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    Predefinito Padre Garrigou-Lagrange.

    P.Garrigou-Lagrange

    Quando vide la luce il 21 febbraio 1877 a Auch in Guascogna (Francia), figlio di illustre famiglia, i suoi lo chiamarono Gontran. Apparve subito intelligentissimo, con una sete di conoscere che gli sprizzava dagli occhi e lo spingeva, ancora ragazzo, a letture impegnative, persino sulle opere tutt’altro che facili di S. Giovanni della Croce.
    Completati brillantemente gli studi superiori, si iscrisse all’università per diventare medico. Si avvicinava ormai “l’ora di Dio”.


    Illuminazione

    “Quando nel 1897, all’età di 20 anni – scriverà – ero studente di medicina a Bordeaux, ho letto un libro di Ernest Hello, “L’uomo e il suo bisogno di Dio”. Durante quella lettura, in un istante vidi o intravidi che la dottrina della Chiesa Cattolica è la Verità assoluta su Dio, la sua vita intima, l’uomo, la sua origine, il suo destino soprannaturale. Vidi, come in un batter d’occhio, che non era soltanto una verità relativa allo stato attuale delle nostre conoscenze, ma una Verità assoluta che non passerà e che apparirà sempre più elevata nel suo splendore fino a quando non vedremo Dio immediatamente, facie ad faciem. Un raggio di luce venne a rischiararmi l’affermazione del Salvatore: “Il cielo e la terra passeranno, ma la mia parola non passerà” (Mt 24, 35).
    Gontran, dunque, vive l’avvenimento centrale della sua vita: se Gesù Cristo è la Verità assoluta, non un’opinione né un maestro come ce ne sono tanti, non resta che seguirlo con dedizione totale, anzi consumarsi per Lui. Con questa certezza, il giovane illustre lascia studi (e fidanzata) ed entra come novizio nell’Ordine Domenicano, nel convento di Amiens, dove vestito il bianco abito, prende il nome nuovo di Fra Reginaldo, come il più dotto tra i primi discepoli di S. Domenico di Guzmán.
    Fra Reginaldo Garrigou-Lagrange – con il suo nome solenne – compie studi seri e solidissimi sulla Summa di S. Tommaso e i suoi commentatori sotto la guida esimia di Padri dotti e austeri, a Flavigny e a Gand. Il 30 aprile 1900, la professione solenne. Il 28 settembre 1902, a 25 anni, è ordinato sacerdote. Nel 1904, è mandato alla Sorbona di Parigi a conseguire la licenza in Lettere e Filosofia, dove, pur conoscendo illustri uomini come Bergson e Martain, si infastidisce a dedicare troppo tempo a disquisire temi letterari profani: non vuol essere esteta, ma solo sacerdote e maestro. Nel 1905, già insegna Storia della Filosofia e nel 1906 teologia dogmatica a La Saulchoi in Belgio. E’ la preparazione alla luminosa missione che l’attende.


    Sulla cattedra


    A Roma, l’8 settembre 1907, Papa S. Pio X, con l’enciclica Pascendi e il decreto Lamentabili ha condannato il modernismo “collettore di tute le eresie”. Il P. Giancino Cornier, Generale dei Domenicani (oggi beato) ha appena fondato il Collegio Internazionale “Angelicum” per l’insegnamento e la difesa della Verità del Cattolicesimo. Nel 1909, P. Reginaldo Garrigou-Lagrange è chiamato a Roma per esservi docente. Teologo profondo e sicuro, pur nei suoi verdi trent’anni, per più di mezzo secolo sarà un professore sempre più prestigioso, insegnando Metafisica, teologia fondamentale e diversi trattati di Teologia dogmatica. Rimasto affascinato dal confratello P. Giovanni Arintero (1860-1928), mistico e studioso della Teologia mistica di S. Tommaso d’Aquino, nel 1917 fonda la cattedra di Ascetica e Mistica, che egli stesso insegnerà fino al 1959.
    Studia a fondo, prega e contempla Dio. Dalla sovrabbondanza della contemplazione, da ottimo domenicano, sulle orme del Santo Fondatore dell’Ordine Cherubico, e di Maestro Tommaso d’Aquino, P. Garrigou-Lagrange, insegna, predica e scrive, realizzando in se stesso il “contemplari et contemplata aliis tradure”. Per questo lavora con passione e con metodo, senza perdere neppure un attimo di tempo: tutto per la Verità.
    Al centro della sua esistenza, pone ogni giorno il Santo sacrifico della Messa e la preghiera del Breviario, “anelito ardente e preoccupazione quotidiana del suo cuore sacerdotale”: vive di Gesù e in Gesù, in un’unione intensissima che lo rende felice, affabile, operoso e forte come roccia.
    E’ fedele alla preghiera corale con i confratelli, pur essendone dispensato per il suo ufficio di professore. Ogni mattina, seduto al suo posto in coro, compie la sua ora di meditazione contemplando Dio, dolce e assorto con lo sguardo rivolto al tabernacolo.
    Metafisico e teologo dottissimo, ama i piccoli e i poveri di singolare predilezione e, per aiutarli, stende la mano come un mendicante a re, presidenti e Pontefici, con la semplicità di un bambino. E’ direttore spirituale ricercatissimo e ama la Madonna alla Quale si affida nello stile della “perfetta schiavitù d’amore” di Luigi de Monfort, e la onora ogni giorno con il Rosario intero che considera “scuola di contemplazione” e “preghiera di adorazione, lode, riparazione e impetrazione con gli stessi fini della S. Messa”. Studia e propone agli altri , scrivendone, con altissima competenza, l’esempio dei bambini morti in profumo di santità, che ritiene “i capolavori di Gesù e l’innocenza stessa che intercede per noi presso Dio”. Luminoso per dottrina e magistero, è umile, semplice e buono, incantevole nella vita e nel tratto.
    Ma per chi e per cosa vive il P. Garrigou-Lagrange? Per il servizio della Verità, per cui sacrifica tutto. La sua vita è un continuo servizio alla Verità divina che è Cristo, come è stato illuminato dalla raggiante “intuizione” dei suoi 20 anni. A questo mirano le sue 23 grandi opere e i seicento poderosi articoli pubblicati tra il 1904 il 1960.
    Giunto alla maturità nel momento in cui il modernismo, staccando il Cattolicesimo dalla Rivelazione divina per scioglierlo nell’esperienza religiosa individuale cangiante e volubile, distrugge nel relativismo-scettismo ogni Verità certa della ragione e della fede, P. Garrigou-Lagrange, con tutte le sue forze rivendica alla ragione la facoltà di conoscere Dio, Creatore, e alla fede il potere di raggiungere Dio in se stesso, per mezzo della Rivelazione. In questo modo, traccia agli uomini d’oggi l’itinerario intellettuale e spirituale che può condurli a Dio e alla salvezza delle loro anime: è la missione che Cristo affida a ogni suo sacerdote e che egli vive come teologo e docente.

    Dall'essere a Dio


    Il suo primo impegno – si veda l’opera Il senso comune e la filosofia dell’essere (1909) – scardina e confuta l’agnosticismo per cui non si potrebbe conoscere più nulla di vero e di erto, e riafferma il valore oggettivo e trascendente dei primi principi razionali, attraverso cui l’uomo conosce la prima verità accessibile riguardo al reale. Ecco la prima grande lezione di S. Tommaso, o meglio della “filosofia dell’essere”: senza la certezza che con la nostra ragione raggiungiamo, anche se in modo limitato, la realtà, non potremo mai dire nulla di sicuro su Dio, neppure sul Dio che Gesù Cristo ci ha rivelato. I primi principi con cui la conoscenza umana si struttura non sono solo le leggi del pensiero, ma della stessa realtà ontologica delle cose: è la metafisica naturale e, per questo perenne e immutabile in ogni luogo e in ogni tempo; è la condizione ineliminabile, anche per la Chiesa, per un vero discorso su Dio.
    Il secondo impegno di Garrigou-Lagrange è risolvere il problema della possibilità della conoscenza naturale dell’esistenza di Dio e della sua natura. Nel 1910, nel denso articolo su “Dio” scritto per il “Dictionnaire apologetique”, sgretola il pensiero inconsistente di Kant per cui è impossibile conoscere Dio, e dimostra come senza Dio non si fonda neppure alcuna legge morale, lasciando l’uomo preda di se stesso, del suo egoismo, della sua prepotenza e della sua disperazione. Il discorso sarà ripreso e sviluppato nel 1914 nell’opera gigantesca Dio, la sua esistenza e la sua natura.
    Ed ecco Garrigou-Lagrange ci aiuta a compiere il terzo passo. Per i modernisti dei suoi tempi e per quelli più subdoli e più pericolosi di oggi, le “Verità rivelate” sono soltanto l’espressione umana dell’esperienza di Dio vissuta dalla coscienza soggettiva, per cui non esiste più verità assoluta né dogma né legge morale oggettiva (“Faccio ciò che mi pare e mi piace”) . Non è più il Cattolicesimo, ma un’altra religione – quella dei modernisti – o meglio è il dissolversi di tutto, come riconoscerà, con le lacrime agli occhi, il Servo di Dio Papa Pio XII, nel 1950: “Così della Verità non resta più nulla.
    Nel 1918, P. Garrigou-Lagrange, con l’opera De Revelatione per Ecclesiam proposita riafferma che esiste la Rivelazione oggettiva da parte di Dio, nell’Antico e nel Nuovo testamento, il cui vertice è Gesù Cristo, e che questa Rivelazione propone non solo verità già accessibili alla ragione umana, ma soprattutto Verità di origine soprannaturale – non direttamente accessibili alla stessa ragione, e che noi dobbiamo credere in forza della medesima Rivelazione di Dio. Non è facoltativo credere e neppure si crede per “un salto nel buio” da parte dell’intelligenza, ma si crede, perché a Dio Creatore e Signore che si rivela, si deve, da parte dell’uomo, l’obbedienza della fede, cui Dio stesso fornisce le prove per credere. Quindi è doveroso e razionale credere!
    La formulazione dogmatica della Chiesa – illustra Garrigou-Lagrage – presenta le stesse verità rivelate da Dio e non è soggetta ai cambiamenti del progresso scientifico o filosofico, perché esprime la Verità divina immutabile ed eterna. Ogni uomo, di ogni luogo e di ogni tempo, la potrà cogliere, con la grazia di Dio che non manca mai a chi lo cerca, perché l’intelligenza, essenzialmente costituita per cogliere l’essere, per conoscere la Verità, rimane sempre la stessa. Il dogma è stabile perché ancorato alla Verità di Dio, e parla all’intelligenza direttamente, oltre il mutare della scienza e della filosofia.
    Perciò la teologia non è presentazione sistematica dell’esperienza religiosa, come dicono i modernisti, ma è scienza sacra, scienza di Dio rivelata. La Verità non si riduce al sentimento e all’esperienza religiosa, come disquisiscono i modernisti, anche perché in questo modo il credente non amerebbe il Dio reale e vero, ma in fondo solo se stesso. Per vivere la carità verso Dio e il prossimo, carità che è la stessa vita cristiana, occorre che essa sia radicata nella Verità rivelata da Dio e professata dalla fede. La soprannaturalità della fede è necessaria e indispensabile alla vita cristiana autentica: non c’è vera carità senza vera fede.


    "La Grazia, seme di gloria"

    A questo punto, per dono dello Spirito Santo e alla luce della sua ispirazione, è dato al credente di gustare e di sperimentare al centro della sua anima le realtà divine. Questo Dio, oggetto di esperienza intima, non è il Dio inconoscibile o sconosciuto dei modernisti, ma il Dio della fede, la cui verità guida questa esperienza. Attraverso la presenza della Trinità divina in noi per mezzo della grazia, il padre, il Figlio e lo Spirito Santo vivono e manifestano la loro presenza al centro di noi stessi: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola – assicura Gesù – e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23)
    Dalla sapienza metafisica (capacità dell’intelligenza umana di conoscere l’essere e di giungere a Dio) si passa alla sapienza teologica (fondata sulla fede divina e che ha per oggetto la comprensione e l’approfondimento delle Verità rivelate da Dio) e si giunge alla sapienza mistica infusa, dono dello Spirito Santo, per cui anche in questa vita i santi conoscono Dio in modo ulteriore. Di tutto questo unico grande itinerario – vero itinerarium mentis in Deum – che conduce alla perfetta conoscenza di Dio, il P. Garrigou-Lagrange, con le opere già citate e infine con il suo capolavoro Le tre età della vita interiore, preludio a quella del Cielo. Trattato di teologia ascetica e mistica (Parigi, 1938), è protagonista e maestro, nella fedeltà piena alla Verità assoluta ed eterna quale insegna la Chiesa Cattolica e sulle orme di S. Tommaso d’Aquino, giustamente convinto che seguirne la dottrina è l’unico modo per risolvere i problemi sollevati dalla cultura contemporanea.
    La Chiesa ha riconosciuto e onorato la rettitudine e la competenza del P. Garrigou-Lagrange: i Pontefici, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII ricorsero spesso ai suoi lumi per pronunciarsi su gravi problemi dottrinali. Un ruolo fondamentale egli ha avuto nella stesura dell’enciclica Humani generis (12 agosto 1950) di Pio XII, altissimo faro di luce al centro del secolo XX, con cui il Papa condanna gli errori gravissimi della “nuova teologia” che dissolve il Cattolicesimo, e riafferma la Verità del medesimo Credo cattolico. Chi più di P. Garrigou-Lagrange, e di teologi del suo stampo, sarebbe stato in grado di collaborare con il Papa per questo indispensabile servizio-difesa della Verità?
    Filosofo, teologo, mistico, vero uomo di Dio, lungo tutta la sua vita. Guida di migliaia di anime a Dio. Nel 1960, al termine della sua attività accademica, si ritira nel convento di S. Sabina, fondato a Roma dallo stesso S. Domenico sull’Aventino. Silenzio, contemplazione, offerta. Viene il dolore a visitarlo, ma il padre è un sole che nel fulgore del tramonto appare più dolcemente caldo e ancora più splendente. Configurato a Cristo Crocifisso, “il libro che contiene tutta la Verità”, già vive nella luce, che dilaga attorno a lui, “senza confini”, il 15 febbraio 1964, nell’incontro definitivo con Dio. Davvero ha risposto in tutto alla singolare chiamata che Dio gli aveva fatto sentire quando aveva 20 anni, studente innamorato del vero e del bello. Così come ha lasciato scritto nella medesima pagina citata all’inizio:
    “Compresi allora che questa verità assoluta deve fruttificare come il grano di frumento… Se questa germinazione naturale del frumento è già una cosa splendida, che pensare della germinazione della vita eterna, quando la grazia battesimale, germe della vita eterna, produce trenta, sessanta e anche cento per uno, nell’anima di un S. Domenico, di S. Vincenzo de’ Paoli, d’un santo Curato d’Ars! Gratia est semen gloriae! La vita della grazia nella nostra anima è la vita eterna incominciata. Si vede sempre meglio l’importanza di una vocazione sacerdotale, soprattutto quando si risponde veramente. La Chiesa infatti coltiva la grazia nelle anime per prepararle alla vita eterna. Per questo, la Chiesa, la vera Chiesa ha bisogno di sacerdoti, teologi, direttori spirituali, che siano anime di profonda orazione. Fu così che all’età di 20 anni, avevo intravisto l’importanza della vocazione sacerdotale”.
    A un uomo di Dio così, nessuno può rimproverare di non aver precorso i tempi per non aver detto cose nuove, perché la vera sapienza consiste non le trovare “novità” che confondono e distruggono insieme la Verità e le anime – come troppi fanno oggi – ma nel conoscere e nell’aderire sempre più intensamente alla Verità, una ed eterna, come Dio stesso, e nell’annunciarla nel suo splendore. Per questo, mentre “i novatori” passano, chi cerca la verità può ancora arricchirsi di luce da Garrigou-Lagrange, uno dei più grandi maestri del nostro secolo.


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    Predefinito Perplessità personali

    Senza voler mettere in discussione la sua buona fede, mi
    sembra che il suo tomismo fosse un po' troppo schematico
    e incapace di far comprendere l'attualità di San Tommaso
    anche nel mondo di oggi. Non è neanche immune da responsabilità nella caccia al neo-modernista che negli anni
    50 ha rischiato di fare di ogni erba un fascio.
    (su quest'ultimo aspetto siggerisco la lettura di F. Bertoldi,
    De Lubac, Cristianesimo e modernità, ESD Bologna 1994).
    Tra i tomisti del 900 preferisco senza dubbio E. Gilson

    Gilbert

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    P.Garrigou-Lagrange fu un tomista, per così dire, classico. Non attinse alla nuova ermenutica del pensiero di san Tommaso che venne con Gilson, ma soprattutto con l'immenso Padre Cornelio Fabro. Questo soprattutto per il tempo e l'ambiente in cui viveva, periodo in cui, oltre alla nota eresia modernista, troviamo strane filosofie cristiane, aperte al kantismo, e ad altre forme di pensiero estranee dalla tradizione di pensiero classica. Questi sciagurati cercano compromessi con il pensiero moderno, con la svolta antropologica, senza capire, che, il pensiero che fonda l'essere, preso con coerenza, porta alla negazione di Dio.
    Non esiste via di mezzo tra realismo e criticismo, questo capì Padre Lagrange, e questo sostenne con fervore.
    Apprezzo lo schietto realismo di Padre Lagrange, la condanna dei vari coscienzialismi, vere depravazioni del pensiero moderno, notevole anche la sua fine teologia razionale, con la distruzione delle presunte confutazioni kantiane alle 5 vie.
    Un tomista di spessore quindi, un tomista certamente di "prima generazione", se vogliamo, ma teoreticamente attento a quei fondamenti che, se negati, fanno crollare tutto.
    Il modernismo nasce dai presupposti della modernità, Padre Lagrange seppe mostrare bene la loro inconsistenza. Certamente il periodo porto a non poche esagerazioni, tuttavia la sostanza del suo pensiero è corretta e attualissima.

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    Originally posted by Thomas Aquinas
    P.Garrigou-Lagrange fu un tomista, per così dire, classico. Non attinse alla nuova ermenutica del pensiero di san Tommaso che venne con Gilson, ma soprattutto con l'immenso Padre Cornelio Fabro. Questo soprattutto per il tempo e l'ambiente in cui viveva, periodo in cui, oltre alla nota eresia modernista, troviamo strane filosofie cristiane, aperte al kantismo, e ad altre forme di pensiero estranee dalla tradizione di pensiero classica. Questi sciagurati cercano compromessi con il pensiero moderno, con la svolta antropologica, senza capire, che, il pensiero che fonda l'essere, preso con coerenza, porta alla negazione di Dio.
    Non esiste via di mezzo tra realismo e criticismo, questo capì Padre Lagrange, e questo sostenne con fervore.
    Apprezzo lo schietto realismo di Padre Lagrange, la condanna dei vari coscienzialismi, vere depravazioni del pensiero moderno, notevole anche la sua fine teologia razionale, con la distruzione delle presunte confutazioni kantiane alle 5 vie.
    Un tomista di spessore quindi, un tomista certamente di "prima generazione", se vogliamo, ma teoreticamente attento a quei fondamenti che, se negati, fanno crollare tutto.
    Il modernismo nasce dai presupposti della modernità, Padre Lagrange seppe mostrare bene la loro inconsistenza. Certamente il periodo porto a non poche esagerazioni, tuttavia la sostanza del suo pensiero è corretta e attualissima.
    Dando per scontato che: concordo su Padre Fabro che ho avuto peraltro la fortuna di conoscere personalmente, sulla critica ai tomisti "kantiani", a Karl Rahner..., sul rifiuto del modernismo...

    Mi chiedo e ti (vi) chiedo:

    C'è stato un certo modo di riproporre il tomismo nel novecento (ma che parte da molto prima, Caetano, F. Suarez...) che non ha fatto del bene alla filosofia, alla teologia e alla vita della chiesa?



    Gilbert

  7. #7
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    beh, certamente c'è stato un certo "revisionismo ermeneutico", tuttavia non si può fare di tutta l'erba un fascio. Caetano fu un grande commentatore di san Tommaso, indispensabile è la lettura del suo commento al De ente, tuttavia pare che abbia aperto all'essenzialismo, che poi andrà a braccetto col razionalismo. Lo stesso guaio lo si trova nell'analogia, nell'anteporre la proporzionalità all'attribuzione. Dobbiamo dire che si trova in continuità con le intepretazioni precedenti. Suarez sviluppa questo in senso distruttivo, negando la distinzione reale dei due principi dell'essentia e dell'actus essendi e con, essi l'analogia, e tutto il resto di conseguenza, con una concezione univoca dell'essere assai poco proponibile.
    Sicuramente Fabro fu del tutto innovativo, infatti è uno dei più grandi filosofi italiani di sempre, visto che mise a tema l'actus essendi, la vera nozione tomista di essere, intensiva, prima quasi velata. Con essa esplicitò il problema della partecipazione, in senso ontologico. Con dei passi bellissimi. (Per il contenuto, non certo per lo stile del pur grande filosofo...).
    Penso che non si possa accumunare la tradizione filosofica domenicana, con quella dei gesuiti. Nessuna è ottimale, la seconda è, forse più coerente, sicuramente più distruttiva.

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    J. Ratzinger, La fede e la teologia dei nostri giorni (1986)
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    Le difficoltà della filosofia, ossia le difficoltà in cui si è dibattuta la ragione orientata in senso positivista, sono diventate le difficoltà della nostra fede. Quest'ultima non può divenire libera, se la ragione stessa non si apre nuovamente. Se rimane chiusa la porta della conoscenza metafisica, se restano invalicabili i confini posti da Kant alla conoscenza umana, la fede è destinata ad atrofizzarsi: le manca il respiro. Certo, il tentativo di volersi tirare fuori dalla palude dell'incertezza, per così dire prendendosi per i capelli, attraverso una ragione strettamente autonoma, che non vuole sapere nulla in fatto di fede, non può avere successo. La ragione umana infatti non è per nulla autonoma. Essa vive sempre in particolari contesti storici. Le contingenze le offuscano la vista (come possiamo constatare); perciò essa ha bisogno anche di venir soccorsa sul piano storico, per poter superare le barriere che le provengono dalla storia (20). Ritengo che il razionalismo neoscolastico sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Preambula Fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli altri tentativi che procedono su questa medesima strada, otterranno alla fine gli stessi risultati.
    Su questo punto aveva ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede, indipendentemente da quest'ultima: la nostra fede si fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche. Ma Barth sbagliava nel definire perciò stesso la fede come un semplice paradosso, che può sussistere solo contro la ragione e in totale indipendenza da essa. Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione, di non usarle violenza, di non rimanerle estranea, ma di ricondurla nuovamente a se stessa. Lo strumento storico della fede può liberare nuovamente la ragione come tale, in modo che quest'ultima-messa sulla buona strada dalla fede-possa vedere da sè. Dobbiamo sforzarci di ottenere un simile dialogo nuovo tra fede e filosofia perché esse hanno bisogno l'una dell'altra. La ragione non si risana senza la fede, ma la fede senza la ragione non diventa umana.
    Gilbert

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    Le difficoltà della filosofia, ossia le difficoltà in cui si è dibattuta la ragione orientata in senso positivista, sono diventate le difficoltà della nostra fede. Quest'ultima non può divenire libera, se la ragione stessa non si apre nuovamente. Se rimane chiusa la porta della conoscenza metafisica, se restano invalicabili i confini posti da Kant alla conoscenza umana, la fede è destinata ad atrofizzarsi: le manca il respiro. Certo, il tentativo di volersi tirare fuori dalla palude dell'incertezza, per così dire prendendosi per i capelli, attraverso una ragione strettamente autonoma, che non vuole sapere nulla in fatto di fede, non può avere successo. La ragione umana infatti non è per nulla autonoma. Essa vive sempre in particolari contesti storici. Le contingenze le offuscano la vista (come possiamo constatare); perciò essa ha bisogno anche di venir soccorsa sul piano storico, per poter superare le barriere che le provengono dalla storia (20). Ritengo che il razionalismo neoscolastico sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Preambula Fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli altri tentativi che procedono su questa medesima strada, otterranno alla fine gli stessi risultati.
    Su questo punto aveva ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede, indipendentemente da quest'ultima: la nostra fede si fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche. Ma Barth sbagliava nel definire perciò stesso la fede come un semplice paradosso, che può sussistere solo contro la ragione e in totale indipendenza da essa. Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione, di non usarle violenza, di non rimanerle estranea, ma di ricondurla nuovamente a se stessa. Lo strumento storico della fede può liberare nuovamente la ragione come tale, in modo che quest'ultima-messa sulla buona strada dalla fede-possa vedere da sè. Dobbiamo sforzarci di ottenere un simile dialogo nuovo tra fede e filosofia perché esse hanno bisogno l'una dell'altra. La ragione non si risana senza la fede, ma la fede senza la ragione non diventa umana.
    Evviva i tomisti, ma quelli come Fabro, Piper, Gilson,
    De Finance, Rousselot, Livi, Vanni Rovighi... Solo per
    citarne alcuni dei migliori!
    Gilbert

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    Gilbert

 

 
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