credo che la configurabilità dell'omicidio preterintenzionale è fuori discussione».

    Stefano Cucchi non era nè sieropositivo nè anoressico. Lo ha chiarito la famiglia che è stata ascoltata questo pomeriggio dalla commissione del Senato che indaga sull'efficienza in campo sanitario. La madre di Stefano Cucchi, Rita, il padre Giovanni, la sorella Ilaria, hanno riferito alla commissione presieduta da Ignazio Marino le informazioni in loro possesso. «La nostra battaglia - ha spiegato la sorella Ilaria - è quella di dare dignità alla morte di Stefano. Vorremmo che nessuno morisse più come è morto lui. In questa vicenda sono stati ignorati tutti i diritti umani, sia quello della difesa che il diritto alle cure». Per la famiglia i recenti avvisi di garanzia emessi dalla magistratura romana, come l'annuncio di un testimone oculare, sono «un buon segno, vuol dire che si sta andando avanti». Riferendosi agli incidenti di sabato scorso, durante una manifestazione nel quartiere dove Stefano Cucchi era cresciuto la famiglia, Ilaria Cucchi ha fatto un nuovo appello alla calma, a non creare incidenti che possono solo danneggiare l'inchiesta in corso. Il padre di Stefano, Giovanni Cucchi, ha risposto poi a quanti chiedevano fosse stato opportuno autorizzare la pubblicazione la fotografia scattata a Stefano dopo la sua
    morte. «Stefano avrebbe approvato - ha detto Giovanni Cucchi - abbiamo fatto la cosa giusta perchè ci aspettiamo che venga fatta giustizia».

    Intanto si allunga la serie di nomi inseriti nel registro degli indagati della Procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, il giovane deceduto in ospedale dopo l'arresto e una breve detenzione in carcere. L'accusa contestata è quella di omicidio preterintenzionale. A rispondere della fine di Cucchi sono persone che hanno avuto in custodia Cucchi. Non sono emersi elementi di responsabilità per chi ha effettuato l'arresto ma potrebbero essere chiamati a rispondere della propria condotta coloro che hanno avuto in custodia Cucchi. Al momento gli inquirenti non hanno preso in esame la posizione dei medici, dei sanitari che si sono occupati di Cucchi: bisogna attendere il risultato delle consulenze. Ma intanto arriva il primo responso che è stato comunicato ai pm dai consulenti che hanno riesaminato le cartelle cliniche e gli esami effettuati su Cucchi: le lesioni riscontrate sul suo corpo potrebbero essere state causate sia da una caduta che da un pestaggio, da percosse.

    Secondo gli avvocati Fabio Anselmo e Dario Piccioni, legali della famiglia Cucchi le prime iscrizioni sul registro degli indagati «sono uno sviluppo particolarmente significativo e rilevante della delicata indagine in corso». Ilaria Cucchi, la sorella del geometra 31enne, aspettando le conferme ufficiali ha espresso soddisfazione per il lavoro "scrupoloso" dei pm, ma ha anche voluto precisare che quella intrapresa dalla sua famiglia «non è una lotta cieca contro lo Stato, bensì una richiesta di verità e giustizia».

    Sono anche state rese pubbliche on line dall'associazione "A buon diritto" le cartelle cliniche di Stefano Cucchi. «Mio fratello è stato lasciato morire disidratato e non sono state accolte le sue richieste, negati fondamentali diritti», così le ha commentate la sorella Ilaria. Un alto punto "cruciale" è quel documento non firmato riguardo all'indicazione di voler informare o meno delle sue condizioni sanitarie i familiari. «Ora io so che lui non aveva espressamente richiesto di non darci sue notizie», ha detto Ilaria. Sul giallo dei due moduli, uno, reso pubblico il 9 novembre tra i referti dell'ospedale e agli atti del pm consegnati agli avvocati, dove non ci sono né barre né firme, e un altro che sarebbe firmato. Il pm ha chiesto una perizia grafologica.

    Caso Cucchi: «Il pestaggio è avvenuto in tribunale» - Il Sole 24 ORE

  10. #10
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    Predefinito Rif: Caso Stefano Cucchi

    Su Giovanardi non commento..mi prenderei una querela.
    La verità sta venendo a galla,ed è quella triste
    che nelle celle-cesso della repubblichetta si
    praticano pestaggi e violenze.

 

 

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