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    Predefinito Lo sciopero dei bamba contro...

    ....Berlusconi e il taglio delle tasse

    Oggi sciopero generale. Non è il primo né sarà l’ultimo anche se è l’ultimo di una serie lunghissima con finalità esclusivamente politiche. Succede solo in Italia e in qualche Paese sudamericano che si vada in piazza non per chiedere un provvedimento o un aumento salariale bensì per bocciare un governo.
    Chi sostiene che la nostra è una Repubblica delle banane ha ragione; e il maggiore contributo bananiero viene dai sindacati.
    I quali durante il regime di sinistra (1996-2001) si sono guardati dall’indire scioperi generali contro vari esecutivi (Prodi, D’Alema, Amato) per un motivo semplice: essi non difendono gli interessi dei lavoratori bensì dei partiti progressisti.
    Quando i progressisti comandano, i sindacati se ne stanno in un cantuccio, allineati e coperti.
    Quando non comandano, i sindacati obbediscono comunque: e disapprovano i “nemici” dei loro amici.
    Motivo? Cgil- Cisl-Uil sono il braccio armato dell’Ulivo e dei comunisti, la cinghia di trasmissione tra la “base” e i vertici delle segreterie rosse, rosa e biancorosse.
    O si capisce questo o le banane continueranno a circolare e a essere destinate al solito indirizzo.

    La fermata odierna è addirittura paradossale.
    Ufficialmente punta a demolire la Legge Finanziaria 2005 criticata dalla opposizione perché non rilancia l’economia, non risana i conti pubblici, perché qui e perché là.
    Critiche generiche, le solite mosse a qualsiasi Finanziaria da oltre mezzo secolo.
    Generiche e senza costrutto visto che la salute dei conti pubblici non è buona dai tempi di Spadolini; non era buona ai tempi della Mortadella e seguita ad essere cattiva né potrebbe essere diversamente: l’apparato burocratico, l’assistenzialismo, le inefficienze della macchina statale, gli sprechi sanitari eccetera sono intoccabili.
    Se li tocchi, comincia il piagnisteo delle categorie parassitarie amate, protette e coccolate dai sindacati e dalla sinistra.
    Il debito, infatti, da chi è stato incrementato se non dalla vecchia Dc, dai socialisti, dai comunisti (i quali votarono sì a ogni legge di spesa, inclusa la più idiota) e perfino dai repubblicani che stavano nella maggioranza anche se parlavano come gente dell’opposizione.
    Debito impazzito all’inizio degli anni Novanta, contenuto un po’ successivamente (a inflazione raffreddata), mai saldato e, quindi, ereditato in tutta la sua mole bananiera da Silvio Berlusconi e compagnia.
    Anzi, incrementato.
    Basti pensare alla scriteriata abolizione del ticket nel 2001 alla vigilia delle politiche: iniziativa demagogica, elettoralistica, la quale produsse (...) una voragine nella contabilità sanitaria.
    Si dà poi il caso che dal 2001 in avanti sia successo qualcosa nel mondo: un paio di guerre, l’esplosione del terrorismo, crisi mondiale delle Borse e non solo di quelle: stagnazione, economia asfittica, specialmente in Europa, alle prese con l’euro ipervalutato (un euro vale mille lire, altro che 1936), e col dollaro pigmeo non certo d’aiuto alle nostre esportazioni.
    Ma tutte queste sono fregnacce per i bamba della sinistra; dettagli.
    Tanto è vero che nel documento unitario sottoscritto da Epifani, Angeletti e Pezzotta si pesca una perla di inestimabile pirlaggine: «La riforma fiscale in discussione è inutile e sbagliata e se ne richiede il ritiro. Inutile perché... non si tradurrà in aumento dei consumi né degli investimenti. Sbagliata perché premia i ceti più ricchi in un momento difficile per l’economia e mentre si diffonde una preoccupante riduzione del potere di acquisto dei redditi medi e bassi e, più in generale, dei lavoratori e dei pensionati e si deprime così il già scosso clima di fiducia tra i cittadini».
    A parte i luoghi comuni e le sgangheratezze lessicali, da qui si evince che diminuire le tasse equivarrebbe a un dispetto ai lavoratori, una rapina ai redditi medi e bassi.
    Contraddizione in termini.
    Se Berlusconi detassa i redditi fino a 14 mila euro; se in pratica detassa chi ha due figli; se chi percepisce fino a 100 mila euro (duecento milioni circa di liracce accantonate) non verserà più del 33 per cento, come si può sostenere che la riforma va ritirata in quanto penalizza i ceti più deboli e i medi?
    Se potare l’Irpef e rimpinguare di conseguenza le buste paga è un attentato al popolo, lasciare le tasse come sono, alte, e gli stipendi “piccoli”, cos’è, un’opera di beneficienza?
    Occorre un bel coraggio, sindacalisti e scioperanti, a respingere la detassazione e a reclamare più tributi.
    Non era mai accaduto, nella pur tragica storia dell’umanità, che la sinistra e i rappresentanti (si fa per dire) dei lavoratori si imbufalissero perché operai e impiegati, dalla sera alla mattina, avrebbero avuto in tasca una maggiore quantità di denaro.
    Da strabuzzare gli occhi. Immaginatevi la figura barbina che faranno Cgil-Cisl- Uil il 31 gennaio 2005 quando le maestranze, scoprendo di incamerare un pugnetto di euro in più, da spendere o da risparmiare (affari loro), avranno in mano la prova tangibile che sono iscritti a tre bande di falsari?
    Sarà azzerata la credibilità di Epifani Angeletti Pezzotta, ammesso l’abbiano mai avuta.
    I tre signorini dell’Avemaria come faranno a convincere i loro tutelati che avere più denaro nel portafogli frena i consumi? Attendiamo con curiosità la verifica dei fatti. Come riusciranno a ribadire che la riforma va incontro ai ricchi?
    Hanno letto le nuove tabelle? Non si sono accorti che l’aliquota dei ricchi (redditi superiori a 100 mila euro) è sostanzialmente invariata, essendo passata dal 44 al 43 per cento? Non si sono accorti che i benestanti verseranno un contributo di solidarietà pari al 4 per cento?
    Tonti o in malafede? Decidete voi.
    È un dato che la riforma è stata studiata e realizzata in favore delle classi mediobasse, altro che sciuri. Nonostante ciò, loro, i tribuni della plebe, proclamano sciopero generale.
    Bloccano il Paese, lo danneggiano.
    E danneggiano i lavoratori i quali, con una giornata in meno nella busta vanificheranno in parte i benefici derivanti dalla riduzione delle tasse.
    Bravi tribuni. Non dico che dovreste arrossire perché siete già fin troppo rossi, ma andate a nascondervi.
    Voi e i vostri partiti di riferimento, uniti nella cialtroneria.
    Alcune sere fa in tivù ho udito il lamento di Fassino, anzi, l’urlo: aumenteranno le sigarette, aumenteranno le sigarette, oddio che dramma, come faranno i poveri fumatori.
    Le sigarette? Te le do io, Fassino. Lo sapete che il centrosinistra ne ha ritoccato il prezzo tre volte in cinque anni? Tre marzo 1997: rincaro di 200 lire. Due marzo 1998: le estere crescono di 300 lire e di 200 le italiane per effetto del disegno di legge collegato alla Finanziaria dell’anno precedente. Trenta marzo 2001: aumento generalizzato di 200 lire a pacchetto.
    Con quale faccia si accusa Berlusconi di rifarsi sui tabacchi.
    State almeno zitti, cialtroni. Non siete stati capaci di amministrare neanche un condominio (mi riferisco ai beni immobiliari del Pci, andato in malora) e pretendete di insegnare a Berlusconi che è meglio alzare le tasse piuttosto che abbassarle.
    Ridicoli, penosi.
    D’altronde non è una novità. Avete montato una polemica odiosa contro Calderoli e la Lega perché hanno sganciato 25mila euro da consegnare a chi fornirà utili indicazioni nella cattura degli assassini del benzinaio di Lecco.
    Barbari, giustizieri della notte e anche del giorno, avete gridato scompostamente. E fingete di non sapere quanto segue: Graziano Mesina (sì, proprio quello graziato da Ciampi).
    Negli anni Sessanta era ricercato, e il ministero dell’Interno dispose il pagamento di 5 (poi 10) milioni a chiunque agevolasse la cattura del bandito. Tutti zitti e pedalare.
    Pietro Mattei, vedovo di Alberica Filo della Torre, la donna strangolata all’Olgiata nel 1991, sborsò mezzo miliardo (dico mezzo miliardo) quale ricompensa per l’identificazione dell’assassino.
    Ancora tutti zitti e tutti pedalanti.
    Settembre 1992. Daniele Gravili, tre anni, venne trovato agonizzante in provincia di Lecce. Morì. Il padre caldeggiò l’idea di una ricompensa onde agevolare l’arresto dell’omicida. Dov’era Fassino, al festival dell’Unità?
    Luglio 2000. Rutelli, sindaco di Roma, dopo l’incendio alla pineta ostiense stanziò 100 milioni per chi fornisse informazioni sui piromani. Rutelli non era mica berlusconiano né leghista.
    Infine, i genitori di Denise Pipitone, la piccola di Mazara del Vallo scomparsa il 1° settembre, hanno raccolto 50mila euro da devolvere a chi “regalasse” informazioni utili a rintracciare la bimba.
    Niente. Nessuna sollevazione. Routine.
    Ora Calderoli si accoda e offre 25mila euro per acchiappare gli assassini del benzinaio; si è scatenata la bufera.
    Impallinate il leghista.
    Ovvio, è preferibile arricchire i pentiti, dotarli di scorta, stipendiarli, scarcerarli, proteggerli, e dare loro una bella casa gratis piuttosto che investire allo scopo di assicurare alla giustizia qualche tagliagole. Bravi progressisti. Giù soldi ai pentiti e giù applausi.
    Ma quando mai due pentiti o dieci o mille hanno sconfitto la mafia?
    La mafia continua imperturbabile a fare la mafia.
    E mille pentiti vivono da re. Bravi compagni. Cialtroni ma bravi.

    Vittorio Feltri su Libero del 30 novembre

    saluti

  2. #2
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    fORSE NON AVETE CAPITO CHE SIETE ALLA FRUTTA??? LA MORTADELLA PALAZZO CHIGI SE LO SOGNA DI RIENTRARCI!!!!!


    W AN W LA CDL VIVA IL BERLUSCA!!!!
    ...cercatemi , se volete e potete , come RoccoFerraro

  3. #3
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    Questo era lo sciopero del clientelismo. Penso che sia fallito miseramente per questo.
    La gente, come dice Libero di oggi, non capisce più la Sinistra. Con mio sommo dispiacere, come potete immaginare

  4. #4
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    Predefinito

    In origine postato da UgoDePayens
    Questo era lo sciopero del clientelismo. Penso che sia fallito miseramente per questo.
    La gente, come dice Libero di oggi, non capisce più la Sinistra. Con mio sommo dispiacere, come potete immaginare
    ----------------------------------
    Attento a non gioire troppo, caro moderatore, che dall'altra parte non sono tutti bamboccetti.
    Qualcuno che ragiona c'è, ed hanno potentissimi amici.

    Occhi aperti e mente fredda

    saluti

  5. #5
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    Predefinito

    Possono ragionare bene quanto vogliono, ma il tasso di litigiosità è tale da rendere per lo meno complicata QUALSIASI alleanza seria. Figurarsi un'alleanza che possa battere l'attuale Governo...

    Sono Moderatamente ( ) ottimista.

  6. #6
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    Predefinito Piazza....

    …triste

    Diluvia e fa freddo sui cortei dello sciopero generale. La gente è poca e la giornata è tutt’altro che memorabile, piuttosto tira al depresso. Il pendant televisivo è altrettanto in basso profilo, del resto c’è lo sciopero (o no?) e La7, ad esempio, si butta sulle telepromozioni. E poi lo spettacolo è quel che è, e dalle riprese di Milano, Torino e Venezia le riflessioni sgorgano evidenti: nulla
    d’epocale, un’iniziativa che evidentemente non era così partecipata dagli italiani, uno scenario in cui la valutazione individuale dei rischi e dei profitti legati alla nuova Finanziaria si astiene dall’approccio sociale (per non dire politico) e dalla voglia di collettività – che era l’idea su cui lo sciopero si fondava, quella dell’ “oceanica risposta di massa”.
    Solo su RaiTre va diligentemente in onda uno special coi collegamenti dai cortei e un paio di teste d’uovo a dirimere ciò che di più “generale” ha la giornata, ovvero la perplessità (stonato perfino il trionfalismo d’occasione con cui Floris lancia il Ballarò serale, annunciando “un viaggio alla scoperta dell’Italia che non t’aspetti nel giorno dello sciopero generale”).
    Facce scure tra i leader sindacali.
    Pezzotta, segretario Cisl, è il più in palla della triade, non ci sta e insiste che questo è uno sciopero politico.
    Già, ma i leader politici non ci sono, sono a Roma, fanno una smunta manifestazione in proprio.
    Il che, anche televisivamente, non fa che accentuare lo scollamento, destabilizza quello che voleva essere una travolgente rappresentazione di scontento.
    Prodi dice che non la vede come una manifestazione-contro e se la cava con un appello alle nuove generazioni.
    Bertinotti la butta sul meteorologico: “Piove, perciò i numeri non contano. Questi cortei sono una mozione di sfiducia firmata da centinaia di migliaia di cittadini in nome di milioni”.
    Rimasti al calduccio.
    Quand’è così, difficile continuare a dire che la temperatura politica del paese sia rovente.
    Epifani parla a Milano e la piazza, già svuotata, sembra un po’ sbrindellata: “Sciopera la destra e la sinistra. Il governo sbaglia tutto”.
    Angeletti a Torino invoca un paese moderno, senza però chiedersi se nei paesi moderni ci sia spazio per gli Angeletti.
    Arrivano le interviste con le sigle di complemento:
    “E’ una Finanziaria contro la Finanziaria” dice uno ermetico della Cisal. Cosa chiedete? “Di sederci attorno a un tavolo”.
    Voci da Venezia sotto la pioggia bruna.
    Ma il nord-est non è ricco? “Siamo in calo. E la gente non spende più”.
    Di nuovo piazza del Duomo. Epifani in loden è giaculatorio e neo-evidentista: “Possibile che il governo non capisca che quando parliamo di scuola o sanità parliamo di funzioni essenziali per i cittadini?”. Poi si tinge d’apocalittico: “La Finanziaria scommette contro il futuro del paese… Vediamo il caos totale della nostra scuola…”. Si percepisce la distanza tra la mesta predica del segretario e una platea più incerta che incazzata.
    Le immagini di Torino e le voci nel corteo danno l’impressione di maggiore compattezza: c’è la protesta dei neo-licenziati, ma emerge soprattutto un tema ancora da noi troppo poco esposto: la rabbia per il lavoro che se ne va verso i mercati a basso costo, Brasile o Cina: “Hanno spostato tutto nella Repubblica Ceca”, dice la cassaintegrata d’una multinazionale.
    Li chiamano effetti della globalizzazione. I più sconfortati di tutti, comunque, sono i sindaci, che di riduzioni agli enti locali non vogliono sentir parlare.
    Uno minaccia addirittura di tagliare l’illuminazione pubblica.
    Il buio oltre la siepe.
    Lo sciopero finisce e passano i titoli di coda.
    Luciano Gallino su RaiTre parla del cuneo fiscale, argomento spinoso per le masse.
    Quando Epifani invoca le dimissioni della Moratti, la cronista ridà la linea allo studio e manda i cameramen a bere un tè caldo.

    saluti

  7. #7
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    Predefinito

    Praticamente è stata una sfida a chi la diceva più grossa, pare, in modo da riuscire a strappare un pò di visibilità mediatica, visto che quella "reale" era misera.

    Vabbè, archiviato anche questo sciopericchio politico
    Quand'è che c'è il via libera definitivo al taglio delle tasse?

  8. #8
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    Predefinito La guerra dei....

    ...cappuccini

    Milano. Il contratto di lavoro della maggiore categoria industriale (i metalmeccanici) scade tra un mese e, mentre le categorie sindacali non riescono a mettersi d’accordo sulla piattaforma, dall’organizzazione industriale viene un avvertimento.
    Il direttore di Federmeccanica sostiene che “ci sono degli indicatori che ci fanno dire: guardate che il rischio è che non ci sia il contratto”.
    Per il segretario generale della Uilm Tonino Regazzi, si tratta di pretattica, visto che “ogni qualvolta si parla di rinnovo contrattuale, Federmeccanica segnala una fase di stagnazione”. Ma i dati esposti da Roberto Biglieri, calo del prodotto metalmeccanico dello 0,6 per cento nell’ultimo trimestre e continua diminuzione dell’occupazione nelle grandi imprese, sono piuttosto sodi.
    Non è difficile intendere come il destinatario del suo messaggio non siano solo le controparti sindacali, ma lo stesso vertice di Confindustria, che ha una sua strategia di interlocuzione con le parti sociali e di concertazione delle decisioni pubbliche difficilmente compatibili con le durezze contrattuali.
    E Biglieri non manca di ricordare, anche a Luca Cordero di Montezemolo, che “il mondo va avanti indipendentemente dalla condivisione delle parti sociali”.
    La minaccia di non fare nessun contratto non è una novità assoluta.
    Quando era presidente di Federmeccanica, Gabriele Albertini, oggi sindaco di Milano, di fronte a una lunga impasse nelle trattative si domandò se fosse proprio indispensabile stipulare un contratto, e così portò le controparti a una trattativa realistica.
    I sindacati di questa categoria non hanno firmato accordi unitari nelle ultime due tornate e oggi sono divisi.
    Il comitato centrale della Fiom-Cgil, che non ha siglato gli ultimi contratti, ha approvato un documento amletico in cui si afferma che “al momento non ci sono le condizioni per una piattaforma unitaria”, ma che “una piattaforma unitaria è necessaria”. L’aumento, per la Fiom, deve essere di 150 euro, molto più del recupero dell’inflazione (tetto per gli aumenti fissato dal patto del 1993).
    Per l’ala dura della Cgil bisogna che una parte dell’aumento medio di produttività previsto nel biennio (30 euro, circa 30 cappuccini), da contrattare a livello aziendale, venga invece inserita negli aumenti del contratto nazionale “a salvaguardia dei lavoratori delle aziende in cui non ha luogo contrattazione articolata”.
    A questo sfondamento dei principi si oppongono gli altri sindacati, che denunciano come, nel suo documento la Fiom riapra anche questioni già definite.
    Per la Uilm (in sintonia con la Fiat) “il lavoro svolto finora appare in queste ore del tutto compromesso... il documento della Fiom rilancia su questioni in cui Fim, Fiom ed Uilm si erano reciprocamente impegnate a risolvere (ne è un esempio l’articolazione della richiesta salariale).
    Addirittura sulla questione delle regole, nonostante esista un documento sottoscritto da tutte e tre le sigle sindacali, il testo partorito dall’assise Fiom propone “altre ipotesi’.
    Sullo sfondo c’è il tentativo della Fiom di annullare, con il nuovo contratto, gli elementi di flessibilità e le nuove forme di avviamento al lavoro stabilite dai contratti che non ha firmato e dalla legge Biagi, tuttora osteggiata dalla Cgil e dalle regioni rosse, che tentano di costruire un muro di legislazione locale per bloccarne gli effetti. Un po’ di sbieco nelle polemiche entra anche il taglio delle aliquote fiscali deciso dal governo.
    Giorgio Cremaschi, della segreteria e di Rifondazione, scrive su Liberazione:
    “Sbaglia Eugenio Scalfari a ironizzare sul cappuccino al giorno che la manovra fiscale regala a una parte del lavoro dipendente…
    Per anni – ricorda ancora Cremaschi - quella è stata la dimensione degli aumenti salariali contrattati”.
    Il disprezzo per la prima colazione ha un fondo snobistico sconosciuto ai sindacalisti.

    saluti

 

 

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